Archive for luglio, 2012
Sentimenti decisivi
A volte si arriva ad un libro e non si sa neanche tanto bene com’è stato, perché.
Così a pensarci ricordo di aver preso “Sentimenti sovversivi” di Roberto Ferrucci (ed. ISBN) in un giorno di sole di un anno fa e di averlo letto in un pomeriggio di caldo, a Pordenone, col sole, prendendo il sole, su quella sorta di terrazzino che era pur sempre un terrazzino.
E così quando ho letto che sarebbe uscito “Sentimenti decisivi“, un ebook da 0,99 euro, per la collana Zoom Feltrinelli ho pensato che ecco, era passato un anno, non c’era più il terrazzino e neppure la città era più la stessa e quindi è stata forse anche una forma di nostalgia o di rifugio che la mattina me lo sono scaricata al volo, subito, al volo letto.
Devo dire che all’inizio ho temuto si trattasse di un estratto dell’ultimo libro di Ferrucci, visto che talvolta questi Zoom di Feltrinelli sono una cosa un po’ così. E invece no.
Era un altra cosa.
“Sentimenti decisivi” è un pezzettino in più, una sorta di possibile seguito, ma più che altro ecco, è stato un po’ ritrovare i personaggi, quasi fossero passati a salutare i lettori, venuti a dire che va tutto bene, che può andare tutto bene, anche se tutto da un anno all’altro, se possibile, è un po’ rotolato attorno, se la situazione politica italiana non è migliorata affatto.
Una cosa così.
Ed ecco, sono poche pagine che non vale la pena di riassumere, però fanno piacere.
Specie quando leggi qualcosa che si aggancia ai ricordi, che per una ragione o l’altra resta appeso e segna il tempo, come un segnalibro.
E sono cose che non so, immagino possano succedere oggi perché oggi è possibile pubblicare senza bisogno di aspettare i tempi delle case editrici, della stampa, delle dimensioni che la stampa richiede.
Forse è anche questo un modo di intendere l’influenza degli strumenti, dei mezzi, sulla letteratura. E penso che sfruttarli così, questi mezzi, sia una buona idea, una buona strada di cui osservare l’evoluzione…
Io ho nostalgia di Fausto Bertinotti
Si, lo so, sarò impopolare. Ma io ho nostalgia di Fausto Bertinotti. E non m’importa (oggi) se quand’era presidente della Camera tutto (o quasi) il gruppo parlamentare di Rifondazione si trovò a sostenere il rifinanziamento della guerra in Afghanistan.
E non tiratemi fuori la menata del maglioncino di cashmere o qualche altra storiella.
A me mancano quegli anni li. Mi manca la sinistra di 10 anni fa, quella che, se avevi passato i vent’anni e non ti bastavano più i miti come bandiere della tua collocazione politica, aveva strumenti da offrirti per affrontare almeno un’idea di mondo.
C’era da imparare il pacifismo, la nonviolenza, i femminismi, c’erano discussioni non stereotipate sul precariato. Sex workers, movimento GLBTQ, ambientalismi, li ho incontrati non come slogan in quegli anni li. C’era l’idea di un laboratorio che si andava costruendo.
E quando ascoltavo Bertinotti parlare prendevo appunti, imparavo parole nuove, segnavo autori da andare a leggere e mi sembrava che la politica non fosse il ripetersi del già detto, ma la ricerca continua di strumenti per leggere la società e accompagnarla.
Certo, lo so, avevo dieci anni di meno, cercavo di imparare cose nuove e forse adesso è solo la noia del già sentito mille volte a gettarmi nello sconforto.
Certo, erano anni di elaborazioni collettive più ampie, non era certo tutto frutto della testa di un segretario di partito, ma oggi anche quella capacità di fare in qualche modo sintesi di visioni, ecco, mi manca.
Oggi quando mi capita di partecipare ad assemblee dove si invitano solo uomini a parlare, dove la violenza come pratica politica verbale o di azione non trova freno, dove ormai parlare di massoneria come ragione del male del paese è non contestato, ecco. Ho qualche problema.
