Archive for agosto, 2012
Cose che ho scordato di scribacchiare
Complici le ferie non ho raccontato su questo mio blog-promemoria una delle “azioni” più “sovversive” dell’anno: ho scritto con Rossella una lettera al Messaggero Veneto per ricordare Carlo Sgorlon. L’hanno pubblicata dopo un mese. Eppure eravamo state così attente a scrivere a ridosso dell’anniversario della sua nascita in modo da dare un tocco di “notizia” al tutto! E invece han preferito aspettare la settimana di ferragosto, quando compra il giornale poca gente, per pubblicare quanto segue:
Dal Messaggero Veneto del 19/08/2012
Sgorlon I suoi libri quasi introvabili
“«Il viaggio più strano che un uomo può fare, infatti, è quello attraverso il tempo», Carlo Sgorlon.
Sarà la distanza, essendo due friulane, poco più che trentenni, finite a Roma, sarà l’età, ma ci siamo accorte che c’è qualcosa, o meglio qualcuno, in questo nostro amato Friuli che rischia di essere cancellato? Può la letteratura morire? Può la scrittura essere dimenticata? Abbiamo paura che questo possa accadere e ne abbiamo le prove. Se oggi un ventenne si trovasse di fronte al nome di Carlo Sgorlon cosa potrebbe saperne? Dalle librerie sono spariti quasi tutti i suoi libri. I suoi maggiori successi non sono più ristampati da anni. Nelle biblioteche se ne trovano volumi oramai consunti. Occorre scandagliare i mercatini dei libri usati per raccogliere qualche volume delle sue opere. Per assurdo è più facile trovarne a Roma che in Friuli. Com’è potuto accadere? Siamo rimaste davvero solo in due ad aver bisogno della sua “penna d’oro”? A poco valgono le celebrazioni (saltuarie) di uno scrittore se si lascia morire la sua scrittura. Il Friuli di Sgorlon era magico e senza tempo, ma non di meno reale, capace di guardare ad ogni epoca. Ancor prima che l’ecologia fosse una moda ne «Il patriarcato della luna» si incoraggiava il rispetto dell’ambiente assieme all’innovazione come capacità di coniugare esigenze umane e ricchezze naturali. Davvero non abbiamo più bisogno di questi stimoli? Perché non recuperare almeno in versione digitale le opere di Sgorlon? Perché non restituirgli quell’affetto che ha sempre cercato da parte della propria gente senza riuscire spesso a sentirlo? Occorre davvero andare lontano per accorgersi che occorre qualcosa che sappia raccontarci da dove veniamo?” -Rossella Di Bidino e Sara Rocutto Roma
Ecco, ho avuto quasi l’impressione che non sia stata una lettera molto gradita: qualcuno mi ha detto che Sgorlon era di destra, che ha detto in vita cose fuori luogo, che non è molto ben ricordato per questo. Eppure nei suoi libri io non ho trovato traccia di quanto gli viene attribuito e così neppure nella sua autobiografia.
Così mi chiedo se forse non sia il risultato di una vita poco mainstream, se non sia l’effetto dell’aver saltato qualche salotto buono, questo vedere uno scrittore che scivola nel dimenticatoio, in modo immeritato, almeno per quanto riguarda tante sue pagine.
E mi chiedo se forse non valga per la vita di tutti e in modo sempre maggiore: vale cercarsi risposte solo nuotando nella corrente principale, guai deviare, cambiare letto, guardare altrove. Si rischia la marginalizzazione, la dimenticanza, la sparizione.
Chissà se capita in ogni regione d’Italia o è solo il Friuli Venezia Giulia così portato a mettere all’angolo i suoi elementi più originali?
O forse vale l’antica regola che nessuno è profeta in patria?
Non so: certo è che per quest’uomo ho ancora più simpatia e sento ancor più prezioso il valore di portarne memoria, almeno letteraria.
