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“Adesso basta”. Basta cosa?

TestDiciamocelo: se il Ctrl+Alt+Canc “non va” non occorre massacrare la tastiera e neppure portare tutto il pc (magari monitor compreso) a riparare. A volte basta semplicemente attaccare il cavo della tastiera al pc, oppure sostituirla, oppure, più semplicemente, riavviare il tutto.

Talvolta mi dimentico che questa, per me ABC dell’approccio necessario per sopravvivere con un pc, è cosa nota a una percentuale di persone piccolissima.

Talvolta mi dimentico che una buona fetta di chi ha un indirizzo mail non si pone neppure il dubbio se ciò che per me è ovviamente spam vada effettivamente preso sul serio.

E a volte ho il sospetto che chi opera nella rete, chi ci scrive, chi ci vende, chi si fa conoscere li, non si rende del tutto conto di avere a disposizione uno strumento che in Italia è ancora di nicchia.  Ho come il sospetto che chi con il web ci guadagna tenda a parlare a percentuali, più che a numeri reali, pur di convincere il proprio cliente. E ho come il sospetto che talvolta ci si lasci trascinare in questo convincimento perchè talvolta è comodo così, anche per le nostre coscienze (la mia rete di Twitter dice che Silvio si deve dimettere? Lo dico anch’io-in realtà non lo credo-, siamo la maggioranza, Silvio si dimetterà e vado a letto convinta e contenta. E non importa se la mia rete è data dallo 0,002% della popolazione italiana).

Nel tragitto da casa mia alla stazione, 2 km, ci sono 5 edicole di cui una è quella della stazione. Una ha chiuso, una sta cercando di vendere e le due che sopravvivono vendono anche tabacchi e numeri del lotto. Sarà un caso, ma c’era un’altra edicola nel tragitto, ha chiuso circa un paio d’anni fa, riconvertendosi solo alla vendita del lotto e dei tabacchi.Quindi fino a 2 anni fa c’erano 6 edicole là dove l’anno prossimo potremmo trovarne solo 3.

Ebbene: chi vive la rete può anche osservare questo fenomeno ritenendolo l’ovvia conseguenza della fine dei giornali cartacei. Ma ho come il sospetto che non siano propriamente queste le cause di tutto ciò.

Si pensa che a tutti i cittadini siano dati gli stessi strumenti per poter accedere all’informazione e quindi crearsi un’opinione, invece così non è. C’è un gradino gigantesco tra l’entrare in edicola o accendere la televisione e aprire un browser.

E’ un gradino sopra al passo per cui enti pubblici e imprese sono costretti a pagare per avere chi recupera icone di Word disperse per i desktop.

Qualcuno può ben essere ottimista e pensare che in breve quel gradino si rimpicciolirà con i cambi generazionali. Ma quanti anni ci vorranno? E nel frattempo? E le conseguenze di quel frattempo?

Ho l’impressione che nel frattempo si stia sostituendo il “go vist sul giornal” (dove giornale poteva essere Il Gazzettino, Il Messaggero, Oggi, Gente) col niente o con al massimo uno sguardo meno che settimanale a Facebook, dove sarebbe necessaria una capacità di analisi e distinzione tra vero e falso 100 volte superiore alla serenità di un trafiletto sul giornale. La mattina non c’è più nemmeno il ragazzetto alternativo che compra il giornale: presumibilmente si accontenta di leggere quattro righe su Repubblica.it. (E forse è meglio così vista come sta la stampa ultimamente.)

Non occorre una laurea in ingegneria per sottolineare 100 volte che certe bufale che diventano catene di Sant’Antonio sono palle spaziali. Eppure devo fornire link, analisi, discussioni anche ai migliori tra i miei coetanei laureati per dimostrargli che se la stan prendendo col nulla. L’allarmismo che deridiamo tra i vicini di casa che temono “i codici degli zingari” esiste tale e quale anche in rete ed è ancora più difficile da estirpare. Anzi, è amplificato ancora di più, esasperato.

Senza poi parlare delle notizie locali: il buon giornalismo secondo me presuppone un buon racconto. E non è detto che uno spettatore di un evento sia garanzia del buon racconto. Non sto valutando l’affidabilità dei fatti: ma la decenza con cui gli stessi possono venir raccontati, che non è detto interessi a chi nella vita ha ben altro da fare che essere pignolo narratore. E al momento o i fatti li vivi o devi darti ai giornali locali. Chi altri si mette li a raccontarti come stanno le cose maniera almeno un po’ approfondita? Così le edicole che chiudono mi sanno di persone che ignorano sempre di più cosa succede all’ospedale, cosa si decide in Regione e tante altre cose forse non troppo piccole.

Insomma, sarà perché sto invecchiando, ma a me pare che il senso critico che secondo molti guru la rete dovrebbe aumentare va invece via via appiattendosi. Basti vedere come il tema della politica si schiacci anche in rete, tra giornali on-line e social network sulla questione “casta” attorno a slogan o prese di posizione che sono di una semplicità angosciante e di conseguenze che non vengono nemmeno prese in analisi: per essere letto scrivo ciò che alla gente piace leggere e il circolo vizioso non finisce mai.

Sarà anche perché viviamo in un’eterna propaganda reale e virtuale, dove si va alla cattura del consenso senza spazi di costruzione del consenso, dove anche da parte di chi si immagina ci sia la testa per pensare delle cose si sente dire “facciamoci conoscere organizzando una festa”, non “pensiamo a una bella inchiesta” oppure “organizziamo un corso”, oppure “pensiamo a una bella idea”. Oppure “cambiamo le parole”. Come se fosse facile.

Enzo Forcella scriveva negli anni ’50, agli albori della Democrazia, che i suoi articoli sulla politica italiana avevano 1500 lettori. Ma quella era l’Italia che ancora doveva imparare a leggere e scrivere, pensavo io fino ad un anno fa. Invece adesso mi vien da dire che nel momento in cui l’Italia ha avuto la possibilità di saper leggere e scrivere si è privata dei contenuti critici capaci di farle fare un passetto di più. Come se contenuti e strumenti viaggiassero asincroni.

Quasi che quando involuzione dev’essere non c’è patente europea che tenga. Ci lamentiamo della democrazia dell’ignoranza e poi, declinando una necessaria assunzione di responsabilità, la alimentiamo con l’accontentarci della nicchia e del ruolo che riusciamo a costruirci nella detenzione di controllo di uno strumento.

Oggi è il compleanno di Miguel de Cervantes, come mi ha ricordato Einaudieditore. E io che non l’ho mai letto sono rimasta colpita da una frase don chisciottesca “Ricorda, caro mio Sancho, chi vale di più, deve fare di più”.

Ecco cosa vale oggi più che in altri tempi. Specie quando le parole della rete vengono riprese dai media come se definissero uno spaccato di società, mentre a me pare definiscano il punto più basso della Democrazia.

Insomma non è che sono pessimista.

Solo che sono un po’ stufa dell’esaltazione circolare di taluni che poi non contribuisce d’un passo a ricostruire qualcosa in questo Paese.

Sono stanca degli inviti ad emulare altri paesi, altri esempi, noi, che non siamo mai stati capaci di copiare come si deve.

Ed è ridicolo invocare elezioni quando non si è lavorato affinché nessun modello alternativo a questo potesse essere messo in piedi.

“Adesso basta!”

Basta cosa?

settembre 29 , 2011 at 1:35 pm Lascia un commento


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