Non sento qualcosa per cui tirare fuori carta e penna da un po’, ma non solo.
Non lo vedo quel riferimento che si fa riassunto, almeno di un linguaggio, di un percorso di elaborazione. Non mi viene in mente chi sia oggi qualcuno a sinistra con cui andrei fuori volentieri a cena per sentirgli raccontare cosa farebbe di buono per il Paese.
Quando Bertinotti lasciò la politica di partito perché non era uomo per tutte le stagioni qualcuno disse che finalmente ci si era liberati di un leader, che le figure accentratrici non occorrevano più, che erano un limite, etc… Ma banalmente te ne accorgi quando i discorsi vengono introdotti senza fornire strumenti e paletti utili a una discussione che un buon coordinatore (se non vogliamo chiamarlo leader) fa la differenza.
A me manca anche quel modo di porre le domande e cercare le risposte.
E certo, mi manca da tempo, ma da almeno un anno, da quando ho lasciato Rifondazione, mi manca ancora di più: perché quei percorsi che hanno rappresentato la mia formazione politica oggi dove sono?
“Ah, stai diventando vecchia! Adesso capisci eh cos’ha significato per la nostra generazione entrare negli anni ’80 dopo aver vissuto il ’68! Eppure siamo ancora qui!”
Eh, no mi dispiace, non vale.
Non so se tutti questi pensieri mi vengono perché oggi è il 21 luglio, 11 anni dopo il massacro di Genova.
Non so se la colpa sia la crisi che non so più da che parte voltare.
Non so se sia perché a 33 anni mi pareva impossibile che ci sarei arrivata senza una tessera di partito. E forse questo mi cruccia, per come vedo io la delega, e mi fa arrabbiare.
Perché il prossimo anno ci sono tante elezioni in ballo. E temo che comunque andranno, saranno una rovina.
Ciò non toglie che lo cerco quest’antidoto alla nostalgia.
Se qualcuno ha qualche ricetta da propormi ben venga.
P.S.: “Ah, con tutte quelle cose che ci sono da fare! Il volontariato, l’associazionismo, bla bla bla”. No, non è questo ciò di cui vado domandando…
Perché per il referendum “contro la casta” non firmo
Da qualche giorno molte fonti d’informazione in rete riservano qualche spazio a un referendum che si può firmare in questi giorni indetto da Unione Popolare, un piccolo movimento di residui di UDC, IdV e similari.
Questa proposta di referendum circola in rete come referendum “anti casta” (o “taglio degli stipendi d’oro ai parlamentari”) e su Facebook è stato talmente condiviso da diventare assillante.
Io non muoverò un dito per firmarlo. E ora vi spiego perché.
Ho avuto fin da subito una perplessità comunicativa: ogni campagna che in rete si esprime in termini allarmistici va sempre presa col beneficio del dubbio: perché esasperare certi stati d’animo in termini, talvolta, persino dietrologici, per esporre i fatti? In questo caso è facile capirlo: una proposta che viene presentata come una cancellazione di indennità ai parlamentari risulta di fatto riguardare poi soltanto una piccola parte di questi. Allora perché non essere chiari fin dalle prime righe?
Mentre cercavo di approfondire la precedente perplessità mi sono trovata di fronte ad un’ulteriore perplessità, di carattere organizzativo: in questi anni ho partecipato a più di qualche campagna referendaria, non ultima quella per l’acqua pubblica. Certo, l’informazione dei media poteva anche in quel caso dirsi scarsa, ma l’impegno dei territori, unico modo per raccogliere le firme e preparare il terreno per il voto referendario, c’è sempre stato. Qui non si parla di comitati territoriali, non c’è stata una rete di gruppi, associazioni o altro che si è mossa. Il risultato è che molti hanno lamentato di non aver trovato i moduli in Comune andando così, nuovamente, ad alimentare in rete una discussione del tipo:
I Comuni non hanno i moduli => Li nascondono => I politici boicottano => Scandalo
Per capire chi ha indetto il referendum, chi ne organizza la raccolta firme, occorre sempre far riferimento a Unione Popolare e alla sua portavoce. Forse non si tratta di forze sufficienti a gestire correttamente la cosa. Quasi fosse più conveniente suscitare la catena di ragionamenti sopra citata che cercare collaborazione con altre realtà meglio diffuse nei territori.
