Archive for maggio, 2012
Colfondo e l’etica nel piatto e un segno
Ebbene si, questo è un post pubblicitario: ma a fin di bene.
L’8 Giugno a Noventa di Piave (Ve) nella suggestiva cornice di Villa Bortoluzzi (e quindi più precisamente a S. Teresina) a partire dalle ore 17.00 si terrà l’evento “Colfondo e l’etica nel piatto”
Momento clou dell’evento la sera, che ci auguriamo stellata, con la degustazione di “piatti etici” preparati sul posto da 8 cuochi e abbinati a vini colfondo: il pubblico e una giuria tecnica avranno la possibilità di esprimere il proprio gradimento del piatto maggiormente apprezzato.
L’evento è organizzato con la collaborazione di diverse realtà e associazioni del settore del wine & food.
Visti i drammatici fatti che stanno scuotendo tutt’ora l’Emilia Romagna i produttori di prosecco presenti all’evento metteranno all’asta delle bottiglie per una raccolta fondi da devolvere ai territori colpiti dal terremoto.
Ecco, per tutta una serie di ragioni tendo a prendere con le pinze le raccolte fondi per le disgrazie, però in questo caso mi sento invece di promuovere l’iniziativa sia per il luogo in cui si svolge, visto che è da li che il 50% del mio DNA ha origine, sia perché di almeno uno dei produttori che si stanno mettendo in gioco ho piena fiducia e saprà indirizzare bene i fondi raccolti.
Per maggiori informazioni sulla location dell’evento: http://colfondo.eventbrite.com/
Inoltre qui potete contribuire alla pubblicizzazione dell’evento tramite Facebook! (E tempestare di domande i promotori
)
In situazioni come queste occorre tenere alto il lavoro, il valore del lavoro, la qualità delle cose che facciamo. E penso che questo sia un contributo buono, come il prosecco in degustazione e all’asta
!
Un viaggetto attraverso Mafia.com
La mia lotta all’alienazione lavorativa ha una pillola settimanale particolare: si chiama La Lettura, l’inserto su libri e cultura de Il Corriere della Sera, esce la domenica, e anche se non è sempre e comunque una meraviglia, ci trovo sempre qualcosa che mi ispira e mi stimola alla “verifica del lettore”.
Così qualche settimana fa ci ho trovato un articolo di Serena Danna su Mafia.com, l’ultimo libro di Misha Glenny, uscito a fine aprile per Mondadori. Conta -eccome conta- che il titolo originale sia “DarkMarket: Cyberthieves, Cybercops and You”: avrebbe mai venduto in Italia la traduzione esatta di queste parole? Mah.
Visto che ultimamente sono tornata a lavorare su queste cose qui mi son detta “vediamo un po’ che scrive?” e me lo sono legalmente comprata on line e scaricata sul kindle.
In effetti più che un libro sulla Mafia questa è una storia d’esempio per raccontare come operano le forze dell’ordine quando si trovano a che fare con i crimini informatici: e non è cosa di poco conto.
Misha Glenny ricostruisce qui in particolare le vicende di un traffico di carte di credito clonate “sgominato” (anche se forse non del tutto) dal lavoro certosino di intelligence di più nazioni, costrette più o meno ad operare assieme a livello europeo e statunitense, quantomeno per non pestarsi i piedi gli uni con gli altri se non proprio per spirito di squadra.
Purtroppo al giornalista non è proprio riuscito di evitare i voli pindarici e ha tralasciato la verifica delle informazioni tecniche raccolte (c’è un passaggio in cui si attribuiscono a VNC poteri quasi sovrannaturali che un po’ mi ha spiazzato). Così che il risultato del lavoro è un po’ guastato, almeno per chi qualche elemento di reti e programmazione lo conosce. Viene infatti da chiedersi: ma sarà vera almeno la storia o soffre anch’essa di gigantismo?
Per fortuna il libro affronta una vicenda di 3-4 anni fa: alla luce di quanto accade oggi le vicende di allora sembrano cosette e chissà quale sorta di effetto cyber terrorismo ne sarebbe uscito se fosse stato raccontato quel che accade in rete adesso.
