Archive for ottobre, 2011

La magia di un libro

Li potete trovare su Twitter, su Facebook, ma sopratutto li potete leggere nel blog che hanno appena creato: sono i ragazzi di “La magia di un libro”, un gruppetto in espansione unito dall’idea che raccontare le proprie letture e condividere le proprie impressioni sia una bella cosa.

Certo, ce ne sono un sacco di gruppi così, ma non tutti nascono… dalla Carnia! Così quando Alessandro Missana, uno degli ideatori e realizzatori del progetto, studente dell’Università di Udine, mi ha proposto di collaborare con loro mi sono subito incuriosita e mi sono fatta raccontare un po’ il come e dove del tutto.

Ebbene, da Tolmezzo si sono rimboccati le maniche in 4 (e se date uno sguardo ai profili vedrete che son tutti giovani) e hanno deciso di mettere in piedi un blog dove ogni autore può recensire i libri che desidera, di qualsiasi genere essi siano.

“Dato che sul web esistono già tantissime realtà come questa, abbiamo pensato di dare un tocco esclusivo al blog. Per questo abbiamo puntato molto sul lato estetico” dice Alessandro. Infatti se ci date un’occhiatina funziona proprio così: ci sono gli autori con le loro recensioni, la possibilità di commentarle e di scambiarsi quindi opinioni. Per il periodo di Halloween si sono ad esempio accordati per recensire storie dell’orrore.

All’orizzonte ci sono poi collaborazioni con scrittori di racconti, interviste e recensioni in anteprima e la buona volontà di realizzare iniziative culturali future.

E certo, in una regione come la nostra che zitta zitta sforna scrittori a volontà, in una terra come la Carnia, che, come Carnia.la dimostra, ha una sua particolare attenzione per la rete, questo laboratorio merita quanto meno un occhio di riguardo.

Chissà. Intanto continuo il mio ponte di full immersion di letture… magari mi riesce qualche buona lettura da condividere presto :) !

ottobre 31 , 2011 at 1:42 pm 2 commenti

Il suono di una sola mano

“E poi ci sono i ricordi. Da qualche parte lì nascosti, in qualche cassetto. C’è una scatola di colore arancio, con i ricordi belli. Questa è in tutte le case. Poi c’è un’altra casa, quella nera. Questa non è in tutte le case. Qui ci sono i pezzi di giornale, indagini, rassegne stampa.” (Maddalena Rostagno)

More about Il suono di una sola manoDi Mauro Rostagno sapevo solo che era un giornalista, ucciso dalla Mafia. Uno dei tanti. Non conoscevo il tempo, gli intrecci. Non conoscevo le storie, non sapevo di Macondo, dell’India, di quand’era un arancione e di quand’era un bianco. Poi invece, forse non troppo per caso, mi sono ritrovata questo libro in mano. La storia di una figlia dentro a quella di un padre.

Il suono di una sola mano” (Ed. Il Saggiatore) di Maddalena Rostagno e Andrea Gentile non si può riassumere. Occorrerebbe riassumere un pezzo di Storia d’Italia, di storia negata e taciuta ormai da troppo tempo.

Occorrerebbe riassumere i sentimenti di una figlia, quelli di una compagna, le loro felicità passate, e poi quella tragedia, personale e  pubblica allo stesso tempo, così intrecciata a tante altre storie da far sembrare l’Italia un paesino.

Il potere delle storie vere, che hanno una fine nota, ma ne puoi scoprire l’inizio, le parole, la colonna sonora fatta di note che riconosci, lo sfondo, fatto di eventi che hanno date e città e nomi, è quello di restarti dentro un pezzo in più di quel che capita a un’invenzione.

Così succedono anche le lacrime, mentre faccio passare le pagine dentro a un treno che fa ogni giorno la stessa strada, perché tutto ciò che è stato, le falsità, le omissioni, le domande irrisolte, sono di tutti, non di qualcuno.

Perché è anche con tutto questo che dovremmo saper fare i conti.

Con i racconti di Maddalena Rostagno, di Benedetta Tobagi, di Umberto Ambrosoli, di Mario Calabresi: tutte lezioni di come occorra tenacia per scovare il vero, per costruire una narrazione da trasmettere ai posteri, per rovesciare certe distorsioni. Per imparare il valore del non dimenticare.