La lotta di classe dopo la lotta di classe
“Il problema è che per elevare in misura apprezzabile il pensiero e l’azione politica occorre qualche tipo di dialettica tra parti contrapposte; contrapposte perché hanno interessi, visioni del mondo, progetti per il futuro fondamentalmente differenti, e tutto ciò esprimono nel dibattito politico. Occorre che una parte affermi nei fatti e nelle idee delle tesi, che l’altra sviluppi delle controtesi, per cercare poi di arrivare a una qualche forma di sintesi.
Di un simile movimento è fatta la storia. Ai giorni nostri la dialettica della cultura e dell’azione politica è quasi completamente scomparsa, perché per certi aspetti tutti sono dalla stessa parte. Tutti sono convinti e ripetono coattivamente che il mondo è cambiato, che la globalizzazione è inevitabile, che non esistono alternative per modificare lo stato di cose.” -Luciano Gallino-
Avete presente quei libri che non prendete in mano per diffidenza immotivata? Ecco, La lotta di classe dopo la lotta di classe di Luciano Gallino (Saggi tascabili Laterza) è stato per me uno di questi. Ma poi ne ho trovata una recensione qualche giorno fa e la curiosità si è fatta massima.
Davvero è in corso una nuova lotta di classe dopo quella nota che ha caratterizzato il trentennio post bellico?
Ebbene si. Ma in senso contrario. Dall’alto in basso e senza praticamente opposizione.
Gallino in questo libro-intervista non racconta niente di particolarmente nuovo. Ma compie un atto utile ai lettori meno preparati: si fa filo andando a cucire le pezze fatte di concetti che tendiamo a tenere isolati, permette una visione a 360° gradi sulle condizioni non solo del nostro paese, ma del mondo. Ha il dono di tornare a parlare di globalizzazione intrecciandola al presente e al futuro del mondo del lavoro.
E dà coraggio. Perché spinge a ragionare chi non sta dalla parte degli attuali vincitori, ovvero il 99% del mondo come ci ha ricordato il movimento di Occupy Wall Street, a cercare il modo di riconoscersi come parte presa quotidianamente in giro.
E’ un libro che mi ha dato non poche conferme circa a osservazioni che mi frullano in testa già da un po’, a partire dalla frase che ho citato qui sopra sulla dialettica contrapposta, venuta a morire alla ricerca di un’insulsa terza via, fino alle riflessioni sul non considerare più la qualità del lavoro come elemento di studio e di valutazione. Quasi non fosse più importante nel momento in cui si pensa che un Paese può vivere senza industrie di produzione. Come se determinati modelli di lavoro, antichi quanto verrebbe da pensare ormai improbabili, non fossero stati invece ripescati appieno dai servizi.
E ci sono temi che ho poi sentito spesso ripetere, parlando di precarietà e frammentazione del lavoro, che non avevo mai avuto modo di osservare da vicino. Invece ora mi pare nitidissimo e scontato quel che Gallino ripete:
“Quando sotto il medesimo tetto lavorano centinaia di persone, dipendenti dalla medesima azienda, sempre le stesse – turnover fisiologico a parte –, è assai probabile che prima o poi si rendano conto di avere interessi comuni; si aprano a forme di mutuo rapporto e solidarietà; scoprano che se ci si associa si possono ottenere dall’impresa paghe e condizioni di lavoro migliori. Viceversa, nel caso in cui le persone al lavoro sotto lo stesso tetto, pur egualmente numerose, mutino di continuo, poiché la maggior parte di esse sono temporanei, o interinali, o consulenti a giornata, e per di più dipendono da aziende diverse grazie alle catene di sub-sub-appalti in cui si compendia la terzizzazione (ch’è il contrario della esternalizzazione: anziché dare all’esterno il lavoro, un’impresa richiede ad aziende terze di venire a farlo al suo interno), è assai più difficile che ciò accada. Proprio per questo qualcuno vede con favore i lavori flessibili: perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.”
