Archive for novembre, 2010

Appello per la Pordenone che cerchiamo

Premessa: due donne che stanno in due partiti diversi e che però si incontrano spesso sulle piazze decidono di incontrarsi in una cucina. E di pensare ad un’idea che faccia uscire le persone di casa e parlare di qualcosa. Allora guardandosi in faccia cominciano a scrivere. E lo fanno così, un po’ di getto, mediandosi l’un con l’altra nello stile, mentre cala la notte e tutto sembra riuscire quasi bene. Ditemi un po’ che ve ne pare: a noi sembra che sia arrivato il tempo di osare qualcosa, sbagliamo? (E se volete dire qualcosa, condivide, etc, lo trovate anche su Facebook)

Cara città,

ti scriviamo perché vorremmo ci ascoltassi, per un momento, e si esaudissero tutti i nostri desideri.

In questi anni, attraversando le tue vie, ci siamo accorti che qualcosa ci manca. Ce ne siamo accorti accompagnando i nostri figli al nido, guardando gli edifici delle nostre scuole non a misura di bambino, le sedi delle nostre associazioni, che meriterebbero spazi più adeguati. Ce ne siamo accorti ogni volta che non ci siamo sentiti coinvolti nelle scelte sulla gestione del territorio, ogni volta che abbiamo letto di centri commerciali spuntare come funghi e palazzi colorare il cielo per poi restare tenebrosamente vuoti.

Cara Pordenone,

ci siamo chiesti chi ti governerà dalla prossima primavera. Sarà qualcuno capace di inventare e cercare soluzioni di convivenza che non facciano parlare di “ordinanze buone” solo per finire sui giornali nazionali? Le tue piazze, cara città, hanno bisogno di essere vissute, abitate e raccontate, non chiuse e messe a tacere.

Sicurezza non è cancellare la paura: ma imparare a non avere paura dell’altro.

Ci chiediamo se sarà uomo o donna a chiamarsi Sindaco: sarebbe bello sapere di avere una città capace di parlare alle sue donne. Quelle che si arrangiano come possono con gli orari e i percorsi infiniti degli autobus e che fanno i salti mortali per difendere il loro posto di lavoro e fare le mamme. Quelle stesse che saprebbero bene cosa proporre concretamente per tanti problemi della città, se solo venissero un po’ più coinvolte e supportate.

E chissà se chiameremo sindaco un operaio in cassa integrazione o un artigiano o un commerciante alle prese con la crisi. Avrebbero certamente qualche idea per pensare a una burocrazia più virtuosa, per l’accesso a servizi capaci di supportare le famiglie e le persone nella difficile fase lavorativa del momento.

Sappiamo bene che nessuno ha la bacchetta magica che fa stare bene tutti e subito. Ma vogliamo sapere di andare ad eleggere qualcuno che penserà a un progetto di sviluppo economico che preferisca il verde all’odore di bruciato. Perché l’innovazione di cui abbiamo bisogno non prevede inceneritori, ma processi di riciclaggio dei rifiuti “totali” ed energia che si produca dal sole senza bisogno di sprecare i frutti dell’agricoltura. E non considera merci i beni comuni come l’acqua, ma li difende per mantenerli pubblici.

L’innovazione ha bisogno di idee, quelle che possono arrivare dalla freschezza giovanile, dalle energie dei ragazzi che chiedono spazi autogestiti per incontrarsi e luoghi per esprimersi. Ha bisogno del contributo dei tanti disposti a mettersi in gioco: perché per risollevare un territorio serve l’unione di intelligenze diverse, non bastano pensieri solitari.

Ecco cara Città, da questo nostro sogno vorremo partire, per ritrovarci con un programma comune e magari un sindaco che lo porti avanti.