E mentre scivolano tra la rete e la televisione e i giornali di carta le notizie sulla crisi, i dibattiti sulle pensioni, le spiegazioni sull’Europa, i licenziamenti facili, la pioggia come disgrazia, mi accorgo di come non abbiamo imparato a stare all’erta, di come non abbiamo imparato ad interrogarci, di come ancora oggi si preferisca affidarci alle parole di chi va più di moda e non di chi cerca la verità.

E’ così che la storia di Mauro Rostagno s’infila tra le cose di ogni giorno: pensando alla lotta alla Mafia, alle collisioni tra politica e criminalità, a quel giornalismo copia e incolla così poco interessato ad andare alla ricerca della verità originale. Pensando ad anni non troppo lontani da noi, anni dentro ai quali un’intera generazione è venuta al mondo imparando troppo spesso al massimo dov’era papà mentre mamma partoriva e ignorando tutto quello che succedeva fuori.

Eppure è anche di quel tempo li che siamo fatti.

A leggere queste pagine che ogni tanto appaiono un poco sconnesse, che richiedono un po’ di sforzo per ricostruire il quadro, si sente tutta la fatica che c’è stata nel tirarle fuori. E forse solo per questo servirebbe costruire abbracci che dicano grazie.

Per poi magari scoprirci capaci di fare anche noi qualcosa…

ottobre 28 , 2011 at 8:55 am Lascia un commento

Renzi e Cofferati

Ieri, mentre preparavo la cena, mi sono vista la puntata di In Onda su La7 di qualche giorno fa. Avevo letto su Il Post che c’era stato un confronto tra Matteo Renzi e Sergio Cofferati e volevo vedere un po’ se alcune mie teorie erano confermabili.

Ebbene si. E’ proprio così. L’idea di politica di Renzi è un po’ come l’idea di mangiar bene che ha chi fa la spesa ad occhi chiusi comprando tutto alla Lidl.

Devo dire che tante volte in tanti anni di attività politica piccola come quella che ho fatto io, mi sono incastrata dentro al concetto di “conflitto generazionale” e devo dire che occorre un bello sforzo per capire che la storia è sempre e comunque una funzione continua, non discreta.

Il senso di onnipotenza, quello che traspare dalle parole di Renzi, è sempre perdente: si è fatto cooptare (così dice lui! All’epoca segretario provinciale del suo partito! Ma pensa che proprio tutti gli italiani ignorino i fondamentali della vita politica?) a 29 anni come presidente della Provincia come altri “giovani” della politica hanno lasciato fare da tanti anni per garantirsi un posto da portaborse qui o in Europa. Io non li biasimo, anzi. Ma poi non cerchino sempre di raccontarmi che sono la politica migliore. Perchè la propria autonomia l’hanno svenduta presto senza poi manifestare lo sforzo di un impegno personale serio.

“Oh, come puoi tu giudicare?”

Posso. Se non altro perchè lui è pure 4 anni più vecchio di me. Prendiamo il linguaggio, le parole: c’è un gap tra Cofferati e Renzi nell’intervista a In Onda di dimensioni colossali. La cosa più difficile da fare in politica è dimostrare di saper mantenere una pulizia nelle parole, sapersi dimostrare esempio di correttezza, riconoscere che il senso attraversa i modi. Si possono avere gran belle idee: ma il modo in cui si fanno uscire, si incanalano è fondamentale. E se non fai la fatica dello studio, della ricerca, dell’attenzione in dettagli come questi, beh, ben poco mi posso fidare di te.

E non solo di te.

Tanto più quando porti avanti idee che non mi convincono, anzi, non mi sfiorano neppure.

Non dico che non abbia sbagliato la classe dirigente, non solo politica, al potere oggi. Ha sbagliato, assieme alla società tutta che non si è fatta stimolo collettivo per un’inversione di tendenza mentre la tendenza si manifestava. E gli errori del non pensare, ricercare, indagare, gli errori del non educare, del non trasmettere, beh, li paghiamo tutt’oggi. Ma non si può giudicare la storia.

