Archive for agosto, 2011

E se il problema fosse il continuo restaurare?

Domenica mattina, approfittando della frescura concessa dal temporale del sabato, ho preso in mano la reflex e passeggiato per la città calma. E così sono capitata alla Casa dello Studente di Pordenone giusto in tempo per approfittare dell’ultima giornata della mostra Arte Contemporanea in Friuli Venezia Giulia (1961-2011), un estratto della ben più voluminosa mostra che era in corso fino a sabato scorso a Villa Manin di Passariano (UD).

Grazie anche alle varie esposizioni che ultimamente ho sbirciato alla nuova Galleria d’Arte Moderna presso Parco Galvani, sempre a Pordenone, in questi mesi mi è un pochino capitato di pensare all’arte locale come stava: certo, sarà che solo col senno di poi si riescono a giudicare le cose del presente in cui si vive, ma più di qualche volta ho avuto l’impressione di vedere cose che vorrei saper appartenere all’oggi e invece no, stanno lì, dentro la cornice degli anni ’60.

Poi passeggiando per la città ho incrociato i palazzi orridi nati all’epoca e nei 10-15 anni successivi: orrori e vergogne di cui nessuno verrà mai ricordato per essersene assunto la responsabilità. Schifezze lecite che raserei volentieri al suolo -il bronx, tanti condomini- ma che allo stesso tempo chissà, all’epoca andavano bene così. All’epoca, nel costruir condomini, nel tirar su case, chi stava a guardare al paesaggio? A chi interessavano gli scavi, la conservazione del centro cittadino, le ristrutturazioni? Non c’era niente da ristrutturare. Nemmeno il pensiero.

Lo immaginavano negli anni ’60 che i cotonifici di inizio secolo sarebbero diventati archeologia industriale?

Se io guardo all’arte che disegnava il territorio di allora, beh, direi di no. Nel bene e nel male di quell’arte, che certo non ho gli strumenti per interpretare a pieno.

Allora contava forse immaginare il giorno successivo. Costruire discontinuità. Non vivere l’eterna dimensione di vittime della guerra.

Oggi invece è tutta una ristrutturazione. Recuperare i palazzi del centro. Recuperare l’arte degli anni ’60. Recuperare la gloria del design che si sapeva produrre un tempo. Ricordare ricordare ricordare. Senza immaginare. Inventarsi un senso di continuità che a me pare non portare da nessuna parte, se non a una rilettura mitologica di un tempo troppo recente per meritare d’essere divinizzato.

Succede per tutto e di conseguenza succede pure per la politica, che oggi rispecchia un incartamento sociale di cui non è la causa, ma la conseguenza.

E invece viene messa al patibolo prima del resto. Emergono discorsi volgari che parlano di Casta senza far bene a nessuno. Si assiste ad un indottrinamento senza logica su assurdi tagli ai costi della politica. Si concentra l’attenzione su notizie che tali non sono, insinuando sensi di gravità tra le persone, sensi che tutto fanno tranne che bene. Pessimismo e fastidio gratuito.

Canzoni tristi e libri infelici. Mode sgradevoli. Nuovi palazzi inutili. Il senso del bello, del bravo e del valore che si esprimono solo in virtù delle cerchie di amicizie e relazioni in cui ci si trova. L’apparenza al posto della sostanza. Cose marce che nascondo la rappresentazione del meglio vivibile, del meglio pensabile. Nascondono fino a soffocare la verità, le storie, le vite.

E poi ci si chiede perché la politica è senza proposte.

Di serie, gioiose e brillanti quando mai ne facciamo?

Erano grandi statisti i politici di un tempo? Di quale tempo? S’incorniciano frasette da Baci Perugina e ci si nasconde dietro un valore che era data alle persone solo perché portatrici di un sostegno di massa. E i primi a dimenticarselo paiono essere i portatori di quel consenso. E forse lo dimenticano, perché prima del fondo di oggi rinnegano il fondo toccato allora. O forse perché all’ambizione che si costruisce attorno a singoli nomi si vuole dare legittimità, tradizione politica, mentre altro non si fa che riciclare modalità anni ’90, già note.

Allora forse il problema è questo bisogno continuo di restaurare. Tutto. Nella paura di un domani a cui non vogliamo regalare fantasia. Fino a confondere moderazione con immobilismo. Ma neppure il respiro è immobile. E persino i preti ormai ci insegnano che la moderazione è un’invenzione letteraria.

