Archive for maggio, 2011
Pedrotti vince, tipo Pisapia
Per la prima volta negli ultimi dieci anni mi è capitato di festeggiare dei risultati elettorali. A Pordenone Pedrotti ha vinto le elezioni con quasi il 60% dei voti e la consigliera che ho indicato io è stata eletta.
Ma in piazza c’era contentezza anche per altro: Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli… beh, non so che Italia sia quella che si può dipingere da questi dati, ma so cos’è l’Italia che scende in piazza a fare festa, ad agire di nuovo di concerto nel dare sostegno ad un elezione.
Così Pedrotti non è Pisapia, anche se mi piacerebbe che gli facesse una telefonata, perchè la contaminazione della speranza produce risultato condiviso…
E adesso buonanotte. Perchè domani non cambierà nulla nel mio lavoro che tra tre mesi sarà finito. Ma forse qualcosa cambia nella mia idea di poter pensare a qualcosa di nuovo da fare…
“Finché c’è prosecco c’è speranza”
Ognuno di noi legge un po’ come gli pare. Io se trovo un autore che mi sta simpatico non aspetto neanche di leggere le recensioni del suo ultimo libro. Lo compro e basta. E non importa se non è in edizione economica.
Così mi capita quando un libro lo scrive Fulvio Ervas. Nel 2009 mi sono lasciata incuriosire prima da Pinguini Arrosto e poi da Buffalo Bill a Venezia dopo aver ascoltato Ervas ad un incontro fatto a Vicenza sulla narrazione del territorio (tra l’altro incontro organizzato da Carta Est Nord e devo dire che alla luce dei giorni d’oggi si anticipava quasi un tema fondamentale per il nostro territorio… e non solo).
E se è vero che il suo precedente libro appariva un po’ fiappino questo invece è rivelatore: in “Finché c’è prosecco c’è speranza” (ed. Marcos y Marcos) c’è sempre un delitto con l’ispettore Stucky a caccia del colpevole, ma si parla sopratutto di vino, di Prosecco, e vi si inseriscono tutte le tematiche che lo riguardano. Qui c’è il tema dell’inquinamento, dei cementifici trasformati in inceneritori (ed è palese il riferimento di Ervas alla questione del cementificio che si voleva ampliare in Valpolicella-opera fortunatamente bloccata grazie a un ricorso al TAR), ma anche di certi agricoltori sempre più interessati al business e sempre meno alla qualità del prodotto.
Sarà che su Twitter seguo un sacco di giovani vignaioli appassionati del loro lavoro, ma devo dire che da cominciare da semplice cittadina a ragionare attorno alla questione della produzione agricola è molto coinvolgente. Ci sono un sacco di retroscena nel mondo del vino! E volendo restare al “semplice” prosecco la lettura di questo libro mi ha fatto drizzare le antenne attorno a certi discorsi che mi è capitato di recepire in questo ultimo periodo.
Ad esempio, negli ultimi anni il boom della moda degli aperitivi (e non solo) ha incrementato la domanda di bollicine, processo di vinificazione non tradizionale delle nostre cantine friulane. Beh, dal 2009 (se non ricordo male) guarda caso tutto il Friuli è rientrato nella zona DOC del Prosecco ed ora i produttori tendono a tirar via certi vigneti per metter quelli da Prosecco. Avevano già fatto così anni fa per esportare negli USA il Pinot grigio e adesso si sfogano ancora di più. Le cantine acquistano i macchinari, oppure mandano le proprie uve a trasformarsi da chi i macchinari li ha e tutto per una mera questione economica che ha ben poco a che fare con la qualità. E tutto facendo sparire i vitigni tradizionali (e buttando un sacco di fondi sulla fantomatica promozione del Friulano…).
Ora, queste cose riguardano o no il cittadino medio? Io credo ci riguardino ancor di più del fastidio di avere avuto per anni il territorio cosparso di soia e cimici puzzone grazie alle sovvenzioni UE! Io di bollicine locali buone non ne ho mai bevute. Anzi, da quando ho bevuto l’estate scorsa uno splendido prosecco a un rinfresco in provincia di Treviso ho quasi paura a berne dell’altro nei nostri bar locali.