Ho sentito spesso Renzi straparlare. Ma non ho mai capito quali sono i suoi “padri spirituali”. Non l’ho mai sentito dire grazie, essere esempio di umiltà, dare fiducia. Non so di lui che libri giudica importanti per la sua affermazione politica. E non capisco se conosce la differenza tra potere e potenza.

Non mi è chiaro se saprebbe spiegarmi la struttura del consenso che si è costruito negli anni. E non sono certa mi sappia spiegare, quando dice che occorre essere la sinistra che vuole vincere, quali metodi clientelari si possono definire leciti e quali no. Perché è questo il problema: se guardo alla mia regione io so chi, per nome e cognome, condanno. Ma ci sono anche svariati giovani che hanno imparato alla stessa scuola che vorrei condannare. Non è quindi una questione d’età.

E la cosa che più mi rattrista, dentro a un dibattito che tutto è tranne che politico e nuovo, è che questa cosa qui, questo chiacchiericcio mediocre, riceve eco, viene ripreso, ha una qualche forma di legittimazione. E così, usando basi che non portano a nulla da che mondo è mondo, riprendendo gli stessi strumenti, si diventa gattopardiani in maniera ridicola.

Prendiamo il tema pensioni ad esempio: ma com’è possibile che chi ricopre un ruolo pubblico, non dico un giornalista, faccia paragoni tra età pensionistica italiana e svedese? Com’è possibile che pur di creare consenso tra l’opinione pubblica si affumichi la verità, si annulli la società italiana per quello che è? Dov’è la mobilità? Dov’è la formazione continua? Dove sono le proposte per dare senso a asticelle che si alzano così, in base a pseudo matematica?

In un paese che da 40 anni convive tra falsità, omicidi irrisolti, commistioni tra mafia e politica, giornalismo scadente, la rottura dovrebbe essere culturale, non generazionale. Invece qui non si riesce a rompere neppure 20 anni fallimentari di culto della personalità: Berlusconi ha dimostrato che il personalismo fallisce perchè richiede una costruzione del consenso “costosa” in termini etici e morali.

Renzi e tanti altri mi pare non abbiano imparato neppure questo…

P.S: E poi diciamocelo, c’è un grande problema di curiosità, di relazioni, di cultura politica se Renzi non conosce Cofferati di persona! Ma che razza di partito è il PD se i suoi dirigenti manco si bevono mai un caffè assieme? Dove parlano di politica? Mah.

P.S2: Mi chiedo se Renzi, quando incontra un vecchio partigiano, ascolta le parole che questi gli racconta e le assimila, s’interroga su cosa sia successo, oppure semplicemente appiattisce la storia. Mah…

ottobre 26 , 2011 at 10:04 am 4 commenti

Ho adottato una parola: Galvanometro

Stavo pensando da un po’ a che parola scegliere. Ma poi la settimana appena trascorsa mi ha fornito una piccola illuminazione. Così mi sono fatta coraggio e ho deciso di fare la mia buona azione accogliendo un’idea lanciata dalla Società Dante Alighieri per la tutela della lingua e ho trovato la mia parola da adottare: Galvanometro.

Ok, molti sghignazzeranno al pensiero che proprio io mi prenda cura di una parola, visto l’emergere costante di errori che puntualmente fanno capolino tra post e chiacchiere, ma dovevo correggere a un debito di riconoscenza con uno degli scrittori da me amati del nostro Paese.

Non che Carlo Emilio Gadda abbia parlato propriamente di galvanometri nei suoi testi, ma gli strumenti di misura a cui ha fatto appello in uno dei passaggi a me più cari de “La cognizione del dolore” non erano adottabili.

Così ho scelto lui, il galvanometro, strumento per misurare la corrente continua.