Oggi anche il modo in cui i ragazzi stanno al bar diventa un ossessione per qualcuno, che senza dubbio si dimentica le seggiole in fila lungo le vetrine dei locali affumicati, con quei ragazzi di paese che guardavano le ragazze passare, i vecchi che giocavano a carte sotto gli ombrelloni con le scritte dei gelati.

Il fatto che anche 30 anni fa accadeva ogni tanto. L’arrivo dell’estate.

agosto 30 , 2011 at 2:03 pm 1 commento

E sia benvenuto il lieto fine!

More about Il duka in SiciliaOk, non si dovrebbe dire come un libro va a finire. Io quindi non ve lo dico. Vi dico solo che alla fine non vi vien voglia di buttarvi da un burrone. E di questi tempi è così raro leggere qualcosa che non sia stato scritto con l’obiettivo di martoriare l’animo dei lettori…

E poi qui c’è musica e Sicilia. Una storia. Fratellanza. Terra.
Cose che prima o poi ti fanno sorridere per forza almeno una volta. Almeno una volta scivolare una lacrima. Almeno un momento venire fame.
E c’è una fetta di tempo, con tutti i suoi problemi, un’ambientazione che non occorre conoscere per forza perché si può anche solo immaginare.
E c’è una cosa che ogni tanto occorre, che ogni tanto fa bene: il lieto fine. Che sembra un tabù in questi libri moderni. Una cosa per illusi.
Come non avessimo più ragione d’essere illusi.
Come non potessimo più sognare che so, un giorno, di vedere Bono mangiare polenta e ossetti alla sagra della Festa di Sant’Ermacora di Chions. Che a volerlo magari chissà. Capita, no?

Poi questo è un bel libro con cui pendolare nel treno a nord est. Ti trasporta altrove, almeno per un pezzo di giornata. Che poi ti viene voglia di vedere come continua la storia e quindi aspetti di risalire in treno, di ritrovare l’aria condizionata e riaprirti le pagine tra le dita. E per fortuna (sì, per fortuna), non occorre intrecciarsi gli occhi inseguendo frasi complicate che poi alla fine servono solo per dire che piove. Che quando sei in treno, secondo me, ti salvi solo se hai una storia.

(Mmmmh… quasi quasi… mica tanto stupida quest’idea del bollino per i Libri da Treni, io a Il Duka in Sicilia di Vittorio Bongiorno, ed. Einaudi, un bel bollino lo darei :) )

agosto 28 , 2011 at 5:20 pm Lascia un commento

Installare WordPress sul Mac… stancandosi allegramente

Ebbene si. Sto pensando di rendere questo blog un poco più ben impostato. Non tanto per sentirmi più figa, quanto perché ormai, beh, ha fatto i suoi anni e insomma, anch’io.

Così ho pensato di installarmi WordPress in locale sul Mac come occasione per sfruttare e conoscere un po’ meglio questa macchinuzza e vedere un po’ come si muove.

Vi lascio qui alcuni appunti, perché non si sa mai vi capiti un giorno di vivere la mia stessa storiella.

Tanto per cominciare sul Mac, anche se è un client, è già installato tanto Apache quanto Php. Vanno solo abilitati. Mi raccomando di fare l’abilitazione di entrambi come si deve, altrimenti non vi va una mazza. Vi consiglio di chiedere a Google migliori consigli, perché io sinceramente ci ho imprecato un po’ su essendomi inizialmente fidata di link poco validi (il mondo Mac non lo conosco moltissimo e quindi non so mai bene chi ci scrive seriamente e chi no). E comunque sul Mac apache si avvia così:

apachectl start

Invece MySQL, altro requisito fondamentale per poter installare WordPress, ve lo dovete scaricare dal sito di MySQL. Inutile ragionare poi con la mente Linux: seguite i comandi che ci sono nel sito dedicato e amen.

Anche MySQL non si avvia come su Linux ma digitando i comandi che trovate anche qui.

A questo punto beh, potreste creare un db con nome utente e password direttamente da linea di comando, cosa in cui ero riuscita egregiamente. Ma avendo avuto poi problemi con l’installazione di WordPress mi sono ritrovata ad installare PhpMyAdmin, tanto per far contente le guide, e anche qui… seguite attentamente le istruzioni, questo programma è un poco anarcoide, ci ho litigato per poter vedere gli utenti non poco.

