Archive for marzo, 2011
Teorie su treni e stazioni
Da due mesi e mezzo faccio la pendolare sui treni. E dato che da questa sera alle 21.00 a domani sera alle 21.00 i dipendenti delle ferrovie sono in sciopero (qui l’elenco di quelli garantiti in FVG), mi pare giusto fare oggi una raccolta di cose che ho osservato.
Sui treni dei pendolari la maggior parte dei viaggiatori sono… pendolari. Gente che va a a lavorare, studenti universitari e un universo variegato di ragazzi delle scuole superiori.
Ebbene: ho osservato attentamente il comportamento di questi gruppi e ho scoperto che se scendere dal treno e raggiungere la strada talvolta richiede un tempo molto lungo e fastidioso legato ad intasamenti vari, beh, la colpa è un po’ di una somma sbagliata tra capre e cavoli.
Infatti affinchè tutto funzioni al meglio è necessario che tutti remino nella stessa direzione, no? Ebbene questo non accade nei treni dei pendolari.
Nei treni dei pendolari viaggiano assieme gruppi con interessi fortemente contrapposti: mentre chi va a lavorare o all’Università maledice i ritardi perchè sono minuti, ore, di lavoro in più da fare magari nel pomeriggio, per gli studenti i ritardi sono una vera pacchia. Quando un treno è in ritardo, si ferma in mezzo alla campagna, loro gioiscono nel profondo, pianificano se vale la pena entrare con un’ora di ritardo, rintracciano col cellulare l’amico al primo vagone, si accordano per una colazione lunga al bar tal dei tali. Per gli studenti il ritardo del treno è una fatalità per rincorrersi l’un l’altro e raccontarsi storie ed è tutto un chiacchiericcio e uno scherzo che fa molto più rumore del mugugno di chi va a lavorare. Che secondo me significa che questo gruppo è più forte di ogni altro gruppo presente sul treno, o no?
E anche se il treno arriva in orario gli interessi contrapposti emergono fortemente: i ragazzi scendono le scale come lumache, difendendo il loro interesse al ritardo, si aspettano l’un con l’altro proseguendo nel loro modo, nel loro mondo. Chi invece deve andare a lavorare cerca di disvincolarsi, tra scarpe lente e zainetti penzolanti. E quasi sempre maledice quei 4 minuti d’intasamento.
Allora forse occorrerebbero treni per studenti e treni per i pendolari, treni che ogni tanto possono a sorpresa fermarsi per far passare un merci (ma non troppo spesso, ogni tanto) e treni che invece arrivano sempre puntuali. Allora ecco ognuno avrebbe i propri interessi soddisfatti e le ferrovie meglio saprebbero far contenti gli uni e gli altri.
Ecco, non so se la mia analisi è corretta. Ma mi sembrava utile dire che a volte ci impuntiamo sui non funzionamenti e ci pare impossibile che le cose vadano a rotoli e a qualcuno vada bene così. Ma il senso dell’andare a rotoli è relativo.
Potrebbe essere un esperimento interessante per verificare la mia analisi ristrutturare gli istituti scolastici rendendoli belli ed accoglienti, magari pensando a qualche evento stimolante come laboratori e incontri con persone meritevoli, oppure pensando a un modo nuovo di interrogare gli studenti per fare in modo che la paura non li tormenti di continuo.
Secondo me gli interessi contrapposti convergerebbero e col tempo, se la legge della domanda e dell’offerta funzionano ancora, i treni comincerebbero ad arrivare in orario…
In alternativa potrebbe essere una cosa da sperimentare quella di dotare le Università di aule più grandi e capienti, dislocate secondo una logistica migliore che eviti agli universitari di imprecare quando c’è un ritardo perchè temono di non trovare posto in aula.
Per i lavoratori non saprei che fare. Anche perchè la gente di una certa età non si accontenta mai.
Che in fondo in fondo qualche volta mi viene da dire che è meglio recuperare 5 minuti la sera ed aver ascoltato certe storie sulle trote, le vicende di un allevamento di mucche, i dolori di amori che nascono e muiono tra un “Siamo in arrivo alla stazione di…” e un altro che sorbirsi tutto il viaggio l’incredibile e triste storia delle 4 babe e dei loro geranei.
