NordEst
Nord Est scricchiola
(Apparso su Carta del 3/10/08 con qualche doverosa sistemazione
)
di Sara R.
Forse possono non far impressione a provincie come Roma, Torino, Milano. Ma per Pordenone sono numeri che pesano come macigni: 1800 richieste di cassa integrazione a partire da settembre per 10 giornate, una a settimana, nella sola Zanussi-Electrolux di Porcia (piccolo comune a ridosso del capoluogo) non sono “un caso isolato”. 1800 persone, 4 giorni di lavoro in meno al mese ti segnano anche se non sei direttamente tra quei 1800: perché per chi è del posto sa che la Zanussi ha un peso reale ben maggiore.
Quando c’è stato lo sciopero dei camionisti, quello che paralizzò le consegne in tutt’Italia, per mancanza di pezzi, parte della produzione fu fermata anche a Porcia, patria delle lavatrici Rex,. Si dice che fosse episodio palese della crisi. Quel giorno anche Manuel è restato a casa: la piccola azienda dove è impiegato, a circa 5 chilometri da Pordenone, approfittò della stessa scusa. Ma che fosse tutta colpa dell’Electrolux chiusa Manuel lo sapeva bene: sono loro fornitori e se il cliente non ha niente da chiederti tu che produci?
Walter Zoccolan è da anni delegato RSU Fiom Cgil della Zanussi-Electrolux di Porcia: “Per calcolare che ruolo ha l’azienda nel territorio va considerato che per ogni dipendente Electrolux ne lavorano circa 2,5 nel raggio di 10 chilometri dallo stabilimento.” Basti pensare alla mensa o alle corriere apposite per i dipendenti che ogni giorno attraversano la pianura pordenonese e quella veneta per lasciare i lavoratori davanti ai cancelli e poi riprenderli a fine turno.
Zoccolan ci tiene a far notare che per mesi come RSU locali hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni locali, ma tutti han fatto orecchie da mercante. L’impresa per mesi di fronte alle vendite a caduta libera rispetto alle previsioni ha continuato a dire che non c’era nulla da temere. E le amministrazioni locali ci hanno creduto. “Eppure a tutti i livelli c’erano segnali che dicevano che la situazione era a rischio” continua Zoccolan. “Non è un caso che in pochi mesi sono saltate le teste di molti dirigenti: lo abbiamo ripetuto più volte come sindacati che la ristrutturazione aziendale era mal organizzata, la delocalizzazione nei paesi dell’Est non ha dato i frutti sperati ed ora tutti gli stabilimenti italiani rischiano.” Porcia è considerato uno degli stabilimenti più solidi del gruppo eppure già questa primavera, mentre Scandicci chiudeva i battenti, qui non venivano chiamati i quasi 500 lavoratori a tempo determinato assunti ogni anno per far fronte ai picchi di produzione. Negli ultimi 3 anni mancano inoltre all’appello 300 posti di lavoro: personale uscito dagli stabilimenti di Porcia mai sostituito. E nei prossimi giorni Sindacati e Azienda si incontreranno per discutere un piano di ridimensionamento dell’organico attraverso prepensionamenti, mobilità e interventi similari.
Il caso Electrolux non è però isolato. Segnali per nulla positivi sono arrivati nel mese di agosto anche dalla Savio, altra azienda simbolo dello sviluppo industriale pordenonese, produttrice di macchine tessili esportate soprattutto in Cina. Circa 100 contrattisti non sono stati riconfermati al loro rientro dalle ferie. Anche il settore alimentare non è esente da sofferenze, così l’ormai ex Foodinvest di Meduno è stata sottoposta a inizio anno a processi di riorganizzazione che hanno portato alla cassa integrazione di molti dei 350 dipendenti. Anche in questo caso si tratta di una delle aziende simbolo della storia industriale del territorio, una delle poche realtà che è riuscita per anni a mantenere proprietari locali e a non essere ceduta a capitali esteri o lontani.
