Archive for aprile, 2012
Le cose che abbiamo da dire
Volevo scrivere qualcosa di intelligente.
Una riflessione sul fatto che i social network sono molto più deboli delle lingue pettegole e molto meno impermeabili della pelle alle raccomandazioni e ai gradi di parentela, etc etc, ma poi ho letto su Repubblica.it le esternazioni di Grillo sulla Mafia e la crisi e mi è passata la voglia.
No, non ci sono parole capaci di spiegare meglio dei fatti la faccenda banale che fa della Rete, intesa come pc/tablet/smartphone e compagnia connessi a internet, nulla di diverso da quello che fa la Rete dei canali televisivi fino a un po’ di tempo fa (e che fa tutt’ora, certo, anche se oggi forse le due reti non hanno bacini del tutto perfettamente sovrapponibili) che forse altro non ha fatto che confondere e diversificare la rete che c’era da sempre, quella fatta di solide strutture parrocchiali, associazionistiche, partitiche, connesse attraverso i giornali e i volantini.
I contenitori, che che ne raccontino i social guru, non cambiano i contenuti, né trasformano in maniera così tanto interessante il risultato finale, il pensare. E neppure rivoltano i rapporti sociali, i punti di vista. Anzi, rafforzano ancora di più quello che ancora Don Lorenzo Milani scriveva a proposito degli intellettuali del suo tempo:
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
Già: perché per avere consenso occorre saper scrivere cose semplici, meglio ancora se ovvie, oppure aver scritto una o due volte cose interessanti -che magari appoggiano l’opinione di tizio e caio e non importa se si tratta poi banalmente della traduzione di un articolo straniero- per poi vivere di rendita tutta la vita, in qualsiasi ambito si vada poi ad aprir bocca. Il trucco è semplice: incensa me che poi quando è il mio turno io incenso te.
L’importante è non andare mai a cercare la costruzione di un pensiero interessante nuovo, mai tentare un ragionamento complesso e sopratutto mai criticare troppo il potere che si vorrebbe ottenere. Tacerlo piuttosto, ecco si. Autocensurarsi è consentito, tanto più quando si mira a stare sotto un certo cappello, non a fabbricarne uno nuovo.
Dove stanno le cose che abbiamo da dire?
In questi periodi in cui credo ci occorrerebbero centomila nuovi cappelli e ci occorrerebbero centomila nuove cose da dire mi accorgo invece che anche quegli spazi considerati avanguardisti, come alcuni social network in fondo di nicchia, come Twitter, hanno poche novità da offrire. Anzi. E non si dia la colpa ai più giovani frequentatori o cose simili.
Basta guardare le citazioni dei giornali, che stanchi di svolgere una qualsiasi voglia forma d’inchiesta si limitano a citare i più retwittati personaggi del noto social network: sempre gli stessi, indipendentemente dall’argomento in questione, i quali se la sguazzano e fanno di tutto per sperare in una successiva citazione. Talvolta capita poi di scovarli come autori degli articoli nelle successive rubriche del giornale stesso. Wow.
Così che non c’è da stupirsi se Beppe Grillo e tanti altri occupano sempre le solite posizioni tra i blog più importanti in Italia, se i giornalisti preferiscono spacciare opinionismo, anziché diventare popolari con l’informazione: nel perverso mondo della costruzione di popolarità e googolarità la cosa più importante non è tanto la qualità di ciò che dici, ma il modo in cui costruisci qualcosa per renderlo appetibile. L’importante comunque è parlare dell’argomento più cliccato.
Si, ok, lo so: qualcuno penserà che sono soltanto invidiosetta. Invece no. Sono sinceramente preoccupata, perché di fronte alle previsioni elettorali di Grillo, di un “movimento” che si struttura attorno a tanti ex socialisti, ex leghisti e ex ordine nuovisti in dose molto più massiccia di quanto si pensi (e non venitemi a parlare di “ingenuità politica”) si amplifica ancora di più questo sostegno melmoso al personaggio.
Il “bene o male l’importante è che se ne parli” vale 100000 volte di più davanti a un pc che nelle strade e il giornalismo mediatico più che informativo ci sguazza su vivacemente, perché tutto aiuta ad aumentare le visite, a sperare di scovare una qualche forma di guadagno in più (perché, ebbene si, il nodo di “chi mi finanzia nel web?” non è ancora risolto).
