E se non fossero solo sciocchezze?
Luglio 11 , 2008
Oggi mi è capitato di leggere questa lettera di Bifo (ossia Franco Berardi). Visto che il nome di costui compare spesso nel mio girovagare, citato e stra citato oggi ho chiamato in causa pure Wikipedia. Non mi sono mai spiegata perchè non l’ho mai capito e neppure perchè non ho quasi mai apprezzato quello che scrive. Ma da quel recente articolo sopra linkato (dal titolo eloquente “Una nuova strategia anzi due”) ho avuto un’illuminazione che mi ha portato ad un ragionamento buttato giù di getto e di sfogo. In quel tal articolo si parla di chiusura e autoprotezione di fronte alla prossima futura crisi del pianeta. Ma io la vedo in altro modo.
E’ tempo di monastero, ma non per me, non per la nostra generazione. Ci vada pure la sua. Ci vada chi ha già vissuto la propria stagione di proposte e subito dopo le elezioni è rimerso a proporre soluzioni che richiamavano sempre, inevitabilmente, a dibattiti a me estranei frutto delle analisi degli anni ‘70.
E’ questo il tempo del loro silenzio.
Altrimenti quando sarà mai il tempo della nostra storia? Del nostro narrare e lasciare memoria? Ogni diritto esiste dal momento in cui ne esiste la coscienza e lo si agisce. Non basta narrarlo nè averlo scritto. Questo ci insegna la storia, dei nostri nonni e dei nostri genitori.
Ma se non facciamo nostro un certo tempo non avremo niente da tramandare a chi verrà.
Io dico sempre ai certi cinquantenni che il loro sentirsi incompiuti è la tomba dei nostri entusiasmi. Perchè non c’è spazio che non viene occupato se non da loro, insistentemente, sempre allo stesso identico modo, nella ricerca ossessiva di veder realizzato qualcosa che neppure sanno cosa.
Così che lo spazio per proposte altre è sempre rinviato a un domani indefinito perchè non risponde ai loro bisogni. Ma magari risponde ai miei.
E non è per bisogno di sentirsi protagonisti, ma per l’essenziale bisogno di tentare un impossibile che altri non hanno e non possono avere la fantasia di ripensare.
E’ una cosa su cui rifletto da tempo che tocca la politica e che tocca il sistema del lavoro. Quale è la forma migliore di vivere il presente e costruire il futuro è qualcosa di non delegabile a fantasie già scadute.
Se Bifo andrà nel suo convento assieme a tutti i suoi convenuti, io andrò volentieri a comprare le sue zucchine e le sue carote, a imparare qualche nuovo modo di risparmiar corrente che avrà modo di inventare.
Ma non intendo tacere nè nutrirmi di supponenza verso le signore che comprando il pane commentano l’odore della signora indiana pensando che tanto io non penso così e loro pensino quello che vogliono, non intendo delegare alle relazioni tra i sindacati il futuro del mio contratto di lavoro, non intendo fingere di non vedere mentre Tondo fa gli accordi per il nucleare in Friuli. Non ho bisogno di preservare il mio pensiero, ma di costruirlo!
Perchè “il possibile non si sarebbe mai raggiunto se non si fosse sempre ritentato l’impossibile” come scriveva Weber e come insegna la scienza.
Perchè so che non avrei mai potuto scrivere questo post se Babbage nell’800 non avesse pensato che fosse possibile creare una certa macchina, che non riuscì mai a finire perchè richiedeva ingranaggi che riuscirono ad essere inventati solo dopo di lui. Ma questo non gli impedì di tentare e ritentare.
Entry Filed under: Politica, informatica, partecipazione. Tag: Politica, giovani, pensieri.


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