Giorno del ricordo
Il 10 febbraio è il Giorno del ricordo. Lo è per una legge dello Stato Italiano.
Quando ho cominciato l’Università a Trieste nel 1998 mi stupii molto di avere tanti compagni di corso triestini che parlavano sloveno. Era un mondo per me totalmente misterioso. Sapevo che esistevano, ma di lì a capire che una minoranza non è un villaggetto coi vestiti in costume c’è una specie di gap culturale da passare. Poi col tempo ho cominciato a capire, anzi, per fino a stupirmi dello stupore altrui quando nel corso di qualche iniziativa o cerimonia venivano portati i saluti sia in italiano che in sloveno. E mi sono commossa, in un giorno in cui non cadeva nessuna celebrazione speciale, quando alla Risiera di San Sabba ho visto tante donne depositare rose rosse sul monumento che ricorda i morti sloveni in risiera.
Qualche anno dopo in treno ho incontrato una signora. Si era emozionata nel momento in cui il treno arriva sulla costa. C’è un punto di roccia e poi eccolo, che brilla il mare. Così ha cominciato a raccontare. A raccontare di lei da bambina, messa su una nave e spedita via dall’Istria. “In Italia non ci hanno voluti e siamo finiti in Australia.” In Australia, un posto di cui nessuno sapeva nulla. Poi lì dopo anni ha incontrato un ragazzo del Sud Italia, si sono sposati e sono tornati in Italia. “Ma è la prima volta che ritorno quassù da allora.”
Il giorno del ricordo fosse banalmente questo, almeno per un anno, ecco, sarebbe qualcosa. Ma così non è. E’ una rabbia che si contrappone a una rabbia che va avanti da decenni e che cerca di alimentarsi attraverso verità e falsità storiche (Pirina, pseudo storico pordenonese, è stato condannato per aver citato impropriamente in un suo libro sulle foibe nomi di persone che non centravano niente. Libro pagato coi soldi della Regione ovviamente.), dati, numeri, pretese. Così da una parte non si trova neppure mezza riga sulla lingua violata e le violenze inflitte agli sloveni, si esasperano i numeri sulle vittime delle foibe e si dimenticano del tutto i campi di concentramento fascisti dall’altra si rischia sempre di negare, si finisce col puntare il dito, a difendere. Come se il ricordo, se la memoria, appartenessero agli Stati Nazione anzichè ai popoli. Quasi che gli Stati Nazione, che abilmente tessono accordi commerciali ed energetici, abbiano sempre bisogno d’avere un elemento che sfili i popoli gli uni dagli altri, per una mai pace. Il buonismo di questi anni, il pressapochismo, ha fatto la sua parte. E anzichè la fine di questa rabbia perpetua si fa sempre più forte la deriva. Tanto che paradossalmente da una parte si assimilano gli istriani ai fascisti, ma io sono certa che molti di loro sono prima di tutto grandi cuochi e ottimi cucinatori di cevapcici, dall’altra s’inventano ancora, di continuo, parole orrende per parlare degli sloveni, che pure sono ottimi cucinatori di cevapcici. Un giorno saranno passati così tanti anni che certe cose avranno il valore dei 7 re di Roma. Darei volentieri allora una sbirciatina…
p.s. Di seguito il link al video su Gonars e il suo campo di concentramento. E’ una raccolta di testimonianze. Che non fanno mai male.
Add comment febbraio 10 , 2010
I movimenti di Piazza Risorgimento
Come ogni giorno anche sta sera ho attraversato la nota Piazza Risorgimento di Pordenone per vedere se beccavo qualche strano fenomeno sociale in atto. Come mi ero ripromessa, tanto per contribuire all’economia locale, sono andata in macelleria, (dove c’era un commesso molto carino tra l’altro) per poi proseguire sotto i portici della piazza. In effetti col kebabbaro curdo chiuso, la gelateria (aimè!) chiusa per turno di riposo, un certo buio e una certa tristezza pervadeva questo spazio della città. Ma ad un certo punto una strana oscurità ha raccolto la mia attenzione… ebbene si! Era chiuso il negozio di abbigliamento cinese! Eppure erano appena passate le sei.
Ora, come tutti e tutte sapranno questi negozi sono sempre i primi ad aprire e gli ultimi a chiudere la sera e stanno aperti tutti i santi e non santi giorni della settimana. Quindi ho come l’impressione che dopo tutte ste polemiche il tal negozietto abbia definitivamente chiuso. Tempo fa leggevo che i cinesi fanno un po’ così, quando comincia a girare una brutta aria che potrebbe coinvolgerli, spariscono. Sarà quanto accaduto in questo caso?
Giovedì proseguirò le mie indagini. Il fenomeno, se confermato, coi tempi che corrono potrebbe pure diventare una notizia da prima pagina del Gazzettino!
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Add comment febbraio 9 , 2010
Qualunque cosa succeda
Qualunque cosa succeda di Umberto Ambrosoli è un libro veramente bello. La commozione di un figlio rispetto alla storia di un padre, ma anche il racconto della nostra Italia dentro agli anni bui, chissà ancora per quanto, della sua storia. Tempo fa mi era capitato di vedere Un eroe borghese e raccogliere da questo film la storia di Giorgio Ambrosoli, ucciso nell’anno in cui io sono nata, mentre svolgeva la sua attività di commissario liquidatore della Banca Privata di Sindona. Ma questo libro racconta molto di più, perchè oltre l’integrità dell’uomo trasmette lo sfondo, il clima di certi avvenimenti, racconta la Storia di un tempo come ormai non fa più nessuno. Faticoso è spiegare, faticoso è capire, ma in questo libro le due cose s’intrecciano in maniera semplice. Così come è compito del racconto.
Ecco, non si resta sempre uguali a sè stessi leggendo queste storie. Chissà cosa accadrebbe se se ne leggessero dei pezzi in tutte le scuole, tra Dante e D’Annunzio e la storia dell’uomo primitivo raccoglitore e cacciatore…
Add comment febbraio 8 , 2010
Acqua italiana
Sta sera a Presa Diretta, trasmissione d’inchieste di Rai 3, parlavano dell’acqua, della nuova legge governativa sulla sua privatizzazione, delle esperienze di privatizzazione già vissute in varie realtà italiane, delle acque minerali. Così mi sono ricordata di questo pezzo che ormai ha un paio d’anni, frutto di una micro ricerca sul nuovo stabilmento della Dolomia a Cimolais. Cos’è cambiato da allora? Niente. L’acqua Dolomia la si trova un po’ ovunque e certo è che si è un po’ suddivisa il mercato con l’acqua Pradis, che sempre roba nostra è. Nel frattempo la crisi ha fatto capolino e tutte queste bottigliette non hanno di certo salvato i posti di lavoro perduti dalla nostra provincia.
Il tema della privatizzazione ha già toccato varie volte i comuni della nostra provincia e la sensazione è che il bene e il male, gli interessi collettivi, saranno definiti da poltrone, careghe e consigli d’amministrazione, interessi privati da difendere, affari da sostenere. Così come va con l’immondizia. Anzi, andrà a finire che acqua e immondizia correranno felicemente parallele. Sempre che… sempre che non ci venga un’idea migliore. Cosa proprio impossibile?
3 comments febbraio 8 , 2010