Specie quando si è un movimento minuscolo e forse non si ha una rete di realtà con cui si può dialogare…
Meglio mandare sempre avanti la propria portavoce, che è dovuta in questi giorni intervenire più volte con video e comunicati per smentire le voci diffuse in rete secondo le quali non si possono raccogliere le firme un anno prima dello scioglimento delle Camere. Al che mi è scaturita una perplessità tecnica: è o non è valida la campagna di Unione Popolare? Fortunatamente le perplessità tecniche, specie quando di mezzo vi si trova la legge, si affrontano pragmaticamente con un “vedremo, questione di interpretazione”.
La perplessità tecnica che certo però mi interessa più di tutte è stata andare a ripescare i costi stimati dell’ultimo referendum: una consultazione su scala nazionale costa circa 300 milioni di euro. Qual è il risparmio annuo (visto che l’intento di questo referendum è risparmiare) previsto dal referendum? 39 milioni di euro all’anno. A conti fatti un referendum che non ha un “significato profondo” (e vedremo poi cosa intendo) richiederà 7,6 anni per essere ammortizzato. E spero questo dia un po’ l’idea della misera sostanza di cui stiamo parlando.
C’è però un nodo politico che su di tutti mi fa dire che questo referendum è una grande presa in giro per tutti coloro che ci credono: Unione Popolare non sta facendo altro che la propria campagna elettorale in vista delle prossime elezioni politiche sfruttando il passaparola delle rete e l’effetto “passionale” che oggi produce il tema “Attacchiamo la classe politica”.
Leggo in un virgolettato di un articolo in rete:
“Che cos’è Unione Popolare? Un movimento di gente comune che diventerà partito alle prossime politiche.”
Sinceramente con questi signori che, rispetto ai grandi problemi del nostro Paese, utilizzano strumentalmente ciò che più facilmente smuove gli animi come loro biglietto da visita, beh, non ho proprio nulla da spartire. Tanto più quando il programma che presentano sul loro sito non sfiora neppure marginalmente quelli che sono i temi duri, motivo di scontro, nel dibattito politico e sociale odierno: il lavoro, le pensioni, l’economia italiana.
Credo che la politica costi, e giustamente. Mai direi per un referendum serio “non serve”. Ma per me serio è ciò che afferma un principio importante, come il rispetto del territorio, i beni comuni, la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo, la tutela dei principi contenuti nello Statuto dei lavoratori, etc etc… Quando l’esito di un referendum è tale quindi da parlare a principi più generali e mostrare allo Stato la direzione in cui si muove la società, ecco che per me un referendum ha senso.
Altrimenti non facciamoci prendere in giro. Non basta dire: si taglia un articolo come inizio di qualcosa, meglio questo che niente, non importano i fini collaterali etc etc… Questo è un referendum per risparmiare che in realtà da risparmio solo alla campagna elettorale di Unione Popolare.
Se oggi in Italia esiste un problema di cultura politica, di onestà intellettuale nella comunicazione politica, di capacità di scindere parole e intenzioni, ecco, è anche perché per troppo tempo non ci si è educati a capire il valore collettivo (e politico) delle proprie azioni, le conseguenze del proprio voto, il senso delle proprie “simpatie” come strumento di scelta di una rappresentanza politica.
Così per me oggi per pensare a una classe politica che si costruisce in modo diverso dall’attuale, beh, è essenziale non ricadere dentro a vecchi giochini.
I secondi fini non consideriamoli un fatto accessorio: io di rafforzare, anche solo a livello d’immagine, l’ennesimo partito di centro, pronto a bocciare magari in futuro qualsiasi legge che miri a portare un po’ di laicità in questo Paese, non ho nessuna intenzione.
