Abruzzo…

Articolo per La Gazzetta di Itaca di Giugno 2009

di Sara Rocutto

Tornando dall’Abruzzo

Dice Valentina che l’anno prossimo vorrebbe studiare ingegneria. Ma non sa ancora dove andare. E poi a scuola ci va un giorno si e uno no, per non più di tre ore. Fanno a turno, dice. E per lei che ha sempre studiato è un po’ una fatica. Perché quando non va a scuola e si mette sui libri il caldo quasi la soffoca. È arrivata l’aria condizionata, ma da lei non funziona.

Dentro le tende blu del campo di Tempera fa caldo. Fa caldo fuori, sopra i ciotoli bianchi messi a coprire quello che era un prato per poterci allineare le tende. Blu, più blu del cielo, e tante: del paese non resta che questo.

Siamo nel comune de L’Aquila e il terremoto non è ancora finito. Non è finito per i bambini che corrono e provano a sorridere e provano a giocare, non è finito per le loro famiglie che non hanno più casa e se ancora la hanno ancora non sanno se e quando ci potranno rientrare, se e quando tornerà il gas, se e come potranno cominciare i lavori per risistemarle. E poi, si chiedono senza dirlo, ne varrà davvero la pena? La terra trema, ogni giorno. E quando non trema l’aria si racconta, come nelle storie dei vecchi, come in quei racconti che anche noi friulani conosciamo bene anche se nel ’76 non c’eravamo ancora: basta una sera con l’aria strana, un vento caldo che sale, l’umidità che si azzera ed ecco, che da qualcosa dentro, da un sentire atavico e istintivo viene da pensare che “c’è aria da terremoto”.

Tempera è una frazione di mille abitanti. Adesso è divisa a metà, il centro storico è tutta una zona rossa ad accesso vietato e controllato dai vigili del fuoco, dai carabinieri e dalla Protezione Civile. Si vedono le pietre e le case cadute, dicono fosse un paese vecchio e bello, adesso è cumuli e nulla più. Per poterla attraversare in macchina occorre conoscere certe strade fangose di campi o avere pazienza e cercare una strada alternativa che richiede quasi 20 minuti. Eppure il paese è sempre quello, a piedi sono 200 metri.

Prima di partire per il campo di san Biagio, 200 sfollati, uno dei 3 predisposti a Tempera, del terremoto conoscevo solo storie. E da qualche settimana neppure più quelle. I giornali non parlano più dell’Abruzzo, come se tutto si fosse sistemato, come se i problemi non ci fossero più, come se bastassero fiumi di latte a lunga conservazione e chili di pasta e omogeneizzati per salvare una provincia. Prima di partire per l’Abruzzo nulla sapevo neppure dell’Abruzzo. Non ci ero mai stata.

Così che una settimana lì è stata all’inizio lunga e faticosa: difficile capire il dialetto stretto degli anziani, difficile capire la Protezione Civile di Avellino che gestiva il campo, difficile comprendere i compagni romani con i quali sono finita assieme ad un gruppo di pordenonesi e veneti, a contribuire alla gestione della mensa e delle pulizie. Difficile è stato anche capire perché la gente non si dava una mossa: perché non prendeva in mano da sé la gestione della pulizia dei bagni e delle cucine, perché chi contribuiva alla gestione delle cose lo faceva quasi di nascosto, senza darlo troppo a vedere. Così che la settimana è finita in un lampo quando le porte della comprensione si sono aperte: famiglie intere costrette a vivere sotto le stesse tende, messe così vicine da rendere il proprio russare informazione di dominio pubblico. Famiglie messe vicine nonostante gli attriti antichi, bagni e docce da condividere, anziani costretti ad abbandonare le abitudini di una vita intera… famiglie spezzate da lutti o da distanze obbligate: qualcuno è andato a stare dai parenti al nord, qualcuno al mare. È diventato facile poi alzarsi la mattina alle cinque e mezza per preparare le colazioni, facile pulire la sala dalla polvere coi bambini che si proponevano di dare una mano, facile sorridere ai cuochi volontari venuti ogni giorno da Pescasseroli a preparare pranzi e cene fatte di cuore e arte. Loro il terremoto lo pagano con il lavoro perso, perché anche se alberghi e case stanno in piedi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, dove si trova Pescasseroli, tutte le prenotazioni sono andate disdette e la stagione estiva pare proprio non voler partire.

C’è una ragazza la cui casa si vede dal campo: una villetta come ce ne sono tante qui a Tempera. Dice che per fortuna la piscina funziona ancora e ogni tanto va un pochino a rinfrescarsi. Ma in casa non ci può entrare e neppure ha il coraggio. Qualcuno osa, per recuperare l’abbigliamento estivo, ma deve stare attento a non essere beccato: entrare nella propria casa a recuperare le proprie cose per chi abitava in edifici oggi inagibili rischio costa multe da 800 euro.

E poi si potrebbe essere scambiati per sciacalli.

Bertolaso è passato a dire che farà “tutto il possibile”, ma la gente si chiede poi, mentre mangia sotto il tendone che funge da mensa, cosa sarà mai il possibile. E intanto rimbalzano di campo in campo le notizie dei terreni espropriati per la ricostruzione, così che a gente che vive di campi e di terra non si risparmia la rabbia neppure un giorno. Chi può si costruisce piccoli prefabbricati in legno, che si montano in un giorno, almeno per dormirci d’estate senza soffocare. Così da Paganica a Tempera, da Camarda a Filetto si vedono casette di legno in costruzione a fianco di case che sembrano aver deciso di sedersi su sé stesse, assieme alle chiese e ai campanili distrutti.

Mi scrivono i compagni della Brigata di solidarietà attiva messa in piedi da Rifondazione che ho lasciato a Tempera, che ha piovuto lì come sta piovendo qui. Che Stefano ha festeggiato i 2 anni nonostante il temporale abbia tolto la corrente. Che le tende dei volontari, tendine da campeggio di buona volontà, sono state abbattute dal vento, ma le altre hanno resistito. E che per il resto dopo che ce ne siamo ripartiti dando il cambio ai compagni livornesi, tutto “prosegue bene”.

Momo sta al campo volontario da un mese e gli abitanti lo hanno adottato cittadino onorario. Erminia ha voluto fosse recuperata la campana per poterla suonare almeno la domenica.

Sandra deve badare ai maialini nati domenica scorsa che la notte tremano di freddo.

In mezzo a tante storie ho dimenticato di portar via un tartufo: è rimasto nel frigo, regalo di Paolo, il tartufaro. Non l’ho neppure assaggiato: dicono che dovrò proprio andare a riprendermelo.

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