In ogni caso questa è un’inchiesta che centra comunque uno dei nodi fondamentali oggi nella lotta ai crimini informatici: a chi il compito di indagarli? E come? A chi il compito all’interno di un paese di difenderne le infrastrutture sensibili? Con che mezzi? E, in una dimensione che dei confini nazionali se ne infischia, come coordinare le indagini, come muoversi?
E sopratutto: se il caso specifico trattato nel libro avesse coinvolto italiani in modo diretto, quali sarebbero state le strutture nazionali chiamate in causa? O quale contributo avrebbero potuto portare alle indagini?
Per associazioni di idee mi è venuto poi da pensare: cosa succederebbe se venissero attaccati alcuni nodi italiani allo stesso modo con cui venne attaccata l’Estonia nel 2007?
Ehm, chissà come mai ho l’impressione che non ci siano al momento le infrastrutture capaci di deviare 200 G di traffico (che è quello che da quanto si racconta nel libro andò a bloccare attraverso attacchi DDoS i nodi governativi): saremmo costretti a spegnere tutto e aspettare. E se osasse qualcuno sul serio analizzare puntigliosamente certi siti e certe strutture (magari server esposti erroneamente verso l’esterno, cosette così), beh, non credo faticherebbe a scovare vulnerabilità servite su un piatto d’argento.
Ma, senza voler fare terrorismo, di queste cose in Italia non si parla quasi mai. Al massimo si intervista ogni tanto Raul Chiesa (ma son passati anche 20 anni da quando divenne il primo hacker in Italia…), che non a caso viene anche citato nel libro per una ricerca sul profilo dell’hacker moderno alquanto, quantomeno, di dubbia scientificità. Oppure il tema resta legato al giro dei soliti che si leggono tra di loro.
Oppure si leggono articoli nei quotidiani che fanno quanto meno ridere dal tentativo vano di riportare una notizia con un minimo di verifica della qualità del contenuto riportato. Così spesso si diffonde al massimo panico, ma nessuna analisi di senso.
Per quanti limiti abbia quest’inchiesta di Misha Glenny, beh, almeno è uscita per una grossa casa editrice e in una collana che spazia su tanti argomenti: chissà non riesca ad uscire pure dai soliti giri aprendo porte, creando relazioni diverse.
Purtroppo dal punto di vista della cultura collettiva l’informatica, le reti, internet non esistono. Chiunque sa esprimere oggi un giudizio sulla speculazione del mattone, sul senso dell’energia atomica, sul bisogno di un’agricoltura diversa e chi più ne ha più ne metta.
Ma ve la immaginate un’amministrazione pubblica che cade perché i cittadini si ribellano scoprendo che le macchine dove sono conservati i loro dati più personali sono usata come botnet per attacchi in giro per il mondo? Magari solo perché qualcuno non ha neppure i soldi per rinnovare la licenza di un antivirus… mentre deve rispondere alle pressioni di chi esige il wifi gratis (che secondo le più note teorie da bar “una volta che lo installi è gratis, perché mai il comune non lo fa, etc etc”…)
Al massimo si fanno grandi discorsi sulla banda larga. Facile inventarsi mille convegni sulle cose semplici, meno facile interrogarsi e costringersi ad apprendere tematiche più delicate, eppure non tanto più difficili di un corso di autodifesa.
E magari poi provare ad interrogarsi su cosa accade in questo paese, dove si è costruita una cultura informatica che più che attenta ai bisogni è attenta alle speculazioni finanziarie, al rigiro di denari piuttosto che alla qualità dei prodotti offerti, più attenta allo sfruttamento di tanti ragazzi che agli effetti collaterali delle loro rabbie miste a saperi che potrebbero prima o poi far sapere quanto possono effettivamente contare.
Eppure basterebbe domandare a qualcuno di loro “Ecco, mi spieghi come funziona la faccenda?” allo stesso modo in cui si da spazio a presunti esperti dell’aria pulita.
Sarebbe una bella innovazione: mettere un tema nuovo sulla tavola, discuterne seriamente e poi scoprire che ha un sacco a che fare con le nostre vite, come il cemento, la chimica, i rifiuti.
