Archive for aprile, 2011

S.C.O.T.C.H

Io lo amo dai tempi antichi della mia adolescenza, dei video su videomusic d’estate, del Roxy Bar di Red Ronny. Che ci posso fare?

All’epoca cantava che “lo slogan è fascista di natura” e ricordo di essermelo fatto spiegare da mia madre, fino a non riuscire da allora mai più a ripetere slogan in nessun corteo.

E’ uscito da un mesetto il suo nuovo disco. Io il precedente l’ho saltato, chissà perchè. Ma questo d’istinto l’ho comprato scaricandolo da iTunes. Alla faccia della pirateria: proprio perché Daniele Silvestri è uno di quelli che l’ha spesso pubblicizzata son ben contenta di averci messo dieci euro.

Ebbene, ci sono almeno 4-5 pezzi che fanno compagnia e producono pensieri, almeno un po’ di note interessanti, anche perchè non è tutta roba proprio sua. Come nelle migliori tradizioni dei cantautori italiani ha fatto un brano con uno e un brano con un altro: si va da Sorninone, con Niccolò Fabi a questa canzone qui suonata da Stefano Bollani che io non condivido proprio tutta:

Perché di grandezza caro Daniele ce n’è, a saperla cercare, a saperla osservare e ascoltare nella silenziosa operosità delle nostre città che nonostante tutto ciò che accade ancora stanno in piedi…

aprile 29 , 2011 at 5:36 pm 4 commenti

Le campagne elettorali

A Pordenone si vota il 15 e 16 maggio per le elezioni comunali. Il 12 e 13 giugno si vota per i referendum sull’acqua e nucleare (salvo complicazioni).

Elezioni 2011Ieri sera all’auditorium di Borgomeduna i 6 candidati a sindaco del comune si sono confrontati ad un’iniziativa delle Acli alla quale ha contribuito con le sue domande anche l’Agesci. Io in passato mi sono fatta torchiare sia dalle Acli che dall’Agesci e devo dire che sono esperienze utili per imparare dai propri errori. Perché sono situazioni in cui occorre essere precisi, sinceri, leali e allo stesso tempo accorgersi che si sta parlando a una platea fatta in larga parte di neo diciottenni e qualcuno un po’ più grande. E allora della politica occorre presentare il suo aspetto migliore: la passione, il cuore, quel sentire sottopelle che ti spinge a fare le cose e a dire “secondo me si può fare così, perchè credo che abbiamo bisogno di questo, ma lo crederò più forte se siete disposti a farlo con me.”

Esiste oggi una responsabilità nei confronti dei ragazzi che in pochi si possono permettere di sostenere: quell’onestà intellettuale per dimostrare che occorre cultura, sapere, condivisione dell’impegno per tenere alta la vita politica di questo Paese. Eppure qualcuno dovrà pur prendersi in carico di risvegliare le passioni e la cura!

L’altra sera in biblioteca c’è stata la presentazione de “I dieci passi” con l’autore Flavio Tranquillo e il sindaco Bolzonello. Si parlava di mafia e mi sono stupita a sentire la grande conoscenza della cronaca giudiziaria siciliana dei presenti in sala. Invece si dovrebbe saper fare un po’ di autoanalisi ogni tanto. Qualcuno ha detto che costruiamo un terreno mafioso quando non rispettiamo la legge passando col rosso, ma a me ha fatto un po’ sorridere: in una provincia dove esiste più di un re delle preferenze elettorali come ha potuto Bolzonello dirmi che è potere politico che poco interviene rispetto a dinamiche d’altro tipo? Qual è il confine tra clientelismo spicciolo e commistione di interessi privati di pochi rispetto al beneficio di molti? Se un partito sa che il 20% dei voti che ottiene li deve ad un nome e cognome mi deve saper spiegare le motivazioni politiche del perchè ciò accade, non lasciare che concessioni d’altro tipo vadano avanti. E chi scrive quel nome e cognome lo deve fare mettendosi una mano sul cuore, prima che sul portafoglio.

Altrimenti che democrazia è?