Così accade che su Grillo e i suoi seguaci cada un aurea da bravi ragazzi: guai a contestare seriamente le tante sparate del personaggio, guai ad indagare e a smontarne l’impalcatura. Sia mai che la banderuola non giri proprio dalla sua parte! Ora poi che lo si da al 7%! Un 7% fatto di così tanti internettiani, tecnici informatici, social cosi! Certo, mi si dirà, compito della politica, non del giornalismo e dell’opinionismo addentrarsi dentro a certi meccanismi.
Peccato che Internet abbia dimostrato come un po’ di consenso abbia il suo valore, proponibile e vendibile anche su altro, più dell’informazione e a scapito della stessa: basti vedere il sostegno de Il Post alla campagna elettorale a tempi sbagliati partita da Matteo Renzi, che proprio grazie a taluni giornalisti e ideatori della testata in questione ha avuto un certo eco durante le sue autocelebrazioni dell’anno scorso. Oppure basta leggere Il fatto quotidiano, che liquida oggi come “uscita” le dichiarazioni di Beppe Grillo (E il Fatto quotidiano, che ha saputo ben fare piazza pulita attorno a se sfruttando l’onda del “no ai finanziamenti pubblici alla stampa” difficilmente può negare un debito di riconoscenza verso Grillo).
Per non parlare poi del macinare facile che si sta giocando in queste settimane da parte di troppi: è molto più semplice dire banalità che sposino l’idea di antipolitica invece che riflettere su cosa definisca questa parola in Italia, su cosa significa dare un nome alle cose, su cosa significa alimentarle. E invece no: molti giornalisti e i social esperti, che restano i più astuti conoscitori della rete in quanto arguti conoscitori delle parole, se la godono un sacco a mostrarsi influenti su queste cose. Tanto gli rende molto di più che essere abili indagatori di notizie. Gli rende molto di più che farsi responsabili di influenzare in maniera diversa il Paese. Meglio rendere trendy in rete ciò che è trendy al bar che annusare cose nuove.
Chissà se un giorno resteranno le prove: se chi oggi fa a gara per farsi indicizzare bene da Google parlando di antipolitica (che in Italia, attenzione, si traduce nel materiale in antidemocrazia) pagherà prima o poi il prezzo o si riciclerà bene.
Magari scrivendo un romanzo.
Chissà.
(Per fortuna ogni tanto mi leggo i post di @Gilda35 e mi consolo, però vorrei sapere sul serio come si fa a raccogliere le cose che abbiamo da dire, dove sono le famose piazze di discussione virtuale, dov’è quell’innovazione che tanto viene declamata e qual è la rivoluzione tanto decantata.)
Vagabondaggi e paesaggi: le risaie

Questa settimana ho fatto un giretto a Vercelli e -meraviglia!- ho beccato le risaie allagate
.
Stava tra l’altro tramontando il sole e l’effetto è stato ancor più d’impatto: pareva di attraversare un’alluvione geolocalizzata.
Certo, le risaie saranno portatrici di un sacco di zanzare, ma sono un pezzo di “cronaca familiare” ad ampio raggio: quante ragazze venete finirono infatti col diventare mondine stagionali nel secolo scorso?
Anche tra il mio parentado vi son racconti a tal proposito.
Poi, girovagando per Vercelli mi è caduto l’occhio su una targa appesa nella piazza del Municipio che non ha potuto far a meno di attirare la mia attenzione: è a memoria del 1° giugno del 1906 data in cui venne firmato l’accordo che portò a 8 ore l’orario di lavoro delle mondine.
Fu un evento possibile grazie alla lotta di quelle donne e devo dire che mi ha commosso un pochettino. Di quell’eredità cos’abbiamo permesso che arrivasse fino a noi? Di quello spirito che ne abbiamo fatto?
In 106 anni cos’è cambiato?
Tra un girovagare e l’altro mi sono poi imbattuta nel Museo Leone, un bel palazzo che conserva numerosi reperti della storia locale, dai tempi antichi fino ai più recenti.
Così mi son soffermata a leggere che l‘allagamento delle risaie nel 1859 fu addirittura usato come arma di difesa durante la guerra con gli austriaci, visto che di fatto ne impedirono l’avanzata. All’epoca era appena stato ultimato il Canale Cavour, che doveva servire ad aumentare la fertilità delle terre novaresi e vercellesi per la produzione del riso.
Sarà forse un sintomo della vecchiaia, ma leggere degli investimenti che venivano un tempo fatti nel settore agricolo, a fronte della scarsa considerazione che gode nel mondo culturale/politico odierno, beh, fa pensare parecchio.
