Rifiuti…

Da Carta Est-Nord del 7/06/08

Il paese delle “scoasse” d’oro

di sara r.

Cinquantotto dipendenti: tutti a tempo indeterminato, tredicesima e straordinari pagati, per la metà extracomunitari. E niente sindacato: “Sono loro che non si iscrivono: capiscono da soli che non gli fa del bene”. Ci tiene a sottolinearlo la signora Poli che accoglie il gruppo di curiosi in visita al suo Centro Riciclo di Vedelago, provincia di Treviso. È il terzo per quantità di materiale lavorato in Italia. “Ma il primo per qualità”, come fa notare il figlio che con lei dirige l’azienda.

I curiosi giunti sono per la maggior parte i ragazzi e le ragazze del Meetup pordenonese di Grillo: hanno organizzato la gita e messo assieme una cinquantina di persone, età media sui trent’anni. C’è qualche amministratore pubblico da loro invitato e qualcuno lì non solo per capire dove finiscono vetri e lattine, ma anche chi sono questi misteriosi grillini.

A Vedelago confluiscono la plastica, il vetro, l’alluminio di circa 250 comuni delle province di Belluno, Vicenza, Treviso e Imola. “Ma in Emilia ci sono gli inceneritori: per questo riciclano solo il minimo indispensabile per non pagare le penali.” La signora Poli è un po’arrabbiata coi cittadini consumisti, ma i suoi peggiori nemici sembrano essere la burocrazia e il malgoverno. Circa 100 tonnellate di rifiuti arrivano al Centro ogni giorno, ma il 20% in verità appartiene alla categoria del secco non riciclabile. Tutto a causa della poca educazione dei cittadini che nelle campane ci lasciano di tutto: dai phon ai mobili, dai cavi ai computer, facendo aumentare il costo di smaltimento ai comuni. I bellunesi fanno eccezione: sanno così bene cosa va nelle campane che solo il 3% di quanto raccolto è scartato. L’ottimo è quindi possibile.

Il 50% di quel che arriva a Vedelago arriva dai privati: “Per questo vedete delle doppie pile di plastiche: da una parte vengono suddivise per tipo quelle del pubblico, dall’altra quelle del privato”. Ma non sono tutte uguali le bottiglie d’aranciata? Non per il sistema Italia. Il materiale che arriva dal privato il Centro lo può vendere in autonomia, per la maggior parte a paesi stranieri, il resto è sottoposto ad asta pubblica e finisce comunque spesso all’estero. Peculiarità tutta italiana, garantisce la Poli che per gestire le scartoffie ha due impiegate “specializzate solo in quello”.

Nei capannoni dita veloci ed occhi attenti selezionano a mano tutto ciò che passa: da una parte le bottiglie verdi, dall’altra le bianche, in fondo i residui di cassette di frutta, attenzione particolare ai cavi elettrici: valgono oro. “I nostri dipendenti sono meglio di qualsiasi lettore ottico” garantisce il responsabile commerciale della struttura. Ai vasetti di yogurt spetta la stessa fine dei materiali incerti, dei piccoli pezzi perchè per quanto siano dichiarati riciclabili non hanno mercato nel riciclato. Sbaglia quindi l’attento cittadino che mescola vasetti e bottiglie? Non del tutto. Qui si sperimenta una pratica assai diffusa nel resto d’Europa, ma ancora poco avanzata in Italia: tutto si trita, si scalda, si trasforma, in una polvere grossolana e nera che qualche azienda italiana riuscirà a trasformare in seggiole, vasi o in materiale isolante da utilizzare in edilizia. Come fanno in Germania con i rifiuti campani. In Italia la domanda di questo tipo di materiale cresce, ma non c’è offerta di qualità adeguata. Perché gli inceneritori italiani frenano la ricerca e rompono la filiera dell’immondizia: così che gli olandesi si comprano i nostri sacchetti che diventano materia prima per vasi e stampi veneti. I paesi africani affacciati sul Mediterraneo oggi chiedono consulenze non per avere inceneritori, ma per dotarsi di impianti di smistamento e trasformazione. L’immondizia come materia prima è un affare da non lasciarsi sfuggire. Riciclare, trasformare, costruire… Ma bisogna proprio vincerla la ripugnanza verso quei mattoni neri così leggeri con cui un giorno potremo rifarci il sottotetto e le panche in giardino? All’uscita c’è chi dice di sì. E chi crede di no.

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