Abbiamo puntato così tanto il dito verso le storie degli altri anzichè capirle che adesso le viviamo senza accorgercene.

Comunque ieri sera tutti e 6 erano stanchi. Bella performance di Pedicini, poco presente sulle questioni, ma abile parolaio, non c’è che dire, buona presenza di Pedrotti sulla puntualità delle risposte (ma occorre un filino di coraggio in più!!). Per gli altri, eh, ci ha provato Zanolin, ma io non riesco a percepirne la trasparenza. E ha ricevuto il primo applauso della serata uscendo dal tema. Troppo facile. Sui rimanenti non mi esprimo, anche perchè Salvador ha dichiarato che non andrà a votare.

Hanno comunque sbagliato tutti quelli che han detto che si potrebbero far votare i 16enni. Era una domanda a trabocchetto, io dico, una non questione. Non è sempre per forza necessario argomentare su sciocchezze di lancio nazionale, specie quando saltano fuori per difendere il premier. Eh! (Pessimi Rossi e Salvador-che tra l’altro ha dichiarato che non andrà a votare ai referendum- che han detto che si può dare il voto agli immigrati se prendono la cittadinanza. Neppure di fronte a una cittadinanza sono disposti a chiamarli italiani????)

aprile 28 , 2011 at 11:41 am Lascia un commento

La paghetta, il tempo, la geografia

Ebbene quest’anno ho compiuto 32 anni. La premessa è importante per ragionare sul resto. E vivo in Friuli, e anche questo conta.

Ed ecco la storia: qualche giorno fa su Twitter abbiamo riflettuto su quanto è giusto dare ai figli di paghetta: beh, io non ho figli, ma nessuno di noi ne aveva e quindi era una riflessione basata a partire da sè. Così son partite varie teorie. Ora, io non so quanto i genitori d’oggi danno di paghetta ai figli, però ricordo quando da bimba io e mia sorella cercavamo di conquistarci la nostra indipendenza economica pulendo l’erba dal prato a 10 anni. Le nostre conquiste erano ben misere e poi venivano comunque alla fine destiante puntualmente o a qualche regalo per mamma e papà o tra noi e noi. Parliamo di 500 lire eh! Per la precisione ricordo poi che con tutte le mie paghette a 8-9 anni mi sono comprata la bicicletta, dopo la prima comunione.

Certo, la vita di paese non è la vita di città: alle scuole medie nessuno di noi aveva la paghetta, ma tanto non c’erano autobus da pagare, non si andava a mangiare la pizza se non una volta l’anno, i vestiti li comprava la mamma e anche i vari sport li pagavano loro.

A 14 anni, finite le scuole medie quasi tutti siamo andati a fare il libretto di lavoro: le fabbrichette d’estate assumevano i ragazzi a lavorare, qualcuno dava una mano nei campi, cosette così. Quell’anno io me la sono scampata, ma l’anno dopo sono andata a vendemmiare: 500.000 lire, la chitarra (150.000 lire, acustica: mai riuscita ad imparare a suonare neppure La canzone del sole…), qualche libro di scuola, il libretto in posta, il mio primo timbro nel libretto di lavoro, l’abbronzatura a fascie tra i banchi di scuola.

Durante i primi anni del liceo facevo la sorvegliante alle mostre del comune, non che ci guadagnassi capitali, ma gli sfizi, qualche libro e cose così. Se dovessi fare una media con i valori dell’euro di adesso direi l’equivalente di 20 euro al mese. Certo, la pizza di natale e quella di giugno erano finanziate da mamma. Le occasioni di uscire per locali erano rarissime. Poi finita la terza superiore e poi la quarta sono andata a fare la stagione al mare per mettere da parte i soldi per l’università. Adesso ci penso col sorriso, ma all’epoca era puro senso del dovere, ho odiato quelle estati al mare senza mai prendere il sole, anche se devo dire che ho imparato molto di più lì sull’organizzazione del lavoro e il resistere a situazioni di stress che in seguito (ma certo non posso scrivere in un curriculum che se non sono sbottata a Ferragosto in albergo a Bibione a 17 anni con una sala ristorante piena di italiani il lavoro d’ufficio mi fa un baffo, o se ho tenuto i ritmi dei raccoglitori di mele a Rauscendo posso resistere anche ad altri tour de force…)