Ecco, forse il vino è la prova, l’esempio pratico, di quanto sia conveniente un popolo ignorante. Gli fai bere solo schifezze e poi si abitua e non va in cerca delle bontà (tipo… tipo che a Pordenone non si trova l’aglianico del Vulture che a me piace tanto e piace pure al commesso del negozio, ma la clientela non lo chiede… ci vorrebbe un’azione di domada di massa…). Poi magari pure si avvelena, oppure contribuisce all’impoverimento culturale di un territorio, quando invece potrebbe contribuire alla sua valorizzazione. Che l’innovazione è anche accettarsi per quel che si è e dare il meglio di sé a partire dalle condizioni di partenza che si hanno, no?
E mi grato.
Loro grattano le lotterie e io gratto la ruggine. Perché la fortuna scivola, ma la ruggine rimane, e un popolo sommerso dalla ruggine, un popolo arrugginito, non merita l’impero (Il matto Pitusso)
Spunti culinari
L’altro dì ho fatto una torta salata. Pressapoco così: un disco di pasta sfoglia, tre cipollotti freschi non troppo grossi, un etto di pancetta a dadini, 2 zucchine, olio, sale, pepe un pizzico di cutty (che male nn fa), 2 uova.
In una pentola si fa stufare la pancetta con due cipollotti tagliati a spicchi, e un po’ di vin bianco che male non fa, ci si aggiungono poi le zucchine a dadini e si fa cuocere. Poi in una terrina si sbatton le due uova con un goccio di latte opzionale, ci si aggiunge il composto cotto e si mette nella tortiera dove già è stato deposto il disco di pasta sfoglia. Un cipollotto lo si taglia a fettine sottili sottili e le si mette sopra, prima di chiudere i bordi della pasta sfoglia sopra il composto. Questo non serve solo a decorare.
In forno per mezz’ora e poi abbuffarsi mi è riuscito naturale. Forse fin troppo visto che non ho fatto in tempo a pensare alla foto da fare.
P.S.: la bontà sta nei cipollotti, che mica sono come le cipolle normali!! No no, son molto molto più buoni.
P.S.2. La leggenda che le torte salate son sempre buone è falsa.
Andare a votare al ballottaggio
Ho seguito in rete l’ironia con cui spontaneamente tanta gente, non solo milanese, si è messa dalla parte di Pisapia dopo le uscite della Moratti e di Red Ronnie. Ho letto in rete della tensione con cui si sono vissute queste ultime due settimane di campagna elettorale a Milano.
E non sono state giornate di relax neppure quelle della campagna elettorale napoletana, dove Lettieri ha accusato De Magistris di botte e incendi.
Già, perchè se vince Pisapia qualcosa crolla. E no, non cambieranno penso delle cose in sè, ma cambia una percezione che non riguarda solo Milano.
Allora di fronte a queste possibilità, di fronte all’idea che ci sia un sentimento diffuso, forse ancora non maggioritario, ma meno rassegnato di un tempo, ecco, credo che anche a Pordenone dobbiamo fare la nostra parte.
Così vorrei che al ballottaggio avessero il coraggio di andare a votare anche quelli che hanno storto il naso 15 giorni fa. E sì, Pedrotti non è Pisapia, ma è pure vero che il sindaco attuale non l’abbiamo mai contestato seriamente. E sì, le alleanze che lo sostengono non sono le stesse di Milano, ma dovremmo aver imparato che centro sinistra e centro destra non sono uguali (specie poi quando l’altro si promuove allo stesso modo in cui si fanno pubblicità i discount). E sì… e sì cosa? La partecipazione non è stare seduti a lamentarsi.
E’ tante volte sentirsi in dovere. E fare le cose storcendo il naso per poter uscire poi dalla cabina dicendo “ecco, l’ho fatto: ma adesso mi impegno per 5 anni chè tra 5 anni voglio uscire col sorriso”. Ah, vale per chi poi tutto l’anno tira sempre fuori la parola democrazia e i diritti.
Non delegare tutto l’anno per prenderti lo sfizio di lagnarti tutto il tempo perchè non avevi voglia di sostenere accordi o non avevi voglia di votare qualcuno che ti sembra moderato.
Che Pordenone non è Milano, ma viste le premesse iniziali se vince il centro sinistra per un momento lo potrebbe quasi quasi sembrare.
