Su #enodissidenze il trovarsi e il ritrovarsi

Enodissidenze (sottotitolo: La disciplina della terra) è il nome di una manifestazione che ha come protagonista il vino e che lo scorso fine settimana si è tenuta a Torino. Recita il manifesto dell’iniziativa:

enodissidenze“Lo scopo della nostra manifestazione è quello di raccontare a un pubblico composito, e in parte nuovo, la disciplina della terra, l’unica che saremmo tenuti a rispettare anzitutto nel nostro interesse: quella che continuiamo invece a ignorare, impegnati a cercare una via d’uscita dalla crisi come mosche che sbattono contro un vetro.

“Io evolvo indietro” diceva un vignaiolo a noi molto caro per spiegare un insieme di comportamenti, un ritorno alle radici capace di guardare al domani e immune alle mire della speculazione. A noi pare che l’unica maniera concessa ai vignaioli e ai contadini in genere, per smarcarsi dal tentativo di colonizzazione del loro universo, sia quello di attenersi, singolarmente e collettivamente, a quella disciplina.”

Se ci foste stati domenica, come ci siamo stati noi, avreste trovato i ragazzi e le ragazze di Officine Corsare ad accogliervi (e in quel crocevia di vite che è Torino avreste trovato amiche veneziane o di chissà dove, lì, a dare una mano e ad abbracciarvi all’entrata) e poi due guide d’eccezione a farvi saltellare tra le cantine più particolari, ad assaggiare le chicche, a raccogliere racconti di pezzi di scelte e di vite.

A Enodissidenze c’erano infatti @tirebouchon e @luigifracchia e se ho imparato a degustare con più attenzione un calice di vino in questi ultimi anni è certo merito dei loro tweet e dei loro post. Per cui dire che mi ha fatto veramente piacere incontrarli di persona, beh, è troppo poco.

Così domenica, sotto la loro guida, ho scoperto un sacco di vini piemontesi (da appuntare l’esperimento del barbera in giara dell’azienda Crealto), ma non solo. Vuoi mettere il lambrusco dell’azienda Denny Bini con quelle schifezze che da giovani si finiscono col bere alle feste per poi odiare il giorno dopo il lambrusco per tutta la vita? Il lambrusco quello vero, ho scoperto, è tutta un’altra cosa (e peccato che non mi ricordi più bene di cos’era quel rosé delizioso…).

C’erano anche un paio di produttori del nostro Friuli Venezia Giulia e dopo aver assaggiato il merlot del 2003 di Dario Princic mi son resa conto che avendo in ogni osteria e enoteca di Pordenone le medesime cantine e bottiglie ci priviamo di autentiche meraviglie (che invece mi dicono a Milano apprezzano eccome…). Speriamo di conoscere le cose buone della nostra regione, della nostra terra, ma poi la maggior parte di quelle cose buone non riusciremmo a trovarle neanche testando tutto quel che gli scaffali locali offrono (e quel che vale per il vino vale anche per altro).

Le cose buone non hanno bisogno di noi per trovare mercato. Siamo noi che le dobbiamo scoprire. E non credo sarebbe una cattiva idea se qualcuno si mettesse all’opera con l’intento di farcele notare. Perché anche i nostri palati quando pretendono cose diverse diventano protagonisti di un nuovo modo di intendere il territorio e di farlo rispettare e raccontare. Perché forse crea oggi più identità con la propria terra capire il sapore che sa offrire, diverso da quella degli altri, anziché imporle di essere uguale alle altre. E’ una questione di educazione che conta forse più della lingua, tanto più quando si parla di vino e cibo.

IMG_4731E mentre pensavo che se un esperto di vini volesse degustare qualcosa di eccezionale dal FVG a Pordenone forse troverebbe troppo poco ecco che le nostre guide ci facevano scoprire le verdure sott’olio dell’azienda La Baita di Borghetto d’Arroscia (Imola). All’ottimo olio usato nella conservazione aggiungono vino pigato, zucchero di canna e, neppure si percepisce, l’aceto: inutile dire che i vasetti che ho portato a casa sono stati spazzolati al primo ingresso in tavola :) . E come stavano bene con le bollicine (un franciacorta?) che sono arrivate sul bancone ad  accompagnare i sapori di carciofini e zucchine!