Ma non era una cosa poi così strana, lo si faceva in tanti, di lavorare, chi per dovere chi per desiderio di autonomia. All’Università per un anno e mezzo ho lavorato i week end (TUTTI) come commessa, ma poi avendo avuto la borsa di studio ho potuto permettermi di vivere fuori casa senza dover ricorrere ai miei. Certo gli fregavo il caffè, ma non vuol dire: non avrei potuto pretendere mi fosse dovuto niente. Un anno ho fatto anche il servizio civile, a studi quasi compiuti.

Ecco, 8-15 anni fa a nord est questo era abbastanza normale. Poi sono arrivate le varie crisi, è cambiato il tessuto sociale, sono arrivate le paghette, le macchine hanno sostituito le braccia nelle vigne, il lavoro stagionale in fabbrica non serve più.

Ogni volta che prenoto un albergo, compro un biglietto del treno per una lunga distanza, spendo denari per comprare un telefono, faccio cose che sto imparando a ritenere normali: ma sono normali per il mio adesso, non le pensavo neppure 7-8 anni fa.

Così io le paghette non le capisco: perchè non è vero che  servono a capire il valore del denaro. Quello lo capisce soltanto quando lo si ha in mano. Perchè solo quando sai come hai fatto ad averli quei dieci euro sai dire: con questi ci vado al cinema, questi sono una bella bistecca.

Con questi prendo il treno e vado, poi non importa se non trovo quel che cercavo.

(In ogni caso questo pensare mi mostra fotografie del tempo che mi fanno pensare che ebbene si, son vecchia :P )

aprile 26 , 2011 at 4:40 pm 10 commenti

Buon 25 aprile a tutt* :)

Domani, 25 aprile, buona festa della Liberazione!

Io sarò a Valeriano di Pinzano al Tagliamento :) !

p.s.: Qui il mio intervento di oggi a Pinzano :)

aprile 24 , 2011 at 10:17 pm Lascia un commento

Risotto coi bruscandoli

Non per mettermi a fare la food blogger, ma ho in pentola il risotto coi bruscandoli, una birra Moretti sul tavolo e le Esse di Raveo (che è un paese della Carnia) appena sfornate che si stanno raffreddando…

Posso fare a meno di raccontarvelo?

No.

Qui si parla un po’ di tutto, e come non parlare delle cose buone che la nostra campagna ci regala? Questi qui a sinistra in verità li offre a pagamento il supermercato: ma non so andare in cerca di siepi qui in città!

Pertanto l’acquisto è stato fatto, lo ammetto, al supermercato, assieme a una scalognetta.

Per fare un risotto super buono che si porta dentro tutto il sapere della terra di qui basta poi fare così: si taglia la scalognetta sottile sottile, la si mette ad appassire con un pochetto di burro, si sciacquano i bruscandoli e poi se ne toglie la parte dura, affettando sottilmente il resto. Ovviamente le cime sono tenere, quelle le si può lasciare intere.

Bene  a questo punto la tradizione vorrebbe che si sfuma tutto con un po’ di vino bianco e ci si unisce il riso. Ma non avendo io il vino bianco ci ho messo un po’ di birretta rossa (me l’hanno consigliata…) e devo dire che la cosa ha ugualmente filato.

Ovviamente come per ogni buon risottino che si rispetti a parte si fa un brodino bollente che si aggiunge ai bruscandoli una volta buttato il riso, si fa andare fino a cottura e infine si manteca con un po’ di burro.

Fine.

Facile vero?

