Archive for settembre, 2011
Internazionale a Ferrara: prima puntata
Ore 5.05: il treno da Pordenone parte in orario. Ci siamo. L’anno scorso mi ero ripromessa di partire un giorno prima… Poi quest’anno mi sono dimenticata il fatto del mattino, del buio, che alle 5.00 ancora non ci sono i giornali, e così sveglia nella notte.
Ma il fatto è che bisogna che recuperi il pass e che mi metta in coda per l’evento inaugurale con la consegna del Premio Anna Politkovskaja a Hossam el Hamalawy.
E insomma eccomi. Anche se senza giornali e senza libro e con un sonno che…
Ore 10.30: Aspettando l’inaugurazione e poi Genova…:)
“Adesso basta”. Basta cosa?
Diciamocelo: se il Ctrl+Alt+Canc “non va” non occorre massacrare la tastiera e neppure portare tutto il pc (magari monitor compreso) a riparare. A volte basta semplicemente attaccare il cavo della tastiera al pc, oppure sostituirla, oppure, più semplicemente, riavviare il tutto.
Talvolta mi dimentico che questa, per me ABC dell’approccio necessario per sopravvivere con un pc, è cosa nota a una percentuale di persone piccolissima.
Talvolta mi dimentico che una buona fetta di chi ha un indirizzo mail non si pone neppure il dubbio se ciò che per me è ovviamente spam vada effettivamente preso sul serio.
E a volte ho il sospetto che chi opera nella rete, chi ci scrive, chi ci vende, chi si fa conoscere li, non si rende del tutto conto di avere a disposizione uno strumento che in Italia è ancora di nicchia. Ho come il sospetto che chi con il web ci guadagna tenda a parlare a percentuali, più che a numeri reali, pur di convincere il proprio cliente. E ho come il sospetto che talvolta ci si lasci trascinare in questo convincimento perchè talvolta è comodo così, anche per le nostre coscienze (la mia rete di Twitter dice che Silvio si deve dimettere? Lo dico anch’io-in realtà non lo credo-, siamo la maggioranza, Silvio si dimetterà e vado a letto convinta e contenta. E non importa se la mia rete è data dallo 0,002% della popolazione italiana).
Nel tragitto da casa mia alla stazione, 2 km, ci sono 5 edicole di cui una è quella della stazione. Una ha chiuso, una sta cercando di vendere e le due che sopravvivono vendono anche tabacchi e numeri del lotto. Sarà un caso, ma c’era un’altra edicola nel tragitto, ha chiuso circa un paio d’anni fa, riconvertendosi solo alla vendita del lotto e dei tabacchi.Quindi fino a 2 anni fa c’erano 6 edicole là dove l’anno prossimo potremmo trovarne solo 3.
Ebbene: chi vive la rete può anche osservare questo fenomeno ritenendolo l’ovvia conseguenza della fine dei giornali cartacei. Ma ho come il sospetto che non siano propriamente queste le cause di tutto ciò.
Si pensa che a tutti i cittadini siano dati gli stessi strumenti per poter accedere all’informazione e quindi crearsi un’opinione, invece così non è. C’è un gradino gigantesco tra l’entrare in edicola o accendere la televisione e aprire un browser.
E’ un gradino sopra al passo per cui enti pubblici e imprese sono costretti a pagare per avere chi recupera icone di Word disperse per i desktop.
Qualcuno può ben essere ottimista e pensare che in breve quel gradino si rimpicciolirà con i cambi generazionali. Ma quanti anni ci vorranno? E nel frattempo? E le conseguenze di quel frattempo?
Ho l’impressione che nel frattempo si stia sostituendo il “go vist sul giornal” (dove giornale poteva essere Il Gazzettino, Il Messaggero, Oggi, Gente) col niente o con al massimo uno sguardo meno che settimanale a Facebook, dove sarebbe necessaria una capacità di analisi e distinzione tra vero e falso 100 volte superiore alla serenità di un trafiletto sul giornale. La mattina non c’è più nemmeno il ragazzetto alternativo che compra il giornale: presumibilmente si accontenta di leggere quattro righe su Repubblica.it. (E forse è meglio così vista come sta la stampa ultimamente.)