Ecco, banalmente ne ho ora la coscienza e da questo libro ne ho ritrovate le parole. E magari certo, le stesse cose le hanno dette fin qui in tanti. Ma forse un conto è incrociare i concetti e un conto è accorgersi di starci perfettamente in mezzo, sentirsene parte.
Insomma, uno di quei libri che ho passato a sottolineare con il kindle (per poi andare a condividerne i passaggi su Facebook: ma i micini conquistano sempre un po’ più “Mi Piace” che temi che costringono a mettersi in discussione.)
Uno di quei libri che mostra quanto sia nudo quel re che pensa sia meglio assumere giovani ignoranti che persone capaci di interrogarsi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Ecco: uno di quei libri che andrebbe letto da chi si vuole assumere il compito di guidare il Paese.
Che di programmi, di preparativi per il viaggio, sono stanca di sentir parlare. Vorrei capire la direzione di ogni parte oggi, quando l’ovvietà di alcuni decenni fa è andata sparendo.
Oltre ai programmi quali sono le reali intenzioni?
Ciao vacanze, ciao
E rieccoci. Le vacanze sono finite, l’ennesimo settembre si ripropone alle porte con tutta la sua solita fretta di farmi fare qualcosa di nuovo, le foto di Berlino sono state tutte caricate su Flick.
Al lavoro ci son tornata ormai da 3 giorni ed è quindi tempo di togliere dall’atmosfera vacanziera anche questo blog.
Raccontandovi delle mie vacanze, che quest’anno sono cominciate con la sagra della panissa a Vercelli e finite bevendo l’aperitivo dove si fa(ceva) “il miglior gelato di Novara”, almeno a detta del nipote del padrone nel film “La Risaia”.
Passando per Berlino, certo. Ma che dire della capitale più amata dai giovani italiani? In me non ha destato tutto questo grande amore. Certo è un posto da visitare, ma con le sue mille gru e cantieri mi ha creato un po’ di ansia. Inoltre, come qui a Roma, pure i cani berlinesi sono abbastanza liberi di imbrattare i marciapiedi, con la fortuna che a Berlino tutto è più largo.
Comunque veniamo alle chicche che più mi hanno incuriosito:
- La mostra di Gabriel Orozco al Guggenheim: Orozco è un tipo ordinato e in mezzo alle gru berlinesi mi ha ridato serenità (e aria condizionata)
-L’angelo d’oro, con tanto di bacio tra due soldati nella decorazione ai piedi della colonna
-Il curry wrustel (da imparare a preparare
)
-La East Side Gallery, con poco più di un chilometro di muro dipinto da vari artisti e periodicamente imbrattato di scritte.
-Lo Schwules Museum dedicato all’omosessualità. Una di quelle cose impensabili in Italia, tanto più tenendo conto che per entrare occorre pagare il biglietto (come in ogni luogo/mostra si voglia visitare a Berlino, anche di scarsa entità, alla faccia di chi si lamenta dell’Italia).
-Il museo della DDR, dove ho visto un padre spiegare in tedesco al figlioletto per filo e per segno come funzionava la separazione della città. Un bambino nato dopo, tanto dopo la fine di tutto ciò che in quel museo era contenuto.
-La sede della CDU, il partito della Merker: una cosa spaziale. Tutto frutto del sostegno volontario dei cittadini tedeschi? Mah…
Lo ammetto, il trauma al rientro a Roma, aspettando il bus la solita mezz’oretta anziché i 2 minuti berlinesi, c’è stato eccome.
Però l’infatuazione che tanto prende chi finisce a visitare Berlino fino a decidere di andarci a vivere ecco, quella non c’è stata.
Forse dovevo bere più birra? O forse non dovevo leggere i dati sulla disoccupazione nella capitale tedesca… (12%). Chissà.
Riproverò. Tanto ho la spilla del museo dei Ramones, ci posso entrare senza pagare la prossima volta
.