Per questo sappiamo che servono tante teste capaci di incontrarsi e discutere assieme. E per questo vorremmo che questa lettera fosse firmata da tanti tuoi cittadini/e.


novembre 30 , 2010 at 9:11 pm 2 commenti

L’ebook dei Cjalsons

preparazione_ravioliNon so se i miei prodi lettori ricorderanno il lungo tempo del mio vanto per aver partecipato ad una bellissima idea lanciata da Rossella (una foodblogger friulana di San Daniele finita a vivere a Roma) di Ma Che ti sei mangiato?… Beh, la proposta lanciata era quella di sperimentare una ricetta di Cjalsons, piatto tipico della cucina friulana. Le ricette le ha fornite direttamente Rossella, ma i prodi cuochi potevano osare le necessarie varianti del caso. Ebbene, come ho poi raccontato qui, la mia opera si è svolta nello stupore generale di amici e parenti, nella mia piccola cucina di Pordenone, certo molto meno attrezzata del necessario…

E non solo la mia!! Rossella ha infatti raccolto più di 50 adesioni (da varie parti del mondo!) e ha deciso di realizzare un ebook con tutte le ricette e le foto delle opere dei partecipanti. Io, da scarsa cuoca, devo solo ringraziare Rossella per lo splendido lavoro e per lo stimolo che questo ha prodotto ai fini dello sviluppo delle mie arti culinarie. Ho superato la paura dei fornelli osando persino sperimentare molteplici ricette a base di zucca. Che dire?

Beh, non mi resta che suggerirvi di andare a leggere il risultato di questo lavoro di squadra. E a rifletterci su: nessuno ci ha guadagnato denari, nè premi, anzi, ci è servito tempo e pazienza! Ma quanta soddisfazione!

Ecco, se non riuscite a capire che cosa diavolo sia questo bizzarro mondo del web 2.0, se non riuscite a capire perchè si dice che possa tanto influenzare le nostre vite, se rimanete perplessi e incerti rispetto al senso della parola crowdsourcing (tra l’altro è appena uscita l’edizione italiana del libro di Jeff Hove, quello che ha lanciato l’idea della lettura collettiva di American God), se pensate che tutto questo non riguardi nè voi, nè la vostra azienda, nè la vostra organizzazione del lavoro, nè i servizi, i rapporti coi clienti o coi fornitori, beh, leggetevi l’ebook di Rossella.

E se ancora non avete capito, beh, cominciate a studiare, và. E a curiosare. Perché tutta questa lentezza esasperante nel comprendere le cose, nel far passare l’ignoranza come “processo di riflessione”, nel ripetere fino allo sfinimento “ognuno fa quel che sa fare” (la partita doppia l’ho imparata in un corso di 6o ore, avanti), è F-O-L-L-I-A.

Qual è il costo che paghiamo per l’ignoranza di pochi? Il costo complessivo, mi chiedo. Alto, molto alto. E mica perchè siamo circondati da scemi, suvvia.

A volte vorrei gridare al mondo che in tutti gli anni della mia università se mi serviva di fare qualche conto aprivo Matlab, non Excel. E che la tesi di laurea non l’ho scritta usando Word, ma LaTeX. E che quando mi si chiedono informazioni su il pacchetto Office si attinge alla mia cultura generale, non professionale. Come quando tocca a me spiegare la differenza tra comitato pari opportunità e consigliera di parità anche a chi guadagna più di me.

Ecco, uno potrebbe pensare che Rossella in tutto questo centra ben poco. Invece centra eccome se parlando di cjalsons si arriva a parlare di organizzazione del lavoro, fosse solo per associazione di idee ;) .

novembre 29 , 2010 at 7:49 pm 4 commenti

Chi capita qui, quasi sempre per caso

Qualche giorno fa ho preso l’autobus (cara vecchia Linea Rossa) che porta al centro commerciale. Nell’autobus c’era una ragazza dell’est Europa, così a occhio, che prendeva nota delle cose e ne cercava la traduzione in un vocabolario. Avrà avuto 26-27 anni e quell’aspetto misto tra studente e turista volenterosa.