Aggiornamenti! #1book140
Ieri sono finite le votazioni per la “lettura di gruppo” di cui avevo scritto qui. Ha vinto… L’assassino cieco di Margaret Atwood. E ora occorre andare a caccia del libro!! La Atwood è anche una super utente di Twitter e come è accaduto lo scorso anno leggendo “American God” con Neil Gaiman, si potrebbe creare una bella interazione lettori/scrittore.
Beh in ogni caso vale la pena provare a vedere un po’ l’effetto che fa
.
E provare a usare Twitter in un modo un po’ nuovo. (Ah, date un’occhiata a #1book140 )
Una ragazza mi ha detto
Una ragazza che fa foto belle abbastanza da dire “Brava!” e che la mandano pure a fare servizi in giro perché porta a casa un lavoro fatto bene mi ha detto che va a fare i corsi d’apprendistato. Le dico: “Ah, così giovane insegni??” No mi spiega. Va a lezione. Ah. “O così o non lo vedi un contratto in questo settore”. Penso che ha vent’anni e che forse va bene. Non ne capisco il senso. Ma forse va bene.
Una ragazza mi ha detto che segue i corsi per l’apprendistato. Pensavo non si occupasse più di grafica e fotografia. Che si fosse data alla ragioneria. Che dovesse ricominciare da capo. Invece mi dice che si, si occupa ancora. Ma le hanno fatto quel contratto lì. Ha una laurea, ha passato i vent’anni da mo’. Ogni tanto ha lavorato pure come free lance. Ah. “Bisogna pur portare a casa la pagnotta.”
Una donna mi dice che se cambia lavoro poi va a finire che non finisce l’apprendistato. “E no eh! Hai passato i 30 anni, come può essere?” Allora mi spiega che gliel’hanno fatto a 29, quel contratto lì. E che va avanti ancora, dura tre-quattro anni. Ah. Dopo quasi dieci anni che fa lo stesso lavoro in aziende diverse. “Apprendista a me che i progetti ormai li coordino”. Una grafica. Che se avessi da fare dei lavoretti glieli farei fare a lei.
Una donna passeggia con un’amica sotto i portici. Accento del sud: “Andiamo giù ad agosto che abbiamo un mese di cassa integrazione”. Non un mese di ferie. Un mese di cassa integrazione.
[Per carità, ho lavorato anch'io come apprendista, "cameriera". Ma avevo 17-18 anni... e non sapevo neanche fare un caffè espresso.]
E allora così, la butto lì, perché ho una rabbia dentro che non mi riesce di andare a dormire, e mi chiedo quanto influiscano contratti di schifo e un po’ anche che ti schiacciano e a volte un po’ ti umiliano (i racconti di questi corsi d’apprendistato li conoscete? No? Chiedete in giro…) su un campo come la grafica, la fotografia, lavori fatti di creatività e tecnica. Quanto influiscono su uno di quei settori fondamentali della comunicazione d’oggi, fatta più di immagini che di parole?
E poi mi dico che se certe persone potessero lavorare più serene e tranquille starebbero meglio. Lavorerebbero meglio. Farebbero del bene a se e al proprio settore. E ripartisse almeno un settore in questo paese, almeno un altro potrebbe trascinarselo dietro.
Invece ci stiamo educando a dire che questo è il meglio che la crisi ci permette. Ci stiamo abituando a dare al nostro lavoro valore nullo (e faccio anche autoanalisi nel dire questo). E visto che l’impresa dovrebbe invece operare per remunerare i lavoratori e i portatori di capitale proprio sento che c’è qualcosa che non va.
Ci muoviamo verso un modello non definito d’economia e non ce ne rendiamo neppure conto. Ne accettiamo le nuove linee guida senza contrapporci. Perché ci finisce così elegantemente sottopelle da permetterci grandi discorsoni e poi nei patti approvare.
Ma io che ho scelto di passare da un tempo indeterminato a un tempo determinato, vorrei avere un giorno la soddisfazione di dire: “Oh imprenditore, il tempo lo decidi tu, ma il contratto dev’essere serio. E per il fatto che te lo vengo a dire me lo dovresti dare ancora più serio”. E se ci sono problemi, beh parliamone. Perché il tuo compito è darmi soldi e soddisfazione. E il mio è fare il mio lavoro al meglio.