Se è vero che “Me lo devi chiedere il giorno dopo se un vino era buono” come diceva domenica qualcuno, beh, devo dire che di certo di cose cattive a Enodissidenze non ne ho bevute.

E anche se non sono poi così sicura che sia stata un’occasione di grandi affari per gli espositori, beh, è stata una bella esperienza come visitatori, un’occasione per far scorta di storie positive, esperienze belle, sapori nuovi che verrebbe voglia di far conoscere anche ad altri.

(Ah inutile dire che ora ho una lista di belle aziende da visitare tra il Veneto e il Friuli, che, anche se non erano presenti, mi sono state decantate al punto che ora non posso esimermi dall’organizzare qualche giretto.)

P.S.: Invece da Gusto, la fiera che si è tenuta un paio di mesi fa a Pordenone, beh, non ho portato a casa proprio niente. Per dire.

maggio 15 , 2013 at 11:11 am Lascia un commento

Tempo reale

tempo realeUn po’ di anni fa scrissi la mia prima poesia in rima. Al fin che non venisse rinvenuta, con la scusa di preservarmi da “possibili ripercussioni” (leggasi risate e scherno) future, madre e sorella decisero di annientarla, evitando così non soltanto che qualcuno la leggesse, ma anche che mi tornasse voglia di rimeggiare ancora.

Ma poi è arrivato lui, Andrea Antoni anche più noto come @stailuan con esplicita richiesta di rime a tema e… come potevo dirgli di no?

Così ecco che sono finita nell’intro di Tempo Reale, una rivista giovanile di Monfalcone (GO), con una mia opera rimesca su commissione (non sono l’ultima della famiglia a dedicarmici tra l’altro… ma la storia sarebbe assai lunga). Il tema era “Bianco e nero” e potete leggerla generando un po’ di traffico qui :) .

La cosa divertente è che nel tempo speso della composizione a “bianco e nero” non mi è venuto da associare niente di quel che è contenuto nel resto del giornalino, ma è parte del gioco mi sa…

Per una copia con dedica abbiate pazienza, vedremo cosa si può fare…

maggio 6 , 2013 at 3:04 pm Lascia un commento

Se le bugie hanno le gambe corte perché questa sopravvive da più di 60 anni?

“Crisi? Ma sì, tutti dicono che c’è la crisi. lo invece dico che non c’è. lo lavoro a pieno regime, cerco operai e non li trovo. Tutti oggi sono professori, avvocati, dottori. Questa è la disoccupazione.” Viaggio in Italia qualche anno prima del 1954

Quando l’Italia era ancora un paese di analfabeti e con un tasso di emigrazione fortissimo ecco cosa andava ripetendo un industriale che, all’epoca in cui Guido Piovene lo incontrò, vantava 5000 operai e un marchio di grande successo. L’industriale in questione era il conte Oreste Rivetti e guarda caso Wikipedia ricorda la fine del suo lanificio di Biella così:

Nel 1954 i tre fratelli Rivetti vendettero le azioni dell’azienda, per investire in Gruppo Finanziario Tessile, determinando però la fine della produzione industriale e la storia dei Lanifici.

Insomma, ben poco lungimiranti furono le parole che disse a Piovene poco prima che si compisse “l’affare”. Googolando ancora un po’ scopriamo che il figlio di Oreste, Stefano Rivetti, alla fine degli anni ’50 tentò, a suo modo, una nuova esperienza nel campo delle lane. Anche qui Wikipedia è illuminante sulle sorti che toccarono a tanto appassionato industriale:

Stefano Rivetti decise di trasferire i propri interessi nel Golfo di Policastro, anche per usufruire dei notevoli incentivi dati dalla Cassa del Mezzogiorno.

Fondò la Lini e Lane, con attività principale a Maratea, l’unico comune sulla costa tirrenica della Basilicata, regione che era il collegio elettorale del ministro Emilio Colombo, esponente molto influente della Democrazia Cristiana. Gli altri stabilimenti furono collocati a Tortora e Praia a Mare, in provincia di Cosenza.

L’esperienza industriale si rivelò fallimentare: La Lini e Lane viene annoverata come un tipico esempio di cattedrale nel deserto, cioè di realtà che aveva usufruito in modo massiccio di contributi a fondo perduto dal governo italiano senza riuscire a realizzare concretamente il progetto, a cui non corrispose uno sviluppo vero e proprio di attività industriale.