E se le richieste di cassa integrazione, secondo fonti della Cisl, quest’anno sono aumentate di circa l’80% nell’intera Regione FVG, nella sola provincia di Pordenone si è passati da 150 mila ore autorizzate da gennaio a giugno del 2007 alle 185 mila nello stesso periodo di quest’anno. Anche se fosse solo una fase certo non potrà essere dimenticata facilmente dalle tante famiglie aggrappate alla fatica di conciliare mutui, rincari dei prezzi e tagli agli stipendi.
Quando nel dicembre del 2007 il New York Times raccontò l’Italia come un paese abitato da un popolo triste, sollevando polemiche da politici e da bar, forse in pochi arrivarono alla fine del lungo articolo prima di armarsi del proprio orgoglio nazionale e cominciare le contestazioni e le polemiche. Nell’analizzare la situazione economica italiana è proprio dal Friuli Venezia Giulia che in quell’articolo si parte: “In Friuli Venezia Giulia, patria delle fabbriche di sedie, il numero dei produttori è sceso da 1.200 a 800.” L’orizzonte della crisi vista da lontano.
Ma appena prima dell’estate di quest’anno, quando fu aperta la procedura di liquidazione della Mercury, mobilificio di Caneva, in provincia di Pordenone, Unidustria riteneva di poter definire il caso come isolato, frutto di congiunture tra la situazione globale e gestione aziendale. Nel giro di pochi mesi tanta cautela si sta rivelando inutile. Il settore del mobile, che nel suo insieme, fatto di tante piccole realtà industriali, rappresenta una dimensione importante tanto a Manzano, in provincia di Udine, quanto nella zona del mobile di Brugnera, nel pordenonese soffre oggi in maniera pesante. Al futuro ancora incerto dei 120 dipendenti della Mercury si somma in questi giorni la preoccupazione dei 35 dipendenti dello stabilimento Arcobaleno di Pravisdomini. Anche in questo caso è stata aperta la procedura di liquidazione, ma, lamentano i sindacati, dall’azienda nessuna notizia su possibili altri acquirenti. Poi ci sono storie sparse che si possono raccogliere parlando con la gente: non mancano gli inviti a “stare in ferie un po’ di più” che certo permettono di percepire timori giustificati su quello che è un settore abituato a vivere fasi alterne.
Alessandro Zanetti, presidente regionale dei Giovani Imprenditori del Friuli Venezia Giulia ha recentemente dichiarato nel corso di una tavola rotonda [dal titolo esplicito: “L’economia pordenonese tra il rischio stagnazione e lo sviluppo sostenibile”] che quella che il settore del mobile sta vivendo oggi è “la prima vera crisi degli ultimi dieci anni”. Si ripete ovunque che bisogna puntare sulla qualità del prodotto locale, ma pochi, come Zanetti, ammettono che il 30% di dipendenti precari non aiuta a sviluppare competenze e abilità. Ma questo è “il prezzo da pagare per sopravvivere alla concorrenza straniera”, la litania del momento.
Non è bastato a Pordenone e neppure alla Regione alimentare il miracolo del Nord Est con la manodopera immigrata [nella sola città di Pordenone il numero di immigrati è pari a circa il 14% della popolazione]: mantenere bassi i costi di produzione cercando di realizzare prodotti secondo standard qualitativi sempre più alti non è servito a reggere la concorrenza coi paesi dell’Est Europa e con la Cina. Ma sono stati gli stessi imprenditori locali e gli stessi gruppi che hanno assorbito nel tempo le aziende del territorio a sperimentare la produzione ad Est. Basti pensare che in Polonia è stato costruito dall’Electrolux stessa uno stabilimento gemello a quello di Porcia [caratterizzato da processi di produzione ad alta tecnologia ottimizzati negli anni dagli stessi dipendenti] con l’obiettivo di far concorre le due sedi. Le preoccupazioni dei sindacati sono giustificate anche da questo. Se fino ad ora la situazione di Porcia ha comunque retto proprio grazie alla presenza di personale qualificato, dopo qualche anno pare che anche i fratelli polacchi abbiano imparato a gestire le linee e a fare manutenzione e si stiano mettendo sulla buona strada per vincere la gara al monopolio delle lavatrici.
