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Scuola e Precarietà

Lunedì scorso mi è capitato di intervenire in un’assemblea d’istituto, in uno dei più importanti licei della città. Accantonando gli attacchi, seppure lievi, ma finiti ugualmente sui giornali, la cosa che più mi ha colpito è stata la totale assenza del concetto di precarietà all’interno di quei ragazzi. Avevano 18, 19 anni e mi sono parsi del tutto lontani dal percepire che cosa significhi precarietà oggi. Certo, hanno tutto il tempo di imparare. Ma questo significa che c’è un fenomeno che impregna totalmente la mia generazione che però non impregna la società, non impregna loro.

Non so se dire che è un bene o un male. Da un lato se non danno per ovvia una probabile loro condizione prossima a venire c’è pur sempre la possibilità che comincino a rifiutarla (almeno loro…). Dall’altra però mi chiedo: è uno stato di cose veramente tanto lontano dall’insieme del popolo italiano?

Eppure la regione Friuli e con essa anche la provincia di Pordenone, in questi anni hanno visto centinaia di famiglie costrette a ricostruirsi a causa delle chiusure di aziende votate alla delocalizzazione verso est. Qui, come altrove, il miglior contratto per una giovane o un giovane è a tempo determinato. E anch’io con il mio contratto da poco a tempo indeterminato (che non sfiora mai i 1000 euro) vivo comunque quello stare incerto, quella difficoltà di sentirmi in pace, quell’incertezza con la quale ho dovuto convivere dai tempi dell’università. Quando chi ne usciva e finiva prima di me ritornava a vivere in famiglia, non avendo in ogni caso garantita la copertura di un affitto per un anno.precariet.jpg

Purtroppo credo non sia vissuta come necessità collettiva quella di modificare lo stato del lavoro attuale. Eppure dovrebbe esserlo, per una sorta di esigenza impellente, transgenerazionale. La mobilità sociale apparentemente raggiunta negli anni passati è tornata ad incagliarsi, chi si permette un azzardo su sè stesso è spesso solo chi può, perchè qualcuno lo sostiene alle spalle. Gli altri si lasciano trascinare in una sorta di depressione collettiva e autogenerante.

“Tanto meglio di così non si può stare” sembra il moto amareggiato dei trent’enni di adesso. Ma la verità è che in questo stare le migliori idee, i migliori intuiti, anche il più piccolo coraggio viene a spegnersi. E’ il suicidio questo del modello di regione all’avanguardia che Illy spera. Come se non bastasse lo scarso investimento che le nostre aziende fanno in innovazione, ricerca, sviluppo. I piccoli reinvestono sì: in auto nuove, vestiti, villette, vacanze. Così cambia il paesaggio dei nostri paesi, ma non l’anima del lavoro del Friuli. In questo stare quante energie si perdono? In questo modo di operare quanti sogni s’infrangono prima del mattino?

Il Friuli del lavoro potrebbe essere flessibile se la flessibilità stesse per scelta dalla parte di chi lavora: se potessi essere nelle condizioni di spostarmi, stabilire i miei tempi di lavoro, ricevere da ogni luogo esempi di professionalità e competenza. Ma non è così che funziona. La precarietà sta solo da una parte. Così molti coppie convivono nella paura che un giorno la miseria le sfasci. Rimandano figli che non arriveranno forse mai nella paura di perdere il posto di lavoro. Hanno il coraggio bruciato a trent’anni.

La legge 30 e la classe imprenditoriale italiana sono colpevoli di crimini contro l’umanità.

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