Decisamente no
Decisamente no, caro giornalista, non sarò io l’8° candidato a Pordenone. Al di là del fatto che si storpia sempre il mio cognome, non ho intenzione di prestarmi alla collaborazione di un’ennesima frantumazione della danza in corso per una poltrona da Sindaco.
Lo dico così, solo perché qualcuno mi ha chiesto chiarimenti. E non aggiungo altro, anche se vorrei. Perchè so che il compito di chi scrive talvolta è solo quello di muovere le acqua, provocare. Così mi trattengo, che è meglio.
E per una volta non sarò neanche candidata in qualche lista. Fine.
E non lo si chiami disimpegno, please…
La propria strada e i luoghi comuni
Mi è caduto l’occhio su un articolo del Corriere della Sera questa mattina, mentre cercavo di schivare le notizie sul Premier, sulla guerra, sull’allarme atomico (tanto tra allarmismo, silenzio e nazionalfatalismo non si sa bene cosa prender per vero e cosa no su questi tre temi…). Un articolo che racconta, molto in breve, una storia, quella di Marco, un laureato di 27 anni in biotecnologie che ha deciso di aprire un’attività da calzolaio.
Ora, a me non pare che sia una storia che fa notizia. Ma pur sempre una storia è e le storie degli altri ci occorrono a tratteggiare al meglio il nostro mondo, no?
Beh, la cosa interessante è stata comunque leggere i commenti: c’è chi dice bravo, che va promosso chi prova oggi a far impresa, chi dice che questa è la prova che tutti sti laureati non servono a niente, chi dice che l’Università oggi non serve a niente, chi persevera nell’idea che per fare i soldi occorra fare il pasticcere o, appunto, il calzolaio, chi dice che non c’è meritocrazia, chi si lamenta che i giornali non raccontano mai storie positive.
Al di là del fatto che secondo me è sempre positiva la storia di qualcuno che fa qualcosa di cui è contento, beh, a quell’articolo ci sono decine e decine di persone che ritengono importante dire la propria riportando al mondo un qualche perfetto luogo comune. Eppure questa breve storia non ci dice che cosa desiderasse fare Marco nella vita, prima di aprire la sua attività. (Non ci da neanche dati per dire che in effetti lui le scarpe le ripara molto bene.) Magari per lui era più importante restare vicino a casa che spostarsi in qualche altra città e per questo le sue indagini nella ricerca di un lavoro non sono andate a buon fine. Magari, avendo fatto tanti lavoretti nella vita, avrà avuto prima di tutto bisogno di mangiare e guadagnarsi da vivere in maniera stabile che inseguire lavoretti da ricercatore o campare con dottorati magari senza borsa di studio o tirocini gratuiti. Oppure avendo fatto tanti lavoretti sa bene che alla fin fine tante volte conta molto di più l’ambiente in cui ti trovi che il lavoro che fai: e schifo per schifo tanto meglio lavorare da soli.
Avrà magari pensato che in fondo ste biotecnologie non gli interessavano neanche un granchè. Che magari essere arrivato alla laurea era già un bene.
Chissà.
Non basta un voto o un titolo di studio a fare una persona. Non basta rispondere a un modello di luoghi comuni per definire la propria felicità.
Comunque questo articolo mi ha fatto molto riflettere: c’è ancora così tanta gente che dice che in Italia si studia troppo da farmi pensare che in Italia si studia veramente troppo troppo poco.
(E, senza guardare i tg, bastano le frasi sconcertanti di certe adolescenti e signori su Lampedusa… ma… alla prossima puntata!!)
Le mappe di Google…
Oggi su Ubuntu non mi fungevano neppure un po’ le mappe di Google, nè aprendole con Firefox nè aprendole con Chrome. Anziché comparire le strade c’era il messaggio “Spiacenti, ma non è possibile visualizzare… etc” e neppure la mappa satellitare era visualizzabile, si vedeva solo uno sfondo grigio. Orquindi che fare?
Ho chiesto a Google: reinstallato il java che serve, pulito la cache, svuotato tutta la cartella .cache dentro al profilo utente, ma niente. Ho conquistato solo la visione delle mappe satellitari.
