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La stazione
Nel Messaggero Veneto di oggi, pagine di Pordenone, spicca un articolo sulla stazione di Pordenone incustodita.
Qualcuno ci dorme, dicono, visto che la notte non c’è più nessuno per i tagli effettuati da RFI e nessuno la chiude. Così chi arriva di notte ci trova i dormienti: grande problema per la sicurezza! E prima chi c’era? C’erano “un dirigente macchine e un manovratore che si occupavano di controllare la regolarità del traffico lungo i binari” riporta il Messaggero Veneto. Forse le due figure erano sufficienti a non far giungere nessuno a dormire, forse chiudevano i locali dove oggi ci sono i dormienti.
Certo si limitavano a questo, e non a pattugliare la stazione. Non è il loro compito.
Mi è capitato spesso di viaggiare di notte, volente o nolente, spesso per colpa di treni in ritardo. Arrivare a mezzanotte in una stazione deserta dove l’unica compagnia è quella di chi scende con te. Succede a Pordenone, come a Trieste, come altrove. Succede che arrivi e magari devi raggiungere la bicicletta o incamminarti a piedi, magari non c’è nessuno ad aspettarti. Succede che col buio che ti accoglie ti arriva d’istinto un “forza e coraggio”, perchè inevitabile ti cade addosso una specie di paura. La paura del buio e della solitudine.
Che sparisce solo quando arrivi a casa, o passi tornando per qualche bar e lo vedi ancora aperto. Saranno mica i due ferrovieri la garanzia della sicurezza… come se mi fosse mai capitato di vederli tra l’altro, a Pordenone come altrove. E spero nessuno creda che alla nostra Pordenone serva tappezzare i bordi delle strade di polizia!
E allora sarebbe meglio rendere interessanti i fatti secondo altre prospettive, parlando dei tagli magari e degli effetti reali che essi producono, scoprendo magari che altrove hanno causato problemi peggiori, alimentando ragionamenti complessivamente diversi, allertando nella gente altri neuroni, indagando se effettivamente qualcuno dorme e chi e perché. Ma di questo non ci parla la giornalista da prima pagina che certo non rientra tra gli esempi di chi mi piace leggere.
Al giornalismo di bassa lega viene facile il successo che colpisce alla pancia, osando ragionamenti che non hanno niente a che fare con l’informazione, perdendo valore, inevitabilmente. C’è una responsabilità sociale del giornalismo oggi? Un po’ credo dovrebbe esserci. Chissà, forse sta già nascendo un nuovo albo dedicato agli “esperti dei copiaincolla da Google”.
1 comment Luglio 22 , 2008





