Coltellate

Articolo per Carta del 26/09/09

 “Avete sentito cos’è successo su da noi? È la prova che non si può più parlare d’integrazione!” Prime battute il giorno dopo i fatti, quasi fossero state tenute tante volte sospese, tra le labbra, e si potessero adesso liberare, nei posti di lavoro, nei bar, tra le strade. “È stata la prima notizia che hanno dato al Tg2! Hanno intervistato quella mia amica, ti ricordi?” È passata una settimana eppure ancora non si parla d’altro, da un lato all’altro della provincia di Pordenone e dentro la città, tirata a lustro per Pordenonelegge. Sulla tragedia che ha portato Montereale Valcellina ad essere conosciuta in tutta Italia sono stati chiamati ad esprimersi persino tanti degli scrittori invitati a presentare i loro libri.

Dicono che Massimo e Sanaa si siano conosciuti proprio qui, in un ristorante a due passi dal centro del capoluogo, dove lei lavorava, proprio sotto la sede provinciale della Lega Nord. La foto di Sanaa è ancora appesa sulle vetrate del locale, con tutto il sorriso dei suoi diciott’anni.

Dicono che si amassero sul serio, trentadue anni lui, così giovane lei, che volevano costruirsi una famiglia, su, a Montereale Valcellina, lontano abbastanza da Azzano Decimo e da quel padre ossessivo che la rivoleva a casa con lui, dopo la sua fuga d’amore nella pedemontana simbolo dell’integrazione e della convivenza.

Eppure vuole un gioco troppo crudele, per lei e per una comunità tutta, che proprio quassù Sanaa abbia trovato la morte per mano di suo padre, dentro a una terra in questi mesi attraversata da storie importanti d’accoglienza.

“State lontani che coi coltelli da noi c’è poco da scherzare” dice I mentre taglia i fogli per ricoprire le tavole del pranzo antifascista organizzato alla Casa del Popolo di Pordenone dal “Comitato per il 25 Aprile” di cui fanno parte tanti giovani della pedemontana . È giovane Ilaria, cresciuta a Montereale: “Ma non farmi dire niente, non voglio parlare di quel che è successo, c’è già troppa gente che ne parla in giro”. Dice che per capire cosa ne pensano i suoi coetanei e compaesani basta farsi un giro in internet, tra le pagine dei vari social network. “Le peggiori schifezze, e siccome questo è un pranzo e si fa festa non le voglio ripetere.” No, non è vero che non è cambiato niente. Qualcosa si è infilato anche dentro questa comunità composta.

I media locali hanno cavalcato la notizia, quasi non aspettassero altro, così ha fatto la Lega, così ha fatto Ciriani, presidente della Provincia in quota PDL. Nessuno spazio per riflettere, nessuno spazio per il dolore: gli attacchi al mondo mussulmano si susseguono ormai ogni giorno, non conta più ormai che il padre, d’origine marocchina, non fosse in verità un mussulmano praticante e che avesse rifiutato di avvicinarsi alla comunità dei fedeli che in questi mesi aveva provato ad aiutarlo.

Qualcuno forse si era accorto del suo comportamento, qualcuno aveva notato che c’era qualcosa di strano, qualcosa di più grande dell’ansia di un padre per la salute di sua figlia. “La follia segna quotidianamente la nostra vita” riflette Michele Negro, della Rete regionale per i diritti del Friuli Venezia Giulia. “Paiono dimenticate le stragi famigliari che di continuo passano sui nostri telegiornali, fatte anche per mano di italiani. Purtroppo qui si cerca di far passare in maniera ossessiva messaggi che ormai sempre più facilmente s’infilano nei pensieri della gente comune. Certi pregiudizi sull’Islam e il ruolo della donna in questi giorni li ho percepiti anche nei discorsi di chi si dichiara di sinistra.”

Di “padre padrone” ha scritto in questi giorni Paolo Rumiz sulle pagine de La Repubblica: eppure di queste riflessioni poco ha colto la stampa in questi giorni. Bortolotti, il sindaco leghista di Azzano Decimo, dove la Lega alle ultime elezioni ha superato il 40%, ha tuonato che la madre di Sanaa non è più gradita in paese per aver perdonato il padre e non la figlia. “Forse ha sbagliato lei” pare aver sussurrato la donna. Nessuna riga di comprensione per il suo stato, per la sua situazione, per il suo dolore. Quasi non ne avesse diritto, forse per via di quei capelli coperti dal velo così odiato dal sindaco azzanese che per primo anni fa lo vietò in paese puntando il dito verso una ragazza che aveva “osato” mostrarsi così al mercato. Ogni frase è stata usata, riportata, rielaborata: dal telegiornale di una televisione locale, seguitissimo in provincia e da sempre preposto ad attacchi feroci verso i migranti che la abitano, ai quotidiani locali. Non c’è stata parola che sia stata tralasciata pur di ricondurre alla fede e alla religione la causa di tutto.

 “Se avessi appena visto il corpo della mia donna sgozzata steso sul tavolo di un obitorio, ce l’avrei fatta a incontrare giornalisti e rilasciare dichiarazioni alle telecamere?” si è chiesto Rumiz in questi giorni mentre il fidanzato di Sanaa, dal letto d’ospedale, dichiarava: “delle persone così integraliste devono restarsene a casa” e “la religione è la causa di tutto”. Intanto la Lega ha approfittato per depositare in Regione una proposta per il censimento degli islamici nel territorio.

Inutile provare a ricordare a chi si infervora per quanto accaduto che il “delitto d’onore” era accettato dalla giurisprudenza italiana fino a pochi anni fa: “Sono storie dell’ignoranza di un tempo” ribattono “cose che… adesso succedono solo al Sud. Lo dico piano che la mia collega è siciliana e poi se la prende”

“Però” riflette Fabio Passador, presidente del Circolo Arci “Tina Modotti” di Montereale “nei giornali e in televisione si è vista e si è sentita la gente di qui che ha risposto bene alle provocazioni, perché qui si lavora per l’integrazione e si vede. Spero che questo sia passato nelle interviste a chi si spende su queste cose da anni”. Non si sentono per nulla intimoriti le tante realtà del paese che in questi mesi si sono impegnate per sostenere e aiutare 4 ragazzi richiedenti lo status di rifugiato, tanto che i fatti di cronaca non hanno rimandato la riunione per la creazione di un comitato di solidarietà in aiuto ai migranti in difficoltà programmata da settimane. “Dopo aver capito in prima persona cosa deve affrontare un migrante che scappa dal suo paese abbiamo pensato di cercare di costruire una rete locale solida capace di agire in maniera utile, concreta” racconta Fabio. La storia di Hibraime, che grazie ai ricorsi sostenuti anche economicamente dal circolo è riuscito ad essere riconosciuto come rifugiato, non vogliono rimanga un caso isolato.

E mentre il padre di Sanaa è in carcere, la moglie e le altre due figlie piccole si preparano a partire per Rabat dove verrà seppellita la ragazza. Chissà se dopo le parole di Bortolotti qualcuno si chiede quale destino toccherà a quella madre da otto anni in Italia, a quelle bambine nate e cresciute qui. Chissà se dopo tante parole sprecate sull’italianità qualcuno avrà cura di preparare il loro rientro, di inseguirne le storie, curarne i traumi e coltivarne i sogni come ad ogni bambino ferito spetterebbe.

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