Archive for giugno, 2012

Yugoland: in viaggio per i Balcani

More about YugolandOk, mi ero ripromessa un bel “Basta recensioni!”

Ma come avrete capito la mia vita romana è fatta di cose poco appassionanti e quindi nei libri trovo un sacco di compagnia. Poi c’è che questo libro volevo leggerlo da prima ancora che uscisse. E in questi mesi tra Sarajlic e Erri De Luca l’ex Jugoslavia mi è capitata intorno in po’ di volte.

Così, complice il fine settimana, sabato ho trovato finalmente Yugoland di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini (edito da BeccoGiallo, che non delude mai) e in 3 orette mi lo sono divorata.

E’ un libro che si snoda attorno al bisogno di scovare la risposta a un paio di domande che forse ci riguardano più di quanto non pensiamo: quand’è finita la Yugoslavia? E esiste ancora un’idea di Yugoslavia? Con questi due interrogativi Andrea Ragona ha attraversato Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia, Montenegro e incontrato chiacchiere, storie, opinioni. In mezzo ci sono i fumetti di Gabriele Gamberini che ricordano e legano i racconti tra loro e la storia: dall’assedio di Sarajevo agli elefanti di Brioni.

Se volete ritrovare il gusto della cucina balcanica, rievocare la terra rossa che macchia le scarpe, ricordare l’effetto che fa un boccale di birra di Sarajevo, beh, questo libro funziona benissimo. Da due giorni mi è tornato alla mente il pane morbido dell’Istria accompagnato al prosciutto crudo tagliato a mano e il ponte sulla Drina e gli anziani che giocano a scacchi a Sarajevo e… E per fortuna che nel libro non se ne parla.

Ma non è solo un libro per far suonare le nostalgie: sono storie per prendere sicuramente appunti per tanti. Dalla vicenda dei cancellati in Slovenia al ricordo di Gabriele Moreno Locatelli, italiano ucciso nel 1993 da un cecchino durante una manifestazione pacifista a Sarajevo, dalle origini del Sarajevo Film Festival al crollo di alcuni miti. Già: il festival degli ottoni di Guce dove si riversano amici e amici di amici di amici ogni anno a quanto pare non è poi una meraviglia. E neppure Emir Kusturica è poi questo paladino di libertà che in un qualche modo, diciamocelo, avevamo creduto in tanti.

Insomma ci sono tanti spunti per farsi un giretto con un po’ di consapevolezza in più. E tanti spunti per aguzzare la curiosità: perché ce ne sarebbe da scrivere qualche altro volumetto di quello strano effetto che fa accorgersi 20 anni dopo di aver avuto la guerra davvero alle porte di casa e non aver fatto niente per impedire quel che ancora i muri raccontano. Per non parlare poi dei troppi stereotipi che raccontano luoghi e persone e che, la Storia insegna, bene non fanno a quel che c’è intorno.

Comunque se non avete mai osato un saltino oltre Trieste sappiate che è vero: si mangia bene, si spende ancora relativamente poco… e oltre confine la benzina costa meno che qui. Tra l’altro c’è un sacco da imparare anche stando a un tavolino all’ombra, ovunque vi mettiate.  Cosa state aspettando?

P.S.: Tra l’altro se andate a leggiucchiare sto libro è opera di gente giovane: che pare averne di cose da dire non poche ;)

giugno 25 , 2012 at 8:09 pm Lascia un commento

Rosa candida

Qualche tempo fa è uscito su Internazionale un articolo sulla letteratura islandese, sul rapporto tra scrittori e lettori, su quanto si scrive e il tantissimo che si legge.

Mi ero ripromessa di verificare empiricamente il contenuto di quell’articolo e devo dire che Rosa Candida di Audur Ava Olafsdottir, appena uscito per Einaudi, ne è stata una splendida occasione.

