Archive for ottobre, 2008

Sole a nord est

… e piazze di studenti. E insegnanti. Vorrei correrci anch’io, ma a ognuno spetta la propria lotta. La mia è faticosa di per sé proprio perché neppure cominciata. Lo sapevo, lo sapevo che prima o poi avrebbero dato segnali di vita…

La meglio gioventù…?

ottobre 30 , 2008 at 4:23 pm Lascia un commento

Per ricordare

Ultimamente queste parole le ritrovo un po’ ovunque. Ci sono sempre state, nei posti dove guardo, ma solo adesso le ricollego fra loro. Perché forse è una forma di destino. Per questo le riporto qui. Magari destano, magari annoiano, magari ricordano…

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci (1917)

…gioventù di quasi un secolo fa…

ottobre 28 , 2008 at 2:30 pm 1 commento

Piove…

Finalmente piove. Ma alla pioggia qui a nord est forse ci eravamo disabituati. Forse per questo crea effetti in tutti strani: mal di testa, nervosismi… In me fa passare la voglia di lavorare. Così ho pensato di passare il tempo installando Firefox 3 sul mio povero pc Linux, già stressato dai miei tanti esperimenti d’installazione. Il risultato? Pessimo. Anche perchè non ho visto esteticamente nessuna variazione rispetto al Firefox che sto usando adesso (la versione precedente di default sulla distribuzione Gusty). In più avrei dovuto installare qualche plugin o che so io per far andare Radio2. No, no, con tutto quello che ci ho perso (risolvendo in maniera poco pulita presumibilmente :P ) per farla andare così com’è, così com’è me la tengo. Così mi è passata anche la voglia di provare a installare Open Office 3 (tutte cose che mi è stato dato l’ordine di sperimentare comunque, non mero frutto del mio perder tempo!).

Per non parlare della voglia di aggiornare il tutto direttamente a Hardy. Sospetto che come minimo, visto che pure piove, nel bel mezzo dell’installazione potrebbe andare via la corrente (no, non ho un gruppo di continuità…) e dovrei ricominciare tutto da capo perdendo due giorni a risistemare tutte le cosette che ho su: esperimenti d’Apache, di Wiki, di Drupal, iReport, Java…

No, non ho voglia. Non bisognerebbe far lavorare gli informatici se non hanno voglia. Potrebbero fare danni inaspettati. Certo, è ben difficile si facciano male come capita ai troppi lavoratori italiani. Ma magari potrei scivolare in magazzino a riordinare. E lì chissà… Ecco, quasi quasi scendo nel nostro mondo incantato: cavi e cavetti, scatole di garanzie scadute da secoli, video dell’anteguerra, schede rotte, polvere, luce soffusa. Ecco quasi quasi scivolo li a pulire e sistemare, a rattoppare…

Per fortuna non sono un dipendente pubblico, altrimenti domani Brunetta potrebbe mettere questo mio post in cima alla lista di qualche suo sito.

Ma mi chiedo com’è, visto che capita a tutti, visto che capita a tanti, che non ci sia una tutela, una forma di malattia, per permettere a chi sta in una giornata psicologicamente non idonea di stare a casa. Forse sono pensieri per un altro secolo.

ottobre 28 , 2008 at 2:11 pm Lascia un commento

Insegnare all’Università

Di docenti universitari ne ho conosciuti tanti studiando ingegneria. Dal primo anno alla laurea ho attraversato qualcosa come 27-28 esami. Certi corsi li ho pure seguiti più volte, cambiato docenti, incontrato assistenti. Ho poi seguito anche qualche corso di altre facoltà mentre facevo il Servizio Civile all’Università: fisica, giurisprudenza, traduttori e interpreti.

Ne ho incontrati di tutti i tipi, di tutte le sorti.

Per questo posso dire che adesso che mi son messa a studiare economia ho incontrato un insegnante bravo. Proprio bravo. Scriverei il nome se non sapessi che poi magari verrebbe a leggere cercandosi su Google e ancora non ho dato l’esame.

Di docenti così quanti ce ne sono nelle Università italiane? Facendo il conto, per mia esperienza, direi un 5%. Esagerando. Esagerando moltissimo. Quelli che ti portano in aula la rabbia per le cose che succedono fuori. Ma in modo sempre elegante. Quelli che ti mostrano passo a passo che si vive dentro, ma anche fuori. Quelli che se stanno facendo una ricerca su qualcosa che ritengono interessante la condividono con te: anche se in un’aula di 120 persone sanno che capiranno in 10 quanto stanno dicendo.

Quelli che puoi anche non essere d’accordo con quanto dicono, ma intanto meritano rispetto e non solo sottomissione. E presentano le questioni chiamandole teorie e non doveri da mandare banalmente a memoria.

Qualcuno dirà che ne ha trovati molti di docenti così. Sul serio? Di quelli che si autoaccusano per la crisi finanziaria: in parte è colpa dell’etica che certa istruzione non impartisce se si permettono bilanci poco puliti per le aziende.

No, io credo che ce ne siano pochi pochi.

E forse per questo c’è qualcosa da cambiare in queste università di cui nessuno si preoccupa: nonostante sfornino dottori, maestre, avvocati, fisici, scienziati, insegnanti. Nonostante determinino una parte consistente della vita di ogniuno di noi…

ottobre 27 , 2008 at 9:36 pm Lascia un commento

La campana

Oggi suonava la campana dal campanile del mio quartiere.