Bene, ora potete scaricare e installare WordPress. Ma c’è una cosa da sapere e che io ignoravo! Abilitando il file /etc/php.ini c’è di default configurato un valore per il socket di mysql sbagliato. Parte della faccenda è spiegata in questo link. Se non effettuate questa modifica otterrete sempre l’errore “Error establishing a database connection” :(

Nel mio file php.ini c’era in realtà anche un’altra linea da modificare ossia questa:

pdo_mysql.default_socket=/tmp/mysql.sock

Infatti anche qui di default è configurato un altro path per il socket di mysql.

E io tre ore a dar la colpa al db creato male… ma vabbè, alla fine sono riuscita nell’impresa. E il mondo Mac ha sempre meno misteri :) !

P.S: La cosa brutta di mettersi a fare queste cose è che la testa si sente perennemente al lavoro… la notte sogno query da 3 giorni.

agosto 23 , 2011 at 9:49 pm 5 commenti

Tra identità digitali e miserie provinciali

A volte occorre uno sfogo. Così, ispirata dal profilo di Twitter di Einaudi Editori, ho deciso di fare la mia #sfuriata. Mi sono detta che forse a volte fa bene. Specie quando sei li, a metà strada tra l’idea di dover fare qualcosa di speciale e l’incertezza attorno al valore dell’idea che ti frulla in testa, quando sei li a dover prendere le misure di te stessa e l’incertezza sul margine d’errore attorno ai valori che stai calcolando (*).

Così in questi giorni mi sono trovata a pensare che al giorno d’oggi, tra blog, social network, curriculum compilati on line, lettere di presentazione, ci raccontiamo di continuo, mi racconto di continuo, anche con storie che valgono la durata, il tempo della loro lettura e nulla più.

Eppure per quanto ci si possa esporre, per quanto si possa mostrare limpidamente se stesse c’è sempre un’altra immagine, un altro racconto, che mira a dominare sul proprio.

E se ha i canali per diventare maggioritario beh, maggioritario diventa. Si dice che non bisogna dare molta corda all’opinione altrui, ma quando tale opinione corre al di fuori delle proprie reti, delle proprie relazioni, essa non è poi facilmente controllabile né gestibile. Quando le voci arrivano a sfiorarti l’orecchio, quando ne intuisci la sostanza è ormai tardi.

Insomma, io non sono lesbica. E tanto meno ucraina. E meno che meno colleziono uomini come figurine. Anzi, se avessi l’album sarebbe praticamente vuoto, specie da quando sono tornata a popolare questa splendida cittadina culturale. E ormai direi che sono anni, tanti quanti gli anni a ingegneria, passati invano a tener lontana l’idea che mi riuscisse di passar gli esami solo grazie all’aiuto di qualche ragazzo e non grazie alle 11 ore di studio con cui mi scontravo quotidianamente.

Ma vallo tu a spiegare alle miserie di Provincia condensate in città.

La cosa che mi fa più male è che queste miserie di provincia sono fatte anche di padri e madri che parlano di pari opportunità, conciliazione dei tempi, diritto di qua e diritto di là, tutte cose che ho sempre sostenuto anche se non ne traggo apparentemente un vantaggio personale. Ma va bene così, che non siamo una società di “diritti proprietari”, ma diffusi, validi per tutti.

Però non mi va più bene quando la loro storia diventa l’eterna unica storia che definisce l’essere donne in Italia e che massacra tutte le altre storie, massacrando anche la loro, non riuscendo a trovare un senso, non riuscendo a incastrare i pezzi della vita degli altri dentro la loro idea di normalità.

I sabati sera d’agosto su Rai Uno trasmettono i film indiani del mondo Bollywoodiano. Si concludono sempre con un matrimonio combinatissimo che magicamente si trasforma in amore. Se osi dire che sono belle storie a lieto fine trovi sempre qualche donna disposta a puntarti il dito contro e a volerti dare lezioni di libertà.

A me sembra che in un’Italia in cui si è andata ad acutizzare la divisione sociale in classi, provenienze geografiche e cultura di base, la libertà sia l’ultimo dei parametri che definisce l’orizzonte delle proprie condizioni, non sempre dettate per scelte. E ancora, mi sembra che a mano a mano che si complica la dimensione delle relazioni, la tipologia delle famiglie, il concetto stesso di famiglia, vada a crescere in maniera abominevole la semplificazione della lettura banale banale delle cose.

Così gli stereotipi e i luoghi comuni raccontano alla fine più di quanto tu di te possa raccontare, possa dire. Una coinquilina per dividere le spese d’affitto diventa una convivente, un’auto che ti accompagna a casa un amante. E poi chissà quante altre che mi sfuggono.