C’è il muschio dell’Islanda, ma ci sono le rose, c’è la vita e la morte, c’è l’essere padre, figlio e bambino. E verrebbe da dire “Troppo!” a guardarlo, così, questo libretto da 200 pagine.

Invece suona in un modo perfetto. Niente acrobazie verbali, niente frasi ad effetto da copiare in mezza riga. Niente di quella esagerazione a cui ci siamo addomesticati.

Questo libro, ecco, no, non è un esercizio di stile. Ma un racconto, una storia, un narratore in prima persona che ha 22 anni e pensa come pensa un ragazzo di 22 anni e prova a fare cose al meglio, con un pizzico di magia che lo accompagna tra i riccioli biondi di una bambina che appena sillaba pa-pa e parole in latino.

Non ho trovato una descrizione di troppo, una frase di troppo e nemmeno mancanze, ma solo conquiste, voglia di rose, di zuppa di cacao con la panna montata, merluzzo fritto e film nel cammino di questo ragazzo che comincia a pensare da uomo.

E poi sarà per il contrasto tra il clima romano di questi giorni e le ambientazioni del racconto, ecco, è uno di quei libri che lascia serenità, freschezza, contentezza a lungo termine.

Chissà perché mi era sfuggito che l’autrice fosse una donna: avrei dato per scontato fosse un uomo (ecco, delle bio lo ammetto, mi soffermo più sull’età che su altro). E così alla fine mi sono quasi stupita, piacevolmente, di tale scoperta: una bella penna che non si fa avvolgere dai propri flussi mentali, che non fa diventare se stessa il personaggio, ma lo lascia essere quello che dev’essere. E’ una mia sensazione che sia una cosa che ultimamente accade un po’ di rado?

Qualcuno lo faccia sapere a Audur Ava: dei libri suoi ne voglio ancora.

Di letteratura così, bella, ce ne serve tanta. Da leggere al mare, in treno, in biblioteca, in salotto, a 14 anni, a 60, maschi o femmine che si sia.

Comincio a pensare ci sia un perché se in Islanda tanto si scrive, ma tanto anche si legge…

P.S: E se la mia recensione non vi convince ecco qui quella di Tegamini!

giugno 19 , 2012 at 11:37 pm 3 commenti

Ma noi trentenni (e dintorni) a cosa serviamo?

Ve la immaginate l’Italia che avremo?

Quella costruita attorno a una generazione che ha vissuto solo precarietà (se non proprio occupazionale, paurosamente esistenziale) e rabbia e un’altra arabattata tra precarietà e disoccupazione?

Ve lo vedete il risultato di un Paese che grida vendetta, meritocrazia, giustizialismo senza leggere più di un libro l’anno?

Se l’Italia che affrontò la crisi post bellica e poi quelle successive era fatta di una generazione che non sapeva accontentarsi, che si rimboccava le maniche sentendo il richiamo di passioni e desideri, che aveva sentito la fame come fondo, qui abbiamo l’effetto dell’accontentarsi, la rassegnazione come pane quotidiano.

Può essere questa la condizione sociale, culturale, ideale per rilanciare il Paese? “Deve esserla” direbbero Monti e Napolitano. Così, per consolazione.

Ma quando gli esempi vincenti che ci offre la cronaca sono quelli dei giovani che hanno deciso di migrare all’estero, quando il senso critico diventa maggioritario non tanto attorno ai grandi ideali di massa che spinsero il Paese nel ’900, quanto attorno al valore di un’espressione televisiva o all’indicizzazione di un motore di ricerca, ecco, che speranze abbiamo?

Quando bastano quattro articoli di giornale e un rintronamento televisivo a convincere tanti trentenni di oggi che “stiamo come stiamo perché i nostri padri hanno avuto troppo”, quando sento che basta parlare di  tagli alla politica per vedere gli animi che si scaldano senza sedersi a pensare, quando mi accorgo che c’è chi accetta di vedere i propri colleghi di lavoro trattati come macchiette senza dignità perché tanto devono solo ringraziare di poter lavorare, ecco, c’è qualcosa che non va.

