Festival dell’economia a Trento

Anche se con qualche giorno di ritardo rispetto ai fatti, come non raccontare la mia prima volta al Festival Economia di Trento?

Il mio obiettivo era beh, ascoltare dal vivo Luca De Biase, che considero molto bravo. E per riuscire a fare questo incrociando purtroppo i mille impegni del week end mi sono svegliata presto per la presentazione del libro “L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro” di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi. Devo dire che la cosa più affascinante è stata trovarmi in una sala praticamente vuota e davanti i due autori, De Biase e niente meno che a Alexander Stille, giornalista americano molto molto famoso (personaggino tra l’altro!).

Ora se ne potrebbe parlare per ore della simbologia che questo ha: io ero lì un’ora prima temendo di non trovare posto e invece avrei potuto arrivare anche dopo mezz’ora. E paradossalmente si parlava di informazione. Forse il problema è che la questione non sta tanto nel mezzo di comunicazione quanto nella comunicazione in sé…

E’ vero che nell’assenza di una capacità di senso rispetto al futuro dell’informazione si vagheggia un po’ su tutto, ma a me ha fatto un po’ ridere pensare all’importanza che veniva data al nuovo iPad, oggetto che non ho neppure mai visto. Capisco prendersi per tempo, ma mi sembrava di avere a che fare con degli extra terrestri, con persone al di fuori di ogni spazio e ogni tempo.

Io mica ce li vedo i siori del paese, principali acquirenti dei quotidiani locali, che gironzolano il dito su una tavoletta tra un caffè e una briscola! E per come vedo le cose non mi pare ci sia necessità/domanda/esigenza di bar tanto diversi da questi per i prossimi 15 anni.

Però diciamo che ciò che mi ha fatto proprio pensare che non sempre chi parla è così saggio da essere ascoltato per tutto ciò che dice è stato sentire Massimo Gaggi che se la prendeva con gli ingegneri. Poi mi ha fatto notare che lui se la prendeva solo con quelli di Google, ma i suoi discorsi erano in verità mooolto generalistici. Ma il ruolo di un giornalista, dico io, non è anche quello di dare a noi lettori una certa visione, narrazione d’insieme della nostra società?

E come può ignorare un giornalista che la forma mentis dell’ingnegnere non è mossa al mero materialismo o al tecnicismo, ma alla risoluzione dei problemi che gli vengono posti? Come può venirmi a parlare di scarsa sensibilità dei tecnici rispetto alle cose della vita? Sono rimasta alquanto allibita: come possono vivere ancora certi preconcetti dentro la società della metamorfosi occupazionale continua, dove bisogna essere altamente specializzati, ma tenersi pronti a saper fare qualsiasi cosa? Forse Gaggi ignora che sono le sensibilità mescolate alle competenze che offrono i prodotti tecnologici che gli permettono di telefonare a casa?

Se si lancia un accusa agli ingegneri di Google (che non sono i proprietari di Google) per essere poco attenti alla privacy cosa si dovrebbe dire di quelli della Beretta che progettano pistole? Non c’è dietro forse una responsabilità collettiva? Non è che forse collettivamente ci va bene così?

Che follia prendersela con una categoria. Davvero un giornalista non ha nessun potere e nessun effetto o influenza? O responsabilità sociali minori dei tecnici?

La verità è che forse c’è un certo potere espresso nelle tante discussioni sui nuovi media che bene o male ci sorbiamo tutt*: mentre chiudono le aziende di produzione e nessuno lo sa, il giornalismo invece cerca di rendere partecipe tutti gli aspetti della vita sociale di questo paese della propria crisi per trovare soluzioni alla salvaguardia della propria categoria.

Io se fossi un giornalista (e Gaggi spero non manderà i suoi figli a fare gli ingegneri, ma li spingerà a fare ciò che desiderano -almeno “ai figli di” sia data la possibilità di coltivare le proprie passioni-) guarderei dentro ai bar che cosa succede e che cosa mi manca da non essere sentito più così essenziale per la mia gente (e questo non significa raccontare ciò che il lettore vuole leggere!).

E lo so che qualcuno consiglia alla classe politica di fare la stessa cosa: ma c’è un certo nesso tra l’incapacità di costruzione e prospettiva di società e l’incapacità di farsi narratori dei fatti della stessa in maniera libera e non vincolata (dalla classe politica, economica, editoriale).

Comunque che ne posso sapere io che ho una laurea in ingegneria, che non ho mai visto un iPad e che non riesco manco a prendermi il portatile nuovo?

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Un commento su “Festival dell’economia a Trento
  1. [...] tempo fa son stata a Trento per il Festival dell’Economia alla presentazione di questo libro. La lettura è stata così faticosa da finire ieri sera, dopo [...]

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