Archive for marzo, 2012
Libere sempre
Avevamo tutti più o meno vent’anni, l’età in cui, normalmente, ci si innamora
Marisa Ombra, classe 1925, è tra i vicepresidenti nazionali dell’Anpi. E l’Anpi, per chi non lo sapesse, è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Ma si possono iscrivere tutti, anche i giovani. Anzi, ci sono sempre più giovani che si avvicendano a chi ormai non c’è più: si paga una tessera che non concede sconti di sorta alcuna, anzi.
“Libere sempre”, ed. Einaudi, è un libricino sottile, semplice, da leggere veloci veloci, è di una bellezza e di un’emozione grande.
Perché tratteggia il senso di un tempo, quello della Resistenza, ma non solo.
Lo spiega, lasciandoci le parole per spiegarlo.
Non c’era proporzione fra la mia piccolissima vita e l’immane disastro che stava avvenendo là fuori. Ecco una ragione per vivere. Era lì davanti a me, intorno a me. Era il mondo. Era il mio tempo. Erano i luoghi e le persone con cui avevo a che fare. Era il mio presente. La mia vita. Non potevo essere indifferente, starne fuori. Dovevo fare qualcosa.
Ecco, Marisa Ombra scrive così per spiegare a una quattordicenne di oggi le ragioni che la spinsero a lavorare per la Resistenza.
E sarebbe bello che tante e tanti quattordicenni provassero a leggere queste 96 pagine adesso che il 25 aprile si avvicina e poi facessero la prova del 9, provassero a mettere il naso nelle celebrazioni del 25 aprile in giro per l’Italia,per inseguire lo stendardo dell’Anpi, fermarsi a parlare al bar, a celebrazione finita, con gli oratori di turno, con gli anziani e i loro figli.
Ecco, sarebbe un bel riconnettersi tra tempi e generazioni messe con troppa forza in contrapposizione fra loro.
Poi è una cosa che riempie il cuore tantissimo. Perché le esperienze del passato permettono di leggere i tempi di oggi, in maniera fortissima.
Ho imparato presto che le rotture non sempre separano nettamente e definitivamente un tempi dall’altro. Il tempo passato tende a resistere, le rotture tendono a ricomporsi. Le trasgressioni possono essere messe tra parentesi. Ne stiamo facendo esperienza, mi pare, proprio in questi anni.
Io non sono più una ragazzina di 14 anni. Anzi, ho avuto la fortuna di vivere l’infanzia in un periodo in cui a scuola s’imparava a cantare Bella ciao per poterla poi ricantare durante le celebrazioni del caso. Ed era una cosa normale anche in un paesino democristiano come quello in cui sono cresciuta.
Ma oggi che le cose si sono un pochino ribaltate, che la normalità che rappresenta la storia democratica del nostro Paese si travisa e attacca di giorno in giorno, teniamoceli stretti questi testamenti di parole e di vite. Sforzi e regali che possiamo leggere e cercare di ascoltare in giro ancora per poco. E che ci suggeriscono di continuo di tenere alta la testa, di non lasciarsi vincere dall’indifferenza, dalle banalità del nostro quotidiano.
Chiunque, consapevolmente o no, aspira a vivere libero.
Non aspettiamo di aver bisogno di una nuova festa della Liberazione per rendercene conto.
P.S.: C’è poi una parte in questo libro che non riesco a fare mia, dove, così come fanno tante donne oggi, l’autrice guarda con occhio critico alle ragazze di oggi e al loro rapporto col corpo. Questo forse non tutto condivido. Ma sarebbe un’altra lunga storia.
Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani
Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)
Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.
E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.
Così, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.
Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.
E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)
In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.
E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.
Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.
Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.
E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.
Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.
Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.
Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)
Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.
E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.
Dove finisce Roma e qualche pensiero in più
Avrei voluto dire wow! fino alla fine. Perchè è wow che fa dire nelle prime pagine questo libro, Dove finisce Roma di Paola Soriga, ed. Einaudi, quando ti tuffi nello stile fluido, continuo, veloce, scelto dall’autrice per raccontare la storia. Una scrittura che mi ha incantata, bellissima.
“Wow!” ti viene da esclamare qua e là, tra tante scelte di frasi ed espressioni semplici eppure piene di novità. Ma poi alla fine, proprio alla fine, è stato come fare un passo in più, dall’aria pulita alla nebbia.