Così mi sono ricordata che l’anno scorso ho conosciuto una ragazza polacca, finita a vivere a Pordenone per fare un tirocinio all’Electrolux di Porcia assieme ad altre ragazze. E ho pensato a Lidia, laureata in economia, spagnola, finita a vivere qui assieme al suo ragazzo, ingegnere argentino, chiamato per lavoro. E mi sono ricordata di quel giovane fotografo australiano che un paio d’anni fa mi aveva spiegato di aver scelto di venire a vivere a Pordenone facendo un calcolo a caso con una cartina dell’Europa e verificando che Pordenone (a detta sua) stava al centro di tutto (mah!). E quei 4 erasmus spagnoli che ho incrociato qualche mese fa tornando a casa a piedi dalla stazione dei treni (erano stati a Roma come me…)?

Quanto resto del mondo c’è dentro a questa piccola città? Quante occasioni del mondo ci perdiamo nelle incapacità di incrociarsi con le stesse? E chi incontrano poi questi ragazzi arrivando qui? Non c’è nemmeno l’ombra di quella cosa che capita in altre città universitarie, non c’è spirito nè luogo che racconti incontro. Solo il caso.

Ecco, si possono fare tutti i convegni che si vogliono invitando i pordenonesi che se ne sono andati altrove, ma forse valgono anche quei cittadini di passaggio, che magari perchè sanno di dover stare qui un anno, due, hanno occhio curioso, chiedono di capire e dare una mano. Invece poi si sentono dire “qui degli immigrati non ce ne facciamo niente”. E poi te li trovi che ti chiedono: “Ma forse non tutti gli italiani sanno che l’Italia è in Europa?”

novembre 28 , 2010 at 8:52 pm 6 commenti

Le cose belle

foto di francesco fantini

foto di francesco fantini

Ho iniziato oggi un corso di un paio di giornate sul reportage sociale a Trieste, presso la sede del circolo Arci L’Officina.

Oggi avrei dovuto essere stata almeno in altri 5-6 posti, ma ormai avevo deciso così e a differenza del solito, quando “sento” che devo per qualche ragione illogica cambiare opzione, ho deciso di restare nell’opzione corso.

E ho avuto ragione!!

Il maestro del corso è il fotografo Francesco Fantini, autore di numerosi lavori di reportage in giro per il mondo, e persona veramente speciale. Chissà se è sempre stato così, non ne conosco il passato, ma certo oggi è uomo di grandi racconti pieni di passione, semplicità e intelligenza. E autore di splendidi cieli e bianchi e neri.

E’ stato veramente bravo, uno che sa parlare bene di fotografia (senza bisogno di citare tempi e diaframmi) e giornalismo, mi ha fornito un sacco di spunti e stimoli, idee, cose su cui pensare. Adesso devo anche ragionare su un piccolo progettino da sviluppare nelle prossime due settimane… che non è facile, nono!

In più ho fatto un incontro noto e un altro ancora semplicemente passeggiando dall’auto al centro. Che dire? Trieste mi fa ancora incontrare molti più volti piacevolmente noti di Pordenone…:( Ma dice l’oroscopo di questa settimana di metter via i rimpianti per quello che non si è riusciti a diventare e non mantenere la rabbia verso chi si ritiene colpevole delle proprie non realizzazioni. E così proverò a far. Sperimentare le cose nuove, provare, e lasciar perdere il resto.

Ma non chiedetemi di regalarvi la mia intelligenza, frammenti della mia memoria, per imparare cose e ricordare senza pagare il prezzo dell’affitto del mio cervello. Non meno di 30 euro l’ora netti mi parrebbero il minimo, no?

novembre 27 , 2010 at 9:56 pm Lascia un commento

Avevo 25 anni

Martedì sera al Teatro Verdi a Pordenone c’era Claudio Bisio con “Avevo 25 anni”, uno spettacolo scritto dieci anni fa da Giorgio Gaber e Sergio Luporini, mai concluso, in verità. Ebbene. Io sinceramente, beh, vado a teatro a caso. Prendo l’abbonamento da non troppi spettacoli e vado. Quindi non leggo neppure chi c’è. Che ci fosse Bisio l’ho scoperto per via del cambio di data dello spettacolo (lunedì ha scioperato :) ).

Invece il pubblico era lì per lui. E per ridere. Invece c’era poco da ridere. Alla fine anzi, era un magone di tristezza.