Ho reinstallato pure Firefox, ma poi mi sono resa conto che se il problema era pure di Chrome, beh… c’era qualcosa di più che faceva il danno. Eppure… tutto funzionava fino a venerdì, ossia fino all’ultimo aggiornamento fatto a Ubuntu… senza riavviarlo.
Allora ho chiesto aiuto al popolo dei twitteri che prontamente mi ha fatto notare che l’unica cosa che legava i due poteva essere flash. Così ho tramacciato fino a installare una nuova versione di flash rispetto a quella che avevo e… tàtà! Magicamente le mappe son riapparse (e anche tutto il resto, le mappe le avevo prese come “riferimento”).
Non che mi servissero le mappe, però che fastidio quando qualcosa non funziona!
Ecco, vorrei dire, anche questo è crowdsourcing. Piccolo piccolo magari perché alla fine chi mi ha indicato la giusta via non si è beccato altro che un grazie.
Oggi ho visto questo articolo su Il Sole 24 Ore relativo all’uso di Facebook sui posti di lavoro. Vabbè che il mio non sarà proprio il classico lavoro d’ufficio, però a me queste cose fanno venire un po’ il nervoso. Perché magari è vero che c’è anche della non utilità dentro a questi sistemi, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa. E mantenere una visione così “ansiolitica”, beh, secondo me non è poi così salutare rispetto all’idea che certe situazioni lavorative possano e debbano essere un po’ “innovate”. Mi schiererò dalla parte di chi critica l’accesso a internet negli uffici quando vedrò calcolato il rendimento perso a causa degli sbabezzi.
Ma vabbè. Vado a dormire và.
Pensieri fotografici
Si dice che le foto di noi da piccoli, quelle della nonna, quelle della bisnonna, quelle delle case e dei paesi com’erano, ci facciano toccare i ricordi con le mani. Conoscere con gli occhi le cose passate, vedere ciò che non possiamo vedere più. E che il digitale invece tende a non far stampare, a non far toccare, aumentando il rischio di perdita dei dati e quindi di memoria. Tra cinquant’anni come vedranno com’eravamo? Hard disk distrutti e cd graffiati non basteranno a dare ai nostri nipoti ricordi del tempo, nonostante ne stiamo raccogliendo a volontà.
Forse è proprio quel che accadrà. E del passato vivremo dentro memorie distorte sul come eravamo, senza verità.
Ma la verità è che l’abbiamo sempre fatto, nonostante le foto di famiglia, nonostante i libri, le testimonianze, le storie. Ci siamo raccontati il passato in base a necessità e così, inevitabilmente, faranno i nostri nipoti.
E allora ecco che forse è la nostra individuale memoria breve che ha bisogno di nutrimento costante, per saper guardare a tra cinquant’anni tenendo d’occhio il presente.
La scorsa settimana ho passato un pomeriggio a casa, al mio paese natio: Chions. E allora sono andata a ripescare punti di riferimento, cercando bruscandoi ancora non germogliati (purtoppo). Quanta voglia di scappare avevo da ragazzina! Che senso di orizzonti soffocanti mi sentivo attorno! Invece ecco che a vederli bene adesso, sono orizzonti che guardano lontano, che danno molto più nutrimento alla fantasia rispetto a 4 condomini.
E allora gli ho regalato tante foto per farci pace. Non per mostrarli ai miei nipoti, no. Ma per tenere ben presente che è guardando le cose così che volente o nolente sono cresciuta: con le storie della ferrovia bombardata, dei reperti archeologici di Sant’Ermacora, le favole del bau bau nel vecchio asilo e le corse in bicicletta tra i campi. E certe storie che adesso so non essere vere dalle quali ho imparato che la Storia la fanno i forti e no, non la realtà.
Domani può essere domani in tutti i posti di questo Paese e chissà, anche altrove. Ma se la geografia è importante, lo è perché crea luci e temperature e aria e sapori, abitudini, usi. E si può avere rispetto e amore per ogni luogo della terra se almeno una volta si è imparato a conoscerne almeno uno…
Allora una foto non serve per chi verrà o per la nostra memoria, ma per fare pace. Ecco. Forse, forse è proprio così. Per fare pace e poter dire “vedi, io vengo da qui e così riesco a vederlo, questo posto. Questa è la comunità da cui sono partita. Questa è la storia.” E poi guardare altrove e poter chiede: “E la tua?”