Non so più perchè suonano le campane. A malapena avevo imparato a capire qual era il suono per festeggiare una nascita. E quello che segnava una morte. Le signore scendevano in strada al paese e di vicina in vicina si chiedevano per chi era. Finchè la voce arrivava anche a casa mia. Per i morti come per i nuovi nati. Ma per quelli si sapeva sempre “chi aspettava”.

Invece questo suono delle otto meno dieci non l’avevo mai sentito. Penso poi usino campane elettriche nel mio quartiere. In fondo non c’è neanche un vero campanile.

Ho pensato che avrebbe potuto segnalare un incendio (non si usava un tempo fare così?). O cosa in questo lunedì d’autunno, che fa quasi inverno?

Così mi sono accorta che codici perduti attraversano i territori, prima condivisi, ora più niente. Poi mi si dica che bisogna insegnare la “cultura italiana” ai bambini immigrati che arrivano in Italia. Ma quale cultura? Ogniuno è ormai portatore di una sua storia e io fatico a ricollocare la mia nei dialoghi coi miei coetanei, dove ognuno mescola esperienze che vengono da tanti dove, da tanti stare, dove perfino la lingua è un mescolarsi di dialetti senza origini precise e posso mettere insieme i ricordi delle parole venete imparate da bambina ai triestinismi della mia vita universitaria alle vocali di questa Pordenone che non so se mai l’ha avuta una lingua con cui definirsi.

Dentro a questo pensiero ci sta l’idea che chi si aggrappa fortemente a qualcosa, ecco, io lo capisco. Ma prima mi si venga a spiegare perchè suona la campana, che cosa suona, come capirla, perchè ecco, riempire le cronache dei giornali con certe parole senza dargli un senso, questo no, non lo capisco.

Forse avrei bisogno di un corso di cultura generale italiana anch’io. Certo, ho dei dubbi su chi potrei ritenere un valido maestro.

ottobre 27 , 2008 at 9:21 pm 1 commento

Fiaccolata per la scuola pubblica

Ieri nel tardo pomeriggio c’è stata in piazzale Ellero a Pordenone una piccola fiaccolta organizzata dalla Cgil. Io non insegno e non ho bambini a scuola. Non ho neppure la tessera della Cgil. Ma, come mi ha insegnato mio padre e poi la mia prima insegnante di lettere al liceo certe volte bisogna saper essere lì per solidarietà. E perchè come cantava De Andrè riprendendo le parole del maggio francese “Per quanto voi si sentiate assolti siete lo stesso coinvolti.”

C’erano pochi insegnanti, pochi studenti e in fondo io, se non fossi stata avvisata un’ora prima, non lo sapevo neppure col tempo risicato che ho avuto in questi giorni. Mi dicono che così facendo mi sono persa anche le diciarazione dei giovani della destra, che alle ultime elezioni hanno conquistato le scuole di Pordenone. Allora me le sono cercate, e lette, un’intervista agghiacciante quanto stupida riportata sul Gazzettino (fortuna che tra un po’ il link non funzionerà più).

Eppure, nonostante tutto, mi sono tirata un po’ su di morale. Un po’ su.

ottobre 25 , 2008 at 12:28 pm 1 commento

Paura

Forse non aspettano altro. Che si cominci a percepire la paura. Ma io la sento già. Ed è come gelare.

Forse è un errore pensarlo. Ma mi faccio coraggio ascoltando vecchie canzoni ormai, storie, perchè segni sempre più violenti mi dicono che ormai il fiume è straripato e o ti adatti a nuotare con lui oppure tocca. Tocca Resistere.

Non sono solo le lettere sui giornali, le dichiarazioni dei leghisti a spaventarmi. Oggi a lezione si è sollevato un brusio infastidito quando il prof si storia ha parlato di classe operaia. Il brusio si è poi marcato ancor di più quando ha citato Marx. Mentre prendo il caffè all’Università sento discorsi che gelano. E mentre prendo il caffè al lavoro sento le stesse cose. Anche chi si mantiene su certe posizioni che tradizionalmente parlano di antifascismo, antirazzismo e democrazia legittimano le parole di chi chiede la chiusura delle frontiere.

Una volgarità dilagante e un asutuzia fine stanno scivolando in maniera violenta nel nostro paese. Poi qualcuno dirà “Com’è potuto succedere?”

Forse sarebbe il caso di abbassare le nostre riserve individuali e darsi da fare: ho come il sospetto che presto anche trovarsi concordi sui principi basilari della democrazia sarà cosa da pochi. Si provi qualcosa, un’invenzione, una gran festa. Si osi.

Chissà che se ne vada la paura.

ottobre 23 , 2008 at 9:46 pm 4 commenti

Foto e pensieri

Ecco qui un po’ di immagini del 20 ottobre.

Oggi a lezione di economia aziendale (e già, cerco di andarci ogni tanto) il prof ha sostenuto l’idea della responsabilità morale dei docenti universitari di fronte alla crisi economica che avanza. E’ anche colpa loro, dice, se qualche revisore dei conti ha accettato bilanci non proprio come andavano fatti, specie negli Stati Uniti più che in Italia.

Interessante questo corso di economia: per la prima volta sento un docente parlare con coscienza del presente, riflettendo al suo ruolo rispetto l’attualità. Comunque non ha poi mancato di dire: “quando sarete laureati, la futura classe di…” Io non ho potuto fare a meno di ridere: ci raccontavano lo stesso ad ingegneria, convinti che bastava una laurea in mano e un po’ di buona volontà per cominciare a lavorare con una paga base di1500 euro al mese… E vabbè, non possono essere perfetti.

ottobre 20 , 2008 at 10:15 pm Lascia un commento

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