Archive for maggio 18 , 2012
Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto.
Oggi sono andata al lavoro. Ho cercato una sedia che non fosse rotta e non fosse pericolante con più amarezza del solito. Ho liberato una presa dalla ciabatta non a norma posizionata in un posto non a norma in una scrivania non a norma per far partire il mio computer con meno entusiasmo del solito. (*)
E poi ho fatto passare le 8 ore che dovevano passare cercando di non pensare che in giro per il nostro Paese c’è qualcuno che questa roba qui la chiama Innovazione. Anche per il fatto che probabilmente non si è mai interessato di ergonomia del posto di lavoro, di sicurezza elettrica, di igiene. Che sarà mai? Son cose superate! Innovazione oggi è programmi superfighi-app per iPhone-scoperte mega scientifiche procedure rispettate alla lettera!
Così quasi mi veniva da piangere, perché non può non venire da piangere quando hai appena finito di leggere un libro a fumetti come “Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti (ed. Becco Giallo) per poi ritrovarti lì dove ti ritrovi.
Della storia della Olivetti avevo sentito spesso accenni qua e la. Ma non la sapevo né collocare nel tempo né connettere i fili che portarono Olivetti a decidere di costruire un certo tipo di fabbrica con un certo tipo di visione.
Così, tra immagini e frasi, sono rimasta del tutto rapita dall’illuminata figura di quest’uomo. Certo, non credo avrei potuto fare a meno di discuterci. Ma almeno avrei potuto discuterci, immagino.
“Per generare risposte,la cultura deve generare domande e questo può succedere solo nella libertà.”
Oggi, nella fobia generale di perdere un contratto, nell’ossessione folle di non risultare simpatici al capo, si china la testa e basta.
Così la decadenza si rafforza nella decadenza e non ci si accorge di star tentando la scalata ad una frana.
Olivetti aveva un’idea chiara dei partiti. Diceva:
“Alla fine del fascismo la maggior parte degli intellettuali vedeva nei partiti uno strumento di libertà. Non io… I partiti sono un male non necessario. Sono organismi vecchi che selezionano personale politico inadeguato… Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni… ne è trascinato.”
Ecco, non voglio sfruttare questa frase per cavalcare l’analisi politica di questo momento, riceverebbe un facile “Yuppy!! Aveva ragione!”. Ma allora mi chiedo: è forse tanto diverso nella sua larghissima parte il mondo del lavoro e i tipi di relazione che in esso si instaurano? No. Così mi viene un po’ da sorridere all’idea che qualcuno creda sul serio di poter cambiare le cose rivoltando i partiti e lasciando tutto il resto così come sta.
Non è affatto così che funziona.
Come si può pensare che un’organizzazione sia priva dei difetti che le altre posseggono per definizione acquisita?
Forse anche per questo l’idea di fabbrica che proponeva lui era diversa: un posto dove c’è all’interno una biblioteca e quindi non è tabù vederti in giro con un libro in mano.
Un posto dove erano chiamati a collaborare scrittori, poeti e giornalisti e quindi l’andare fuori tema non era poi una perdita di tempo, ma un contributo alla costruzione di un pensiero critico sano, basato sul confronto.
Un posto dove per gli operai si costruivano alloggi dignitosi: e se fino a qualche anno fa pensavo che fosse una sorta di costrizione queste vite legate alla fabbrica in modo tanto ossessivo, beh, a guardarle oggi le invidio.
Oggi il benessere dei lavoratori non si insegue più come una condizione necessaria al sostentamento dell’impresa e il fine della stessa, al contrario di come si studia in Economia Aziendale, non è importante se non comprende neppure la retribuzione monetaria dei portatori di lavoro. Tanto ormai lavorano pure gratis nell’illusione forse, un domani, di qualcosa.
E adesso leggo pure che quel che resta del marchio Olivetti è di proprietà del gruppo Telecom. Che triste fine.
P.S.: Cercando in rete ho visto che la RAI ha fatto uno speciale su Olivetti che si può vedere qui.
(*) Qualcuno potrebbe dirmi che faccio male a dir qualcosa di negativo del posto dove lavoro: poi i futuri datori di lavoro potrebbero non volermi assumere perché sono polemica e rompiscatole. Ma sinceramente i fatti sono fatti e analizzare la condizione di partenza, osservarne le non idealità e proporne le correzioni necessarie onde evitare cronache annunciabilissime (cadute dalla sedia o scosse ad esempio) é quel che fa un ingegnere o sbaglio?

