Archive for novembre, 2011
Memorie musicali
Sabato, commemorato Franco Martelli, non potevo farmi mancare l’occasione di sentire dal vivo gli All My Faith Lost, un gruppo di Valvasone scovato grazie a Twitter (là dove non possono le reti del mondo di terra possono i cavi dell’ADSL) e appena tornato da un tour in Cina. L’occasione l’ha data l’associazione Grafite che, in collaborazione al Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, ha organizzato un reading di poesie pasoliniane alternate ad alcuni brani musicali.
Come sapranno i miei attenti lettori io di musica non ne so un granché, ma dove c’è un violino, dove si sfiorano le tastiere chissà come mai si crea sempre un po’ di magia, ci si mette poi una voce bellissima come quella della cantante degli All My Faith Lost come non rimanere incantati (qui trovate i loro dischi)?
E poi c’erano le parole di Pasolini. Tanti anni fa, quando avevo la metà degli anni che ho adesso, il Comune di San Vito al Tagliamento e il Comune di Casarsa misero in piedi gli Itinerari Pasolinani. Penso fosse il 1995, in occasione del ventennale della sua morte: arrivarono non poche persone da ogni parte d’Italia a salutare i suoi luoghi della giovinezza e io che avevo 16 anni e non conoscevo una parola di friulano fui arruolata tra i volenterosi a sorvegliare mostre e luoghi vari aperti per l’occasione.
All’epoca nulla si faceva gratis: ci pagavano 5.000 lire l’ora.
Mi sono letta in quei mesi pagine e pagine di Pasolini capendoci pochissimo. Me ne ero quasi dimenticata, ma poi riascoltando le poesie lette, incontrando sguardi noti, mi sono ricordata dei “capirai quando avrai vissuto di più” che mi sentivo dire allora da tanti appassionati e dei vani tentativi d’approccio al friulano (perché provate un po’ a capire cosa vuol dire a 16 anni sentire che c’è stato qualcuno d’importante per tanta gente che ha toccato la stessa terra che hai toccato tu e che da quella terra si è fatto ispirare mentre tu riesci a capire soltanto parole sparse).
Ma a 16 anni non si può pensare che versi così possano essere veri. Ci sono voluti anni ed è servito prendere un po’ la distanza. Ed è forse stata quella necessaria a capire…
Ricordando Franco Martelli
Oggi, 27 novembre, è l’anniversario della fucilazione di Franco Martelli, medagaglia d’oro alla Resistenza. Ieri lo abbiamo ricordato con una cerimonia organizzata dall’ANPI di Pordenone all’ex caserma di via Montereale che porta il suo nome.
Lì a maggio è stato inaugurato un monumento per ricordare lui e i 10 martiri, partigiani di pianura fucilati dai fascisti, e quel luogo è stato dichiarato “sacro”. Sacro in virtù della memoria che ha addosso, ovviamente.
Tengo molto a quel luogo perché da ben prima che cominciassero i progetti per il monumento avevamo preso l’abitudine di andare lì per il 25 aprile, quando l’erba era ancora alta, i muri trascurati. E vederlo affermato come posto di memoria collettiva, dopo anni, beh, è l’unica conquista materiale di cui sono stata partecipe in tutti questi anni di manifestazioni. E’ una cosa piccola, ma per me importante. Il monumento tra l’altro è stato progettato dall’architetto Rossi, partigiano. Ha ricordato Mario Bettoli che non è una cosa da poco. Perché l’effetto è una rappresentazione di doppia memoria: marmo che condensa un periodo, sensazioni, condizioni, nel mondo in cui sono state vissute da uno dei protagonisti del tempo.
Ieri c’erano le solite autorità, ma sopratutto c’è stato l’intervento di Paola Dal Din, partigiana di Udine. Aveva al petto 2 medaglie d’oro: la sua e quella del fratello, ucciso in guerra.
Ad una signora che si stupiva dello spirito ancora battagliero, della forza delle parole della Dal Din, Mario Bettoli ha sussurrato: ”Quelli che hanno fatto la Resistenza li troverai sempre così, sempre forti. Con tanta rabbia, sempre“. E ho pensato a quanto scarsi siamo noi, quando saltiamo le celebrazioni pensando che tanto ci andranno gli altri, che tanto non ci servono, che tanto non sono importanti. (Dov’erano quelli della mia età? No, non dico chi di solito c’è e so che era al lavoro… penso a tutti gli altri: di cosa si stanno nutrendo mentre pensano di star costruendo l’Italia post berlusconiana? Da cosa partono?)