E alla fine la tua storia è quella che puoi provare a raccontare mille volte. Ma per quanto basse possano essere le scarpe che indossi, assente il trucco, alto il tuo livello d’istruzione, per quanto possa essere esteso il tuo racconto digitale… alla fine il prezzo della miseria provinciale ti tocca pagarlo ugualmente.

Io, sinceramente, sarei un po’ stanca. Perché quel prezzo dentro ha l’incapacità di saper leggere un articolo di giornale, di saper risalire alla fonte di una notizia, di saper definire i termini “username” e “password”.

Di saper definire un orizzonte politico di senso per questo Paese.

Già, dimenticavo, delle miserie provinciali la politica sa essere costruttrice maestra.

Non a caso agli uomini non capita mai.

(*) Mi è venuto alla mente il buon Lavenia, che teneva le esercitazioni di laboratorio durante il corso di Fisica 1. Si era fissato che era mio compito portare a lezione la signorina Daria Corrente, che si era iscritta ai laboratori, ma che non presenziava mai. Io in quanto ragazza, una delle pochissime, dovevo per forza esserle amica, no?

agosto 22 , 2011 at 2:15 pm 4 commenti

Stazione bloccata e treni in ritardo

Giovedì a Udine il treno che volevo prendere per tornare a PN viaggiava con 80 minuti di ritardo. Quello dopo con 20. E nell’aria la vocina di Trenitalia annunciava la motivazione “occupazione dei binari da parte dei manifestanti” alla Stazione di Trieste. Così ho dato un’occhiatina al telefono per trovarci la notizia: dei lavoratori di una ditta con un appalto da parte di Trenitalia, non pagati da mesi, chiedevano semplicemente il loro stipendio.

Tutta la storia sta scritta qui.

Ora 40 lavoratori han fermato i treni 4 ore, il tutto per il sacrosanto diritto a vedere retribuito il loro lavoro. E Trenitalia ha lasciato che per 4 ore un’intera linea ferroviaria restasse bloccata pur di non risolvere velocemente la faccenda di cui era co-responsabile.

Come se non gliene importasse poi tanto dei propri treni, dei propri utenti… dei propri lavoratori… la punta dell’iceberg?

agosto 20 , 2011 at 6:50 pm Lascia un commento

La ragazza che ruba

La ragazza che ruba ha un sorriso d’angelo non troppo sincero. La puoi vedere, attraverso una vetrina, e scambiarla per un gioiello.

Prima mi ha rubato 50 euro e adesso pure un pezzo di strada. Che non riesco a passare di li, quando le luci delle vetrine sono accese.

La ragazza che ruba ha fatto passare la storia come un furto da parte mia. Ma come potrà mai essere capitato, mi dico, se alla fine sono io quella rimasta con 50 euro in meno? Però la verità siede sempre dalla parte degli occhioni dolci, dei modi decisi, di quei 25 anni che avrà addosso, pieni di menzogne da non saper più riconoscere il vero dal falso.

Dicono che il cliente ha sempre ragione, ma la verità è che, quando stai in una città grande quanto un paesotto, con la testa fatta tale e quale un paesotto (no, non un paesino, dove le regole, le convenzioni, le precisioni, sono tanto ataviche quanto indicibili e perfettamente funzionanti…), puoi avere una ragione che ti si rivolta contro.

Così adesso non è tanto per quei 50 euro, ma per la fatica di impedirmi ad entrare in negozio, chiedere del titolare, raccontargli la storia, non essere creduta, essere puntata, che mi sale una specie di rabbia fastidiosa e voglia di migrare altrove, dove la strada può essere tutta bella o brutta e nessuno ti ruba un pezzo di centro città soltanto perché non hai la corazza necessaria.

Ecco, quel viso d’angelo di ragazza per bene, che certo piace ai ragazzi che cercano oggi forme e occhi da ragazza per bene, è nel micro una delle immagini più tristi di questo nostro Paese. E io che altro non posso fare che dire agli amici di non mettere più piede li (boicottaggio inefficace visto che non ci erano mai stati neppure prima), mi chiedo com’è che mi sembra così facile costruire l’Italia più bella, quando non sono riuscita neppure a farmi dare i 50 euro che mi spettavano.

Ovviamente la ragazza che ruba avrà sempre sorrisi d’approvazione. Magari per un marito bello e “in vista” o quel modo un po’ volgare di portare i tacchi.