Per associazione di idee comunque la parola di cui prendermi cura mi ha costretta in Biblioteca a cercare quel passaggio che tanto segnò un po’ del mio periodo universitario:

Chiamati ad ennesima perizia i più occhialuti ingegneri elettrotecnici di Pastrufazio, essi arrivarono in locum una stupenda mattina di mezzo agosto, con ogni sorta di strumenti in scatola, delicatissimi, e ohmetri e ponti di Wheatstone portatili, d’una fragilità estrema: ma in quel giorno si celebrava a Terepàttola le esequie di Carlos Caconcellos, il grande epico maradagaleseche era venuto a mancare due giorni prima, piombando nella costernazione il mondo letterario, e i poeti epici in particolar misura. Sicché gli ingegneri, nella villa deserta, e privata anche del custode, non avevano potuto combinar nulla. (da La cognizione del Dolore CEG)

Ecco, avevo da una parte le dispense di Misure elettroniche in quei giorni e dall’altra Gadda e se mi sono laureata alla fine è stato grazie anche a questo. Ecco perché ho adottato Galvanometro.

Poi già che ero in biblioteca ho recuperato anche qualcosa di Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere.

Perché poco prima, mentre ero in libreria, cercando invano qualcosa tra gli scaffali, un signore dal cappotto alla Sgarbi mi ha detto che Sinisgalli diceva proprio così: “moralisti lo siamo tutti, ingegneri solo per caso“.

Non so se questa citazione fosse vera, ma poi la sera c’è stata la cena degli ingegneri tristi, dove uno di noi festeggiava di poter finalmente recuperare certi software dimenticati da 10 anni, dopo aver passato troppo tempo a caricare e scaricare bobine pesanti buone solo per risparmiare i soldi della palestra.

E io con la mia parola adottata, Gadda riaffiorato alla memoria e qualche libro nuovo da leggere in fretta mi sono consolata un po’.

Che il caso prima o poi, con un po’ d’impegno si raddrizza.

O almeno così si spera.

ottobre 23 , 2011 at 9:10 pm 1 commento

La bibbia e il fucile

More about La Bibbia e il fucileQuesto è uno di quei libri che non mi sarebbe mai capitato di leggere, forse, se nel 2010 non fossi stata curiosa abbastanza da prendere un treno e andare a Internazionale a Ferrara. Lì ho seguito un bell’incontro sul Tea Party, di cui molto si dibatteva in quel periodo, e a parlarne c’era, tra i vari, lui, Joe Bageant, giornalista americano di fiero stampo socialista, che ho poi potuto conoscere di persona, ascoltandolo per ore, quasi alle prese con un’illuminazione.

La Bibbia e il fucile” non è semplicemente una descrizione di quel pezzo d’America popolare che Bageant definisce “profonda”. Non è solo una lettura di cuore dei luoghi che hanno dato i natali a un giornalista fuori dal comune. Questa è una scatola degli attrezzi: c’è il cacciavite che occorre a smontare l’impalcatura mentale del nostro pensiero quotidiano, c’è lo scalpello necessario a ripulirci l’argilla dagli occhi che mostra il mondo con aberrazioni che distraggono dal vero, ci sono le parole ad alta voce da gridare alla politica che punta il dito interrogandosi da vent’anni su certi comportamenti elettorali senza indagarne seriamente i perché. Ed è un esempio di indagine e inchiesta sul territorio di quelli che in Italia, per convenienza e pigrizia non ne fa nessuno.

Si parla della Virgina, si parla degli USA, ma per il potere universale delle analisi fatte bene si potrebbe sostituire Virginia a Padania, fondamentalismo cristiano a leghismo, o ribaltare l’Italia e trovarne corrispondenze non tanto meno importanti. E quei democratici che non comprendono come il creazionismo possa essere creduto vero dal 48% degli americani, appaiono un po’ come quella fetta di centro sinistra italiano che poco comprende le tante altre paure italiote.

E poi si parla di gente, persone, povere senza ritenersi tali (un terzo degli americani guadagna meno di 9 dollari l’ora), avvinghiate attorno a mutui per case che valgono la metà dei soldi che stanno pagando, costruite in cartone e destinate a crollare prima ancora finisca la vita degli abitanti che le hanno comprate. La classe più bassa, convinta per anni, invece, di stare bene, per il fatto di potersi permettere una bella macchina e il frigo pieno è quella che abita l’America di Joe, nella convinzione che il sindacato (a cui è iscritto solo il 12% della popolazione), altro non serva che a tenere alti i prezzi tenendo alte le paghe dei lavoratori sindacalizzati.