E che se ne può parlare senza sentirsi scemi. Basterebbe solo imparare ad essere un po’ meno duali. E a fare qualche connessione tra i temi, come ci insegnavano alle elementari.
P.S: Anche se un po’ fuori fuoco mi è tornato in mente l’articolo di Riccardo Luna uscito su La Repubblica un mese fa e che presentava come scoperte cose che scoperte non sono e forse cercava di vendersi bene un pezzo che avrebbe scritto senz’altro meglio il mio vicino di scrivania. E cercando in Internet ho trovato qui che se ne è scritto meglio di quanto ora potrei fare io. Leggete.
p.s.2: ne ho trovata un’altra recensione in un altro blog, se volete averne una panoramica diversificata…
L’Italia che si fa catena
Ieri sono andata al Pantheon, a Roma, per quell’abbraccio che la Capitale ha voluto fare, come in tanti ovunque d’Italia, alla Brindisi squarciata da una bomba, all’Italia ferita e che ferisce: la scuola, i ragazzi. La sua parte sempre e comunque più sana.
Ho letto la notizia via web mentre ero a lavorare. E avrei voluto andare non so dove, altrove, temendo l’onda d’urto del male, temendo le conseguenze del rimanere li, a continuare con le solite cose, come se niente fosse.
Ecco, non credo abbia di per sé valore di chi sia la colpa: come se un Paese martoriato da 40 anni di bombe e attentati potesse permettersi di discolpare qualcuno. “No, non è la Mafia, non è il terrorismo rosso, né quello nero. E poi basta con le dietrologie, queste Stragi di Stato” quasi a dire che è sbagliato dare una colpa quando ancora le indagini…
Come se fossero innocenti a cui abbiamo puntato il dito troppo presto: come se non fossero da sempre colpevoli a cui troppo facilmente ci siamo arresi, a cui troppo facilmente abbiamo continuato a lasciar fare.
Ognuno collega poi gli eventi con quello che è il proprio vissuto. Ho sentito in piazza elencare le stragi impunite. E i morti di mafia senza colpevole. A me a sentir parlare di bomba e bambini è venuto in mente Unabomber e tutta la sequela di attentati che attraversarono per 10 anni il Friuli Venezia Giulia.
Gli piaceva ferire la gente normale, colpire nella banalità: supermercati, chiese, cimiteri, momenti di convivialità di massa. Gli piaceva tentare i bambini, le anziane. Ha rovinato, non ha ucciso. Ha spaventato, terrorizzato, ma in maniera così subdola che ci è voluta la tragedia di Brindisi per farmela ricordare e far riemergere i sentire e le gestualità quotidiane deviate dalle sue azioni.
Un tubetto di maionese. Un barattolo di Nutella. Un ovetto Kinder. Una scatola di uova. La trovavi in vendita al supermercato la paura. E poi il sospetto, di attentato in attentato e tutti a dire “eh, tizio è talmente cattivo che sarebbe capace”, “caio ste cose le sa fare!” E quella stessa indignazione di fronte a cose fatte per sfigurare i bambini che si è sentita ieri, che fa tremare oggi.
Ecco, non ha mai avuto un nome e un cognome, Unabomber. Nessun colpevole. E non c’è mai stato un nome per descriverli quei 10 anni (l’ultimo caso è del 2006): né terrorismo, né mafia, né politica. Eppure è stato e chissà non torni, quando più ce lo saremo dimenticato. In fondo non sarebbe una novità visto il suo modo di operare. Dalle cose che non sai incasellare non sai mai cosa puoi aspettarti…
Così siano stati giusti o sbagliati i giudizi affrettati, ecco, ieri in tanti e tante, ovunque, non potevamo fare a meno, per una storia o per l’altra sentirci parte di un’emozione. Sentirsi popolo in un qualche modo. E per fortuna in tanti e tante abbiamo ancora l’istinto di riprenderci le piazze, i simboli della parola, della rappresentazione dei numeri, l’unità di misura delle opinioni. Perché così davanti a un crimine tanto efferato non siamo rimasti impalati, storditi, intorpiditi. Non abbiamo lasciato attendere l’entrata in scena della paura.