La Resistenza, cari coetanei, ci sognava liberi, pensanti, sognatori, costruttori. Ha fatto in tempo a vederci laureati e schiavi di pensieri preconfezionati privi di un pensatore di riferimento.

Le lotte per i diritti sociali degli anni ’70 che hanno permesso a molti di noi di raggiungere una laurea, di girare il mondo, ci vedono accettare (o addirittura inventare) oggi l’idea che “prima viene il business e poi il lavoro”. E penso alle trasformazioni che in quegli anni si sono sperimentate attorno a tutti i grandi organismi della società: dai partiti ai sindacati, dal nuovo associazionismo alla Chiesa. Sì, la Chiesa: se penso alle grandi “rivoluzioni” di pensiero che ci sono state nel dopoguerra, alla chiesa degli ultimi che rielaborò allora un altro modo di stare vicina alla Comunità e a come questa è stata oggi dimenticata o rimossa o messa all’indice da troppi “giovani” fedeli, beh, tremo.

Quando sento un coetaneo affermare che vengono prima i contratti tra società e cliente che le relazioni umane e il rispetto dei principi minimi di dignità mi rendo conto che neppure i principi economici dei Bignami hanno fatto strada nella formazione di base della mia generazione. Si, vero che la crisi spazza via ogni principio, ma è pur vero che in caso di fallimento prima devono essere remunerati i lavoratori e poi i fornitori. E’ un principio che porta con sé il senso del fare attività economica, cosa di cui purtroppo mi par di capire c’è sempre meno cultura.

E ne provo una rabbia frustrante. Perché quale tipo di società funzionante ne può uscire da chi ambisce a un riscatto che non guarda in faccia nessuno, che non pensa alla società intera come propria casa, ma guarda solo alla propria singola esistenza?

Che tipo di società ne può uscire dentro a una legge del taglione per cui “io ho piegato tanto la testa, ora piegala tu?”

E che responsabilità ha dentro a questa (in)cultura diffusa tanta cattiva imprenditoria malata, fatta più per far girare capitali che produrre?

Quando penso a come per anni si sia diffusa l’idea che potremmo crescere come Paese che si basa sul terziario anzichè sul manifatturiero mi vengono i brividi: perché se la produzione di beni ancora ci lega a quel che sappiamo fare bene e ad un vincolo psicologico rispetto al prodotto finale, che sta tra il senso di tradizione e il saperci mettere del proprio, vedo invece il fallimento culturale in un fornire servizi che ad altro non concorrono se non a passaggi di denaro.

Oggi come effetto collaterale della società consumista sono la mancanza dei denari per un viaggio, un nuovo telefono, un’automobile, comprare casa a smuovere gli animi. Sul deterioramento dei beni e sulla consolazione magra che otteniamo nel portarceli appresso non riflettiamo mai sul serio.

Ma fatti così, noi, a cosa serviamo? Fatti così, con le statistiche sulla disoccupazione che dettano l’agenda, non il protestare per pretendere lavoro, con le immobiliari con palazzi ovunque da vendere che suggeriscono ai Governi di facilitare i mutui per i giovani per facilitarli ad uscire di casa, anziché la pretesa di un piano per l’edilizia popolare che ci descriva per quello che siamo, i nuovi operai, che esistono ancora e che non possono lavorare per abitare e basta?

Esiste un sottile legame tra il mondo fatto di over 50 che comandano e giovani sotto che non arrivano neppure a capire i discorsi che sopra le loro teste vengono fatte: la politica, come ogni cosa, richiede studio e volontà di leggere il Paese intero, non una parte.

Quanti di noi sono capaci di non banalizzare il consenso attorno all’interpretazione degli egoismi semplici, quanti di noi sono capaci di rifiutare oggi la politica dello scontro generazionale per riscoprirsi parlanti all’ultimo dei ricoverati in una casa di riposo quanto al primo diplomato che voterà per la prima volta?

