E se fosse stato capitalismo e niente più?

Adesso tenterò il mettere assieme 4 riflessioni. Banali, eh! Non valutatemi in base a queste.

Ieri su Twitter è partito un giochino, il riassunto della propria vita dal 1994 al 2011, riassunto in 140 caratteri, ovvio. Ne trovate traccia cercando l’hashtag #1994to2011 .

In questi giorni, sgarruffando in rete, ho trovato varie citazioni relative agli ultimi 17 anni che, secondo alcuni, avremmo passato sotto la dittatura berlusconiana. Allora, come mi è solito, ho provato a dire che no, c’é un errore, non è andata proprio come si dice. Il risultato è stato l’attirare le simpatie dei fanatici di Silvio Berlusconi e sentirmi ringhiare contro gli antiberlusconiani convinti.

Il fatto è che dal 1994 ad oggi c’è stato si qualche governo Berlusconi, ma anche il Governo Dini, quello Prodi, quello Amato, quello D’Alema, è tornato Prodi… c’è stata più di qualche campagna elettorale e io, sinceramente, ho festeggiato quando Fausto Bertinotti è diventato presidente della Camera (non se lo ricorda nessuno, ma dedicò la sua elezione agli operai e alle operaie…) e Rifondazione ha avuto un Ministro. Certo, possiamo criticare l’operato. Ma provate a pensare alla rappresentazione. All’idea, all’immagine. E poi pure al fatto che il debito in certe fasi lo abbiamo saputo tenere sott’occhio.

Se adesso ci si mette a dire che l’Italia è stata in mano a Berlusconi dal 1994 ad oggi, beh, ci si disegna come un popolo di caproni.

Ma forse a qualcuno va bene così. Pensare che questa cosa qui che è accaduta, la discesa di Berlusconi, l’ascesa di Monti, sia quanto di meglio possiamo desiderare. Oppure pensare che abbiamo queste ceneri da cui ripartire: quelle di un uomo, che con grandi poteri magici ha rovinato l’Italia.

Come ho scritto molte e molte volte, tutta la stampa internazionale che ho avuto modo di conoscere dal vivo, ha sempre definito non normale la fissazione del popolo italiano (ma oserei dire della stampa italiana) per la propria politica nazionale, il guardare in modo ossessivo a Berlusconi, senza desiderare una rappresentazione più alta di quel che accade nel mondo. E in effetti di quel che ha scritto l’Economist di noi in questi anni ci è giunta notizia solo nei casi in cui ha messo il nostro premier in copertina. Diceva Joe Bageant, giornalista americano, nel 2010:

“Non sono Berlusconi o Bush il problema, è il capitalismo il problema. In Italia siete ossessionati dalla politica, ma è proprio ciò che la politica vuole. Guardando la scimmia che balla non si vede l’uomo che muove la manovella.”

E a tal proposito inviterei a riflettere su come si descrive Sarkozy, premier francese, in un articolo del Corriere della Sera di questi giorni: uno che finalmente può prendersi il ruolo di giullare di corte che Berlusconi gli aveva sempre sottratto dal naso. E non mi pare sia raccontato come un esempio di bon ton. Non solo: Sarkozy, quello delle leggi contro i Rom, delle frontiere chiuse allo sbarco dei tunisini, quello delle tensioni tra Italia e Francia di questa primavera, adesso si può pure definire vincitore rispetto al suo essere esempio di destra in Europa. Una sorta di leadership ideologica, diciamo. Mica fronzoli.

In più ci possiamo aggiungere una serie di frasette scherzose che ho letto ieri su Twitter. (Le potete leggere tutti, anche se non avete un account su questo social network. Certo sono scritte in inglese, perché non sono prodotte da un utente italiano…) L’utente scherzosamente è _Capitalism_ e spara definizioni del capitalismo di oggi, così come si mostra: provate un po’ a dirmi se un utente medio italiano leggendo sta cosa (tradotta) non esclamerebbe “Wow, ma questo è Berlusconi che parla!”