Più di qualcuno mi ha chiesto a cosa serve protestare in questi casi. Ma a volte occorre manifestare anche il dolore, anche il bisogno di raccimolare le forze capaci di sostenersi contro la rassegnazione.
E se non serve a cambiare le cose, serve a far sentire meglio noi. Noi come Italia che si fa catena, pezzo a pezzo e che si stringe attorno alle proprie ferite.
Per ritrovarle ancora le capacità che occorrono a curarle e poi ad evitarle, certe ferite.
Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto.
Oggi sono andata al lavoro. Ho cercato una sedia che non fosse rotta e non fosse pericolante con più amarezza del solito. Ho liberato una presa dalla ciabatta non a norma posizionata in un posto non a norma in una scrivania non a norma per far partire il mio computer con meno entusiasmo del solito. (*)
E poi ho fatto passare le 8 ore che dovevano passare cercando di non pensare che in giro per il nostro Paese c’è qualcuno che questa roba qui la chiama Innovazione. Anche per il fatto che probabilmente non si è mai interessato di ergonomia del posto di lavoro, di sicurezza elettrica, di igiene. Che sarà mai? Son cose superate! Innovazione oggi è programmi superfighi-app per iPhone-scoperte mega scientifiche procedure rispettate alla lettera!
Così quasi mi veniva da piangere, perché non può non venire da piangere quando hai appena finito di leggere un libro a fumetti come “Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti (ed. Becco Giallo) per poi ritrovarti lì dove ti ritrovi.
Della storia della Olivetti avevo sentito spesso accenni qua e la. Ma non la sapevo né collocare nel tempo né connettere i fili che portarono Olivetti a decidere di costruire un certo tipo di fabbrica con un certo tipo di visione.
Così, tra immagini e frasi, sono rimasta del tutto rapita dall’illuminata figura di quest’uomo. Certo, non credo avrei potuto fare a meno di discuterci. Ma almeno avrei potuto discuterci, immagino.
“Per generare risposte,la cultura deve generare domande e questo può succedere solo nella libertà.”
Oggi, nella fobia generale di perdere un contratto, nell’ossessione folle di non risultare simpatici al capo, si china la testa e basta.
Così la decadenza si rafforza nella decadenza e non ci si accorge di star tentando la scalata ad una frana.
Olivetti aveva un’idea chiara dei partiti. Diceva:
“Alla fine del fascismo la maggior parte degli intellettuali vedeva nei partiti uno strumento di libertà. Non io… I partiti sono un male non necessario. Sono organismi vecchi che selezionano personale politico inadeguato… Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni… ne è trascinato.”
Ecco, non voglio sfruttare questa frase per cavalcare l’analisi politica di questo momento, riceverebbe un facile “Yuppy!! Aveva ragione!”. Ma allora mi chiedo: è forse tanto diverso nella sua larghissima parte il mondo del lavoro e i tipi di relazione che in esso si instaurano? No. Così mi viene un po’ da sorridere all’idea che qualcuno creda sul serio di poter cambiare le cose rivoltando i partiti e lasciando tutto il resto così come sta.
Non è affatto così che funziona.
Come si può pensare che un’organizzazione sia priva dei difetti che le altre posseggono per definizione acquisita?
Forse anche per questo l’idea di fabbrica che proponeva lui era diversa: un posto dove c’è all’interno una biblioteca e quindi non è tabù vederti in giro con un libro in mano.
Un posto dove erano chiamati a collaborare scrittori, poeti e giornalisti e quindi l’andare fuori tema non era poi una perdita di tempo, ma un contributo alla costruzione di un pensiero critico sano, basato sul confronto.
Un posto dove per gli operai si costruivano alloggi dignitosi: e se fino a qualche anno fa pensavo che fosse una sorta di costrizione queste vite legate alla fabbrica in modo tanto ossessivo, beh, a guardarle oggi le invidio.
Oggi il benessere dei lavoratori non si insegue più come una condizione necessaria al sostentamento dell’impresa e il fine della stessa, al contrario di come si studia in Economia Aziendale, non è importante se non comprende neppure la retribuzione monetaria dei portatori di lavoro. Tanto ormai lavorano pure gratis nell’illusione forse, un domani, di qualcosa.