Peccato però che a Vercelli non ci sia un Riso Point, dove poter comprare riso a volontà di ogni sorta e produzione! Mentre è assai facile scovare dolci tipici e deliziose pasticcerie, ben più arduo è trovare la promozione del prodotto tipico.
Oh, ma cavoli, dimenticavo! Siamo nell’epoca dell’innovazione e queste cose non si usano più! Adesso controllo, magari il riso lo trovo in una nuovissima e bellissima applicazione per iPhone!!
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Tra senso, distanze e lavoro
Dal 1946 ad oggi circa sei milioni di italiani emigrarono all’estero, mentre negli stessi anni altri 17.000.000 di italiani cambiarono residenza, trasferendosi per motivi di lavoro da una parte all’altra del Paese, ma soprattutto nelle città industriali del Centro- Nord.
Volevo scrivere di tutt’altro, ma da qualche giorno ho un fastidio addosso da sfogare… Prendo allora in prestito la tesina di un gruppo di studenti di una scuola superiore di Chiasso. E’ scritta in maniera tanto semplice da essere comprensibile a chiunque. O quasi. E’ pure un po’ sgrammaticata, sintomo che almeno non c’è stato un vero e proprio copia e incolla da qualche fonte di Google.
Tipico è il caso di Torino dove gli stabilimenti FIAT assorbirono grandi quantità di manodopera, al punto che in alcuni reparti più dell’80% degli operai era di origine meridionale.
Ovviamente questi ragazzi non avevano motivo di indagare altre realtà, magari non gli sono neppure venute in mente. Però oltre alla FIAT potremmo citare la Fincantieri di Monfalcone, le caserme, le scuole e tanti altri esempi di luoghi di lavoro che non avrebbero avuto esistenza senza le migrazioni dal sud al nord.
E perché dal sud al nord migrarono in così tanti? Migrarono così tanti per L-A-V-O-R-A-R-E.
Per lavorare lasciarono la famiglia o se la portarono dietro in condizioni abitative alquanto indecenti per anni.
E la migrazione dal sud al nord continua ancora: a settembre pellegrinano gli insegnanti e fino a qualche anno fa non era infrequente conoscere ragazzi pugliesi o campani sbarcati in Friuli per la prima volta in vita loro a fare gli operai.
Oggi il nord est non è più l’isola d’oro che fu per un decennio. E per moltissimi settori non lo è mai stato.
Eppure, mentre tanti ragazzi superano i confini nazionali anche solo per fare i camerieri, mentre c’è che c’è chi lascia il nord est e varca le Alpi per recuperare qualche soldo in più e magari ancora come allora ci trasferisce la famiglia, ebbene vivo dialoghetti di questo tipo:
“Non per indagare la tua vita privata, ma perché ti sei trasferita a Roma?”
“Per lavoro”
“Solo per lavoro?”
“Ehm, si”
“Beh, allora va tenuto conto che vorrai tornare da dove sei venuta passato quest’anno.”
“…”
Ecco, detto da qualcuno che magari, come tantissimi abitanti di Roma, si è spostato magari di 400 km per andarci a studiare la cosa fa sorridere. Ma anche arrabbiare molto. Specie se capita di rendersi conto che agli uomini queste cose non le chiedono. Ma alle donne, ebbene sì, son cose che chiedono eccome. Quasi non vi fosse un’idea almeno un po’ vaga delle condizioni in cui versa l’Italia oggi.
Se ti dico che vengo da Pordenone e non da Milano, dal Friuli e non dalla fiorente Lombardia, se ti mostro che faccio un investimento serio sulla mia vita, stravolgendola (e non è che se la stravolgi torni indietro e fai reload) con quale coraggio insinui, in modo non molto velato, che per me il lavoro non è una condizione esistenziale, ma un passatempo che non può essere ragione sufficiente per spostarmi a 4 ore di treno? Come minimo non hai mai fatto una visita in Carnia o non leggi molto spesso le statistiche sulla cassa integrazione del Sole 24 Ore.
Posso o no dubitare della tua abilità di visione sul Paese su cui abiti? Posso o no dubitare della tua cognizione della geografia quando sei magari attorniato da persone provenienti da almeno 10-12 regioni diverse? Se poi magari mi dici queste cose e sei donna mi domando: cosa mi avresti detto se ti avessi risposto “a Roma c’è anche il mio ragazzo, tra 6 mesi ci sposiamo?”
Sarebbe stata una motivazione più sensata? E’ la prima cosa che ti insegnano a non dire mai.
Si stupiscono gli uomini e le donne a pari modo, ma tra Roma e Pordenone c’è pressapoco la stessa distanza che c’è tra Roma e Palermo e ci si arriva molto molto più velocemente. Però ci sono percezioni e preconcetti che diventano elementi valutativi superiori ai dati. Purtroppo.