I servi, i potenti e le tv locali
Ebbene, prima di andare in ferie non posso evitare di commentare i fatti, non più troppo recenti, relativi allo “scandalo” delle interviste a pagamento per le tv locali che hanno coinvolto i consiglieri regionali dell’Emilia Romagna.
Su, signori: così fan non tutti, ma molti e anche peggio. Molto, molto peggio.
Attenzione: voglio partire dal presupposto che in tutto questo non ci sia niente di illegale, che anche il “peggio” che io intendo sia in realtà lecito.
Perché la gravità va giudicata nel campo del come è giusto e come è sbagliato fare politica. Almeno secondo me.
Ma riassumiamo brevemente i fatti: a quanto pare quando in Emilia Romagna si elegge il nuovo consiglio regionale i vari consiglieri vengono contattati dalle tv locali per sottoscrivere un contratto e garantirsi così uno spazio nelle reti televisive. Altrimenti, dicono, gratis nessuno li calcola.
Il PD dichiara che non è vero che così fan tutti: loro non pagano nessuno. Ovviamente i consiglieri dell’opposizione, tra cui un grillino, non ci stanno e dichiarano che è facile per il PD, le tv sono le sue e bla bla bla.
Non so se giornalisticamente ciò sia lecito oppure no, certo che anche la Rai spesso fa sospettare di ricever le sue marchette (interviste per presentare autori di libri sconosciutissimi neanche fossero la rivelazione dell’anno ad esempio non mancano mai), ma ripeto non voglio entrare nel merito “legale”.
Però non posso fare a meno di fare un paragone tra quanto accaduto in Emilia Romagna e quanto accade in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto orientale: anche qui le tv private locali abbondano e, è bene saperlo, hanno il loro pubblico molto sostenuto.
Qualche anno fa il telegiornale di Gigi di Meo, famoso direttore di Telepordenone, risultò essere tra i più visti localmente: è un tg che dura quasi due ore e c’è spazio per tutti e per tutto.
Di li passano tutti i politici locali, le associazioni, chi vuole farsi vedere. Tutti o quasi: perché da anni Rifondazione in Friuli ad esempio e altre associazioni si rifiutano di affiancare il proprio nome a quelle di Di Meo.
Qual è infatti il danno d’immagine maggiore? E’ più grave non farsi vedere in tv o starci alle regole del conduttore che non perde occasione di esprimere il proprio agghiacciante giudizio su rom, migranti e quant’altro?
Dico Rifondazione in Friuli perché ad altri questo spettacolino fa comunque comodo: devi farti vedere, devi mostrarti, altrimenti non esisti.
Una volta mi capitò di intervenire per alcuni minuti a questo fantomatico tg: per ragioni strettamente di lavoro, nulla di che. Però mi toccò sorbirmi tutta la parte che venne prima: compreso il quadretto di Di Meo che sventolava la tessera di Forza Italia durante la pubblicità sghignazzando con il dottor Tirelli del CRO di Aviano e con un giovane leghista pordenonese che all’epoca si mise in sciopero della fame per protestare contro non so cosa (è stato espulso qualche anno fa dalla Lega per tramacci poco puliti…).
Quando con qualche politicante o apprendista tale del centro sinistra o dei grillini mi è capitato di dire che dare audience a certa gente è come buttar via il valore di quel che si dice o avvalorare quanto il conduttore andrà a dire 5 minuti dopo, beh, mi han sempre risposto cose del tipo “Ah, ma io non gli lecco il sedere, io non gli do mica sempre ragione, io ci litigo” oppure “ahahahah, ma suvvia, è un personaggio, bisogna prenderlo così come viene” etc etc.
E intanto il capitale di costui si ingrossa, il pubblico lo adora, quando lui parla la gente e la politica locale o gli da ragione o tace.
A volte sembra quasi fare la parte del saggio consigliere. Da quell’impressione li. È solo un’impressione?
