Ma noi trentenni (e dintorni) a cosa serviamo?
giugno 13 , 2012 at 10:38 am 2 commenti
Ve la immaginate l’Italia che avremo?
Quella costruita attorno a una generazione che ha vissuto solo precarietà (se non proprio occupazionale, paurosamente esistenziale) e rabbia e un’altra arabattata tra precarietà e disoccupazione?
Ve lo vedete il risultato di un Paese che grida vendetta, meritocrazia, giustizialismo senza leggere più di un libro l’anno?
Se l’Italia che affrontò la crisi post bellica e poi quelle successive era fatta di una generazione che non sapeva accontentarsi, che si rimboccava le maniche sentendo il richiamo di passioni e desideri, che aveva sentito la fame come fondo, qui abbiamo l’effetto dell’accontentarsi, la rassegnazione come pane quotidiano.
Può essere questa la condizione sociale, culturale, ideale per rilanciare il Paese? “Deve esserla” direbbero Monti e Napolitano. Così, per consolazione.
Ma quando gli esempi vincenti che ci offre la cronaca sono quelli dei giovani che hanno deciso di migrare all’estero, quando il senso critico diventa maggioritario non tanto attorno ai grandi ideali di massa che spinsero il Paese nel ’900, quanto attorno al valore di un’espressione televisiva o all’indicizzazione di un motore di ricerca, ecco, che speranze abbiamo?
Quando bastano quattro articoli di giornale e un rintronamento televisivo a convincere tanti trentenni di oggi che “stiamo come stiamo perché i nostri padri hanno avuto troppo”, quando sento che basta parlare di tagli alla politica per vedere gli animi che si scaldano senza sedersi a pensare, quando mi accorgo che c’è chi accetta di vedere i propri colleghi di lavoro trattati come macchiette senza dignità perché tanto devono solo ringraziare di poter lavorare, ecco, c’è qualcosa che non va.
La Resistenza, cari coetanei, ci sognava liberi, pensanti, sognatori, costruttori. Ha fatto in tempo a vederci laureati e schiavi di pensieri preconfezionati privi di un pensatore di riferimento.
Le lotte per i diritti sociali degli anni ’70 che hanno permesso a molti di noi di raggiungere una laurea, di girare il mondo, ci vedono accettare (o addirittura inventare) oggi l’idea che “prima viene il business e poi il lavoro”. E penso alle trasformazioni che in quegli anni si sono sperimentate attorno a tutti i grandi organismi della società: dai partiti ai sindacati, dal nuovo associazionismo alla Chiesa. Sì, la Chiesa: se penso alle grandi “rivoluzioni” di pensiero che ci sono state nel dopoguerra, alla chiesa degli ultimi che rielaborò allora un altro modo di stare vicina alla Comunità e a come questa è stata oggi dimenticata o rimossa o messa all’indice da troppi “giovani” fedeli, beh, tremo.
Quando sento un coetaneo affermare che vengono prima i contratti tra società e cliente che le relazioni umane e il rispetto dei principi minimi di dignità mi rendo conto che neppure i principi economici dei Bignami hanno fatto strada nella formazione di base della mia generazione. Si, vero che la crisi spazza via ogni principio, ma è pur vero che in caso di fallimento prima devono essere remunerati i lavoratori e poi i fornitori. E’ un principio che porta con sé il senso del fare attività economica, cosa di cui purtroppo mi par di capire c’è sempre meno cultura.
E ne provo una rabbia frustrante. Perché quale tipo di società funzionante ne può uscire da chi ambisce a un riscatto che non guarda in faccia nessuno, che non pensa alla società intera come propria casa, ma guarda solo alla propria singola esistenza?
Che tipo di società ne può uscire dentro a una legge del taglione per cui “io ho piegato tanto la testa, ora piegala tu?”
E che responsabilità ha dentro a questa (in)cultura diffusa tanta cattiva imprenditoria malata, fatta più per far girare capitali che produrre?
Quando penso a come per anni si sia diffusa l’idea che potremmo crescere come Paese che si basa sul terziario anzichè sul manifatturiero mi vengono i brividi: perché se la produzione di beni ancora ci lega a quel che sappiamo fare bene e ad un vincolo psicologico rispetto al prodotto finale, che sta tra il senso di tradizione e il saperci mettere del proprio, vedo invece il fallimento culturale in un fornire servizi che ad altro non concorrono se non a passaggi di denaro.
Oggi come effetto collaterale della società consumista sono la mancanza dei denari per un viaggio, un nuovo telefono, un’automobile, comprare casa a smuovere gli animi. Sul deterioramento dei beni e sulla consolazione magra che otteniamo nel portarceli appresso non riflettiamo mai sul serio.
Ma fatti così, noi, a cosa serviamo? Fatti così, con le statistiche sulla disoccupazione che dettano l’agenda, non il protestare per pretendere lavoro, con le immobiliari con palazzi ovunque da vendere che suggeriscono ai Governi di facilitare i mutui per i giovani per facilitarli ad uscire di casa, anziché la pretesa di un piano per l’edilizia popolare che ci descriva per quello che siamo, i nuovi operai, che esistono ancora e che non possono lavorare per abitare e basta?
Esiste un sottile legame tra il mondo fatto di over 50 che comandano e giovani sotto che non arrivano neppure a capire i discorsi che sopra le loro teste vengono fatte: la politica, come ogni cosa, richiede studio e volontà di leggere il Paese intero, non una parte.
Quanti di noi sono capaci di non banalizzare il consenso attorno all’interpretazione degli egoismi semplici, quanti di noi sono capaci di rifiutare oggi la politica dello scontro generazionale per riscoprirsi parlanti all’ultimo dei ricoverati in una casa di riposo quanto al primo diplomato che voterà per la prima volta?
Ecco, ultimamente mi dico “per fortuna” che ancora tengono i vecchi. Per fortuna che tengono duro, anche quando non ci sono più, anche quando di loro non resta altro che un ricordo che, di continuo, mi martella -”pensa sempre con la tua testa”- e a quelle lezioni di compromesso tra orizzonti e necessità reali che oggi ben pochi sanno dare.
Attenzione: perché è a noi che verrà chiesto il conto. E saremo noi a dover rispondere.
Troviamo qualcosa di intelligente da dire. Ma per favore, facciamo in fretta.
E che sia qualcosa che invade, qualcosa di dirompente, qualcosa capace di stravolgere l’arte, la musica, la poesia, la società. E poi verrà la politica, l’economia, il Paese…
Entry filed under: Discorsi, Politica, Riflessioni. Tags: democrazia, Italia, Politica, Riflessioni, trentenni.
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1.
Pretty Ketty | luglio 31 , 2012 alle 2:23 pm
Ho letto. Ho ri letto. Mi ha preso il magone. E’ un’analisi lucida, lineare, tagliente di un Paese che sta lì a guardare dalla finestra, non sappiamo come uscirne. Non immaginiamo un futuro di ampio respiro…al massimo una stagione, un ciclo, una parentesi. Deleghiamo a qualcun altro nostre responsabilità ? Oppure non sappiamo neppure di averle certe responsabilità ?
‘Fa ciò che puoi, con ciò che hai, dove sei’
http://prettyketty.blogspot.it/2012/04/fa-cio-che-puoi-con-cio-che-hai-dove.html
2.
sarasx | luglio 31 , 2012 alle 3:44 pm
Forse siamo diventati grandi, ma non ce ne siamo ancora resi conto…