E adesso leggo pure che quel che resta del marchio Olivetti è di proprietà del gruppo Telecom. Che triste fine.
P.S.: Cercando in rete ho visto che la RAI ha fatto uno speciale su Olivetti che si può vedere qui.
(*) Qualcuno potrebbe dirmi che faccio male a dir qualcosa di negativo del posto dove lavoro: poi i futuri datori di lavoro potrebbero non volermi assumere perché sono polemica e rompiscatole. Ma sinceramente i fatti sono fatti e analizzare la condizione di partenza, osservarne le non idealità e proporne le correzioni necessarie onde evitare cronache annunciabilissime (cadute dalla sedia o scosse ad esempio) é quel che fa un ingegnere o sbaglio?
Io non sono Alice senza niente
C’è stato un acquisto al Salone del Libro di Torino fatto al volo. Lo avevo in mente da tempo, così quando sono arrivata allo stand della casa editrice Terre di Mezzo mi sono tuffata a domandare di “Alice senza niente” di Pietro De Viola.
Anche se leggendo in giro ho visto che di questo libro se ne parla dal 2010, da quando cioè l’autore ha deciso di pubblicarlo on line e renderlo disponibile per il download gratuito, sinceramente mi è capitato di scovarne traccia solo da qualche mese. Da quando cioè il libro è uscito di carta e non è più disponibile in digitale, neppure a pagamento. Dovevo colmare la mia ignoranza!
Come trattenersi dal leggere cose che ricevano tanti commenti appassionati? E così me lo sono letto. Anche perché si parla di lavoro e precarietà in mezzo a quelle pagine e Alice ha 30 anni, tanti quanti ne avevo io all’incirca quando De Viola ha iniziato a scriverne.
Ora, sarebbe bello dire #iosonoalice : non sono in fondo anch’io precaria? Non faccio forse da sempre lavori che potrebbero essere benissimo fatti da qualche diplomato nonostante la mia laurea “forte”? (E peggio ancora: non mi sono trasferita a più di 600 km da casa “solo” per un lavoro?)
Ecco, il problema è che Alice non è semplicemente questo. Alice in questo libro è una ragazza probabilmente del sud Italia che vive in 90 pagine di contraddizioni. E non riassume una generazione (ormai quasi due), ma tratteggia un sunto degli sterotipi più tristi e meglio diffusi e amati dai media nazionali.
Ora mi direte: “ma io sono come Alice!” e certo qualcuno come Alice ci sarà pure (magari per un sommatoria di problemi non per forza legati al fatto che ha studiato…). Però a generalizzare si perde il fuoco sui problemi e perdendo il fuoco attorno ai problemi si smarriscono tutti. Non se ne risolve nessuno.
Non si risolve il problema di un’asimmetria di condizioni sociali ancora nettissima tra nord e sud Italia (e potrei elencare per 20 righe le ragioni per cui Alice non vive a Pordenone o a Udine, né tanto meno a Treviso…), non si risolve il problema di una perdita netta di valori a favore di un materialismo infelice (Alice desidera sempre cose e non pensa mai: nell’unico momento in cui progetta qualcosa mira alla fama e non all’aprire una discussione attorno a qualcosa. Mi si potrebbe obiettare: “ma non ha i soldi per mangiare!” eppure ha la macchina, ha Internet a casa, mangia schifezze, si permette un affitto anziché condividere casa…), si mette l’invidia verso chi lavora, verso qualsiasi lavoro che uno ha, come se oggi avere un lavoro fosse per forza una questione da raccomandati e si ripropone la solita pipponata del conflitto generazionale, senza pesarla come una cosa calata dall’alto quale in effetti è.
Non solo.
C’è un’Italia dentro a questa storia che nega ogni condizione minima di solidarietà e relazioni, come se questa rete, ancora forte in tanti posti, davvero fosse scomparsa del tutto. E questo mi da fastidio più di ogni altra cosa. Perché non siamo quel Paese li (e forse il fatto che inviare 193 curriculum in un mese sia molto meno produttivo di andare in biblioteca o a qualche incontro pubblico ne è la prova).