Joe Bageant e maglietta

Joe Bageant

Ed è in alcuni passaggi una lettura che funziona come una scossa: Bageant si stupisce che alcune aziende della Virginia richiedano i certificati di malattia ai propri dipendenti e io mi accorgo che questa mastodontica macchina burocratica in Italia è l’incontestata normalità (sarà pure perchè la malattia è pagata in modo diverso, ma…), la follia esasperata di mutui e prestiti era la normalità in via d’affermazione in Italia alla vigilia della crisi.

Insomma, chi si è guardato allo specchio, chi si è indignato, rispetto alle inchieste di Michael Moore, dia una letta a quel che scrive Bageant. Perché il che cosa accade ad un paese dove si smantella il sistema pensionistico, il sistema scolastico, i piani di aiuto ai poveri e il come tutto questo diventa possibile, beh, lui ha fatto in tempo a vederlo in prima persona…

(Grazie Joe, perché a coloro che ci ridanno le parole occorre dire almeno così, anche se magari è un poco troppo tardi…)

[Un'intervista a Joe Bageant è disponibile anche qui]

ottobre 23 , 2011 at 10:03 am 2 commenti

Tra Gaber e De Andrè: chi ha vinto?

Ieri sera il sempre arguto Marcolino ricordava che ha sempre preferito Giorgio Gaber a Fabrizio De Andrè. Entrambi hanno risuonato tra le pareti domestiche di casa mia. Lì ha senza dubbio sempre trionfato De Andrè. Ma non ho mai pensato fossero in contrapposizione.

Poi ieri sera, chissà perché, mi è venuto in mente che c’è una parola di cui si sono appropriati entrambi nelle loro canzoni. Forse più d’una a dir il vero. Ma questa, oggi, è un’espressione palese della distanza tra un pensiero e l’altro, un tempo e l’altro, comprensibile pure a una come me (che della filosofia non ho tutti gli attrezzi per smontarla e rimontarla): Libertà.

C’era De Andrè che in “Se ti tagliassero a pezzetti” cantava “signorina libertà, signorina fantasia”, fino a spingere in alcune sue versioni live a cantare “signorina libertà, signorina anarchia” dentro a una canzone quasi manifesto di una lettura di grande umanità.

C’era Gaber che in “Libertà” cantava “libertà non è star sotto un albero, libertà è partecipazione“.

Uno guardava all’umanità, l’altro restava dentro le pareti di una società a lui comoda, talvolta, e comunque forse deludentemente non destrutturabile.

A me sembra che ci sia uno tra i due che abbia vinto, concettualmente. Basta leggere certi volantini, ascoltare certe citazioni, leggere le pagine di Facebook degli adolescenti e dei non più giovani…

Sembra, perchè poi non so, se purtroppo sia stata solo colpa di una semplicità espressiva, più che di una convinzione…

[io mi tengo ben stretto il ricordo di un vecchio volantino cgil-cisl-uil di anni lontani, dove scrivevano che "Democrazia è partecipazione". E penso che oggi come oggi più di qualcuno avrebbe paradossalmente da contestare che democrazia e libertà siano esattamente la stessa cosa]

AGGIORNAMENTO: Ecco la risposta di Marcolino :)

ottobre 20 , 2011 at 10:33 am 11 commenti

Quando la mediocrità va in Fiera

Le fiere, si sa, dovrebbero essere il momento in cui i produttori mettono in mostra il meglio di sé. E così non ho potuto fare a meno di restare affascinata, passeggiando per le vie di Udine, davanti a un cartellone che riportava l’annuncio del “3° salone delle specialità enogastronomiche e agroalimentari” che si terrà a Udine dal 28 ottobre al 1 novembre.

Così oggi sono andata a fare un giretto nel sito dedicato e mi è venuto un poco da vomitare: ma come si fa in un anno come questo, in cui donne di ogni posizione politica sono scese in piazza a denunciare l’uso del corpo delle donne, la sessualità esposta anche per vendere la colla, a usare un’immagine pubblicitaria come quella scelta per una fiera di delizie alimentari?