Non occorre una laurea in ingegneria per sottolineare 100 volte che certe bufale che diventano catene di Sant’Antonio sono palle spaziali. Eppure devo fornire link, analisi, discussioni anche ai migliori tra i miei coetanei laureati per dimostrargli che se la stan prendendo col nulla. L’allarmismo che deridiamo tra i vicini di casa che temono “i codici degli zingari” esiste tale e quale anche in rete ed è ancora più difficile da estirpare. Anzi, è amplificato ancora di più, esasperato.
Senza poi parlare delle notizie locali: il buon giornalismo secondo me presuppone un buon racconto. E non è detto che uno spettatore di un evento sia garanzia del buon racconto. Non sto valutando l’affidabilità dei fatti: ma la decenza con cui gli stessi possono venir raccontati, che non è detto interessi a chi nella vita ha ben altro da fare che essere pignolo narratore. E al momento o i fatti li vivi o devi darti ai giornali locali. Chi altri si mette li a raccontarti come stanno le cose maniera almeno un po’ approfondita? Così le edicole che chiudono mi sanno di persone che ignorano sempre di più cosa succede all’ospedale, cosa si decide in Regione e tante altre cose forse non troppo piccole.
Insomma, sarà perché sto invecchiando, ma a me pare che il senso critico che secondo molti guru la rete dovrebbe aumentare va invece via via appiattendosi. Basti vedere come il tema della politica si schiacci anche in rete, tra giornali on-line e social network sulla questione “casta” attorno a slogan o prese di posizione che sono di una semplicità angosciante e di conseguenze che non vengono nemmeno prese in analisi: per essere letto scrivo ciò che alla gente piace leggere e il circolo vizioso non finisce mai.
Sarà anche perché viviamo in un’eterna propaganda reale e virtuale, dove si va alla cattura del consenso senza spazi di costruzione del consenso, dove anche da parte di chi si immagina ci sia la testa per pensare delle cose si sente dire “facciamoci conoscere organizzando una festa”, non “pensiamo a una bella inchiesta” oppure “organizziamo un corso”, oppure “pensiamo a una bella idea”. Oppure “cambiamo le parole”. Come se fosse facile.
Enzo Forcella scriveva negli anni ’50, agli albori della Democrazia, che i suoi articoli sulla politica italiana avevano 1500 lettori. Ma quella era l’Italia che ancora doveva imparare a leggere e scrivere, pensavo io fino ad un anno fa. Invece adesso mi vien da dire che nel momento in cui l’Italia ha avuto la possibilità di saper leggere e scrivere si è privata dei contenuti critici capaci di farle fare un passetto di più. Come se contenuti e strumenti viaggiassero asincroni.
Quasi che quando involuzione dev’essere non c’è patente europea che tenga. Ci lamentiamo della democrazia dell’ignoranza e poi, declinando una necessaria assunzione di responsabilità, la alimentiamo con l’accontentarci della nicchia e del ruolo che riusciamo a costruirci nella detenzione di controllo di uno strumento.
Oggi è il compleanno di Miguel de Cervantes, come mi ha ricordato Einaudieditore. E io che non l’ho mai letto sono rimasta colpita da una frase don chisciottesca “Ricorda, caro mio Sancho, chi vale di più, deve fare di più”.
Ecco cosa vale oggi più che in altri tempi. Specie quando le parole della rete vengono riprese dai media come se definissero uno spaccato di società, mentre a me pare definiscano il punto più basso della Democrazia.
Insomma non è che sono pessimista.
Solo che sono un po’ stufa dell’esaltazione circolare di taluni che poi non contribuisce d’un passo a ricostruire qualcosa in questo Paese.
Sono stanca degli inviti ad emulare altri paesi, altri esempi, noi, che non siamo mai stati capaci di copiare come si deve.
Ed è ridicolo invocare elezioni quando non si è lavorato affinché nessun modello alternativo a questo potesse essere messo in piedi.
“Adesso basta!”
Basta cosa?
Internazionale a Ferrara 2011: festival alle porte!
Devo controllare gli orari dei treni. Guardare le previsioni del tempo. Preparare scarpe e calzini. E poi via, venerdì mattina, cara Ferrara, arrivo!