E del fatto che rubi non se ne interesserà mai nessuno.

Esiste solo la verità che fa comodo ai più.

P.S.: In fondo la bicicletta che mi hanno rubato l’anno scorso valeva ben di più… sto migliorando nel farmi fregare.

agosto 18 , 2011 at 8:22 am Lascia un commento

L’archivio on line de La Stampa e… sorprese

“Cosa tiene accese le stelle” di Mario Calabresi mi ha fatto venir voglia di andare a frugare nell’archivio online de La Stampa. Una volta aperto però, cosa cercare in un quotidiano che nasce ad Ovest? Eppure ho scovato alcune chicche, La Stampa a inizio secolo aveva un inviato nel mio paese natio, Chions, raccontandone varie storielle.

Invece, indagando i Rocutto nel mondo, ho trovato questa lettera datata 1 febbraio 1974:

Un lettore ci scrive da San Michele al Tagliamento:  ”E’ vero che un certo numero di cittadini, tempo addietro, hanno firmato una petizione prò referendum antidivorzistico. Però è anche vero che se i firmatari di tale petizione oggi guardassero per benino il fondo della crisi economica nazionale, finirebbero per apprezzare, per principio di coscienza, l’opportunità di rinviare lo scontro nel momento attuale e si dovrebbero augurare che II Parlamento accogliesse la validità della loro richiesta rinviandone l’attuazione a crisi economica finita. Sempreché le parti In causa non abbiano, nel frattempo, trovato una via d’uscita onorevole. • Così il rinvio della consultazione non solo otterrebbe un risparmio di quel miliardi, che le Stato non ha disponibili, o che potrebbe, se li ha, stornare a cose più proficue, ma eviterebbe anche l’aprirsi di peggiori frane. In poche parole: ” evitare il sassolino nello Stivale, perché non debba di male in peggio scivolare ” Pasquale Rocutto

Beh, questo era mio nonno, poeta come si può intuire dall’ultima riga.

Io credo che questa sua lettera pubblicata su La Stampa non l’abbia mai letta. Ma non sarà un caso se a scovarla tanti anni dopo sia stata proprio io… :)

…e proprio mentre non si evita per niente il sassolino nello Stivale…

agosto 15 , 2011 at 7:56 pm Lascia un commento

Eh, però non ho vinto…

Almeno non ho dovuto pagare 100 euro per il colloquio, come ha pensato di fare un’agenzia di Milano per reclutare personale. Che poi mi sa tanto di attività pubblicitaria… ma vabbè.

Insomma il lavoro dei sogni con Wimdu non mi è spettato anche se mi resta la soddisfazione di essere stata scelta tra i video italiani: forse un po’ ci ha messo lo zampino la fortuna, di certo l’affetto delle mie reti amicali (e anche solo per questo è stata una bella esperienza :) ), un po’ le 10 ore di lavoro per 1 minuto di video e poi boh.

Certo non ho promesso altro che cartoline, non ho pagato nessuno, non ho dovuto fare niente di che, solo un video e coinvolgere gli amici, ben sapendo di fare pubblicità a un’impresa, come in fondo facciamo un po’ sempre un po’ tutti. E allora mi chiedo com’è che  si accettano tante schifezze e non ci si mette in gioco in cose così, leggere, simpatiche, esperienze fattibili. Io in fondo per poter partire avrei dovuto licenziarmi (certo, anticipando di poco la scadenza di un contratto a termine): non è bizzarro in un paese che lamenta un altissimo tasso di disoccupati ben più giovani di me?

Comunque ho un sacco di cose da fare ugualmente di qui ad ottobre, anche stando in Italia (magari con una capatina a Dublino), tipo:

-BuskerFestival a Ferrara (meta fissa da 3 anni:))

-Super concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti su Pasolini per i 100 anni della Casa del Popolo il 2 settembre a Pordenone (GRATIS!)

-Maratona fotografica a Trieste

-Pordenonelegge (tocca :D )

-Festival di Internazionale (sperando nell’accredito come l’anno scorso)

-Manifestazione del 15 ottobre (che non so cosa ne uscirà… ma vabbè)

E poi ci sono gli esami che dovrei cercare di dare, un’inchiesta che sto elaborando e non svelo finché non parte, un lavoro da cercare.

Senza contare che dobbiamo rimettere in piedi l’Italia. E a settembre non ci sono più le maniche corte, occorre rimboccarsele ;) ,

 

agosto 12 , 2011 at 7:49 pm 6 commenti

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