Quando mi ero appena laureata cercavo lavoro guardando gli annunci che riguardavano Friuli e Veneto Orientale. Non era facile trovare qualcuno che cercasse un neo laureato in ingegneria elettronica donna e ricordo di aver spedito tanti curriculum e aver sostenuto solo un paio di colloqui a Milano (vero è che la mia ricerca durò solo due mesi scarsissimi, ma a me sembrarono 100). Non mi facevo problemi a rispondere agli annunci che distavano anche 40-50 chilometri da casa mia, per poi scoprire che a tante aziende interessavano specificatamente persone residenti nel raggio di 15 chilometri dal luogo di lavoro.
“Gente che dopo no me scampi“. Io abitavo in un paesino di 2000 abitanti e attorno a me avevo solo qualche fabbrichetta del legno e paesini di 600 abitanti. Tanto per chiarire.
All’epoca mi sono ritrovata poi a vivere nuovamente a 100 km da casa, dove avevo studiato e dove era normale che gente dal tutto il mondo arrivasse per studiare, fare ricerca, scoprire, lavorare. Sempre in Italia, eh!
Ma nella capitale del nostro Paese, dove milioni di turisti arrivano ogni anno, dove migliaia di persone vanno e vengono a lavorarci essendoci un sacco di attività lavorative che non esistono nel resto d’Italia (e penso alle sedi di associazioni, ministeri, università, biblioteche, musei, attività archeologiche, al cinema, alla televisione e anche alle sedi principali di grandi aziende tipo quella in cui lavoro), nella capitale del nostro Paese, dalle cui scelte derivano spesso i destini dell’Italia, beh, c’è a chi fa strano che arrivi a lavorarci una ragazza da nord est.
Ecco, al prossimo che mi racconta che l’Italia è mammona e sulla base di una dichiarazione del genere butta giù una proposta di legge gli compro un paio di occhiali e un libro di storia.
Poi gli mostro qualche busta paga e gli racconto un po’ cosa fa scegliere oggi.
Cosa, purtroppo, conta.
Poi, molto poi, qualcuno mi potrà raccontare che il problema dello sviluppo economico in Italia è l’articolo 18. Poi, molto poi.
Entrare ed uscire dal Limbo
Parlare di Limbo di Melania G. Mazzucco (Einaudi Editore) non è una passeggiata. E’ un viaggio.
E non è un viaggio facile, non sopporta un lettore passivo: leggerlo senza costringersi a pensare, almeno un momento, non so se sia possibile. C’è la guerra in Afghanistan, senza retorica. C’è una storia di famiglia, senza estremi e senza fronzoli, nessun Mulino Bianco all’orizzonte. C’è un amore forte senza percorsi facilitati. E tanto altro. Così alla fine non so se ci sia qualcuno che almeno in una pagina non si senta dentro. Trascinato nel Limbo in cui annaspano i protagonisti, costretto a fare i conti con il proprio.
A me è capitato così. Tanto che al terzo capitolo stavo per cedere. Non capire la chiave con cui un libro è strutturato fin da subito mi inquieta, mette a disagio (e già la copertina ci prova). Non capire dove si va a parare ancora di più. Ma faceva tutto parte del viaggio.
Occorre aspettare di arrivare alla fine, occorre accettare di seguire Manuela Paris nel suo rinascere e adeguarsi a non comprendere tutto e subito.
C’è un bel lavoro di ricerca dentro a queste pagine, sull’esercito italiano in Afghanistan, sull’Italia e le contraddizioni che la abitano, dall’idea di giustizia a quella di obiezione di coscienza. Così che anche se si tratta di un romanzo alla fine non è solo quello: è una specie di cartolina del Paese, pagina dopo pagina. E quando le pagine finiscono e dal limbo si esce sembra quasi di rifinirci nella quotidianità che ci portiamo addosso ogni giorno. A meno di non volersi rimboccare le maniche. A partire da sé.
Beh, vorrei poterci aggiungere altro. Ma non è saggio offrire vie di scampo, anticipazioni, a una storia che il lettore deve viversi un po’ per volta e un po’ per volta scoprirla. Sentirla.