Ecco, il fatto è che in questo libro c’è la Resistenza, ma non si sente la Resistenza. E questo mi lascia un nodo alla gola alla fine che è quasi un lieve fastidio.
Sarà che non so leggere, o sarà che ecco, mi aspettavo di più. Sarà che non sono una lettrice neutra quando si toccano certi temi. Ma mi aspettavo di più da una mia coetanea che si azzarda, come altri hanno provato non sempre con successo, a prendere in prestito un tempo che non è un tempo passato. Mi aspettavo quel che dava in cambio. Ma in cambio cosa da?
In una storia che ha il pregio di poter essere scontata dall’inizio alla fine, perchè in fondo sappiamo già pressapoco come andrà a finire manca quella cosa lì, il coraggio di una restituzione.
Ida, la protagonista del racconto, è nella Resistenza a 16 anni. E per tutto il libro Ida è tratteggiata come una bambina che non sa perché fa la Resistenza se non perchè sente che si doveva fare così. Eppure ha studiato, legge un sacco di libri di spessore, va alle riunioni dei Gap. Ma ci viene presentata come troppo piccola per un pensiero autonomo.
In questi anni in cui ho commemorato tanti martiri della Resistenza, tanti caduti, ascoltato tante e tante storie e avventure e vicende una cosa mi ha sempre colpito tanto: erano tutti così, dei ragazzini.
Furono dei ragazzini il coraggio di tutta una Storia. E molto spesso furono i protagonisti di tutta un’epoca successiva grazie a quanto appresero allora. Tante volte se provi a chiedere a chi è ancora in vita, a chi è stato partigiano di montagna o pianura: “cos’hai fatto nella vita” ecco, li senti che ti raccontano per due o tre ore senza fine, di quando avevano 16-18 anni. Della guerra e della Resistenza. E tutto il resto della vita successiva, i 50-60 anni dopo, si consumano in un attimo.
Ancora di più sento che manca una restituzione ulteriore perché Ida è una donna e delle donne partigiane si sente parlare troppo poco. Si sono negate un ruolo loro stesse negli anni successivi alla Resistenza, riprendendosi il focolare e restando zitte per decenni, quasi per vergogna. Eppure erano li, a consegnare giornali tenendole dentro ai cesti dei panni sporchi o tra le sottane. Nei Gap e nelle brigate partigiane spesso per la prima volta hanno avuto la possibilità di cambiare ruolo. Di distogliersi un momento dai modelli preimpostati per loro. Per lo meno di scambiare pensieri se non proprio smettere di cucinare e rammendare. E non so perché, ma sarebbe stato bello sentire un po’ di quella paura cammuffata con la sfrontatezza e il coraggio di cui tanto sanno raccontare certe anziane ogni tanto, quasi in segreto, quasi un non si può dire.
Per carità, poi uno scrittore racconta ciò che vuole, e per chi di Resistenza non sente mai parlare questo racconto è quasi una benedizione se gli capita tra le mani, perché si fa leggere senza fatica.
Però mi chiedo se non debba esistere una responsabilità quando si prendono in prestito certi pezzi di storia ancora tanto vivi nel dibattito quotidiano. Mi chiedo se sforzarsi di mantenere una sorta di neutralità dentro all’idea che “erano persone normali con sentimenti normali” per tentare di evitare quella che alcuni definiscono “retorica della Resistenza” non sia di per sé un raccontare a sua volta retorico.
Quel che ci arriva sull’antifascismo sono frasi leggere che pesca in giro la voce narrante. Fin troppo attenta a trovare una giustificazione per tutti: per il cognato di Ida, che era fascista, ma guarda caso muore nei bombardamenti di San Lorenzo, per Betto, che era una spia, si, ma tanto simpatico, per i soldati tedeschi ammazzati per strada, che in fondo erano ragazzi come quelli che avevano ammazzato. E non so quanto onesto sia far passare l’idea che non vi fosse un poter scegliere. Che sia stata tutta una storia per caso. Per caso capita quasi tutto in questo libro. E forse è un po’ troppo facile lavarsi le mani così.
Vabbè, saranno forse sottigliezza. Però credo che sarebbe ora che ci assumessimo l’onore di affinare le sottigliezze. Come generazione senza onore né gloria, almeno questo, le sottigliezze per chi viene dopo, ci toccano.
Specie perché la colpa dei fascismi che si sono nuovamente seduti in Parlamento è purtroppo tutta nostra. E non per caso.