Ecco, ultimamente mi dico “per fortuna” che ancora tengono i vecchi. Per fortuna che tengono duro, anche quando non ci sono più, anche quando di loro non resta altro che un ricordo che, di continuo, mi martella -”pensa sempre con la tua testa”- e a quelle lezioni di compromesso tra orizzonti e necessità reali che oggi ben pochi sanno dare.

Attenzione: perché è a noi che verrà chiesto il conto. E saremo noi a dover rispondere.

Troviamo qualcosa di intelligente da dire. Ma per favore, facciamo in fretta.

E che sia qualcosa che invade, qualcosa di dirompente, qualcosa capace di stravolgere l’arte, la musica, la poesia, la società. E poi verrà la politica, l’economia, il Paese…

giugno 13 , 2012 at 10:38 am 2 commenti

Se Internet non è uno spazio democratico

In questi giorni in cui mi sono crogiolata, nel poco tempo libero a mia disposizione causa turno di notte, alla stesura dei post per il Blog Contest de Linkiesta mi è venuta in mente una vecchia riflessione che mi trascino dietro da tempo.

E oggi che finalmente mi son decisa ad andare a cercare la notizia relativa all’ennesimo attacco alla legge 194 le mie perplessità sono cresciute ancor di più.

Vero, mia colpa se in questa settimana non ho potuto seguire nel dettaglio (e di continuo: perché il flusso delle informazioni in rete cambia se lo cogli alle 7 del mattino o alle 18 e un discorso diventa vecchio in fretta) le notizie degli accadimenti della politica italiana. Però ci ho messo qualche minuto a tirar fuori lun articolo di 3 giorni fa (non di un anno fa) che riassumesse i fatti che mi servivano. In mezzo solo rumore, indignazione, proposte… ma la sostanza dei fatti dove stava? Ho dovuto capire che c’era in mezzo la Corte Costituzionale, e di li affinare la ricerca di Google.

Peggio che cercare una cosa di cinquant’anni fa.

Molto spesso si confonde la democrazia con la libertà di potersi esprimere, mentre democrazia è piuttosto l’obbligo di studiare e istruirsi prima di doversi esprimere e veder accolta la propria opinione.

E la rete non è per forza il modo più facile di apprendere, nè lo strumento più interessante per veder accolta la propria opinione. Almeno così per come oggi funziona.

Certo, fare una call in cui si parla in 10 senza per forza spostarsi da una città all’altra può essere una cosa interessante. Ma definisce di per sé un arena chiusa di partenza.

Penso a tutte quelle persone che non hanno gli strumenti cognitivi per accedere a un pc o navigare in rete. Ce ne sono tante e non perché non c’è la banda larga (qualcuno, sul serio, crede che l’assenza di connettività in alcune aree del nostro Paese non abbia nulla a che fare con un problema di domanda che non spinge l’offerta?). C’è tanto analfabetismo più o meno di ritorno: non lo vedete? Costringetevi a cambiare aria, ambiente, frequentazioni.

Il web richiede l’uso della parola scritta per poter interagire. E non è poco.

Quindi chi accede a determinati strumenti rappresenta oggi soltanto una parte del paese e neppure pienamente rappresentativa.

E di questa parte molti interagiscono esclusivamente per cose ormai essenziali: l’INPS, la banca online e poco altro. Ecco, magari Facebook.

Però quando si dialoga nella rete pare che tutti siano connessi. Perché tutti diventa quell’insieme lì, che comunque sembra grande. Grande abbastanza da diventare un’area influente, interessante, di mercato.

A questo ci mettiamo poi che riflessioni molto interessanti su determinati temi si scovano per caso perché magari non stanno nella prima pagina di Google, non vengono indicizzate correttamente.

Un po’ come pensare al figlio del povero che tace, perché non ha i vestiti belli del ricco.