Parte infatti venerdì 30 settembre la quinta edizione del Festival di Internazionale e, come l’anno scorso, la seguirò il più possibile cercando di aggiornare al massimo blog e Twitter (quest’anno lo smartphone sarà diabolicamente iperattivo
). A tal proposito l’hashtag sarà #Ferrara2011 .
La cosa bella è anche che rivedrò qualcuno che c’erano l’anno scorso e qualcuno invece lo conoscerò perché l’anno scorso me lo sono perso, dentro una delle cornici più belle del panorama festivicolo italiano che io conosca.
Provate a dare un occhio al programma e poi ditemi se non ho ragione. Quest’anno tra l’altro ci sarà un’attenzione particolare alla crisi, alla memoria di Genova 2001, alle donne, oltre all’attenzione che sempre c’è per gli avvenimenti internazionali del resto del mondo. E poi è stata una notte di Festival a farmi innamorare definitivamente dei Perturbazione: quest’anno che c’è Jovanotti-dj cosa potrà succedere alla mia onda musicale che altro non può se non rinsavire?
Non sarebbero meglio un bravo mecenate?
Prendi una ragazza di vent’anni che desidera ardentemente migliorare le sue qualità fotografiche e studiare in una prestigiosa scuola americana. La scuola costa 50.000 dollari che lei e la sua famiglia non hanno. Vive in Italia e ogni giorno si cimenta a migliorare le sue qualità artistiche, ma certo, dice, poter studiare lì sarebbe un’altra cosa.
Può farsi venire in mente questa cosa ogni tanto, guardare in Internet i programmi, sospirare e dire “non ci posso fare niente”.
Io posso guardare le sue foto e dire che se avesse le possibilità, oh, avesse la miccia di un sogno che s’accende, avrebbe almeno l’occasione di osare e nessuno può immaginare che cosa le potrebbe riuscire di fare.
Ieri sera su Rai Uno è andata in onda l’ennesima miniserie di cui ci si chiede il perché. In questo caso si parla di tal Tiberio Mitri, pugile triestino (che io ignoravo totalmente, non a caso la sua biografia non mi pare spicchi per aver contribuito in maniera esemplare alla vita pubblica italiana): ho avuto modo di guardare solo un pezzetto del tutto e la cosa che più mi ha schifata è stata la sotterranea esaltazione del periodo fascista (oltre alla recitazione discutibile, la miscellanea di accenti poco credibili, etc etc). Ora: era necessaria al popolo italiano o era necessaria a un pareggio di accordi tra forze politiche? A me pare palese si tratti della seconda opzione. Tanto più che mi pare la cosa non abbia scaldato animi in giro: forse era proprio un regolamento tra le parti.
La cultura in Italia la finanziamo tutti, con le nostre tasse. La finanziamo al pari di qualsiasi altra impresa. La paghiamo poi quando andiamo al cinema e quando entriamo ai musei. Qualche volta non la paghiamo affatto: (mostre, cinema all’aperto, spettacoli di teatro) talvolta ci sono privati che contribuiscono con una sponsorizzazione, spesso ci mettono molto del loro gli enti pubblici. Se ci pensiamo bene, se andiamo a curiosare tra i bilanci, spesso finanziamo attraverso i contributi pubblici (regionali, provinciali, comunali) associazioni e progetti ben poco interessanti o addirittura finanziamo cose che poi non hanno nessuna ricaduta pubblica collettiva (per non parlare poi delle cose che noi personalmente riteniamo schifose).
Si piange spesso il morto rispetto ai fondi che vengono elargiti ad attività culturali, ma talvolta mi chiedo se certe cose hanno avuto fin’ora motivo d’essere e come si potranno sostenere nel futuro venturo.
Così, pensando alla ragazza di cui sopra, beh, oggi mi chiedevo: non sarebbe meglio se ci fossero dei nuovi mecenati, tipo quelli che c’erano ai tempi di Leonardo, o gente come Penny Guggenheim? Ci vorrebbe un senso di responsabilità individuale che esca dalla delega allo Stato nella decisione di ciò che è cultura e di ciò che non lo è. Invece in Italia oltre allo Stato c’è tutt’al più qualche Fondazione che premia solo ciò che è “politicamente corretto”, ossia le cose neutre o già consacrate in precedenza da altri. E alla fine il Colosseo e Pompei hanno i loro problemi strutturali lo stesso.