Non sempre i libri vendono perché son belli: un esempio
Premetto che io “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini non lo volevo proprio leggere. Quei libri di cui tanto si parla senza mai leggerne o sentirne qualcosa di veramente buono, qualitativamente parlando, o intenso, emozionalmente parlando, mi sanno sempre un po’ di furberie. E quando si toccano temi tanto delicati qualche allarme nella mia testolina scatta: tanto più quando l’autore è un trascinatore, uno che la mattina può lasciare a La Stampa, per il suo Buongiorno quotidiano, la lista della spesa e riceverne comunque adeguati consensi.
Però è successo che al Salone del Libro mi è capitato di partecipare a un po’ di contest al volo e to’ di vincere proprio “Fai bei sogni” di Gramellini (ed. Longanesi), in cima alle classifiche di vendita da mesi. Con tanto di autografo.
Quest’anno sono usciti due libri per me molto forti che hanno affrontato il tema della perdita di un genitore: un padre, nel caso di “Vita e morte di un ingegnere” di Edoardo Albinati, (ed. Mondadori), di una madre, nel caso de “La luce Prima“ di Emanuele Tonon (ed. ISBN). Sono di quei libri che alla domanda “dovevano essere scritti?” alla fine ti ritrovi a rispondere che si, che a qualche emozione dentro occorrevano, capaci di produrti domande, di scuoterti il pensiero, di commuoverti senza quella spinta alla lacrima cercata obbligatoriamente, come sanno fare certi programmi in tv.
C’è nel racconto di Albinati un ripercorrere la propria vita affianco a quella del padre, un ripensarlo e un ripensarsi mentre fa i conti con il proprio dolore. Lo termini pensando che è un vero libro. Bello.
E c’è nelle parole di Tonon una sorta di gentile preghiera alla madre, come una necessità struggente per urlare il proprio soffrire. Lo termini col respiro sospeso.
Ecco, storie personali messe a disposizione. Per necessità.
Ma quello di Gramellini invece cos’è? Un libro su un uomo che non riesce mai a risolvere i conflitti genitori-figli? E’ autentico quel filo che lega ogni avvenimento della sua vita alla perdita della propria madre? O è forse un parlare di sé sapendo che piace, comunque?
“Impugni la forchetta come se fosse uno scalpello e hai il sugo che ti cola dagli angoli della bocca. Ma che schifo!”
“Il tuo implacabile senso di osservazione signorina undici decimi, di tutto quello che ti ho raccontato l’unica cosa che ti interessa è il sugo?”
“Si mi interessa. Moltissimo. Hai quarant’anni e stai a tavola come un bambino viziato. Possibile che nessuno ti abbia insegnato un po’ di educazione?”
“E chi doveva insegnarmela? Chi? Nessuno mi ha mai insegnato niente. Nessuno!” (M. Gramellini – Fai bei sogni)
Ecco, dovrei commuovermi dopo aver costretto la mia immaginazione a riordinare gli appunti di orripilanti scene simili con uomini che mangiano impugnando la forchetta come uno scalpello perché sono sempre stati portati in palmo di mano anziché essere bacchettati a dovere?
Nella speranza che il pathos del finale faccia dimenticare o giustifichi quanto è stato raccontato nelle cento pagine precedenti, l’autore cerca di renderci interessante la sua storia. Qualche battuta, qualche fronzolo… ma non funziona: proprio non ce la faccio a convincermi che se le stesse cose le avesse scritte l’uomo della strada, che non ha una rubrica su la Stampa e non è ospite fisso di Fabio Fazio, non se le sarebbe filate nessuno.
Così che anche l’effetto del pathos finale, dell’unico momento in cui mi riesce di immaginare lo stato d’animo di quest’uomo, si cancella del tutto nelle pagine dei ringraziamenti, quando si scopre che ci è voluta una casa editrice per indurlo a raccontare questa storia.