Invece è come raccogliere gocce che valgono ognuna senza misura: ascoltare i partigiani, i deportati, guardarli negli occhi è una specie di cura, una sorta di concime culturale. Ed ogni volta serve. Si, serve.
Durante la celebrazione Sigfrido Cescut ha anche ricordato le lettere di Franco Martelli scritte durante la prigionia e ha lanciato un appello affinché l’ANPI assieme alle altre associazioni partigiane, proponga a Einaudi Editore di inserirle in una prossima riedizione delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana“, visto che al momento mancano.
Sarebbe bello. Sarebbe come dire che ci siamo presi cura un pochino della memoria e che continuiamo a farlo. A ricercarla, ad ascoltarla.
E se sabato eravate troppo impegnati, beh, potete recuperare. Martedì 29 novembre, alle 20.30 presso la sala della Biblioteca Pubblica di Pordenone intitolata a Teresina Degan (colei che disse no all’espulsione di Pasolini dal PCI) ci sarà la presentazione del libro “Luogo della memoria. Ricordare per vivere” di Sigfrido Cescut e Pietro Angelillo.
Le favole belle
Mi è capitato sotto gli occhi un link a un post di Tumblr dal titolo Dai un appuntamento a una ragazza che legge. Non ho potuto fare a meno di leggerlo, ovviamente, e pur rendendomi conto che dei vari libri citati me ne mancano assai (e forse ormai ho perso pure gli anni) per essere considerata una ragazza che legge, beh, mi ha momentaneamente affascinata.
Cert’è che le affascinazioni di questi scritti che periodicamente conquistano la rete non mancano mai di insospettire il mio animo critico e così sono un po’ andata a cercare chi fosse mai la tipa che firmava questo “brano”. E così ho trovato un post (in inglese) che racconta in una (forse) intervista di una tale Rosemarie Urquico, filippina, che avrebbe composto la cosa come esercizio di scrittura.
Il brano, tradotto in italiano (chissà poi chi l’ha tradotto per primo/a?), gira con un paio di traduzioni diverse in centinaia di blog.
Che questa Urquico esista oppure no non interessa probabilmente a nessuno: frasi d’effetto, raccontini, poesiuole vagano nella rete e prima nelle pagine dei diari degli adolescenti, con firme che molto spesso hanno ben poco a che fare con il creatore delle stesse.
E poi vagano, di spazio in spazio per quanto prive di verità, struttura, poesia, armonia. E tanto più sono esotiche tanto più funzionano, fanno volteggiare. La cosa incredibile è che funzionano di lingua in lingua, di luogo in luogo e c’è di sicuro una logica o un chissà che le fa valere sempre.
E tramandandosi in giro, spesso infilandosi dentro a una qualche catena di S.Antonio, resistono, sopra il tempo, di generazione in generazione, destinate a funzionare sempre, passando dalla carta al web e imparando a tornare indietro, quasi fossero parole di pongo.
Poi possiamo anche dire che non ci piacciono per niente. Ma in verità, segretamente, almeno mezzo minuto ci cozziamo contro volentieri: ché non possiamo resistere sul serio alle favole belle, le leggerezze, le costruzioni, fatte apposta come un po’ facevano un tempo i cantastorie.
Che poi a pensarci bene, quelli che riuscivano a vivere intortando gente di piazza in piazza dovevano essere veramente bravi. Come le varie Rosemarie dei giorni d’oggi.
Chissà.
P.S: Che poi come lavoretto mica sarebbe male, devo solo scovarci l’aspetto remunerativo…
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
Ieri a pranzo mia madre mi ha detto che una volta non era così: una volta si tendevano le orecchie verso le cose che succedevano nel mondo e ci si indignava, si scendeva in piazza, si portava solidarietà. Una volta penso intendesse trentanni fa. Non un’epoca.
Dal 19 Novembre piazza Tahir, a Il Cairo, in Egitto, brucia. Ormai 20 i morti e 1500 i feriti, ma i numeri crescono di ora in ora. E sono tutti ragazzi, studenti, giovani lavoratori. Certo, oggi non muoviamo il sedere neppure sapendo del massacro in Siria che va avanti da mesi.
Ma mica per par condicio adesso non si deve fare proprio niente? Sarà anche che a Ferrara li ho ascoltati dal vivo un pochi dei ragazzi della Rivoluzione egiziana. Sarà che ne ho sentite le corde, e percepita la domanda di solidarietà e sostegno. Lo avevano annunciato che la resistenza non era finita. Che i militari al potere non erano una conquista. Che ci sarebbero voluti anni, tempo. E che il paese continuava con gli scioperi. Lo dicevano che non era tutto sistemato.
