«Lotte operaie nella crisi». Storie da un nord sommerso

Da Carta Est Nord dell’8/04/2010

Prova a chiedere a Google cosa ti racconta della Raumer. È il link al secondo posto quello che ci interessa: “RAUMER S.p.a. in liquidazione e amministrazione straordinaria”. Fino all’anno scorso quest’azienda del tessile contava 230 occupati a Valle del Pasubio, nel vicentino. Poi sono arrivati i Contratti di Solidarietà, la cassa integrazione e alla fine l’Amministrazione Straordinaria. Da ottobre ci sono 42 indagati per bancarotta fraudolenta. E intanto le tante donne che lavoravano lì sono a casa.

Ecco, fa un’altra prova. Cerca su YouTube le immagini dell’occupazione dell’Ideal Standard di Brescia. Settecento gli esuberi previsti nel gruppo dentro ai 5 stabilimenti della multinazionale in Italia.

E quante altre storie simili potresti riuscire a scovare, quanti racconti di uomini e donne incrociare? Matteo Gaddi nel suo “Lotte operaie nella crisi” (ed. Punto Rosso) ci ha provato. Ha raccolto il materiale d’inchiesta prodotto da Rifondazione Comunista dentro ad alcune fabbriche in lotta nel Nord Italia, cominciando a tratteggiare la Pianura Padana oltre i luoghi comuni e oltre ai silenzi di una Crisi che appare finita solo a detta dei grandi media. Dentro non ci sono solo i numeri di una situazione che pare travolgere per ragioni differenti il Paese. C’è un reagire e sentire che Gaddi raccoglie, utile forse una volta di più dopo gli ultimi risultati elettorali.

Un esempio è quello della Eaton di Monfalcone, in provincia di Gorizia. Alla Eaton, multinazionale americana, si producono valvole per motori e conta nello stabilimento di Monfalcone 340 dipendenti. Anche la loro lotta la si trova nel web (http://eatoniano.wordpress.com): è una storia comune ai tanti dipendenti di multinazionali che negli anni hanno piantato le tende in Italia e adesso hanno deciso di investire altrove, in Polonia in questo caso, dove il costo del lavoro è minore. Eppure la Eaton ha stabilimenti anche in Germania, ma da lì non pare non essere interessata ad andarsene: “Là lo Stato gli farebbe il mazzo” è l’espressione che i lavoratori usano per spiegare la differenza di rapporti percepita. Ce n’è di che comprendere com’è che della politica si è persa la fiducia. A Monfalcone i lavoratori hanno presidiato la fabbrica proprio per essere certi che i macchinari non venissero portati via, perché “Dopo 20 anni che lavoro qui sono orgoglioso, non possono portarmi via tutte queste macchine in Polonia!” e non è poi così raro trovare tra le pagine di Gaddi richiami frequenti alla professionalità usata e abbandonata senza nessuna considerazione sulle ricadute nel territorio: da Parma a Vicenza è sempre la stessa storia. Perché poi quando una grossa impresa chiude tutto l’indotto ne risente, e quando la situazione si fa drammatica per più realtà in contemporanea il risultato è l’assenza di prospettiva futura. Alla Eaton la Fiom in particolare si è impegnata affinché venisse affrontato in maniera rapida e sostanziale il tema della riqualificazione: ma si sa che passati i 50 anni, con un muto da pagare e 700 euro di cassa integrazione con cui mandar avanti famiglia, è ben difficile guardare al domani col sorriso. E non è un caso se nel loro blog, dopo il resoconto di un’infelice assemblea di fine marzo hanno scritto: “[…] stavamo pianificando, più concretamente di quanto si possa immaginare, di trasferirci all’estero; valutando pro e contro nei minimi dettagli. In parecchi paesi con una indennità di cassa e/o mobilità, più gli introiti di una casa in affitto si vive egregiamente, con ottime possibilità di mettersi in proprio (es: Tailandia [..])”. Non è forse il pensiero sempre più ricorrente anche tra chi un lavoro ancora lo ha e nel frattempo indaga come ottenere un visto per l’Australia?

Ecco, ne ha di che pensare quella Sinistra italiana che vuole riscattarsi dal risultato elettorale che anche alla Eaton vorrebbero meno elettoralistica e più centrata sul lavoro. Ma c’è certo anche molto da fare: perché un Paese da dove in tanti scappano o vorrebbero scappare ha svenduto prima ancora la sua idea di cittadinanza e partecipazione. C’è più di qualcosa da ricominciare da capo.

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