Prendi la piazza, questa mattina
Questa mattina a Pordenone c’era il mercato e come ogni primavera elettorale che si rispetti c’erano anche i banchetti più o meno appariscenti dei vari candidati, tutti lì, in piazzetta Cavour. Ce ne sono ben 5 al momento in corsa nella piccola Pordenone.
Stavo parlando con una signora quando un ragazzo si è avvicinato per vendere i soliti libretti con le storie dell’Africa. E ci ha chiesto:
“Ma per cosa sono tutti questi gruppetti?”
“Per le elezioni a sindaco!”
“Ma perchè così tanti che io abito a Trieste e ne ho visti solo due?”
“Eh, tutti vogliono diventare sindaco”
“Ma così sono tanti, troppi!”
Senza parole.
Ragazzo migrante non votante sbologna libro e vince.
Questione di punti di vista…
Domani dalle ore 16.00 alle 19.00 ci sarà in piazza XX settembre a Pordenone un presidio per la pace in Libia, lanciato dallo Zapata, ma al quale hanno aderito anche gli studenti medi, Rifondazione, etc…
Domenica 27 marzo, dopodomani, ci sarà la tradizionale Via Crucis per la pace, da Pordenone ad Aviano, fino alla base USAF. Quest’anno se ne celebra la 15° edizione.
Ho letto adesso che sabato alle 18.30 in piazzetta Cavour, sempre a Pordenone, la lista di Del Ben candidato sindaco a Pordenone organizza un concertino per i 150 anni d’unità dell’Italia. Almeno penso che lo organizzino loro, non si capisce bene e il sito di Del Ben lo stanno rifacendo (ma gliel’hanno bucato?? O aveva semplicemente sbagliato progettisti?).
Allora ecco, vorrei dire una cosa: la sinistra è una pensare che negli anni avrà pure avuto i suoi problemi, le sue difficoltà, le sue crisi di coerenza. Ma ci sono momenti in cui le condizioni elettoralistiche non contano niente. Valgono altre dimensioni. Almeno per un momento, per qualche ora.
Invece questo non pare accadere. E questo fa si che un momento importante, come quello elettorale, stia esprimendo la massima crisi del pensiero politico, democratico che stiamo attraversando. Purtroppo con la scusa che di politica si interessa sempre meno gente sempre meno gente si accorge di questo putridume e sempre più questo putridume avanza. La Crisi, signori e signore, è servita.
P.S.: Amazon sta per aprire una nuova filiale in Italia e sta cercando personale. Ancora non si sa dove aprirà, ma si parla di un centinaio di nuove assunzioni al nord. Totoscommesse: in quale regione NON aprirà?
P.S.2: Chissà quali candidati sindaci che parlano di “reti e informatica” sanno cos’è Amazon…
L’acqua e il Friuli
E’ uscito su Carta (che adesso porta avanti un progetto online) un articoletto che ho scritto in base ai dati recentemente pubblicati sullo stato dell’acqua di falda in Friuli Venezia Giulia.
Parla di fontane e rubinetti e anche di come vedo io la faccenda, in fondo in fondo. Io, residente a Pordenone in un condominio con l’acqua di pompa che di bolletta non paga niente (è così piccolo il valore che è incluso nell’affitto) e un po’ me ne vergogno, visto che siamo i meno coscienti della regione.
A giugno si va a votare per i referendum per abrogare gli articoli di legge sulla privatizzazione dell’acqua e credo che fare lo sforzo di andare lì e dire “Si, lo voglio, cancellateli tutti!” sia il miglior gesto che ci possa venire in mente di fare.
E occorre andare a buttare giù dal letto il 12 giugno anche le nonne, gli zii, le mamme e i papà, i fratelli pigroni. Per sicurezza organizzatevi bene con le tessere elettorali pronte!
Ogni voto è fondamentale, ogni voto è necessario.