Insomma, no, non ce la faccio a non condividere l’opinione di Antonio D’Orrico che su La Lettura del Corriere della Sera scrive:
“Non capisco. Gramellini racconta tutto su sua madre e poi fa l’omertoso quando si tratta di fare il nome del «giornalista televisivo assai famoso». La cosa mi puzza un po’. Uno pratica la massima indiscrezione sulla propria madre e, invece, osserva la massima discrezione sul Gad Lerner di turno (faccio un nome a caso). Altro che Incompreso, questo è uno che ha compreso tutto.”
Ecco non è che il raccontarsi altrui sia sempre un dono da saper custodire. Ecco. Non sempre si porta appresso questo scopo.
Però capisco che per tante persone è stata una grande rivelazione. E non posso fare a meno di pensare quanto potere abbia, ancora, più della scrittura, la televisione, rispetto alle grandi rivelazioni, e come il web spesso le faccia solo da spalla, più che da antidoto: l’influenza dominante, alla fine, tutto contamina.
Citando Il nemico di Emanuele Tonon
“Era un mondo, questo della fabbrica della sedia, incantato. Lo chiamavano e continuano a chiamarlo, il Triangolo della sedia, come fosse il luogo di un culto misterico, dove si adorava una divinità sterminatrice. Era il Friuli orientale, quasi a ricordare un mondo di spezie e concubine, di fottimenti e sciabole e magie. E sabbia, che qui prendeva la consistenza della segatura.
[…] C’erano i padroni e c’erano gli schiavi, tre generazioni hanno riempito i cimiteri del triangolo magico, tre generazioni di nuove creature acquatiche, con le pinne al posto delle mani a causa delle frese maciullatrici, tre generazioni buttate nel cemento delle fortezze dei padroni che oggi piangono la crisi economica mondiale, davanti alle telecamere, mentre le fortezze crescono, si arricchiscono di nuovi padiglioni, si aggiungono pezzi di collezionismo automobilistico d’epoca nel garage grandi come capannoni, dei padroni che piangono miseria e chiudono le fabbriche nel triangolo per andare a costruire pentagoni, esagoni, ottagoni magici in Romania, in Slovenia.
[…] C’è tutta la vita di mio padre nella malta che lega i mattoni delle ville dei padroni. Ci sono le sue dita maciullate, i suoi polmoni intasati di finissima polvere di legno, in quella malta, c’è tutto l’amore di cui era capace, tutta la sua impossibilità a essere felice.” -Emanuele Tonon, Il Nemico, ed. ISBN-
Siccome sono un po’ stanca di leggere che abbiamo una paese abitato da fannulloni e nullafacenti mi è venuto in mente Emanuele Tonon, così ho provato a scriverci su qualcosa. Trovate il resto del post su Linkiesta. Si aspettano come sempre commenti e perplessità
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Perché si scrive? L’angelo letterario di Eduardo Halfon
Io non so come fate voi a dire che un libro è bello, un libro è brutto. Io uso criteri random, ma certo uno di questi è “poteva fare a meno di essere scritto?”
“L’angelo letterario” di Eduardo Halfon (ed. Cavallo di Ferro) è una ricerca. Perché si scrive? Qual è il momento in cui uno scrittore decide di scrivere?
Quand’è comparso l’angelo letterario nella vita di Hesse, di Hemingway, di Carver?
La ricerca di Halfon non è un percorso sterile, fine a sé stesso. Cerca nelle storie degli altri, fino ad entrare nelle case degli scrittori che conosce, per capire, in fondo, sé stesso.
“Mi viene in mente che forse tutte quelle decisioni apparentemente accidentali e spontanee prese man mano durante il cammino [...] mi stavano soltanto conducendo verso una domanda cruciale: perché ero diventato uno scrittore.”
Così facendo ci regala però camei, paesaggi, pensieri e ci fa camminare un po’ sulle tracce di chi tanta letteratura ci ha regalato.