Così poi vi potete bere la birra mangiando il risotto. Le S di Raveo invece le ho fatte prima secondo al ricetta dell’impagabile Rossella che mi istiga inconsciamente a fare esperimenti. Ma a differenza della Putizza la maggior difficoltà delle S è fare la forma di S. In ogni caso su 4 teglie ne ho bruciacchiata una sola… Se non son soddisfazioni :) !

aprile 22 , 2011 at 8:47 pm 6 commenti

Se fossi stata candidata a sindaco

Se fossi stata candidata a sindaco, ma io non sono, avrei fatto fatica a decidere tra tutta la gente brava a fare foto che conosco, ma poi avrei spedito me e tutti i miei sostenitori a farsi fare le foto da lei. Lei, perchè è giovane giovane, ma si impegna un sacco e tra un po’, quando avrà tra la testa e il cuore il bagaglio giusto di passioni ed esperienze, di paure, di emozioni, lo vedrete che foto che vi fa e come vi racconta. Intanto le avrei dato lavoro e il suo capo avrebbe guardato sta fila di persone cercare proprio lei e forse le avrebbe dato un aumento o un premio. Forse avrebbe scoperto che chi si mette a fare politica, chi ci prova, non è poi sempre malvagio.

Poi avrei organizzato cene facendomi consigliare i vini da tutti i quei produttori di cui leggo in rete spesso, e non importa se non sono di Pordenone: non nascono mica i pomodori a Pordenone eppure li mangiamo. E li avrei invitati a raccontare il lavoro che fanno, gli eventi che organizzano con il passa parola della rete, e gli avrei chiesto se secondo loro un modo c’è per insegnare ai giovani friulani a bere come si deve, magari c’è. (Per le cene avrei chiesto ad un’amica twittera pordenonese doc di farmi consigliare per bene…)

Poi avrei chiesto a un tipo che fa cose che fanno sorridere di fare la grafica di tutta la campagna. Sarebbe stato di poche parole, ma di tanti fatti, e come il gatto gattone avrebbe reso più gioiosi i tabelloni pubblicitari della città. I discorsi me li sarei scritta io perché è la parte che so fare meglio, ma poi i post e le cose da scrivere le avrei fatte verificare a mia sorella che con l’italiano è molto più brava di me.

A qualche altro tipo e tipa che conosco che lavorativamente parlando non se la spassano, mentre invece secondo me sono in gamba, gli avrei chiesto di tenermi in piedi la campagna di comunicazione e a un ragazzo molto bravo nel suo mestiere di comunicatore che dispensa sempre consigli a tutti, avrei detto: “fa finta che sia una brioche” e poi avrei guardato come va.

Poi avrei guardato la mia lista, che avrei accettato di sostenere soltanto in base alla regola delle risate, della passione, dell’entusiasmo e dell’allegria, e di 4 linee di pensiero mediamente condiviso e per scrivere il programma definitivo avrei costretto tutti a dedicarsi alla cosa che sapevano peggio. (Io mi sarei messa a scrivere la parte sulla sanità di cui sono totalmente ignorante.) Ognuno avrebbe per lo meno imparato qualcosa e rotto le palle a qualcun altro per farsi spiegare le cose che non sa. E forse questa sarebbe stata la nostra massima pubblicità perché i soldi ce li saremmo mangiati tutti tra cene e buffet. Però qualcosa avrei fatto fare anche al negozietto che ho qui di fronte casa con le serrande rosse che non ho ancora capito cosa fa.

Avremmo scritto sicuramente un programma delizioso -perché mettere insieme pensieri e parole belle non è mica difficile eh!- e alla fine forse eletto nessuno, ma almeno ci saremmo divertiti, avrei fatto girare l’economia in modo interessante, dato valore a persone capaci e diverse, e avremmo imparato tutti delle cose. Chi avrebbe avuto il coraggio di darci contro? Nessuno. Ci saremmo confrontati con rispetto verso gli altri e li avremmo invitati a cena, tanto per dimostrargli che di farci il sangue amaro non ci interessa proprio.

Sinceramente però non so chi si sarebbe messo all’opera dentro a un’opera così, tant’è che per l’appunto io non sono candidata a sindaco.