Perchè uscire da questo pantano è compito di tutti: e forse anzichè dire che il compito dei lavoratori in azienda è quello di chinare la testa si dovrebbe avere il coraggio di dargli gli strumenti per alzarla. E poi chiedergli: “Ma voi di che colore lo fareste questo pezzo per…” “E secondo voi come possiamo migliorare questo processo…”
Allora io credo che l’impresa del futuro sia quella che non fa contratti d’apprendistato a chi ormai sa fare la sua parte. Che non si permette di avere dipendenti strozzati dall’ansia di non sapere come pagare un asilo nido o le tasse dell’università ai figli. Perchè un’azienda così sa che è grazie al lavoro che sta in piedi. E se il lavoro non è remunerato per far vivere dignitosamente chi lo svolge allora anche l’attività economica di quell’azienda non è poi così dignitosa e interessante per la collettività che c’è intorno.
Però vabbè, sono appunti presi volando, che tra 5 ore la sveglia suona ed ho ormai sonno. Ma mi piacerebbe un giorno, così, per dire, trovarci a parlare di queste cose. E non importa se non c’è niente da bere o da festeggiare.
#1book140 : 5 libri da votare, per leggerne uno
Ebbene, il progetto di lettura collettiva di un libro partito dagli USA e promosso da Jeff Howe e The Atlantic di cui avevo parlato qui è arrivato alla fase “votiamo”. Su 300 titoli proposti gli organizzatori ne hanno scelti 5 sulla base di alcuni comprensibili criteri. I libri scelti sono questi e per il pubblico italiano mi sono presa la briga di cercare la corrispondenza per la nostra lingua
:
1) L’assassino cieco di Margaret Atwood, in Italia pubblicato da Tea
2) The Keep, di Jennifer Egan che mi sa che in italiano non è stato tradotto… se qualcuno invece mi corregge e mi indica l’editore italiano…
3) Neve di Orhan Pamuk, in Italia pubblicato da Einaudi
4) Storia d’amore vera e supertriste di Gary Shteyngart, in Italia pubblicato da Guanda
5) Apex nasconde il dolore di Colson Whitehead, in Italia pubblicato da Mondadori
La cosa divertente è che questi libri e autori mi sono tutti abbastanza sconosciuti, paradossalmente Jennifer Egan, avendo vinto il Pulitzer 2011, è la più nota, ma proprio non ho capito se il libro nella lista è stato tradotto e da chi.
Per votare basta andare qui e scegliere il libro che si preferisce: le votazioni si chiudono il 26 maggio.
Daiiii facciamo un po’ di comunità lettrice from Italy
E girovagar m’è dolce in questo Friuli
Ebbene sabato e domenica prossimi (28 e 29 maggio) oltre ai ballottaggi c’è… Cantine Aperte 2011. Come ogni anno qualcosa mi dice che non riuscirò a farmi il desiderato giretto (nonostante mi sia pure scaricata l’app per iPhone gratis, e ve la consiglio!), ma grazie a Rossella e Elena (del Movimento turismo del Vino del Friuli) almeno quest’anno ho potuto averne qualche anticipazione. Infatti mercoledì scorso alla Feltrinelli di Udine c’è stata la presentazione di Cantine aperte 2011: presenti tre produttori di vini e un produttore d’olio (e vini) di San Dorligo della Valle (TS), Parovel, che ci ha fatto provare il suo eccezionale olio d’oliva.
L’olio del Carso è infatti abbastanza rinomato, la produzione è ovviamente di nicchia visto il piccolo territorio e non da moltissimi anni ne è stata rilanciata e promossa la produzione. Fare la degustazione dell’olio è molto divertente: occorre scaldare il bicchierino con le mani, mescolarlo in bocca e fare un versetto per ossigenarlo e vaporizzarlo facendo passare l’aria tra i denti. L’olio buono sa di erba tagliata fresca (e con la falce come faceva lo zio sull’argine!!) e a differenza di quel che pensavo non lascia la bocca unta e fa un pizzicorino all’inizio della gola. Credo non mi verrà mai voglia di fare questo esperimento con l’olio di supermercato…
Sabato invece Rossella ci ha portato a visitare una cantina (oh di certo nel suo blog ne parlerà lei in maniera più diffusa
) a San Martino al Tagliamento (zona DOC Friuli Grave): la cantina Pitars dei fratelli Pittaro. Era un sacco di tempo che non finivo in una cantina, l’ultima volta penso sia stata più di 20 anni fa, ad Azzano Decimo, con papà (era la cantina dei Conti di Porcia, che tra l’altro ci hanno fatto degustare i loro vini mercoledì) e ricordo benissimo le grandi botti di legno che adesso a quanto pare non si usano più, sostituite prima da quelle in vetroresina e oggi da quelle in acciaio.