E hanno continuato a dirlo. Ma noi troppo occupati a guardare alla nostra politica interna, preoccupati dallo spread e dai nostri portafogli, dai nostri denari, dai dibattiti sulla caduta di Berlusconi, beh, abbiamo creato audience attorno ad altro.
Oggi però, davanti ai morti, davanti alla prova che le rivoluzioni non sono solo fiori come ci volevano raccontare i nostri media, come si fa a non dire, a non fare, a non parlare?
Come fa il PD a preoccuparsi delle poltrone nei sottosegretariati? Come fanno i partiti della sinistra, da Rifondazione a Sel a preoccuparsi delle prossime elezioni, dei loro attuali congressi, delle mozioni?
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
E mentre sto qui seduta su questa scrivania, vorrei leggere da qualche parte di CGIL-CISL-UIL che chiamano allo sciopero generale, almeno per un’ora. Che la gente massacrata in nome della democrazia e della libertà non vale di meno in virtù della nazionalità che ha addosso.
Perché l’Egitto sta qui. Vicinissimo. A due passi dalla Libia che abbiamo contribuito a bombardare. E mi domando cosa costa dire ai militari egiziani di smetterla. Cosa costa togliere l’appoggio a quella roba lì. Cosa costa lanciare un appello di solidarietà, almeno.
Anche perché fintanto che non impareremo a guardare fuori, a sentire fuori, a leggere altrove, non impareremo mai a guardarci sul serio. Se non sentiamo la sete di libertà, democrazia e diritti negli altri, come potremo mai rispettare la nostra?
Ecco, io non ho fantasia. E nemmeno conto tanto. Ma tutti coloro che hanno osannato il governo Monti, quelli che hanno cercato di farci capire che meglio di così non si può, che ha persino un Ministero alla Cooperazione, beh, potrebbero indurlo a dire qualcosa? E chi ha fan, gloria, capacità di mobilitazione, eco, perché non parla?
Non dovevamo far ripartire l’Italia?
Vogliamo cominciare?
P.S.: Se volete un po’ di info in diretta seguite AlaskaRP su Twitter che sta raccogliendo le info direttamente da chi sta in piazza.
3 foodblogger e i mangiatori di biscotti
E finalmente, dopo sfilze di post penzi, un po’ di leggerezza… giovedì al Coworking di Udine c’è stato un incontro tra 3 foodblogger degne di nota: Rossella, di Ma che ti sei mangiato? (si, quella dei cjalsons, della putizza esplosiva, dei blecs e di chissà cos’altro in futuro), Teodora di Puracucina, e Maria Grazia di Piatti più in là.
Intervistate sulla loro vita da foodblogger ci hanno raccontato un po’ della loro passione per la cucina, cercando di raccontare al pubblico cosa significa avere un blogger, che opportunità offre a chi si occupa di cucina, le reti di amicizie che si creano.
E poi ci sono stati i dolcetti, preparati un po’ da tutte e tre.
Omoni si sono spazzolati quasi tutto occupando i banconi e catturandosi ogni delizia però anche noi ci siamo date da fare!
E dico noi perchè il gruppetto che da virtuale si è “materializzato” nel tempo si espande sempre più.
Un video con breve intervista alle 3 donzelle + Annamaria del Coworking di Udine lo trovate nel sito di Friuli Future Forum.
E nel percorso della materializzazione… ho guadagnato un bel libro, Il vino in Italia di Slawka G. Scarso, meglio nota come Nanopausa, che Rossella mi ha fatto avere con bellissima dedica inclusa! L’opera è stata scambiata con bottiglie di birra del birrificio di Meni, che sempre territorio è. Non vedo l’ora di mettermi di buona lena e iniziare la lettura:)
E se fosse stato capitalismo e niente più?
Adesso tenterò il mettere assieme 4 riflessioni. Banali, eh! Non valutatemi in base a queste.
Ieri su Twitter è partito un giochino, il riassunto della propria vita dal 1994 al 2011, riassunto in 140 caratteri, ovvio. Ne trovate traccia cercando l’hashtag #1994to2011 .
In questi giorni, sgarruffando in rete, ho trovato varie citazioni relative agli ultimi 17 anni che, secondo alcuni, avremmo passato sotto la dittatura berlusconiana. Allora, come mi è solito, ho provato a dire che no, c’é un errore, non è andata proprio come si dice. Il risultato è stato l’attirare le simpatie dei fanatici di Silvio Berlusconi e sentirmi ringhiare contro gli antiberlusconiani convinti.