Ora, qualcuno potrà obiettare che del conte Rivetti non abbiamo più motivo di preoccuparci un granché. Ché la storia non è ciclica, non si ripete. Ma ecco che forse, pur accettando la linearità della storia, vorrei dire che il pensiero da allora non è cambiato molto.

Anzi.

Travestito da verità generalizzata si è infilato persino nella testa degli ultimi. “Studiare non serve a niente, i laureati non trovano lavoro e non vogliono fare gli operai altrimenti lo troverebbero eccome!” è il ritornello più frequente che si sente ripetere tanto tra i ragazzi delle scuole superiori (del tutto ignari di appartenere a quella fascia di età che oggi vanta il 38% di disoccupazione, del tutto ignari del fatto che prima di laurearsi uno si diploma) quanto tra gli anziani. E poco importa se basta leggere le tabelle sui tassi di disoccupazione (ma questo richiederebbe di conoscere un po’ di matematica o il non rientrare in quella percentuale fortissima di analfabeti di ritorno) per scoprire si va ripetendo un pensiero senza fondamenta.

Inutile poi provare ad accennare il fatto che i racconti sul presente sono fatti da chi quei racconti li sa portare alla luce: inutile spiegare a questi ragazzi convinti che “è inutile l’elettronica se si studia meccanica” che per ogni laureato in lettere che non trova lavoro, beh, c’è qualcuno in più senza diploma alcuno che non se la passa tanto bene, ma senza le parole per raccontarlo.

Potremmo poi dilungarci per ore evidenziando come persino i luoghi comuni sui laureati in scienze della Comunicazione sono del tutto errati e potremmo filosofeggiare sul fatto che si dovrebbe studiare non soltanto per ambire a determinate professioni, ma anche per passione. Ma quel che mi preme di sottolineare è che l’inno all’ignoranza è un inganno perché dura da almeno 60 anni.

E’ un inganno spregevole: non so in quale altro Paese d’Europa, mentre l’Europa investe e spinge sul concetto di formazione permanente, ci siano imprenditori, dirigenti, manager che vanno dicendo “questi laureati che non servono a niente… queste università che sono solo una perdita di tempo… andassero a lavorare prima li assumeremmo con più esperienza” (salvo non sciogliere il nodo su chi si dovrebbe assumere quell’onere della formazione specifica che molti di loro non vogliono assumersi da un po’). Un autentico inganno di senso.

Non è un caso se la formazione post diploma e post laurea, nonostante abbia goduto di anni di ottimi finanziamenti, non mi sia mai sembrata brillare più di tanto per qualità dell’offerta e per interessamento nei confronti della stessa da parte delle imprese.

E fintanto che sentirò ragazzi ripetere come pappagalli cose che di certo non gli vengono insegnate a scuola, ma da tutto il resto di società che sta fuori, beh, altro che ripresa dalla crisi.

“Lo screditato motto «ciascuno re di casa propria» è stato preso troppo sul serio in Italia. Dovunque in Italia mi sbarrano il passo il rifiuto di ammettere che una grande impresa industriale è un interesse pubblico a cui nessun cittadino è davvero estraneo; la concezione dell’industria come un affare non soltanto privato, ma privato a tal punto che occorre tenerne lontani lo sguardo e l’apprezzamento degli altri. È una concezione che non chiamerei privatistica, ma dialettale degli affari.”

Così osservava Guido Piovene nella prima metà degli anni ’50 ascoltando il conte Oreste Rivetti e molti altri.

La storia è ciclica, non si ripete. Forse è vero. Sono le teste che non cambiano, i pensieri che non si trasformano, i comuni destini dei capannoni (almeno quelli di Rivetti si trovano nelle guide turistiche del biellese, non credo destino comune spetterà a quelli dei vicini distretti).

Chi può studiare lo faccia! Chi non riesce a farlo per ragioni economiche venga aiutato! Chi non ha voglia venga spronato almeno a imparare a leggersi la busta paga!” Slogan così ci servirebbero oggi.

Il resto è una bugia che qualcuno racconta e di cui tutti paghiamo il conto.