Ma ecco, l’autore cercava un modo forse per farsi notare. Per conquistare qualche intervista e scroccare qualche cena, viaggiare magari per l’Italia a scrocco, guadagnarsi qualche articolo, qualche collaborazione, qualche simpatia. Come dargli torto?
Non voleva neanche lui, come pochissimi in fondo hanno il coraggio di fare, sfidare lo stato di cose presenti: provare a raccontare qualcosa in modo che scaturisca discussione da parte nostra, di noi nati alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, incapaci di lanciare da che stiamo al mondo un senso di rifiuto verso la decadenza con cui ci accompagnamo e che non è solo il non lavoro, ma spesso la nullità del valore del lavoro che produciamo, le condizioni a rischio in cui lavoriamo, l’autosospensione dei minimi diritti sindacali, della Costituzione, della dignità.
Ma no. Dobbiamo fare le vittime ora come ora. A fare le vittime magari si avrà, per un momento, la sensazione di stare per la prima volta nel carro dei vincitori. Quando magari dopo aver sospeso l’adeguamento Istat alle pensioni da operai dei nostri genitori ne leveranno pure qualche euro al mese, magari per fantomatici fondi all’Innovazione e all’occupazione (in fuffosità).
Sinceramente non credo ci fosse motivo di sostenere per l’ennesima volta una lettura delle condizioni attuali tale da mostrarci ancora come ragazzini non pensanti.
Certo, ne aveva bisogno l’autore. Ma sinceramente ecco, Alice è senza niente per colpa anche della gente che pensa che gli altri abbiano avuto tutto e che ora ecco, è il suo tempo finalmente.
Ma non è così che si aiuta un Paese…
P.S: E certo, uno scrittore non per forza deve avere una responsabilità civile. Ma credo che oggi ogni laureato che si lamenta si debba assumere la propria parte di responsabilità e capire da che parte stanno le colpe e dove occorre intervenire, senza parlare solo in seno alla convenienza. Almeno adesso. Sarebbe ora di dimostrare che non servono certi titoli soltanto a infarcire un CV.
P.S.2: Avessi avuto 50 anni non avrei nemmeno commentato questo libro di De Viola per paura di irritare il suo cammino. Ma sinceramente avendo un anno in più di lui, mi permetto, ecco. Fosse pure la prima opinione negativa che riceve.
Un salto al Salone del Libro a Torino 2012 e il post
Quest’anno, dopo 14 anni, ho rimesso piede al Salone del Libro di Torino. E a Torino in generale
!
Purtroppo eventi come questi andrebbero vissuti in una sorta di full immersion: un giorno d’osservazione e ambientazione, uno di full immersion, uno di rosolatura finale. Però dai, come prima volta, in pratica, è andata bene così, passarci un sabato.
Ci è voluto un sacco infatti per visitare tutti gli stand e quindi non c’è stato il tempo per mettersi a serpentone nelle code per gli eventi. Anche perchè il caldo che si cominciava a sentire nella calca del sabato pomeriggio rendeva la cosa particolarmente eroica.
Così è stata tutta una visita ai libri, un riempimento di sacchetti con quelle cose che ti riprometti prima o poi di leggere e poi dimentichi, magari perché in libreria non le tengono, conquistando qua e là qualche bel sconticino.
Attenzione: dai piccoli e generosi, perchè dai grossi di sconticini non se ne sono visti…
Mi ha ricordato un po’ Pordenonelegge quand’era la fiera del libro e poco altro e mamma ci portava a far man bassa tra le copertine precise precise di Adelphi e quelle colorate di Feltrinelli. Tanto tempo fa.
Ho anche vinto un buono sconto di 30 euro con un tweet per un concorso delle Edizioni Il Mulino!!
E poi è stato appuntare titoli da recuperare in ebook e farsi per l’ennesima volta strangolare dalla voglia di leggere tutto e subito in maniera compulsiva. Chissà che mi riesca!!
Poi un giretto per Torino: bella, tranquilla e buona.
Oggi comunque per recuperare almeno un po’ gli eventi persi al Salone, sono stata alla sede dell’istituto Cervantes di Piazza Navona a Roma per ascoltare Eduardo Halfon, direttamente dal Guatemala, e José Ovejero, spagnolo, entrambi ospiti del Salone che quest’anno aveva come paesi invitati Spagna, appunto, e Romania.