E così se qualcuno ha in mente qualcosa di diverso non ha tutte queste opportunità per mettersi in coda da qualcuno di tanto lungimirante da ascoltare la sua idea, il suo progetto di vita. Deve sperare, come un idiota, di vincere al superenalotto. Deve illudersi, in un’epoca ancora pregna di analfabetismo informatico (e non mi occorrono sondaggi per poter affermare con una certa sicurezza che almeno il 60% della popolazione italiana non sa chi sia questo Google di cui oggi si festeggiano i 13 anni), che qualcuno capiti sul suo sito fotografico e ne rimanga estasiato.
Ieri sono andata al cinema a vedere Carnage di Roman Polanski. Ho pagato il biglietto 4 euro. La sala, vista la giornata, era più che mezza vuota.
Se il biglietto fosse costato 6 euro ci sarebbe stata la stessa gente (perché in fondo non c’è più o meno sempre la stessa gente?). E magari a qualcuno sarebbe stata data qualche opportunità diversa.
Tanto si critica la Politica, ma quanti altri sono gli spazi dove non si creano le occasioni? Dove sempre le stesse strutture devono mantenersi intatte?
Forse decostruzioni e ricostruzioni come quelle in atto a Roma al teatro Valle non sono poi tutto questo gran male…
Il popolo sovrano
Hanno urlato, ma nessuno ha messo la testa fuori, nessuno ha aperto la finestra, così che quelli hanno sgorlato il portone, hanno tirato calci e poi la signora dalla voce racchiosa della casa di fronte ha tirato fuori 4 bastoni. Così hanno sfasciato tutto, urlando in dialetto, confondendosi con animali che neppure conosco, hanno rotto i vetri del portone e poi non so com’è, ma si sono allontanati. Solo due sono rimasti sul vialetto all’ingresso, a commentare, e gli altri sono andati avanti, con quel passo da pensionati pesanti.
Poi non so cosa sia successo, ma sono tornata a dormire, con la febbre a 40, che la rivoluzione se partiva così, non poteva certo continuare.
Dicono che sotto il palazzo del municipio dopo un’ora ci fossero cento persone. E poi mille. Con Bepi Nosel che chiedeva l’aumento della pensione e uno del bar li a fianco che chiedeva il taglio delle tasse, mentre ragazzini invocavano libri gratis e un fabbricante di unghie di plastica piangeva la sua disoccupazione.
E il giorno dopo sui giornali si parlava solo del figlio di Bepi Nosel, che aveva preso in mano la situazione, delle dimissioni del sindaco, di elezioni anticipate e un cassonetto bruciato sotto il portone dell’ATER. E poi c’era una foto con tutta quella gente assieme, e quei fucili, manco fossimo un popolo di cacciatori, quelli che un giorno stavano da una parte e il giorno dopo da quell’altra, quelli che si erano contestati per vent’anni e i ragazzini che non avevano mai contestato nessuno.
Che bisognava riscrivere la Costituzione.
Che il popolo è sovrano.
Il Tunnel della Gelmini
Insomma a quanto pare la Ministra Gelmini ha pensato bene di farci passare qualche ora di allegria pur di non spingerci allo shopping sempre meno compulsivo del sabato pomeriggio. E quindi ieri ha diramato questo comunicato nel quale, oltre a definire una scoperta scientifica una “vittoria” (che i neutrini fossero in gara con la luce poi…), si congratula per il ruolo avuto dall’Italia nel finanziare il tunnel tra il CERN di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso.
Su Twitter si stanno scatenando le battute più divertenti attraverso l’hashtag #tunnelgelmini. Ma anche alcune riflessioni forti, perché insomma, scrivere un comunicato del genere può andar bene per le masse distratte, ma non va certo bene se poi a leggerlo è chi in questo momento è pronto a cogliere ogni elemento di distrazione del Governo. Pare quasi una provocazione.
E se fosse proprio questo lo scopo? Assieme alla lista dei presunti gay non dichiarati seduti in Parlamento (giudizio morale che si va a sostituire a quello politico), si continua a giocare con piccolezze che producono un fastidio semplice.