Specie chi, facendo eco all’inganno, viene ingannato.

maggio 2 , 2013 at 8:14 pm 2 commenti

Le #invasionidigitali al Castello di Torre: cronaca di un successo insperato

IMG_4563 Ok, da venerdì ad oggi sono passati un po’ di giorni. Però, al fin della memoria, almeno due righe sull’esperienza delle Invasioni Digitali le devo scrivere per gli anni a venire: l’Invasione al Castello di Torre ha avuto una partecipazione che ha superato qualsiasi aspettativa!

Gente di ogni età, munita di smartphone, iPad, macchina fotografica, ha immortalato le bellezze del Castello e del Museo Archeologico di Torre. Eravamo una buona quarantina e se penso che non ero certa che saremmo riusciti ad essere in 15… Invece passando attraverso il parco dal Castello alla Villa Romana mi pareva di avere a che fare con un piccolo corteo allegro :) .

Fondamentale sono stati il contributo del Comune di Pordenone e di PnBox perché il fatto che abbiano agito da “fonti autorevoli” nel trasmettere l’informazione sia sul web che sulla stampa locale ha contato. Tanti hanno infatti saputo proprio dai giornali dell’Invasione Digitale e una giornalista del Messaggero Veneto è anche venuta a vedere cosa combinavamo. Nei giorni successivi qualcuno mi ha contattato per organizzare nuove invasioni altrove!

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Il minuzioso lavoro di Angela di IgersFVG ha contato 21 persone con account Instagram presenti e 3 persone aventi solo Twitter (senza contare gli scatti finiti sui tanti account Facebook). E c’erano poi un bel po’ di persone dotate di sola macchina fotografica che si sono sbizzarite a immortalare le peculiarità del castello e del museo.

Così che ora ci sono circa 150 foto su Instagram taggate #archeopn, un po’ di tweet in più a raccontare Pordenone, un po’ di persone che si sono incontrate per la prima volta, un po’ che si sono incrociate che non si sa mai un domani (tra l’altro è stata l’occasione di scoprire che il 6 giugno ci sarà una passeggiata tra i musei della città per mostrare quanto poco basterebbe per connetterli uno con l’altro…).

E lo stupore per tanti di abitare non poi così distante da Torre e non aver mai pensato prima di metterci piede.

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Insomma, segno che se qualcuno organizza qualcosa, in questo campo, la partecipazione c’è (anche troppa!). Basta sbizzarrirsi un pochino, dare alle persone la possibilità di essere protagoniste. In un momento di grande crisi come questo per il futuro del prezioso patrimonio culturale italiano, chi ha ideato le Invasioni Digitali ha messo in moto qualcosa che ha funzionato. E non è poco.

Note curiose: Marta, nel suo ruolo di guida, ha fatto emergere storielle veramente divertenti: il conte Ragogna, che abitava il castello, era convinto che uno degli affreschi in esso contenuto fosse di Leonardo da Vinci. E tra gli invasori qualcuno si è ricordato che era riuscito a convincere tutta Pordenone tanto che i più giovani organizzarono entrate notturne nel castello per poter ammirare un simile gioiello :) !

maggio 1 , 2013 at 7:51 am 2 commenti

Invasioni Digitali: -2!!

cartolina_invasioni

Manca poco, pochissimo: il 26 aprile si avvicina e le Invasioni Digitali sono pronte a sbarcare a Torre!

Alcuni aggiornamenti: se saremo più 10 l’ingresso al Museo e Castello ci è stato confermato sarà di 1 euro. E al momento le iscrizioni che ci sono arrivate superano il numero di 10 :) .

PnBox mi ha chiesto di presentare attraverso un video il progetto #invasionidigitali: sullo sfondo c’è il castello che andremo a visitare!

pn_libro

Io e Marta, che ci farà da guida, siamo passate a fare un sopralluogo assieme alla dott.ssa Rigoni, la direttrice del Museo. Non solo ci ha fornito di un sacco di materiale per istigarci allo studio ma ci ha raccontato anche i “lavori in corso” su alcune sale che verranno inaugurate solo tra un po’ (quindi ci toccherà ritornare nei prossimi mesi ;) ).

Anche se il meteo lascia intuire il rischio di qualche pioggia, non c’è da preoccuparsi perché saremo al coperto (al massimo sacrificheremo la visita alla Villa Romana, ma ne avremo comunque un assaggio al Museo perché è stata realizzata un’apposita sala che ne raccoglie gli affreschi).

