L’Italia che si fa catena

La Piazza

Ieri sono andata al Pantheon, a Roma, per quell’abbraccio che la Capitale ha voluto fare, come in tanti ovunque d’Italia, alla Brindisi squarciata da una bomba, all’Italia ferita e che ferisce: la scuola, i ragazzi. La sua parte sempre e comunque più sana.

Ho letto la notizia via web mentre ero a lavorare. E avrei voluto andare non so dove, altrove, temendo l’onda d’urto del male, temendo le conseguenze del rimanere li, a continuare con le solite cose, come se niente fosse.

Ecco, non credo abbia di per sé valore di chi sia la colpa: come se un Paese martoriato da 40 anni di bombe e attentati potesse permettersi di discolpare qualcuno. “No, non è la Mafia, non è il terrorismo rosso, né quello nero. E poi basta con le dietrologie, queste Stragi di Stato” quasi a dire che è sbagliato dare una colpa quando ancora le indagini…

Come se fossero innocenti a cui abbiamo puntato il dito troppo presto: come se non fossero da sempre colpevoli a cui troppo facilmente ci siamo arresi, a cui troppo facilmente abbiamo continuato a lasciar fare.

Ognuno collega poi gli eventi con quello che è il proprio vissuto. Ho sentito in piazza elencare le stragi impunite. E i morti di mafia senza colpevole. A me a sentir parlare di bomba e bambini è venuto in mente Unabomber e tutta la sequela di attentati che attraversarono per 10 anni il Friuli Venezia Giulia.

Gli piaceva ferire la gente normale, colpire nella banalità: supermercati, chiese, cimiteri, momenti di convivialità di massa. Gli piaceva tentare i bambini, le anziane. Ha rovinato, non ha ucciso. Ha spaventato, terrorizzato, ma in maniera così subdola che ci è voluta la tragedia di Brindisi per farmela ricordare e far riemergere i sentire e le gestualità quotidiane deviate dalle sue azioni.

Un tubetto di maionese. Un barattolo di Nutella. Un ovetto Kinder. Una scatola di uova. La trovavi in vendita al supermercato la paura. E poi il sospetto, di attentato in attentato e tutti a dire “eh, tizio è talmente cattivo che sarebbe capace”, “caio ste cose le sa fare!” E quella stessa indignazione di fronte a cose fatte per sfigurare i bambini che si è sentita ieri, che fa tremare oggi.

Ecco, non ha mai avuto un nome e un cognome, Unabomber. Nessun colpevole. E non c’è mai stato un nome per descriverli quei 10 anni (l’ultimo caso è del 2006): né terrorismo, né mafia, né politica. Eppure è stato e chissà non torni, quando più ce lo saremo dimenticato. In fondo non sarebbe una novità visto il suo modo di operare. Dalle cose che non sai incasellare non sai mai cosa puoi aspettarti…

Così siano stati giusti o sbagliati i giudizi affrettati, ecco, ieri in tanti e tante, ovunque, non potevamo fare a meno, per una storia o per l’altra sentirci parte di un’emozione. Sentirsi popolo in un qualche modo. E per fortuna in tanti e tante abbiamo ancora l’istinto di riprenderci le piazze, i simboli della parola, della rappresentazione dei numeri, l’unità di misura delle opinioni. Perché così davanti a un crimine tanto efferato non siamo rimasti impalati, storditi, intorpiditi. Non abbiamo lasciato attendere l’entrata in scena della paura.

Più di qualcuno mi ha chiesto a cosa serve protestare in questi casi. Ma a volte occorre manifestare anche il dolore, anche il bisogno di raccimolare le forze capaci di sostenersi contro la rassegnazione.

E se non serve a cambiare le cose, serve a far sentire meglio noi. Noi come Italia che si fa catena, pezzo a pezzo e che si stringe attorno alle proprie ferite.

Per ritrovarle ancora le capacità che occorrono a curarle e poi ad evitarle, certe ferite.

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Pubblicato su Avvenimenti, friuli, Luoghi, scuola

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