Il mercoledì e il sabato a Pordenone c’è il mercato. Allora le puoi trovare in autobus, impegnate nel loro fitto chiacchiericcio, le signore del quartiere Borgomeduna. Si scambiano i racconti sui nipotini e le informazioni sulla salute di chi quella mattina non si vede. Monica, che ha poco più di trent’anni e da sempre abita nella zona, le chiama “le vedove allegre”: la forza e la storia vivente del quartiere. La maggior parte di loro, racconta, lavoravano alla filanda che oggi, dopo la chiusura definitiva del 1983 è solo un grande complesso di archeologia industriale decadente, sulle rive del Noncello. Ancora oggi si portano l’un con l’altra rispetto secondo i ruoli che rivestivano in fabbrica durante la prima metà del secolo scorso quando filande e cotonifici davano migliaia di posti di lavoro. Erano aziende sorte sul finire del 1800, grazie ai capitali stranieri dei paesi vicini. Quando cominciò in seguito l’industrializzazione e la manodopera italiana non era più economicamente vantaggiosa le proprietà passarono di mano in mano, tra gruppi industriali consolidati in altre regioni che fecero il bello e cattivo tempo sulla vita della gente, licenziando in pochi anni migliaia di persone. La filanda di Borgomeduna è l’unica rimasta ancora in piedi. Pare sia stata acquisita per farne l’ennesimo centro commerciale.
Non è cambiato molto da allora: si è cominciato a parlare di responsabilità sociale d’impresa, ma le vicende degli ultimi anni, Electrolux in primis, insegnano che la responsabilità sulle comunità ancora nessuno se la vuole prendere. Oggi amministrazioni locali e industria cercano di rispondere alla crisi nominando Innovazione e Ricerca. I contratti di chi lavora all’Università, nei poli tecnologici, nelle imprese finanziate, oscillano tra la precarietà dei ricercatori e i mille euro a ribasso di sviluppatori e programmatori di software che neppure sono tutelati da una storia sindacale capace di raccontarli. In effetti hanno tutte le caratteristiche per diventare gli addetti ai bozzoli da seta del nuovo millennio. Ma c’è forse il tempo di mettere assieme tasselli e rafforzare legami dal basso che raccontano di un territorio altro, fatto di servizi, volontariato, storia di cooperative e di idee da sperimentare. Prima che la Storia ricominci, un’altra volta.
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1. Nord Est « Il blog di Sara R | ottobre 8 , 2008 alle 6:53 pm
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2.
lele pantiane | novembre 20 , 2008 alle 7:33 pm
Questa storia è molto significativa. Xò x il futuro dovremo uscire dalle logiche di mercato perchè ormai la società è satura di tutto e dunque il mercato non ha più sbocchi. Cerchiamo di ricreare una cultura rurale e teniamoci stretto il territorio xkè quando salteranno tutte le fabbriche sarà la nostra unica salvezza
MANDI
3.
bajraktari | gennaio 10 , 2009 alle 8:56 pm
lo leggero con calma…. pace a tutti i popoli nel mondo
4.
Roberto | giugno 21 , 2010 alle 10:31 pm
Bella analisi, purtroppo la tendenza che hai evidenziato la crisi l’ha rafforzata (esternalizzazione)… Oltre al Nord Est parlavano di delocalizzare anche certe fasi della lavorazione persino nell’industria del lusso.
Per non parlare delle conoscenze e capacità che stiamo perdendo esternalizzando queste realtà produttive… negli USA per esempio più di un quarto della forza lavoro è impiegata per anni e anni con contratti atipici in centri commerciali (e simili) dopo le grandi delocalizzazioni industriali del passato.
5.
sarasx | giugno 21 , 2010 alle 10:38 pm
Già, qui eravamo all’inizio della crisi e già si capiva l’andazzo…