Però quello che vorrei dire è che la politica è una bella cosa. La si può fare senza per forza martellarsi i piedi a son di autolesionismo. Senza rovinare il caffè ai cittadini con comunicati stupidi sui giornali (un giorno Zanolin che riprende Pedrotti su una mezza frase, il giorno dopo SeL che scrive idiozie sugli spazi elettorali contro Zanolin, Pedicini che dice che non ci si improvvisa politici, la gente che se la prende coi titoli di studio della Gelmini), senza tenersi il muso. Tanto poi alla fine il risultato non cambia.

E poi avrei fatto una cosa che ho scoperto mi sta tanto tanto a cuore: avrei cercato gli eredi o che so io di quel che resta della parte della “vecchia” rivisteria che aveva una sede in piazza  XX Settembre tipo fino a 10-12 anni fa e poi una parte di fronte alla stazione di soli fumetti. Ecco, in piazza ora c’è un altro negozio, ma di fronte alla stazione c’è quell’angolo dove in vetrina ci sono ancora oggi vecchi fumetti e dvd e dentro tanti manga e altre cose che stanno lì da un tempo indefinito. Saranno almeno 10 anni che prendono polvere e luce. Un terzo della mia vita. Lì, lì dentro avrei chiesto se per favore mi lasciavano fare per un mese la base elettorale: perchè me li ricordo quei tempi lontani quando tanti ragazzi venivano da lontano per quella rivisteria.

E ancor oggi in giro per l’Italia trovi gente che ti dice: “Ah, Pordenone: il Great Complotto, i 3 allegri e… e poi c’era quel negozio di fumetti di fronte alla stazione”. Pensa un po’ come sarebbe potergli dire: sai quel negozietto lì, gli abbiamo ridato aria, se magari vuoi venire a presentarci un libro, a leggere un fumetto con la polvere a dire che ne pensi della città, tu che la vedi da fuori…

[Avrei fatto tutto questo per dimostrare che Internet non è un mondo virtuale: che la gente che seguo su Twitter o su Flickr la conosco sul serio :) , che non si tratta di rintruiniti, che il crowdsourcing è una parola che vuol dire qualcosa... Avrei fatto tutto questo per dimostrare che la politica non è una cosa sporca: dipende dai cittadini, da quel che vogliono fare, da come si vogliono sentire dentro la propria città. E a tal proposito cuccatevi questo articolo di Paolo Rumiz su Trieste, va!]

aprile 22 , 2011 at 5:13 pm Lascia un commento

sbriciolu(na)glio

More about Sbriciolu(na)glio

Allora, per essere onesti, la dobbiamo raccontare tutta, la storia. Perché se proprio vogliamo chiederci dove stanno andando a finire i libri, beh, secondo me, che non sono del mestiere, che non ci metto in mezzo il mio stipendio, dobbiamo prima chiederci dove stanno andando a finire le storie, verso cosa vanno. Perchè i libri sono funzionali alle storie e non viceversa. Forse. Così come quando mangi una mela c’è tutta l’atmosfera della pubblicità del Trentino che ti fa compagnia, così alla fine oggi una storia si porta appresso il suo contorno. Cerco la storia e allora mi compro il libro. Conosco Simone Rossi a Milano e allora gli compro il libro. E la storia è già cominciata, per me.

Questo sembra un libro di racconti slegati, invece sono racconti che fanno una storia scritto il tutto con un stile che ci sta, un ritmo che tiene, parole belle. Ma è…

E’…

E’ che è troppo corto. Ci ascolti sopra un paio di volte la colonna sonora di Ameliè ed è finito. Vai da Pordenone a Udine e torni indietro che devi ogni tanto guardare fuori dal finestrino perchè non finisca. Devi importi di prendere fiato per collegare tutti i pezzi per bene. Poi ogni tanto viene da chiedersi se la scabbia se l’è presa sul serio. E se sul serio ha trovato una col cane vestita come lei. Un poco ci si perde, ma è perchè la storia chiama altra storia e ci vorrebbero altre pagine, da farmi venir voglia di portarmi dietro altra musica e fare altri pezzi di treno e sbriciolare aglio leggendo mentre preparo la cena.