Sabato poi sono stata a una giornata di formazione a Udine, organizzata da Banca Etica: sono intervenuti due professori universitari e in parole semplici e chiare ci hanno chiarito un po’ tutta la faccenda del debito, dell’euro, dello spread, eccetera eccetera. E non mi parevano molto convinti delle illusioni di alcuni che il “cambio di guardia” sarebbe bastato a salvare l’andamento della Borsa. Infatti, a quanto pare, oggi è cambiato ben poco. Anche perché a guardare i grafici messi a disposizione, non solo l’Italia è messa male. Ma fissati come siamo su di noi…

Ecco. Insomma quello che vorrei dire è che vuol dire qualcosa se Berlusconi è andato a casa così e io non sono contenta. Perché il berlusconismo inteso come lo sfruttamento esasperato delle cose, come la corsa al consumo, come ossessione all’immagine, beh, non lo vincono i mercati. Lo vince la politica quando ha la forza di essere rappresentanza di un sentore diffuso di un’altra idea di società.

Ma non credo abbiamo imparato ad essere questo. Non credo abbiamo capito che ambire ad una propria casa indebitandosi l’anima non vale quanto tenersi l’anima e pretendere edilizia popolare fatta bene. E no, non abbiamo capito che fanno meglio certi libri che certa stampa che proprio non si sforza a cercare un minimo di verità. Anzi. C’è perfino qualche giornale che si appropria del “successo” della fine del berlusconismo. Giornale figlio di un’altra fetta del capitalismo italiano, mica la bandiera rossa de nojaltri.

Così scusatemi se penso che oggi come oggi non abbiamo ceneri da cui ripartire. E perdonatemi se ho come l’impressione che esultando troppo altro non si fa che illudersi e magari accontentarsi. Ma temo che non si cambierà di molto strada. Si infarcirà un pochino la tv di moralismo. Si copriranno le donne nelle copertine. Ma io non la chiamo, quella cosa lì, vittoria. Anzi.

Perché non porta da un’altra parte e non trova un’idea, al di la dei soliti noti, capace di proporre l’andare da un’altra parte. Anzi. Ci fa dimenticare che le alternative a Berlusconi esistono, capaci magari di rimandare a casa i fascisti che in questi anni si sono seduti comodi sulle poltrone del Parlamento dopo aver inneggiato per anni alla dittatura mussoliniana (quella si, non votata).

Ma vabbé, tanto non piacerebbero ai mercati. Soltanto non ditemi che c’è da festeggiare, che sono ingrata o non so cos’altro se penso che Berlusconi altro non sia che una rappresentazione del capitalismo italiano e la sua fine soltanto un modo per conservarlo, per quanto insano.

P.S: Nota di colore: oggi, lunedì, non ho ancora sentito nessuno per strada o in ufficio fare qualche commento. Quasi a dire che Silvio o non Silvio, i problemi restano, I nomi passano.

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Pubblicato su Avvenimenti, Politica, Riflessioni, Rifondazione, Sinistra
8 comments on “E se fosse stato capitalismo e niente più?
  1. alessia scrive:

    Sara, come sempre trovo nei tuoi post quello che percepisco anch’io. Così un po’ mi consolo visto che su twitter vedo che è nata una unica corrente di pensiero

    • sarasx scrive:

      In realtà,direbbero i guru dei social, noi vediamo solo i commenti della rete di cui facciamo parte, che ci siamo creati per affinità che magari andavano bene su altri temi… ma sulla politica ci capiscono poco a parte esemplari eccezioni ;)

  2. alessia scrive:

    mettiamoci anche twitteri di vecchia data che han smesso di esporre i propri punti di vista per evitare risse

    • sarasx scrive:

      eh, non fa tendenza sforzarsi a pensare, meglio criticare il grande fratello e poi comportarsi allo stesso modo, cercando inutile consenso…eh!

  3. l'Omino scrive:

    Sara, ieri sera ha letto in successione il tuo post + il post di Antonella Fiore (Miss K) su Facebook… Se sei sua “amica”, dà un’occhiata.

    • sarasx scrive:

      anche se non sono sua “amica” ho letto lo stesso. Ma io mica sono incazzata? Sono forse ogni tanto un poco triste, ma solo perchè tra un mese son disoccupata,poi penso che arriva la tredicesima e mi rincuoro subito,tiè!

  4. sarasx scrive:

    ma tu citandomi lei ti riferisci forse a me, o ad altri che guardano allo stato attuale delle cose con perplessità. ma pensare non è mica un elemento negativo. Essere perplessi è anche prendersi cura, coem pensare è anche prendersi cura, di quanto succede. E occorre conoscere per evitare di essere fagocitati e finire sì, nella tristezza. O nel menefreghismo, o nel qualunquismo, o nella depressione prodotta dalla rassegnazione.

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