Internet massifica concetti che non per forza derivano da maggioranze pensanti. E lo si vede nella necessità che ha chi opera nei social di sentirsi parte della massa citando temi che producono consenso attorno a sé.

Cosa c’è di interessante in questo tipo di democrazia che coinvolge pochi e stabilisce da principio chi sono gli eletti?

Senza contare poi che un sacco di cose in rete non si trovano. O se ci sono quanto sono affidabili?

Quante verginità politiche ha ricostruito il dialogo on line del Movimento a 5 stelle ad esempio? E quante ne ricostruirà?

Insomma la democrazia non la fa la rete. Ma lo studio e il sapere, la conoscenza, l’indagine. Cose che Internet oggi può risolvere solo per un pezzettino.

Chissà perché son cose che penso sappiano tutti. Ma ogni tanto ho come l’impressione che ci sia qualcuno che ci caschi, ingenuamente, e ci creda a questa storia che bastino 4 strade a collegare il mondo. Mah.

Chissà se ci pensano quelli del PDL alle prese con l’organizzare, in rete, le primarie.

giugno 11 , 2012 at 9:19 pm 2 commenti

Segnalazioni

Ebbene vi segnalo due imperdibili articoluzzi:

- La mia recensione di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas su La magia di un libro (a proposito non vi andrebbe di collaborare con questa simpatica iniziativa?

- L’articolo tra i più decenti che sono riuscita a scrivere in questi giorni per il Blog Contest de Linkiesta: Questo è il padiglione 32 la fossa dei serpenti nel più grande e più terribile manicomio di Roma che magari se passate a condividere e commentare non sarebbe male, no? In realtà avevo cominciato a lavorarci da tanto, almeno a livello di foto, ma poi, vabbè, ecco che quando arriva lo stimolo giusto manca il tempo per fare esplodere le cose…

Buone letture :)

giugno 7 , 2012 at 5:03 pm Lascia un commento

Navigando nel patriarcato della luna

More about Il patriarcato della lunaCapitano talvolta esempi concreti di Serendipità.

Uno di questi è stato senza ombra di dubbio il trovarsi tra le mani un pezzo ormai da collezione, ovvero “Il patriarcato della luna” di Carlo Sgorlon, un libro per forza in prestito (non si compra più…) e consigliatomi con cuore da parte di Rossella.

E aveva ragione. Sarà che da migrante si apprezzano di più certe sfumature, ma ecco che trovare in un libro di narrativa, che fu pubblicato da Mondadori e quindi diffuso su scala nazionale, addirittura citato Chions e l’Arcon, il paese dove sono cresciuta e il canale che ci corre attorno, beh, è stata una bella emozione.

Chi mai ci ha omaggiato così tanto?

Ma tutta la storia che Sgorlon ci racconta è un omaggio: è la narrazione di un Friuli magico che già all’epoca intravedeva divorato dalle lamiere dei capannoni, è il sogno di una terra talmente avanti da riconoscere l’innovazione come strumento di tutela e cura del territorio e della sua comunità e non come diabolica arma di consumismo e potere.

E’ l’idea dell’uomo che in un qualche modo supera il dualismo tra modernità e tradizione e riesce a guardare avanti, a migliorare la vita per tutti e non solo per se stesso, a pensare le città come organizzazioni che si tutelano e non che mirano all’autodistruzione attraverso lo smog e l’inquinamento.

In queste 300 pagine Bufalo Bill porta il suo circo ad Azzano Decimo e Lawrence d’Arabia s’innamora di una ragazza di Bannia e Udine diventa la prima città illuminata a corrente elettrica (cosa non del tutto falsa a dir il vero, come ho scoperto sbirciando in giro). Qui Morvàn anticipa i tempi e dimostra al magnate americano, convinto di poter trivellare il Patriarcato della Luna cercando petrolio, che la vera risorsa del Friuli è l’acqua. Ed è sempre grazie ad una visione ragionata che il riciclo e il riuso, tanto nel manifatturiero quanto nell’urbanistica, diventano il campo di ricerca su cui vale la pena investire.