L’evento è pubblicizzato anche nelle pagine del sito del Comune di Pordenone e di TurismoFVG .

E infine per gli appassionati di Facebook, Twitter, etc. ecco alcuni appunti:

- Seguite i profili di Invasioni Digitali su Facebook e Twitter così da facilitare tag e menzioni e respirare un po’ cosa si dice in giro per l’Italia sul progetto :)

- Annotatevi gli hashtag su Note o applicativi simili del vostro smartphone così quando vi serviranno vi basterà un copia e incolla per inserirli tutti tanto su Twitter quanto su Instagram (vi ricordo che saranno #invasionidigitali #liberiamolacultura #archeoPN #golivefvg mentre i profili coinvolti sono @igersfvg @comunepordenone @FVGlive @Pnbox se aveste voglia di citare qualcuno)

- se volete condividere l’esperienza sui vostri eventuali blog (come ha fatto Marta) sarò ben lieta di pubblicizzarlo :)

E ora non rimane che aspettare venerdì! Il Castello ci aspetta!

castello_torre

aprile 24 , 2013 at 12:42 pm Lascia un commento

E se invece di Twitter avessero consultato Wikipedia?

Ho sperato fino all’ultimo che capitasse pressapoco così: che tutti i nuovi eletti finiti in Parlamento, palesemente poco interessati al senso dello Stato, anziché consultare Twitter, Facebook e compagnia, consultassero Wikipedia.

Sarebbe bastato? Non so, ma sulla vicenda infelice (infelice non tanto per l’esito quanto per le dinamiche sproporzionate che ha innescato) dell’elezione del Presidente della Repubblica mi piace pensare che le cose sarebbero andate meglio se fosse accaduto qualcosa così:

“Tipo Giovanni Maria Flick”

“E chi è?”

“Mah, fu ministro con Napolitano durante un Governo Prodi: lo dice Wikipedia, non che me lo ricordi”

“Forse è abbastanza dimenticato. Ottimo. E su Wikipedia mica ne parlano male, no?”

“E Luigi Berlinguer?”

“Berlinguer non era morto?”

“Ma non quello dai, è un altro, un parente.”

“Massì che suona bene, vediamo se gli va.”

(Che poi a Berlinguer io ho pensato subito, uno che ho contestato da studentessa, mi pareva perfetto. O forse non si possono eleggere troppi presidenti di origine sarda?)

Io, da elettrice del centro sinistra, Rodotà presidente non lo volevo. “Tu!! Tu sei una minoranza, tu non capisci la grandiosità di quest’uomo, tu…” Per me Rodotà è quello delle circolari sulla Privacy. Quello che ha scritto un sacco di belle cose, ma che non c’entrano con quanto si andava votando. Quello che accetta di fare il “candidato” di un Movimento che anziché delegare ai suoi eletti la scelta del suo nome, legittima criticabili strumenti di “raccolta delle candidature” dal basso. Uno che si presta ai giochi, ché gli uomini santi non sono. (Poi postatemi pure 50 video di YouTube per farmi capire la sua eccellenza. Non li guardo, non mi racconteranno probabilmente mai perché ha accettato di prestarsi a questa schifezza.)

Non so se è per questo che la maggioranza del PD non lo voleva. Certo lo conosce meglio di me.

Mi spiace, ma a me non sembrano bravi, saggi, meritevoli quei “giovani” eletti del PD che hanno dichiarato la propria scheda bianca o indirizzata a non-so-chi. Non erano chiamati a conquistare punti al cospetto degli elettori, invitati a strizzare l’occhio ai grillini. Erano chiamati a votare il Presidente della Repubblica. Non erano chiamati a processare Bersani o l’alleanza del centro sinistra: erano chiamati a scegliere almeno il Capo dello Stato visto che sul Governo non trovano la quadra.

Il Parlamento più giovane degli ultimi anni è tanto concentrato nell’idea di fare qualcosa di nuovo (meglio se spettacolare e forte) che sta confondendo la disgregazione delle istituzioni che è chiamato a gestire con l’idea di Paese che vorrebbe portare avanti. E a me dispiace, ma il coraggio del cambiamento non stava nel far eleggere Rodotà (o nel far dimettere Bersani), ma nel dimostrare di avere la capacità di gestire la situazione, proporre alternative, guardare alle conseguenze (collettive!) sul domani.