Le zone del Tagliamento, come ci ha spiegato Valentino, il commerciale (che è stato veramente paziente e gentile), sono zone sassose, fatte per i vini bianchi più che per i rossi. La cantina Pitars produce bianchi e rossi e la nostra combriccola di sole donne non si è trattenuta dal degustarli entrambi
. Ma prima abbiamo fatto un bel giretto per la sede commerciale (che è questa in foto: una struttura usata anche per matrimoni, molto bella, giardino incantevole pieno di rose bianche
) e il magazzino (c’è un forte export verso il mercato estero: Germania, USA, etc… e ogni mercato vuole il suo prodotto), visto l’impianto di imbottigliamento (aimè spento), appreso che lì lavorano tutte le uve e che se le producono quasi tutte loro sui loro svariati ettari di vigna (lavorata a macchina), a meno di qualche eccezione (tipo il Ramandolo, che si può produrre solo a Ramandolo) e visitato la cantina delle botti in legno dove passano le uve di merlot, refosco e cabernet franc che utilizzano per produrre il loro vino rosso d’eccellenza, il Naos, vino messo in commercio dopo 4 anni di lavorazione (attualmente sono sul mercato le bottiglie del 2004 e 2005).
Devo dire che le botticelle sono proprio belle: chissà com’è una cantina che invecchia più vini diversi su botti differenti…con il vino imbottigliato che aspetta il suo tempo…
Ma veniamo a quel che ha pensato il palato dopo aver assaporato Sauvignon, Traminer, Friulano, Refosco dal Peduncolo rosso, Naos del 2005 e infine Angelo (un passito di Verduzzo, Picolit e Incrocio Manzoni (^_^), del 2004, bellissima etichetta, prodotto per festeggiare il capo famiglia della stirpe Pittaro che compiva 85 anni). Ad attrarre la mia curiosità sono stati gli ultimi due: il Naos perchè finalmente ho sentito che il vino può profumare di mirtilli (e noi lettori di etichette che sempre ci chiediamo se sti frutti di bosco se li inventano! Qualche volta ci sono sul serio e puoi arrivare a dire “quelli della mamma dell’orto, che si mangiavano prima ancora di veder maturare del tutto per la curiosità di sentirne il gusto”) e l’Angelo perchè sa di uvetta e fiori e pur essendo un passito non è troppo dolce e non sembra di bere acqua e zucchero come talvolta capita con i vini dolci che ti appioppano in quanto donna (ehm, il mio linguaggio tecnico…).
Mi son portata a casa anche un Sauvignon, perchè alla faccia delle bollicine che, a quanto ci hanno raccontato, stan conquistando anche i campi friulani scacciando altre produzioni perchè il mercato quello vuole, penso che ogni territorio dovrebbe essere sostenuto a fare ciò che sa fare e noi consumatori dovremmo educarci anche in questo rispetto al mercato.
[Che detto tra noi... di prosecchi se ne bevono tanti, ma la volta che ti capita quello buono impari subito che tutto il resto era una schifezza... e allora perchè? Ma di Prosecco parleremo in un'altra puntata...]
E per finire in bellezza siamo state a cena da il Favri a Rauscedo, da vere signore, un posto veramente bello e rilassante dove abbiam mangiato super bene e provato un altro vino stramega buono: un Friulano delle cantine Russolo che mi ha ricordato i bianchi del Collio con tutti i loro profumi di festa che si portano dietro (e voi direte: cosa son sti profumi di festa? Provate un bianco del Collio bevuto ad Est facendo festa e capirete
).
E adesso… chissà quando torna Rossella in Friuli! C’è ancora un sacco di turismo “in casa” da fare
!
Che degustar m’è dolce in questo Friuli
!
P.S: Comunque è incredibile quante cose NON sappiamo su quel che beviamo, figurarsi su quel che mangiamo… eppure imparare così è divertente
.

