Scuola
Articolo apparso su L’Ippogrifo Inverno 08/09
A cosa mi è servita la scuola
di Sara R.
Credo di non saper più declinare niente in latino. Né le rose, né le fanciulle e neppure i lupi. Non saprei più dire che cosa sono le Idee secondo Platone e, lo ammetto, se mi si chiedessero i pianeti del sistema solare forse ne dimenticherei qualcuno.
Non ho più avuto veramente a che fare con l’elettronica dopo la laurea in ingegneria e gli anni passati a studiare funzioni complesse sembrano parte di una mia vita parallela e distante da quella lavorativa che vivo oggi.
E forse in funzione di questo potrei unirmi a quel coro ricorrente che specie da ragazzina sentivo ripetere: “Tanta scuola poi non serve a niente.”
Eppure se non fosse stato per la maestra che il primo giorno di scuola ci portò a vedere la foto di Pertini appesa al muro del corridoio non avrei cominciato ad interrogarmi sul cosa vuol dire fare il Presidente della Repubblica. Ma fu mio padre poi a spiegarmelo. E se non avessi sentito qualche anno più tardi mia madre litigare con la maestra che non mi voleva in classe perché, nonostante l’opinione diversa del medico, rischiavo di attaccarle la rosolia, non avrei capito il senso di diritto allo studio.
No, non avrei imparato a contestare l’idea dominante se in terza media non mi fossi arrabbiata con l’insegnante di disegno: mi diede insufficiente per tutto l’anno e fu l’unica volta che a casa non fui castigata per un brutto voto.
Probabilmente non mi sarei misurata con le questioni di genere se non avessi condiviso gli anni dell’università in aule di soli ragazzi e non avrei saputo dare senso e sentimento al mio paese d’origine se non mi fossi trasferita fuori casa per studiare.
Non ha valore la prima riga de “La Repubblica” che riuscii a leggere a mio zio a sette anni. Non è quantificabile il peso della mia prima medaglia alle corse campestri delle medie. Niente mi parve essere peggiore della sconfitta alle elezioni come rappresentante d’istituto. E questo mi fa dire che la scuola mi è servita a misurarmi, a collocarmi rispetto alla geografia dei territori, a dimensionarmi rispetto a chi sono. Se non avessi attraversato gli scontri e le condivisioni tra idee diverse, le mie, quelle dei mie compagni, quelle dei miei insegnanti, se non avessi affrontato le contraddizioni tra il mondo che la scuola racconta e quello che poi si incontra e si ascolta nella società, non saprei capire le domande da farmi per trovare equilibrio nella quotidianità, non saprei leggere il senso e la dimensione degli eventi dentro ai quali tutti finiamo con l’essere parte.
La scuola certo non mi è servita né ad imparare come si scrive un curriculum vitae né a cercare lavoro, né a capire dove e come trovarlo, né a farmi trovare pronta a rispondere alle esigenze di nessuno dei datori di lavoro incontrati nella mia vita. E se per qualcuno è questo il senso del servire, il ruolo di una struttura scolastica, il dovere di un insegnante, allora forse si dimentica che innovazione e trasformazione si ottengono avendo gli strumenti che permettono di guardare oltre a ciò che c’è, cercando la propria strada e cadendo tante volte nel mezzo della propria ricerca. Esprimendo giudizi e posizioni con il coraggio di portarle avanti in base ad analisi, ragionamenti, verifiche e non con la convinzione che valgano da dottrine assolute perché studiate dallo stesso libro letto da tutti o perché riconducibili a schemi mandati a memoria. La scuola è il luogo speciale dove il sapere si mescola alla dimensione dello spazio e alle persone, dove tutto si sviluppa nel confronto tra i discorsi fatti in classe e quelli ripresi a casa, ascoltati alla televisione, discussi in famiglia o in palestra. Per questo la scuola è come una spugna e proprio per questo non ha bisogno di rincorrere il presente come si crede che serva. A scuola basterebbe un po’ di spazio per far respirare la speranza. C’è un mondo altro che serve a dimensionare l’effetto sulle proprie vite di un licenziamento o di un aumento di stipendio. C’è un mondo altro, la comunità Paese, che dovrebbe insegnare e imporre regole condivise da rispettare.
Per questo credo che nonostante la mia maestra unica, nonostante le scuole medie poco attrezzate del mio paese, nonostante gli insegnanti precari, supplenti, variabili del liceo, nonostante la convinzione di qualche docente all’Università che usciti di lì avemmo guadagnato subito 1500 euro al mese, ecco, credo che la scuola mi sia servita a quel che mi doveva servire. A capire come formulare domande, indagare risposte per provare ogni giorno ad orientarmi come cittadina. Era molto più piccola d’oggi l’Europa rispetto ai miei esami di terza media del 1993.
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1.
sonj | luglio 4 , 2011 alle 7:09 pm
Mia cara, la scuola ti è servita e questa è la scuola che serve alla società.
A una società che vuole mettere la persona a fianco di degli altri, non uno contro l’altro. Una scuola dove si vive con tutti. Si impara ma anche ci si diverte.
La scuola che insegna a stare, ad essere, dove si decide di autovalutarsi, di autocriticarsi, e perchè no di mettersi in discussione. Una scuola che non sia autoreferenziale.
La scuola non la costriusce,ma neppure la demolisce una riforma che nessuno riesce a contrastare, ma le persone che la popolano: dai bambini cattivi a quelli somari, da neretti, ai superinformati figli di papà.
Dobbiamo dire grazie a chi è stata la tua maestra ai tuoi prof e a tutti quelli che ti hanno dato la spinta a continuare ad essere curiosa nell’imparare, che ti hanno regalato gli strumenti per credere in te stessa.
Sonj
2.
Moraldo | febbraio 24 , 2013 alle 7:20 am
Ottima, brava. Sarebbe bello se tu potessi riscriverlo pensando di indirizzarlo ad un (pre) adolescente che si incammina nello stesso percorso. Potrebbe essere una cosa molto motivante e fonte di ispirazione. Quando hai tempo.