Così che alla fine se il Governo sul serio cadrà, beh, darà mano libera al successivo di fare ciò che vuole.
Che tanto di politica è ancora vietato parlare.
E’ tutta colpa degli idioti
“Il lavoro finché c’è bisogna tenerselo stretto e resistere”
“Bisogna adattarsi a fare di tutto”
Ogni volta che qualcuno pronuncia queste parole davanti a qualcuno che gli crede crea costi sociali per la collettività, finanzia le case farmaceutiche senza neppure guadagnarci niente, prima o poi subirà sulla propria pelle gli effetti collaterali della propria banalità.
Ogni volta che qualcuno pronuncia queste parole alimenta il lavoro nero, contribuisce alla disoccupazione femminile, sostiene la stagnazione del nostro Paese, ingrigisce l’Italia.
Quattro righe di legge che mettano al bando banalità e ignoranza e hai il pareggio di bilancio senza ricorrere a riforme Costituzionali.
Pordenonelegge 2011: la scatola dei ricordi
Ed eccola, la scatola degli appunti e dei ricordi di questo mio girovagare per Pordenonelegge quest’anno. La organizzo a paragrafi sparsi, così chi vuole si legge ciò che preferisce. In ogni caso qui ci sono le foto
.
Le case editrici: Meritevoli premi simpatia a Becco Giallo e ISBN Edizioni. Becco Giallo ha lanciato un simpatico Twitt per conoscere i twitteri in giro per il festival e così, seppure un po’ di fretta, sono passata a salutarli al loro bello stand, conquistandomi pure un ricordino omaggio. Mi ero ripromessa tempo fa di tenerli d’occhio e adesso non me ne dimenticherò.
ISBN invece è la casa editrice con cui Roberto Ferrucci ha pubblicato Sentimenti Sovversivi (vivamente consigliato, specie dopo un’insieme di coincidenze di questi giorni per cui il tema dell’impegno civico e della leggerezza li ho sentiti intrecciarsi più volte) e non solo ho avuto la possibilità di incontrare Roberto di persona, il cui libro avevo letto appena uscito, ma pure di conoscere la sua editor e di berci assieme lo spriz… in compagnia di Tiziano Scarpa (che ho cominciato a leggere da ragazzina per riprendere qualche anno fa. E mai avrei immaginato di trovarmici a parlare di referendum elettorali al Caffè Municipio). E ISBN ha pure pagato il conto! Mi sono trattenuta dal saltellare per l’emozione.
Premio doppia gaffe: Se lo merita Giancarlo De Cataldo. Pessima battuta sui pordenonesi e la Lega (“Quando mi hanno detto che dovevo venire a Pordenone il 18 pensavo di non trovare nessuno, che i pordenonesi fossero tutti a prendere l’ampolla, e invece…”). E poi insomma, la sigla di Pordenone è PN, non PD (che è Padova). Devo dire che a parte questo la presentazione che ha fatto de I traditori mi ha quantomeno incuriosita.
E poi ha sempre il suo fascino il pubblico quando fa domande appassionate, legate alle proprie letture, quando lo senti mormorare aspettando il proprio scrittore del cuore. E c’era un po’ di gente così ad aspettare De Cataldo.
Gli autori scoperta: Divertente e brillante il dialogo tra Jim Crace e Gianmario Villalta. Crace è un simpaticissimo autore inglese e ha presentato per Guanda “Tutto ciò che abbiamo amato”. Spero di riuscire a leggerlo al più presto! Incontro riuscito, non a caso Tullio Avoledo sedeva sorridente in prima fila (per il prossimo anno voglio la “Guida al festival” by Tullio Avoledo, fosse pure non autorizzata. Dove c’è lui ci sono sempre cose divertenti).
Mezza delusione… l’incontro con Zygmunt Bauman dal titolo “Non siamo tutti immigrati?”. Il suo pensiero ha ormai contaminato così tanto il pensiero “comune”, almeno a sinistra, che sembrava di sentire sempre le solite cose. E pensare che non sono mai riuscita a leggerlo. Forse Garlini, che guidava il dibattito, ha sviscerato il tema nel miglior modo possibile. Ed è solo la sensazione che anche questo pensiero sia insufficiente a interpretare le cose e a contribuire a cambiarle a deludermi un po’. O forse sarà tutta colpa delle due ore di coda?