Sono andata a vedere se lo stesso approccio era stato utilizzato per qualche altra pubblicità fieristica e no, così non mi è sembrato.

Per avvicinare all’enogastronomia pareva invece inevitabile associare il gusto al peccato e il peccato a quell’immagine che potete vedere andando nel sito. Proprio quello che ci vuole per rilanciare la produzione locale! Proprio quello che ci vuole per dare un’idea di genuinità e qualità mostrare una donna che si infila per bene un dito in bocca (l’indice), associato al verbo scoprire. Olè.

Sinceramente in un periodo di crisi come questo io da cittadina ESIGO che chi rappresenta oggi lo Stato a livello locale si dia almeno una parvenza, dia per lo meno un’immagine di innovazione dentro a quelle 4 cose pubbliche che organizza e che riguardano tutti.In fondo si vede in giro ben di peggio e tante volte il ben di peggio porta a discorsi di un moralismo un poco esasperato. Ma la cosa che mi da estremamente fastidio è che la Fiera di Udine e Gorizia è gestita da Enti Pubblici che ne sono soci per la maggior parte e che pure chi sponsorizza e patrocina questa iniziativa è un insieme di Enti Pubblici, Regione FVG compresa.

Se non ci riesce di inventare nulla di nuovo almeno che ci riesca di mostrarci con metodi promozionali intelligenti: i privati possono anche fare ciò che vogliono, ma sinceramente un ente pubblico che attinge anche alle mie tasse per fare queste cose, beh, no.

Innovazione non è inventare macchine che corrono più veloci, non è neppure progettare il teletrasporto per forza. Innovazione è anche trovare il modo di saper far parlare le tue idee, iniziative e prodotti in maniera intelligente, comunicandoli a tutti.

Le fragole e il Friulano non sono mutandine di pizzo… E magari per comunicare una cosa del genere, relativa a un mondo, quello del cibo, che nel web trionfa, tra wine e food blogger e aziende agricole che ragionano online con un numero di appassionati crescente, sarebbe stato forse più intelligente investire in una promozione d’altro tipo.

Tra l’altro da uno scambio di battute su Twitter mi hanno ricordato che questa pubblicità occhieggia (o forse maldestramente proprio copia?) a una scena di quel dolcissimo film che è Il Meraviglioso mondo di Ameliè. Una foto della scena, se non ve la ricordate, l’ho trovata qui. Si fosse usata quella foto lì sarebbe stato molto molto meglio. Magari si sarebbe risparmiato un fotografo, una modella, e magari non si sarebbe pagato chissà chi per riciclare per nuova un’idea vecchia.

Sono troppo bigotta? Sono troppo pignola? Sono troppo esigente? Ditemi voi…

P.S.: Tutta colpa di Federica che in questi giorni mi ha solleticato la testa attorno a questi temi con questo suo post su Rimini…:)

P.S.2: Quanto ha speso l’assessore all’agricoltura Violino per promuovere il Friulano come nuovo nome del Tocai nel mondo? Beh, volete divertirvi un po’? Guardate che cos’è il Friulano per  Wikipedia

ottobre 18 , 2011 at 11:07 am 2 commenti

Ieri, 15 ottobre

Ieri a Roma è sfilata un sacco di gente. Sono rimasta a casa, leggendo l’evolversi dei fatti seguendoli in rete, per poi andare in piazzetta Cavour, a Pordenone. Provinciale? Forse. Ma a me non piacciono le cose che non vengono discusse e condivise per bene. Sarò vecchia, ma mi permetto di dire che in piazza si va sapendo tutti bene il perché e il percome, con chi ci si va, chi si incontra, com’è suddiviso il corteo, etc etc. E quella piazza lì, un po’ troppo emulazione, non me la sono sentita (complici impegni, stanchezza, doveri: ma tutte cose che potevano essere pianificate se ci fossero stati tempi di pianificazione…).

Adesso, ovunque, le polemiche su come sono andate le cose non mancano: gli scontri provocati da quei venti che ne hanno fomentati altri 200 sovrascrivono ogni racconto politico sulle piazze di ieri. Che pure c’è stato. Ma chi se lo ricorderà?