P.S.: Ho letto questo libro tra bus e tram delle mie #esplorazioniromane, capitando tra l’altro proprio a Centocelle in un importante centro sociale occupato, venendo da Monte Mario, tappezzata di manifesti neofascisti. No, non venitemi a dire che faccio discorsi vecchi, che occorre riappacificarsi. C’è in palio la Democrazia, ancora più che mai. Non scherziamo.
La prima volta a Enotica
Grazie alle argute segnalazioni di @amicoFaralla questo week end sono capitata per la prima volta a Forte Prenestino in occasione di Enotica, una manifestazione di degustazioni vinicole e di produttori agricoli indipendenti. Mai finita così tanto a sud-est nelle mie #esplorazioniromane!
Scivolando nei sotterranei del forte siamo finiti ad incontrare qualche decina di produttori in un clima umido, un po’ da bottaia.
C’erano un sacco di vini buoni (non tutti eh! Certi aceti…) e i prezzi erano veramente interessanti. Molti di questi vignaioli hanno produzioni ridotte e ci tengono a mantenere la filiera corta e un buon rapporto coi clienti. Tantissimi vini rossi presenti, produzioni biologiche o a basso contenuto di solfiti e qualche bianco che prometteva bene. Il nostro tour ha però proclamato un vincitore: un particolarissimo vino rosso, Pecoranera del Monferrato della Tenuta Grilli, ma c’erano comunque molte altre cantine che valevano una scorta!
Io personalmente ho preso al volo una bottiglia di rosé: vino da sempre bisfrattato nella cultura popolare, non lo assaggiavo da anni. Così quando invece ho assaggiato questo ne sono rimasta colpita: proprio buono! Il rosè dell’azienda Rasicci di Controguerra, in provincia di Teramo era uno dei pochi rosè presenti e il vignaiolo mi ha spiegato che è un vino con poco mercato, per quanto per la loro cantina possa essere un buon prodotto. Per questo lo vendevano a 3 euro. Che dire?
Purtroppo miravo ad una successiva visita per fare scorta di altre bottiglie, ma il giorno dopo non ce l’ho proprio fatta!!
Mi sarei altrimenti portata a casa, a giudizio del mio misero naso e palato, uno Spareto dell’azienda Majnoni (anche se l’aveva appena imbottigliato), un rosso passito della Cantina Marco Merli, e poi mi sembravano interessanti i vini di Cascina Zerbetta.
Purtroppo non ho potuto assaggiare i vini dell’unica cantina friulana presente!! Aveva il banchetto troppo affollato di gente… ma vabbé, chissà che non mi capiti di recuperarla da qualche altra parte
.
Comunque c’erano un sacco di ragazzi relativamente giovani ed era bello vederli tutti attenti ad ascoltare i vignaioli, tutti molto appassionati.
Chissà perché non si organizzano un po’ più degustazioni in giro per i giovinastri e le si fa considerare cose per vecchioni: sarebbe una bella educazione al vino. E meglio presto che mai…
#esplorazioniromane tra arte e foto
A Roma questo fine settimana le mie #esplorazioniromane si sono mosse tra via Nazionale e Centocelle.
In via Nazionale infatti al Palazzo delle Esposizioni sono in corso tre mostre che sono un vero piacere: tra avanguardie americane, uomini primitivi e fotografi del National Geographic c’è né un po’ per tutti i gusti.
Vabbé, lo ammetto, la mostra sulla storia dell’Homo Sapiens mi ha ricordato l’astioso periodo delle medie in cui la linea del tempo e le pieghe del tempo erano a base di mesozoico e pleistocene. Non è che l’abbia apprezzata poi così tanto.
Ma ho cominciato invece ad apprezzare, un sacco quell’arte che qualcuno ogni volta puntualmente va dicendo passandoci davanti “Bah, ma questo lo sa fare chiunque” (come ho visto succedere anche per Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945–1980). E invece, a son di dai e dai, di guarda e riguarda mi son ben resa conto che non è affatto così. Alle gallerie del Quirinale era in corso anche una bella mostra sul Tintoretto: ecco l’avrebbe mai potuto dipingere un quadro come questo (The atom on word di Richard Pousette-Dart), il Tintoretto?