Poi saranno anche una serie di piccole coincidenze tra la mia storia e quella che incrociavo tra le pagine, sarà la curiosità di capire l’evolversi delle cose, ma ieri sera, a 50 pagine dalla fine, mi sono aggrappata a questo libro resistendo al sonno. E poi chiusa l’ultima pagina mi è capitato di dormire come nelle sere precedenti, dopo i capitoli precedenti, non mi era riuscito. (E non certo per noia!!!) Perché alla fine quando tutto si chiarisce non si svela finalmente in modo chiaro solo la costruzione del romanzo.
Perché
La fine della notte nera è bianca -Proverbio Afgano
P.S.:E per la prima volta la mia tesi in optoelettronica mi è servita a qualcosa…:)
La polenta, social per definizione
Ci mancava solo questa! Provare a fare la polenta a Roma. La farina era lì, bella gialla, ultimo baluardo del pacco da social taster inviatomi da Elena, la pentola non era forse la più adatta, ma non mi pareva poi una scusa plausibile, il tempo c’era.
E fu così che munita di mestolo, acqua sale a farina del Mulino Tuzzi mi sono messa all’opera: quante ne ho girate di polente da mamma? Che sarà mai farne una da zero?
Invece no, non è mica uno scherzo! Perché la polenta si mangia in tanti posti, ma in ognuno in un modo diverso. Ho fatto una social indagine prima e durante il mescolare e c’è chi ci mette il dado (a Carrara), chi il formaggio (in Lombardia), chi l’olio, chi la panna. Ogni regione interpreta la cottura della polenta alla sua maniera.
A Roma le massaie durante i giorni della neve si urlavano da cortile in cortile: “Ecco, con la neve tocca fare la polenta!” e ancora non ho capito se la fanno solo una volta ogni 30 anni.
Per non parlare poi della consistenza! “Deve scivolare sul piatto” “deve mescolarsi alle cose” “deve…”
E qual è la proporzione tra acqua e farina? “Dipende dalla macina”, “a caso”, “1 litro d’acqua 300gr di farina…”
E del tempo di cottura che dire? “Ti passo io la ricetta per farla nella pentola a pressione!” “40 minuti!” “50 minuti!” “finché non fa le bolle”. E avanti così.
Insomma devo dire che il social polentare tra Facebook e Twitter mi ha fatto scoprire un mondo alquanto variegato di vite create a son di mais.
Così alla fine mi sono ritrovata a fare la polenta come l’ho sempre vista fare dalla mia mamma e alla fine là dove non è arrivato il sale che ho messo in quantità troppo scarsa, è arrivato il sughetto preparato per accompagnarla…
Certo, la polenta non è una cosa che si prepara per sé, ma in questo caso dovevo pur fare delle prove prima di avvel… ehm, stupire gli ospiti…
La polenta è social per definizione, è festa di compagnia, è tempi lunghi presi per se e la cucina, pensieri lenti, tra il mestolo e il fuoco, lenti come il tempo necessario poi a disincrostare la pentola bruciacchiata.
E’ forse il simbolo supremo dell’adattarsi: si rallegra per un sugo alla carne e apprezza il radicchio stufato, festeggia se le
affianchi una fettina di pitina e non rifiuta la compagnia delle verze e patate. E non è un caso che a nord est avesse in passato più gloria del pane e fosse buona pure per la colazione, nel latte caldo e via, si va al lavoro.
Così la mia prima polenta imperfetta sapeva comunque di casa e di nord est e mangiandola la domenica ancora morbida e poi pure il lunedì e martedì, abbrustolita nel forno sapeva di Friuli e di sopravvivenza, di tradizioni e tempi andati e di memorie lunghe fin dai tempi della miseria che abitua ad ogni cosa e che in Friuli non è poi storia tanto lontana.
Ho sentito talvolta anziane di varie regioni tirar fuori un piatto che la sposa deve saper fare per potersi sposare. Del Friuli non ho mai saputo vi fosse un piatto da saper fare. Ma adesso a pensarci bene sospetto che silenziosa, come tante cose delle mie parti, sia la Polenta l’alleata di tutte le spose: che se sai fare la polenta sai portarti dietro un gioiello di tradizioni, sensi e storia. Un saper sopravvivere che parte dalla base e tutto abbraccia e che come biglietto da visita è una garanzia.
Beh, la mia esperienza da #socialtaster devo dire che è stata veramente affascinante. Sarà la lontananza da casa, sarà il senso necessario dell’evocare, ma questo mangiare e bere friulano mi è piaciuto ancor di più che se fossi stata a Pordenone
!
Mille mila grazie a Elena per questa bella esperienza! W i #socialtaster !!
P.S: E in programma ci sono pure dei biscotti con la farina di mais!! A naso qualche ricetta tipica ad hoc la dovrei recuperare