Ho incontrato Eduardo Halfon all’Istituto Cervantes di Roma e nonostante il mio scarso spagnolo sono riuscita a capire tutto quel che andava raccontando (quando si dice saper comunicare…): della sua laurea in ingegneria, degli anni passati a fare l’ingegnere meccanico negli USA, del momento in cui ha capito che no, non era quella la vita che desiderava per sé, del ritorno in Nicaragua, l’iscrizione a filosofia, i primi racconti, la riappropriazione della lingua spagnola che da bambino gli era stata negata per prepararlo a diventare il perfetto ingegnere americano.
E sarà perché sono entrata subito in connessione con la sua storia che poi ho capito il percorso, passo a passo che Halfon ha intrapreso.
Ho capito che sì, questo è un libro che doveva essere scritto. E il risultato è non solo interessante, curioso, ma anche un bel leggere, un bel mettere carne sul fuoco ai pensieri.
Ed è un bell’esempio di come costringersi a fare ciò che non si ama fare nulla di buono produce…
Specie durante un turno di notte.
La generazione dei geni del male
Sono appena tornata dal supermercato sotto casa, scioccata da una di quelle storielle che di tanto in tanto si sentono alla televisione o si leggono sui giornali e ogni volta ci fanno dire “Ma dai, com’è possibile, io non mi farei mai fregare così!”
A quanto pare un uomo alto, sulla trentina, moro, auto scura, vestito elegantemente se ne va per le case delle vecchine di Monte Mario a Roma ingannandole e trafugando loro consistenti cifre. Intanto studia il territorio bene e sceglie le mamme dei personaggi più noti del quartiere, raccoglie informazioni, si presenta dalle vecchiarelle e dice: “Salve, è la madre di tizio? Mi perdoni, sono il titolare del negozio di computer pinco panco sulla Trionfale [n.b. strada lunga chilometri e chilometri, ma che passa in tutta la zona ed è quindi nota], mi spiace essere arrivato a tanto, ma suo figlio ha un debito con il nostro negozio…” e bla bla.
Ecco, poche ore fa una vecchina qui vicino ha ceduto eccome i suoi denari al signorotto ben vestito e ha iniziato ad accorgersi della beffa solo quando si è accorta che costui, volendo di più, ha allungato le mani in cerca di altri denari o oggetti. Così ha urlato, ma questo nel frattempo se l’era già data a gambe levate. La portinaia, udite le grida, pare abbia potuto solo soffermarsi spaventata sull’aspetto e il colore dell’auto del personaggio.
E non è la prima volta che costui ci prova.
“Ma tua madre, che è la più dritta della via, come ha fatto ad arrivare a darglieli, i soldi?”
“Quando ci arriveremo, se ci arriveremo, noi a 85 anni allora potremo parlare…” è stata la risposta del figlio. Pover’uomo due volte gabbato: prima dalla madre che l’ha temuto così pesantemente debitore verso il giovinastro, poi dal giovinotto che beffando la madre ha beffato indirettamente lui medesimo.
Io, ascoltando quest’infelice storia, ho pensato che l’arte meglio appresa dalla mia generazione sia però purtroppo questa: quella di fregare. Con tanto di giustificazione politica avanzata in questi ultimi anni che tanto “questi hanno avuto sopra i loro meriti, se la sono goduta, perché mi devo sbattere per loro?”
Altrimenti perché usare tanta intelligenza, analisi del territorio, osservazione dei luoghi e delle persone per qualche soldo? Perché rischiare tanto (ed è inutile vi elenchi le pene che il figlio vorrebbe ora far subire a colui che tanto ha preso in giro sua madre), contribuire all’odio, infastidire le genti che gli stanno intorno?
Ecco, mi piacerebbe sapere costui come si giustifica. Così tanto per capire se sul serio si crede abitante di un isola o destinato ad essere a sua volta vittima dei propri misfatti.
Non so, ma a volte, guardando ai miei coetanei, ho come l’impressione che la capacità di trovare giustificazione alla loro abilità di far del male sia senza fine…