Questa settimana si celebra il 25 aprile. Chissà che a qualcuno, non venga in mente che forse occorre ripartire da lì.

Non dai nomi e cognomi.

P.S.: Qualcuno mi ha chiesto oggi che ne penso della rielezione di Napolitano: mi pare non sia chiara la situazione di rischio in cui viviamo. E se lui ha detto si non è certo per mancanza di “coerenza”. Il solo leggere commenti del genere è termometro di come ragionano taluni. Non è nemmeno un golpe. E chi continua ad alzare i toni ha ben altri obiettivi che governare questo Paese con questa Costituzione.

P.S.2: Il ricatto del M5S non è stato fatto per darci il miglior Presidente della Repubblica possibile. A me pare incredibile non basti questo per capire che la partita che intendono giocare è insana.

P.S.3.: Forse ho una percezione del pericolo tarata male. Lo spero.

 

aprile 21 , 2013 at 10:11 pm 2 commenti

E le #invasionidigitali sbarcano anche in Friuli Venezia Giulia!

6323366359-2Tutto è cominciato con un tweet: “Perchè non organizzi anche tu un’invasione digitale a Pordenone? Nella mappa non ne vedo!” Assieme al tweet c’era anche un link: ho letto velocemente il manifesto che lanciava l’iniziativa a livello nazionale ed è stato subito amore!

“Le #invasionidigitali sono una rete di eventi nazionali rivolti alla diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale attraverso l’utilizzo di internet e dei social media.”

Dal 20 al 28 aprile si svolgeranno in tutta Italia piccole invasioni ai musei e ai beni archeologici italiani con l’invito a raccontare la propria esperienza di visitatori attraverso la rete: postando foto su Instagram, Facebook, Pinterest, realizzando piccoli video da inserire su Youtube, usando Twitter come racconto in diretta della propria visita. E’ un modo per portare l’arte nella rete con il valore aggiunto del racconto del visitatore:

“Crediamo in nuove forme di conversazione e divulgazione del patrimonio artistico non più autoritarie, conservatrici, ma aperte, libere, accoglienti ed innovative.
Crediamo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore basato sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione della cultura.”
Perché non provare a fare qualcosa capace di sostenere questa idea?
E così, dopo qualche messaggio, mail, telefonate, con il sostegno di Angela di Igersfvg, l’appoggio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, l’entusiasmo delle ragazze di PnBox, il sostegno promozionale di Turismo FVG anche Pordenone avrà la sua invasione!
Si andrà al Castello di Torre (PN), dove ha sede il Museo Archeologico, visiteremo la Villa Romana (quanti sanno che a Pordenone ci sono i resti di una Villa Romana?) e brinderemo al PnBox (che ha sede nella bastia del Castello). L’invasione si terrà venerdì 26 aprile con ritrovo alle ore 16.30 nel parcheggio della Bastia.

Cosa occorre portare con sé? Ovviamente i propri smartphone per scattare, twittare e postare ( i tag del giorno saranno #invasionidigitali, #liberiamolacultura, #archeoPN, #golivefvg), ma vanno bene anche le macchine fotografiche e chi ne è capace è invitato a realizzare qualche video.
Avremo una giovane guida, Marta Bottos, che da laureanda in archeologia, ci darà qualche dritta storica e artistica (insomma valorizziamoli i saperi della nostra gioventù!).

Se è vero che in Italia in cultura si spende poco, beh, è anche vero che affinché diventi bene su cui crediamo si debba investire di più occorre prendersene cura. E abitare i luoghi dove i nostri beni culturali riposano è sicuramente il primo passo da fare :) .

Per conoscere le altre 3 #invasionidigitali previste in Friuli Venezia Giulia ecco il link con il programma.

Per iscriversi (così cerchiamo di immaginare quanti saremo ;) ) all’invasione di Pordenone basta lasciare i propri contatti qui. E’ un link che potete (dovete!) far girare!!
P.S: l’ingresso al Museo costa 3 euro, 1 euro ridotto.

aprile 19 , 2013 at 8:25 am 1 commento

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