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Il suono di una sola mano
“E poi ci sono i ricordi. Da qualche parte lì nascosti, in qualche cassetto. C’è una scatola di colore arancio, con i ricordi belli. Questa è in tutte le case. Poi c’è un’altra casa, quella nera. Questa non è in tutte le case. Qui ci sono i pezzi di giornale, indagini, rassegne stampa.” (Maddalena Rostagno)
Di Mauro Rostagno sapevo solo che era un giornalista, ucciso dalla Mafia. Uno dei tanti. Non conoscevo il tempo, gli intrecci. Non conoscevo le storie, non sapevo di Macondo, dell’India, di quand’era un arancione e di quand’era un bianco. Poi invece, forse non troppo per caso, mi sono ritrovata questo libro in mano. La storia di una figlia dentro a quella di un padre.
“Il suono di una sola mano” (Ed. Il Saggiatore) di Maddalena Rostagno e Andrea Gentile non si può riassumere. Occorrerebbe riassumere un pezzo di Storia d’Italia, di storia negata e taciuta ormai da troppo tempo.
Occorrerebbe riassumere i sentimenti di una figlia, quelli di una compagna, le loro felicità passate, e poi quella tragedia, personale e pubblica allo stesso tempo, così intrecciata a tante altre storie da far sembrare l’Italia un paesino.
Il potere delle storie vere, che hanno una fine nota, ma ne puoi scoprire l’inizio, le parole, la colonna sonora fatta di note che riconosci, lo sfondo, fatto di eventi che hanno date e città e nomi, è quello di restarti dentro un pezzo in più di quel che capita a un’invenzione.
Così succedono anche le lacrime, mentre faccio passare le pagine dentro a un treno che fa ogni giorno la stessa strada, perché tutto ciò che è stato, le falsità, le omissioni, le domande irrisolte, sono di tutti, non di qualcuno.
Perché è anche con tutto questo che dovremmo saper fare i conti.
Con i racconti di Maddalena Rostagno, di Benedetta Tobagi, di Umberto Ambrosoli, di Mario Calabresi: tutte lezioni di come occorra tenacia per scovare il vero, per costruire una narrazione da trasmettere ai posteri, per rovesciare certe distorsioni. Per imparare il valore del non dimenticare.
E mentre scivolano tra la rete e la televisione e i giornali di carta le notizie sulla crisi, i dibattiti sulle pensioni, le spiegazioni sull’Europa, i licenziamenti facili, la pioggia come disgrazia, mi accorgo di come non abbiamo imparato a stare all’erta, di come non abbiamo imparato ad interrogarci, di come ancora oggi si preferisca affidarci alle parole di chi va più di moda e non di chi cerca la verità.
E’ così che la storia di Mauro Rostagno s’infila tra le cose di ogni giorno: pensando alla lotta alla Mafia, alle collisioni tra politica e criminalità, a quel giornalismo copia e incolla così poco interessato ad andare alla ricerca della verità originale. Pensando ad anni non troppo lontani da noi, anni dentro ai quali un’intera generazione è venuta al mondo imparando troppo spesso al massimo dov’era papà mentre mamma partoriva e ignorando tutto quello che succedeva fuori.
Eppure è anche di quel tempo li che siamo fatti.
A leggere queste pagine che ogni tanto appaiono un poco sconnesse, che richiedono un po’ di sforzo per ricostruire il quadro, si sente tutta la fatica che c’è stata nel tirarle fuori. E forse solo per questo servirebbe costruire abbracci che dicano grazie.
Per poi magari scoprirci capaci di fare anche noi qualcosa…