Negli anni ancora marchiati dallo scandalo del vino al metanolo, Sgorlon riaffida proprio al vino la rappresentazione del patriarcato a lui tanto caro. Come aveva ragione, a guardare lo sviluppo delle cantine friulane di oggi!

C’è in queste pagine, lette con gli occhi di oggi, la prova che la lettura, la ricerca, la passione per gli scritti altrui che hanno sempre caratterizzato la vita di Carlo Sgorlon, possono diventare punti di partenza fondamentali per costruire una visione di sistema capace di guardare avanti.

“Gli uomini avevano accettato il sistema della grande menzogna, e così la povertà crescente era accuratamente dissimulata. Il modo giusto di vivere, per quanto sembrasse incredibile, era quello di tenere da conto e di riciclare ogni cosa. Il progresso era finito da un pezzo, se per progresso s’intendeva soltanto l’aumento del benessere, solo che gli uomini non se ne erano ancora avveduti.”

Ecco, sapere che racconti come questo spariscono dalla domanda del pubblico fino a sparire dai cataloghi delle case editrici, fino a consumarsi nelle biblioteche e poi neppure più in quelle, beh, fa un po’ male.

Perché è accorgersi che nel momento in cui le pubblicazioni svaniscono arrivano ad un punto in cui potrebbero anche non reincontrare mai un pubblico. Là dove le scuole non osano (seppure ricordo di aver affrontato con sofferenza Il vento nel vigneto alle scuole medie, salvo poi rivalutarlo dopo 20 anni), dove i territori non si fanno promotori del tenere vivi i racconti ecco sparire tutte quelle carte che al di là di tutto rappresentano momenti importanti per la storia culturale del Friuli (e dell’Italia) recenti.

Di Sgorlon avevo letto un po’ di cose l’anno scorso in occasione del concorso fotografico Lo Sguardo di Carlo organizzato dal Comune di Cassacco. Per recuperare i suoi libri avevo girovagato un po’ di librerie e poi avevo dovuto darmi alla biblioteca: ben poco infatti della sua grande produzione letteraria si trova ancora in commercio. (E forse è anche per questo che su Amazon uno dei suoi libri più belli, L’Armata dei fiumi perduti, è in vendita a 140,95 euro ed altri si trovano, in copie usate, a 80 euro e più.)

Ed ecco, è vero che forse di chi tanto scrive non tutto si salva. Ma saper riconoscere che qualcosa vale eccome è necessario.

Così forse sarà anche solo la consolazione che richiede la distanza, ma se fossi sindaco del Comune di Chions, di Azzano Decimo, di Fiume Veneto, farei una colletta e ne combinerei almeno un ebook. Alla memoria di chi tanto ha amato le proprie origini da renderle note all’Italia. Che Bufalo Bill chissà quando lo faranno tornare…

giugno 4 , 2012 at 9:39 pm 2 commenti

Caro blog

Ebbene si, caro blog, ti sto trascurando.

Adesso poi mi son fissata di partecipare a un contest ideato da Linkiesta.

Ho pensato di provare a buttare di là un po’ di riflessioni che qui non mi costringo mai ad ordinare con cura.

Però rendere interessanti situazioni normali non credo mi sarà poi tanto facile. Magari però potresti regalare qualcuno dei lettori di qui alle cose di  li.

Ma, caro blog, non temere, non ti abbandono.

E’ una cosa che passa in fretta, c’è solo il fatto che ci devo pensare su… trovare il giusto andazzo, e questo mi porta via tempo.

Ma magari ecco, adesso mi lavo i denti e comincio a buttare giù qualche pensiero che da un po’ mi frulla per la testa…

giugno 4 , 2012 at 7:58 pm Lascia un commento


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