Però fa parte della storia che uno se ha in mano questo libro sa che dietro non c’è tutto quel lavoro che ci mettono le case editrici, con gente che legge e rilegge e corregge e consiglia per mestiere. Simone sto libro l’ha scritto, ha cercato 20 acquirenti sulla fiducia. Poi l’ha stampato senza casa editrice e si è girato l’Italia per presentarlo. Da Forlì mi ha raccontato che è capitato anche all’Osteria dei Poeti di Aviano, che è tutto dire quant’è piccolo il mondo. E insomma 500 copie sono andate. Ma mica era il suo primo lavoro eh! Se guardate il suo sito ci trovate un sacco di roba e informazioni e cose. Poi se guardate su Anobii vedrete che si è preso un sacco di stelline. E lì mica le regalano le stelline.

Insomma, poi non so se ne ha ancora di copie di questo libro, ma penso di sì, che se lo ha venduto a me lo venderà anche a voi e magari siete di uno di quei posti dove lui andrà nei prossimi giorni e che trovate nel suo blog. E detto tutto questo non vi ho raccontato praticamente niente della storia scritta, ma potrei raccontarvi di perché ho conosciuto Simone e altra gente proprio in gamba e sarebbe una storia sopra la storia e la carta del libro solo un dettaglio… quindi prima che tutto questo possa accadere fatevene mandare una copia, che ne vale la pena, poi magari gli dite che è troppo corto e lui ne fa uno nuovo.

P.S: Io vorrei un mecenate. E forse se ne meriterebbe uno pure lui.

aprile 20 , 2011 at 5:30 pm 4 commenti

Il bene ostinato

More about Il bene ostinatoIl bene ostinato, di Paolo Rumiz, appena uscito per le edizioni Feltrinelli, si legge in fretta perchè è breve. Ma anche perchè è uno di quei libri che si fa leggere, per forza, fatto come dev’essere fatto un libro che ha il compito di infilartisi nel cuore.

Qui Rumiz racconta la storia del CUAMM, la ONG dei Medici con l’Africa di Padova, ne ripercorre la storia, ne racconta il lavoro andandolo a guardare coi suoi occhi nelle terre d’Africa dove operano i volontari.
Legge le cose che vede tendendo un occhio all’Italia di oggi: esempio di tanta dedizione verso il prossimo quanto di estremo razzismo dilagante. E scrive Rumiz:

“Il cristianesimo forte lo senti nelle periferie. Come abbiamo fatto a dimenticare tutto questo? Baldassarre, Maurizio, Nicola, forse Gesù stesso, inquieto palestinese dalla pelle olivastra.
Finirebbero tutti nei centri di identificazione e di espulsione, come vengono chiamati i nostri campi di raccolta per clandestini.
Figurarsi: un nero che dice di essere re e voler adorare il Bambino, un africano sans papier sedicente generale che afferma di aver combattuto sulle Alpi, e poi un pazzo che si dichiara vescovo e gira con un sacco pieno di dolciumi per i bambini…
E che dire dell’invasato che dorme sotto gli ulivi e tuona contro i ricchi e i mercanti nel tempio…Tutti da espellere, subito.
Povero paese mio, che demonizzi la pelle color dell’ebano e non sai di rinnegare le tue radici, la tua storia di accoglienza, il tuo presepe, la stessa natività. Italia, che si lascia convincere a serbare rancore verso lo straniero, e non capisce che questo rancore è costruito ad arte per nascondere i problemi veri del paese. Lo smantellamento dei valori, il consumismo spinto, la burocrazia parassita, le cricche, le connivenze tra economia, politica e malavita.”

Ed ecco che pure una come me, che non si lascia facilmente distrarre dai sentimentalismi e dagli appelli ad essere tutti più buoni, questa volta un pochino è stata toccata.

Quindi portatevelo a casa questo libro e regalatelo in quest’ennesima settimana santa.

Che certamente male non fa.

aprile 20 , 2011 at 11:28 am Lascia un commento

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