Ecco, secondo me no. Facile dire. Difficile fare. E in fondo, diciamocelo, non è un caso se altre opere tecnicamente d’alto impatto (quadri come fotografie) non sono arrivate a noi neppure di striscio. Eppure fanno molto effetto, occorre andarci col naso addosso per capire che sono quadri e non foto. Ogni epoca ha bisogno del suo modo di raccontarsi. C’è poco da dire. Ogni cosa ha il suo tempo.
E c’è poco da sghignazzarci su.
Bellissime poi e ben scelte le foto de “Il senso della vita“, la mostra a cura del National Geographic: amore, pace, salute e lavoro. Le mostre di fotografie sanno essere potentissime. Veramente meritevoli
.
L’ultimo uomo nella torre-L’ultimo uomo sulla terra
Quando una scrittura è potente è di quelle che fa pensare. Secondo me. E secondo me Aravind Adiga con L’ultimo uomo nella torre (ed. Einaudi) ci riesce anche fin troppo bene.
Tanto che la prima cosa che ho fatto finito di leggerlo è stato cercare altre storie. A cercare le immagini che l’occhio ignaro può intuire e nulla più.
Aravind Adiga racconta Mumbai, ci porta l’India a casa, ma ci regala lenti attente per pensare un po’ al diritto all’abitare, per ragionare sulle contraddizioni prodotte dal progresso, per ragionare sull’informazione e i giornali, sulle religioni, sulle relazioni. Ed è talmente attenta la sua scrittura, talmente tratteggiato il suo punto di vista che c’è tutto lo spazio per farsi un’idea, pensarci su.
Indirettamente ci parla anche di democrazia, di come spesso banalmente la intendiamo, del senso stesso del concetto di maggioranza. E non è niente male fermarsi a pensarci di questi tempi (bui).
Ho letto L’ultimo uomo nella torre tra un viaggio Roma-Milano e vari spostamenti coi bus nella capitale. Ho ascoltato strada facendo racconti in bus su affitti romani dai prezzi esorbitanti e visto palazzi crescere come funghi dentro a Milano, vetrate a voler copiare New York.
E ho sentito in tanti momenti del quotidiano che spesso ci vorrebbe chi ha il coraggio di dire di no. Un no di dignità che non piega la testa al profitto e al consumo. Che si fa esempio senza volersi fare esempio. Che non ha bisogno della falsa gloria dei giornali. Che non li ricerca neppure. Un no come quello del protagonista scelto da Adiga, Mr Masterji, che a 61 anni è ormai computato tra i vecchi, e che vuole soltanto poter continuare a restare a casa sua, senza cambiare niente, senza piegarsi ai milioni di dollari che lo aspettano se soltanto si arrendesse all’idea di firmare qualche carta.
L’ultimo uomo nella torre sarebbe bello se fosse l’ultimo uomo sulla terra. Vorrebbe dire che ha vinto sul serio. Che a tenere duro fino all’ultimo, senza paura, alla fine si riesce sul serio a restare parte del mondo e non ad esserne alieno come crede qualcuno (o come spesso ci fanno credere). Perchè
Niente può fermare un essere umano che vuole essere libero
E abbiamo più che mai bisogno di crederci ed agirci su sul serio.
#socialtaster alle prese con il Refosco!
Prima arrivano le ciliegie. S’infilano nel naso e poi in bocca. Poi sono le cartoline che crea il treno, i riquadri attraverso un finestrino di colline verdi e gialle e rosse. Serene.
Non sono un’esperta di vini, ma quando mi chiedono che vino caratteristico c’è nella mia ragione, il Friuli Venezia Giulia, beh, io dico Refosco. E così qualche giorno fa, che mi sentivo lontana, abbattuta e stanca ho pensato bene fosse proprio il caso di passare alla seconda fase del #socialtaster esperimento in cui mi ha coinvolto Elena.
Non c’era forse una bella bottiglia di Refosco dal Peduncolo Rosso de I Feudi di Romans a cercare la mia compagnia? Basta sorseggiare mezzo bicchiere di questo nettare per riaggiornare la bussola del proprio stare, anche se lontano.
A partire da quelle ciliegie, dolci e acidule allo stesso tempo, sode e vulnerabili dal primo vermetto che passa, si torna a casa. A casa, dentro a un territorio fragile da tutti i punti di vista eppure teneramente orgoglioso. Come certi vecchi ciliegi che alla prima tempesta rischiano ogni anno di perdere tutti i loro frutti.