Il fatto è che dal 1994 ad oggi c’è stato si qualche governo Berlusconi, ma anche il Governo Dini, quello Prodi, quello Amato, quello D’Alema, è tornato Prodi… c’è stata più di qualche campagna elettorale e io, sinceramente, ho festeggiato quando Fausto Bertinotti è diventato presidente della Camera (non se lo ricorda nessuno, ma dedicò la sua elezione agli operai e alle operaie…) e Rifondazione ha avuto un Ministro. Certo, possiamo criticare l’operato. Ma provate a pensare alla rappresentazione. All’idea, all’immagine. E poi pure al fatto che il debito in certe fasi lo abbiamo saputo tenere sott’occhio.
Se adesso ci si mette a dire che l’Italia è stata in mano a Berlusconi dal 1994 ad oggi, beh, ci si disegna come un popolo di caproni.
Ma forse a qualcuno va bene così. Pensare che questa cosa qui che è accaduta, la discesa di Berlusconi, l’ascesa di Monti, sia quanto di meglio possiamo desiderare. Oppure pensare che abbiamo queste ceneri da cui ripartire: quelle di un uomo, che con grandi poteri magici ha rovinato l’Italia.
E adesso che si fa?
Questa mattina, compiendo l’odiosissimo gesto di andare a buttare la plastica nel cassonetto del riciclo, ho trovato questa cosa qui: un sacchetto di cose plasticose che ostruiva uno dei due buchi per la plastica.
Ebbene, non biasimo chi ha fatto questa cosa: perché il sistema di gestione dei rifiuti a Pordenone è esasperante oltre che pericoloso.
Così, all’alba di una nuova era, dopo le dimissioni di Berlusconi di ieri sera, mi sono resa conto cosa significa essersi fissati per anni a seguire storielle politiche senza senso. Alla fin fine si è creata una rappresentazione delle cose importanti che non sta né in cielo né in terra.
Ad esempio, la raccolta differenziata a Pordenone si fa quindi in mondo ridicolo alla stessa maniera di 3 anni fa. Doveva essere una fase di test. Ma quando finirà?
Riusare i cassonetti dei tempi in cui le cose riciclabili erano solo i flaconi dell’ammorbidente e le bottiglie della plastica fa si che oggi i cassonetti siano del tutto inadeguati per tutto il resto delle cose. Mi sono già tagliata una volta buttando una lattina di pelati: quante altre volte dovrà capitare? E poi occorre stare lì, a bordo strada, fintanto che non si sono completate tutte le operazioni di smaltimento. Sapere che chi abita solo pochi metri più in centro usa comodi sacchetti multicontenuto è ancor più fastidioso, ma peggio ancora è sapere che nei comuni limitrofi si fa il porta a porta ordinato come si deve. Già, perchè quando c’è il temporale anche i sacchetti azzurri del centro, beh, non sono certo un bel vedere: svolazzano e si rompono. Blea.
“Forse questo sistema è comodo per gli anziani” penserà qualcuno. Invece oggi un ottuagenario che ha assistito al compiere del mio riciclaggio, tutto preoccupato mi ha chiesto se mi serviva una mano: sintomo che no, non è affatto un’attività considerata semplice.
Provate poi a pensare cosa succede quando piove: mica si va a buttare sta roba sotto la pioggia… tocca tenersela lì. E quando si sta male? Per non parlare poi dell’orrore dei cassonetti in giro per la città che raccolgono come calamite i rifiuti ingombranti che la gente d’istinto lascia lì intorno.
Ma se adesso siamo sul serio in una nuova era… Pedrotti farà almeno mettere dei bidoni con un più igenico pedale?
Un libro perché c’è chi dice no
Oggi, complice un treno sospeso alcuni minuti prima dell’arrivo in stazione, ho finito di leggere “C’è chi dice no” di Chiara Lalli, ed. Il Saggiatore. E’ un testo forte, ricco di storie e da di che pensare, indignarsi, ripensare parecchio e parecchie volte.
Per l’occasione ne ho scritto nel blog de La magia di un libro di cui vi avevo già parlato qui.
Anche se sarebbe il caso di parlarne nelle sale e nelle piazze, coinvolgere le persone, discuterne.
Ma ormai non si discute più. Sembra che le uniche parole della politica siano oggi: “Cade” e “Noncade”.
Spero di riuscire a tenere la testa dentro a un altro vocabolario