Chicche: Anche se temevo potesse essere pericolosamente noioso il contesto, non ho potuto resistere e sono andata a seguire l’esperimento di “Roland. Scritture emergenti“, alle quali partecipava Giulio Mozzi (ah, le letture di gioventù! Però chissà perché libri bellissimi li ho dimenticati mentre “Fantasmi e fughe” mi ritorna spesso in mente). Il dibattito sulla conservazione dei salami tra Giulio Mozzi e una giovane autrice durante la lettura del suo racconto (purtroppo leggeva veramente troppo male per essere comprensibile il contenuto) è stato paradossalmente interessante pensando a come una stessa frase possa creare immaginazione differente da una regione all’altra…
Delizie particolari: la presentazione de Il piacere del vino ad opera di Slow Food presso l’Ariston, un gradevole locale che ha una selezione di vini proprio bella. la presentazione, condotta da Lorenzo Amat, è stata a dir poco affascinante. Peccato però: ci vorrebbero più ragazzi costretti a forza a sentire certi racconti, avvicinarsi a certi vini. Invece non c’erano. Eppure si beveva gratis. Ottimo pure il salame, non c’è che dire.
Premio al bello: ok, quest’anno non mancavano i giovani e belli noti. Ma vagabondando per caso ho avuto il piacere di fare qualche foto a Karl Ove Knausgard, autore norvegese che attualmente gode di una certa gloria nel suo paese e il cui libro “La mia lotta” sembra piacere anche anche al pubblico italiano. Eppure altro non si tratta della storia della sua famiglia, una storia normale, raccontata in 6 volumi, 3200 pagine, dove non accade a quanto sembra niente di particolare. Eppure… Siamo arrivati al punto che la normalità è così poco apprezzata che occorre una storia scritta per tirare il fiato? Certo che secondo me il personaggio ha l’estetica dalla sua parte
…
Avrei voluto restare di più a seguire Fulvio Ervas nella presentazione di “L’amore è idrosolubile” e scambiarci 4 chiacchiere. Uff, ho scoperto che mi manca il primo libro della saga dell’agente Stucky, ma non ho capito quale sia… insomma, ero preparatissima a quest’incontro, ma purtroppo sono dovuta scappare gli ultimi 10 minuti. Quando ricapiterà l’occasione?
E avrei voluto sentire tutta per bene la presentazione di Tullio Avoledo e Boosta di “Un buon posto per morire“. Purtroppo non mi è riuscito l’incastro di cose che avevo in mente e li ho potuti apprezzare solo pochi minuti in una combinazione lettura-piano che prometteva bene.
Mia personale big delusion: l’assenza di Drago Jancar. Eh, lo so, credo sia stata una di quelle assenze di cui non si è accorto nessuno. Tanto la sala era praticamente vuota anche prima che ne annunciassero l’assenza. Ma dopo Aurora Boreale e dopo averlo sentito a Pordenonelegge 2009 sta nella classifica dei miei autori preferiti, senza dubbio. E si, l’incontro sulla drammaturgia slovena l’ho seguito lo stesso, ma con che fatica!
Vivi complimenti vanno tutti all’interprete dall’inglese all’italiano. Decisamente.
Riflessione in conclusione: Bauman ha parlato di rete e comunità durante il suo dibattito. Ma se dovessi dare la mia definizione direi che comunità è oggi quell’insieme di relazioni a cui se dici, dopo 3 giorni di girovagamenti “Son andata a sentire Bauman” oppure “ho bevuto l’aperitivo con Tiziano Scarpa” ti senti rispondere “Ah” oppure un equivalente “sarebbero?”. La rete è quella cosa dove dici le stesse cose trovi qualcuno che ti risponde “avrei voluto esserci anch’io”.
Per fortuna tra 15 giorni c’è il Festival di Internazionale a Ferrara e, come l’anno scorso, ci andrò accreditata
. Devo cominciare a studiarmi il programma
.