Halfon ha presentato L’angelo letterario (ed. Cavallo di Ferro) ed è stata subito simpatia a pelle: tra l’argomento del libro e la storia dell’autore (che non conoscevo), beh, rapita. Ma altro vi dirò a libro terminato.
Ovejero invece in Italia ha pubblicato per Voland e ha trattato il tema della crudeltà, a cui spesso associano la sua scrittura. Beh, decisamente da approfondire.
Ovviamente vista la sala si è spesa molto la discussione sul tema della lingua e ad un certo punto mi sono resa conto di ascoltare in spagnolo e comprendere. Cosa che di solito non mi capita mai. Poi con Halfon sono pure riuscita a tirare fuori le 4 parole di spagnolo che conosco.
Effetto collaterale della libreria spagnola a fianco? Chissà: cert’è che adesso ne ho ancora di più di pagine che voglio divorare!
Che sapore ha condividere felicità
Beh, non avevo niente da votare in questa tornata elettorale. Ma non posso restare indifferente ai risultati. Ho passato il pomeriggio di ieri a vedere cosa succedeva a Maniago, a Casarsa della Delizia, ad Aviano, ad Azzano Decimo, a San Canzian d’Isonzo, comuni del Friuli dov’erano candidati amici e di cui conoscevo la storia politica.
E così non ho potuto fare a meno di sussultare di gioia in particolare per il trionfo ad Azzano Decimo del centro sinistra. Dopo almeno 15 anni di lavoro sotterraneo, di rabbia covata, di vergogna, di indignazione da parte di tanti cittadini finalmente la Lega è andata a casa.
Ecco, Azzano Decimo non è il mio paese natale, è dove ci ho passato l’adolescenza tra amici e palestra, è dove sono tornata lo scorso 25 aprile e quello di un paio di anni fa a parlare per l’ANPI, quando i compagni mi hanno sussurrato “sta volta speren de farghela”.
E’ il paese dove la Lega ha coltivato e sperimentato la sua ideologia nella maniera più triste, dove si è dato il la alle peggiori leggi regionali, dove il sindaco ha provocato fino ad arrivare ad accettare la sua sospensione da ruolo di primo cittadino pur di dimostrarsi in tutta la sua potenza.
Ebbene, in questi anni non è mai riuscito a conquistarsi il mio rispetto e da che scrivo questo blog credo di aver citato il suo nome più di qualsiasi altro. E’ stato lui a vietare il burqua, lui a dire che nel suo comune potevano avere residenza solo gli aventi un reddito minimo.
Così non posso che dire bravo a Marco Putto (che non conosco, ma si porta addosso ora troppa responsabilità per commettere errori) e a tutta la sua squadra per essere riusciti finalmente a rompere l’apnea. A far cambiare l’aria.
E si, mi dispiace proprio non essere stata li anche ieri a festeggiare con loro, un’altra volta, la Liberazione.
“L’avvenire aveva mille nomi…
…e solo l’ultimo era solitudine.
L’avvenire già imitava i tuoi movimenti e il tuo modo di camminare.” -Izet Sarajlic-
Forse se non avessi avuto una carta di credito non avrei mai letto qualcosa di Erri de Luca. Se non mi avessero regalato un Kindle tanto meno. E forse se non avessi cominciato a lavorare la notte non sarei mai stata turbata dal titolo.
Così non so se, in questo preciso ordine, avrei mai letto “Il turno di notte lo fanno le stelle” (ed. Feltrinelli) per poi ricordarmi di un libro nella lista dei desideri di Anobii da un po’ “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz (ed. Feltrinelli) per poi rincorrere a casa “Chi ha fatto il turno di notte” di Izet Sarajlic, raccolta da poco uscito per Einaudi Editore.
Non so se senza navigare tra tutte pagine avrei saputo trovare l’ispirazione per il discorso del recente 25 aprile e forse avrei avuto una notte più triste durante il mio turno di notte.
E avrei voluto proseguire cercando Jugoland di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini, ma poi ho visto che Becco Giallo ne ha annunciata l’uscita per giugno e così dovrò aspettare. Ha fatto già il suo effetto questa prima trilogia.