Mi è venuto in mente che nel 99 o forse era il 2000, Gaber l’ho visto dal vivo, a teatro. Il tempo passa in modo incredibile da certi punti di vista.

In mezzo a questi dieci anni ci sono stati tanti segni che avrebbero potuto far trovare in Gaber dell’ottimismo. O forse no.

Certo è che lo spettacolo è finito proprio così. Ed è stato un gigantesco applauso. Perché la maggior parte dei presenti ha sentito un po’ di riscossa dai propri sensi di colpa. ma io sinceramente penso, che come spesso Gaber fa, la semplicità non risolva nella giusta semplicità la verità.

novembre 27 , 2010 at 9:07 pm Lascia un commento

il 27 novembre

No, non vengo all’assemblea dei soci, no non vengo alla lezione del corso, no non posso venire alla commemorazione dell’Anpi, nooooo…  pure a Roma dovrei venire?

Sabato ho altro ancora da fare…

Ho come l’impressione che qualcuno sappia che il mondo con novembre finisce e poi non c’è più niente da fare…

novembre 23 , 2010 at 11:13 pm Lascia un commento

Al mercato un topolino comprò

Sabato a Pordenone c’è il mercato: mamme e figlie, nonne, donne anziane sole, qualcuna in compagnia, signori estimatori di frutta secca. Ma presto ci sono le elezioni comunali. E allora basta mettersi al bordo della piazza, buttare l’occhio senza fare la fatica di osservare. Uno dopo l’altro sfilano i nomi noti della politica locale, recenti, antichi, che alcuni li credevi dimenticati.

Vanno, che perfino salutano se si sentono troppo soli.

Ecco, passano i secoli e forse qualcosa di più. Ma alla fine la piazza è piazza, l’agorà si fa agorà, quando glielo lasci fare. E da certi angoli il caos si fa ancora più caos, ancora più vocio e incrocio di palazzi sconclusionati che raccontano le scelte, una dopo l’altra, di tutti, uno dopo l’altro…

Che ti pare impossibile che sia lì il punto in cui si decide qualcosa. Lì, nel modo più antico di raccogliere le chiacchiere del quartiere.

E la piazza è la piazza mentre la giostra gira, il traffico si spezza e qualcuno suona cercando spettatori invano.

novembre 22 , 2010 at 9:31 pm Lascia un commento

Chiedimi se sono felice

Ho ricevuto una cartolina. Una cartolina che racconta di gente che torna a casa. Amici che hanno fatto la (mia) storia. In Europa, non proprio Italia e neppure Friuli. Ma ritornano. Che li si può andare a trovare e magari fare una partita a Carcasson :) .
Ieri un’amica ha scritto nella sua bacheca ci Facebook che chiedere “come stai?” non va più di moda.
In verità però a me sembra non vada piuttosto più di moda neppure rispondere “bene”. Figurarsi se chiedersi la dimensione della verità della risposta.

Siccome mi sono messa in testa di fare le foto con gli sfondi bianchi sono andata in cerca di un lenzuolo bianco. E allora ho portato a casa anche una pentola. E un tronchesino. E dei cacciavitini. Mai più senza :D !

Poi ho fatto delle prove, ma con la scusa del sole che si muove in fretta (e del lenzuolo che non si stirava)… allora sono andata a prendere sti famosi faretti: fino al CenterCasa a piedi. Tra casa mia e sto posto c’è la Casa della Madonna Pellegrina. Io credevo fosse dall’altra parte della città… Poi ho trovato un laghetto. Da dove salta fuori? Perché c’è? Mah. Prossima meta. Indubbiamente. Ci sono più laghetti a Pordenone che in montagna

Così ho recuperato i faretti. E ho scoperto che il sabato gli elettricisti sono chiusi, dovendo cercare i cavi per alimentarli.

E girando di qua e girando di là anche un chilo di cioccolata. Per chi torna a casa, ovvio :) . (uff e per sperimentare foto, ma mi è venuta solo tirandola un po’ :( )

 

novembre 20 , 2010 at 10:08 pm Lascia un commento

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