Il compito delle piazze non l’ho mai capito un granchè. Posso arrivarci adesso, dopo anni, pensando alle più vecchie, e mi vien da dire che alle piazze spetta di rappresentare un percorso, un sentito, esprimere una pretesa, una necessità. Così il 2001 era il tempo in cui si criticava la globalizzazione, la legge Turco Napolitano, etc etc. Così il 2003 è stato il tempo dei cortei pacifisti. E non sono state le piazze in sé a dare un senso di crescita collettiva, ma quello che si è sviluppato prima e dopo quei percorsi.

E’ che poi, tutto quel laborio, sconfitto dalla crescita delle guerre, dall’esasperazione dei conflitti, dalla morte del lavoro, da una sorta di effetto collaterale della sconfitta, si è un po’ stancato. Spento. Disabituato.

Se penso che dopo 10 anni da Genova ancora c’era gente che quando sentiva parlare di manifestazione mormorava un “sta attenta”…

Se penso che dopo 10 anni da Genova si era a malapena ricominciato a borbottare qualcosa…

Eppure se avessi dovuto guardare solo piazzetta Cavour a Pordenone, se non avessi letto i Tweet, se non avessi guardato la diretta di Rai News, avrei detto che beh, non stava andando poi così male: vero che la piazza era stata convocata dai soliti noti, ma un 1% di curiosi nuovi si era affacciato, l’ho visto applaudire. Vero che non eravamo tantissimi, faceva un bel freddone, ma almeno un minuscolo quid di diversità c’era. E c’erano un sacco di media, manco fosse qualche cosa nuova e mai accaduta prima in città.

E allora, lì, ho avuto l’impressione, come cosa che da tutto l’anno mi sfiora, che da qualche parte esistono le facce nuove, ma che non si incrociano con quelle vecchie, perché son reti che non si sanno più parlare, pur essendo state magari pure in classe assieme.

E allora, lì, ho avuto come la sensazione che oggi, mentre scivoliamo verso il fondo della parola che nulla sa descrivere più, che se sapessimo costruire intrecci, se sapessimo ripulire l’aria, allora forse sapremmo fare disegni e spiegare le cose, imparare pratiche nuove, rieducarci al confronto.

Non so, sarà perché di discussioni su violenza e nonviolenza e non violenza ne ho seguite tante nella prima metà degli anni 2000, sarà perché ne ho vista la fatica, sarà perché ho sentito il peso dell’impegno che richiede, sarà che una volta mi sono trovata a correre su un campo con un bambino di 4 anni in mano per evitare il fumo dei lacrimogeni, ma sinceramente all’ipocrisia di queste ore di troppi che ragionano peggio di un codice macchina, a 0 e 1 e nulla più, beh, preferisco contrapporre le foto di noi che eravamo cento variabili, molto simbolici, ma in un’ora e mezza almeno ho trovato qualcuno che voleva parlare di come si incontrano le facce nuove necessarie e di qualcun altro che mi raccontava di sperimenti culturali come occasione di confronto.

E io sinceramente preferisco interrogarmi su questo. Perché di tutta la rabbia che c’è in giro, di tutta l’aggressività che si annusa nell’aria, beh, se ne sapeva da un po’. E scongiurare non sempre basta. Un po’ la penso con alcune sfumature diverse forse, come c’è scritto in qualche passaggio nella discussione fatta dai Wu Ming: nella paglia secca basta una scintilla, consapevolezza che andrebbe sempre tenuta presente.

E forse a volte anche del fatto che siamo dentro a un Mondo andrebbe tenuto presente. Dieci anni fa questo contava forse un pochino di più…

P.S.: ad esempio, dichiarare questo fallimento è utile o meno? E in base a cosa dovremmo farlo? Che conseguenze avrebbe? Vorrei sentirmelo spiegare da più voci, guardarle in faccia, capire. Forse sono queste cose qui che mancavano ieri e mancano oggi… Ma vabbè. Punti di vista. Preoccupazioni. Di una che non si tira indietro, ma neppure è sempre disposta a fare numero e basta.

ottobre 16 , 2011 at 5:49 pm 2 commenti

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