Intanto se è andata crescendo per molto tempo la percezione locale di vivere in una città insicura beh, è anche grazie a lui.
E se talvolta sente in crisi la sua popolarità gli è sufficiente dire che si candiderà a qualcosa: furor di popolo a sostenerlo!
Lui si diverte e quando passa per strada è uno dei pochi per cui la gente si ferma e dice “Hai visto? Hai visto chi c’è?”
E’ uno di quelli che quando mi capitava di incrociare trovandomi in compagnia di amiche venute da fuori indicavo come attrattiva locale, al pari del Duomo.
È uno di quelli che quando per caso mi capita di vederlo intervistare qualche politico locale ecco, riesce a farmi provar disgusto verso l’intervistato. Perché sta li a fare il servo, l’uomo di turno, a farsi compiacere dal brizzolato capo sala che ha davanti sperando di farsi chiamare una seconda volta, e poi una terza.
Se qualcuno ha qualche dubbio sul potere che ancora hanno queste piccole televisioni locali, beh, dovrebbe assistere a qualcuno di questi siparietti.
E se a volte a prender parte a certi teatrini sono le associazioni che si devono promuovere, i ragazzini della squadra di calcio, per carità, niente da dire.
Ma ecco che quando a farlo è chi ha la tutela della nostra libertà in mano, beh, ecco, provo disgusto.
Specie quando vedo che è chi dovrebbe rappresentare il centro sinistra a cedere alle lusinghe della tv.
Se sai far notizia che bisogno c’è di marchette economiche o “morali”?
Ed ecco adesso ognuno guardi alla sua provincia, alle proprie tv locali e si domandi: quale terremoto dovrebbe saltar fuori prima che a qualcuno venga voglia di indagare ad esempio se sono tutte in regola?
Neppure il minimo sospetto ha spazio in una comunità che si costruisce anche attraverso l’apparire in tv, in quelle tv li.
“La libertà non è star sotto a un albero
Non è il volo di un moscone…”
La libertà è tanto altro, compreso il non chinare la testa pur di apparire in televisione.
P.S.: Spero che questo sia un esempio che faccia capire come avere la fedina penale pulita sia un modo mediocre per valutare la rettitudine di chi si candida a fare politica.
Agosto
Questo agosto a Roma sta facendo così tanto caldo che non mi viene l’ispirazione per niente.
O forse è Roma che con tutta la sua pesantezza mi ruba tutte le energie.
O sarà che il sopportare turni organizzati male oltre all’insonnia porta alienazione.
Fatto sta che non mi viene da dire niente.
Se a qualcuno interessa comunque ho scritto su Linkiesta un intervento su la Generazione Perduta che sta ricevendo un sacco di commenti (sacco rispetto la mia unità di misura).
Quello della Generazione Perduta è un dibattito che si sta muovendo in rete e forse chiamarlo dibattito è un po’ impegnativo.
Tutto è partito da un’intervista di Monti rilasciata al Corriere della Sera, a cui è seguito un manifesto (che ha avuto un certo risalto per essere stato ripreso da La Stampa) e alcune risposte allo stesso. Siccome non mi è piaciuto ci ho scritto una risposta su (con tutti i limiti prodotti dalle circostanze ambientali).
Insomma cose da agosto.
Segnalo sullo stesso tema, tra i vari post letti in giro quello di Claudia Vago (alias @tigella) che ci ricorda che a continuare a guardare le cose a livello italico non è utile a trovare risposte:
’la “generazione perduta” non è solo italiana, è un’intera generazione globale.’
E poi segnalo quello di Michela (alias @mammaeconomia) perché forse è una testimonianza un po’ meno grigia di altri.
Per il resto visto che l’anno scorso andavo a sentirli dal vivo e quest’anno dal vivo sto sentendo al massimo i clacson delle macchine… ecco un po’ di Perturbazione. Che li posterò ogni anno immagino. Ma tant’è.