Per colpa di De Luca che mi ha ricordato Sarajevo, per colpa di Rumiz che mi ha ricordato quanto facilmente dimentichiamo senza elaborare, mi sono innamorata della poesia di Sarajlic. A me che la poesia colpisce sempre poco, averla incrociata con le premesse del caso, il tempo, la storia, i ricordi visivi che ho di una Bosnia visitata solo di fretta, questa volta mi ha lasciata così, innamorata.
Innamorata in mezzo ai ricordi di una rovina che ha reso la Jugoslavia ex quand’ero bambina: e mi sono tornate alla mente, così, tutte assieme, il ricordo di un campo scuola dove una ragazzina triestina mi raccontava che sua nonna, da qualche parte del Carso, aveva visto i carrarmati sloveni, la storia del proiettile che da Nova Goriza era arrivato a Gorizia, i ricordi dei profughi arrivati in Friuli quand’ero al liceo, le storie di chi veniva (a volte disertore) a lavorare in Italia cercando i soldi per ricostruire casa.
Poi all’Università amiche di Belgrado a Trieste, mentre gli bombardavano la città: “Mia sorella si è salvata per un pelo, lavora alla TV, e per fortuna che lei e suo marito sono giornalisti che non appoggiano il Governo…”, le manifestazioni contro i bombardamenti, e anni dopo una coinquilina inglese per caso, in Erasmus in Italia: a caso scelse suo padre, soldato, ferito, dove scappare da Mostar e portare tutta la sua famiglia con l’aiuto della Croce Rossa: “Gli ha detto ‘l’Inghilterra va bene, così i miei figli imparano l’inglese’. Ecco, nessuno parlava inglese di noi e dopo 7 anni mia madre ancora non riesce a capirlo. E’ stato bruttissimo.”
E racconti incrociati qualche anno dopo attraversando l’Istria, delitti impuniti, anzi ricompensati, bocconi ingoiati per voglia di pace, ma nodi da qualche parte, per non dimenticare. E Sarajevo, in tutta la sua bellezza, in tutte le sue ferite.
Dov’era finita la mia memoria, ritornata così al volo?
E chissà se c’è memoria in chi guarda all’est come un mondo lontano lontano. Sospetto che non c’è più neppure l’ombra del racconto, neppure un filo di senso di ruolo da ricostruire, da parte nostra, come cittadini di questo paese, verso quella parte lì, che pare distante, ma distante non è.
Ecco, avrei voluto recensire queste cose che ho letto, ma come sempre o quasi, alla fine della lettura mi resta sempre più quel che evoca rispetto a quel che è. E tanto più questa volta in cui mescolanze di caso, sentire e stare, pensare a quanto possono le parole scritte, in forme diverse -un brano di teatro quello di De Luca, un’inchiesta quella di Rumiz, la poesia di Sarajlic- ricongiungersi in un mondo reale, in uno stesso senso, far riaffiorare un bisogno di consapevolezza, ricerca, attenzione.
Sarà forse un caso che le poesie di Sarajlic abbiano dovuto aspettare i 20 anni dall’assedio di Sarajevo per trovare un editore forte che le portasse alla nostra attenzione, ma ecco, ho avuto come l’impressione che talvolta i percorsi più semplici, diretti, quelli che toccano il cuore per far sentire le cose, facciano più fatica a restare sempre di moda. Versi che hanno finito la seconda guerra mondiale e hanno continuato a farsi scrivere durante l’assedio di Sarajevo intrecciandosi sempre con l’amore: come essere più chiari, comprensibili, diretti?
Non so se sia precisa scelta dei consumatori o precisa volontà.
Ma ho come l’idea che qualche zampino ci sia, nel tenere a volte le parole all’angolo altrimenti non so come alla fine di tanta tragedia europea si sia facilmente affossata ogni memoria, come si sia voluto evitare che la si considerasse guerra che ci riguarda, come si possa, ancora oggi, lasciare che le cose vadano indipendentemente dai rischi che potrebbero presto rincorrersi.
Guai però a non far leggere i promessi sposi alle scuole medie. E poi di nuovo al liceo. Guai…