Certo, il Friuli è famoso per i suoi vini bianchi del Collio, e a un vino bianco ha recentemente associato tutta la sua friulanità. Ma sarà che di refoschi se ne possono assaggiare tanti, con sfumature piacevolmente sempre diverse tra loro (un po’ come succede a questa regione, che ad ogni cantone ci trovi una lingua, un dialetto, una storia), sarà per questo suo saper essere quasi inconfondibile e mai prepotente, beh, io ci vedo nel Refosco il nostro “riportarci tutti a casa”.
Comunque dato che una donzella non è bene si attacchi alla bottiglia ho approfittato del tappo stappato per regalarmi anche un risottino al refosco come si deve: mezza cipolla tritata e fatta appassire nell’olio, 4 cucchiai di riso da far tostare con la cipolla, un bel bicchierozzo di vino da far asciugare nel riso e poi il solito brodo vegetale. Io di mio gusto alla cipolla ho aggiunto qualche ramettino di rosmarino.
Ah, che bontà!! E no, non provateci con un vinaccio qualsiasi. Non è affatto la stessa cosa! Poi per mia fortuna avevo pure dell’ottimo riso caldaroli direttamente from Vercelli.
Che saper intrecciare è il miglior modo per riuscire a gustare
Entusiasmante risultato finale
.
(E, cara mamma, non temere, nonostante questi vari assaggi la bottiglia non è ancora finita
)
P.S: E presto… polenta a noi!!
Il riscatto delle nonne nei miei #vagabondaggi
E chi l’avrebbe mai detto che ritrovarsi a sorseggiare il caffè in vecchie tazzine (spaiate) che ricordano antiche cucine delle nonne potesse essere tanto allegro e divertente? E mangiare (finalmente) in uno di quei servizi da vetrinetta inespugnabile tanto piacevole?
Tra mattoni dipinti di bianco e lampadari tutti diversi tra loro (ma rigorosamente caratterizzati da quelle gocce di vetro che Pollyanna ci ha insegnato possono creare l’arcobaleno), sedie recuperate e restaurate e tovaglie e tovagliette dai colori pastello l’altra sera mi è parso di ritrovarmi a tavola sotto lo sguardo compiaciuto di vecchie nonne e vecchie zie. Ah, come facevano bene ad aver cura di certe porcellane e certi bicchieri! Altro che lo stile moderno formato Ikea che ormai imperversa anche nelle osterie più apparentemente tradizionali!

Aggiungiamoci poi piatti della cucina tradizionale del Monferrato che proprio non conoscevo, con ingredienti a chilometro veramente zero (abbiamo potuto persino abbinarci un vino fatto proprio nel borgo) ed ecco saltar fuori una cena che diventa un racconto.
Ma in fondo un po’ racconto lo è anche il nome del locale, La commedia delle pentole. Ci siamo arrivati la sera da una stradina bianca, non asfaltata (fortunatamente conosciuta da Google), raggiungendo questo piccolissimo borgo di case, Borghina, frazione di Lu Monferrato, quasi increduli: che ormai chi lo pensava più di essere sulla giusta via?
Certo è che alla fine qui ho bevuto i miei primi bicchieri di Gavi e Grignolino e affogato le mandibole tra agnolotti, tagliatelle e altre leccornie fino a non avere più neppure uno spazietto per il dolce.
Proprio io! Miss golosità! Ma talmente ricco e abbondante è stato il menù, tanto golosi gli occhi di raccogliere i dettagli del posto, tanto impegnate le papille gustative a scovare sapori nuovi che il dolce proprio non ci stava più. Un po’ come in certi noti pranzi dalle nonne o dalle vecchie zie, non sempre impeccabili cuoche quanto abbondanti spartitrici di porzioni consistenti.
E un poco mi è sembrato di vederle anche qui, aleggiare sotto il soffitto con il mestolo in mano a controllare che
ci fossero sorrisi sui tavoli e risate nell’aria e la giusta intimità per le coppiette e i tavoli di chiacchiere discrete, con un posticino anche per il cane, volendo farlo stare comodo.
Deliziosa poi la cantinetta (ma quanti sono i vini piemontesi?) dove puoi scegliere il tipo e la cantina tra tantissime.
Ancor più interessante, decisamente, il prezzo del menù di piatti locali.
Incantevole alla fine il ricordo (e non importa se i tagliolini ai carciofi erano un pochino troppo asciutti…;) ).
Che a volte basta anche solo la compagnia.
Che qui si scrive non tanto per il posto, ma per ringraziare chi mi ci ha portato
.


