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Su #enodissidenze il trovarsi e il ritrovarsi
Enodissidenze (sottotitolo: La disciplina della terra) è il nome di una manifestazione che ha come protagonista il vino e che lo scorso fine settimana si è tenuta a Torino. Recita il manifesto dell’iniziativa:
“Lo scopo della nostra manifestazione è quello di raccontare a un pubblico composito, e in parte nuovo, la disciplina della terra, l’unica che saremmo tenuti a rispettare anzitutto nel nostro interesse: quella che continuiamo invece a ignorare, impegnati a cercare una via d’uscita dalla crisi come mosche che sbattono contro un vetro.
“Io evolvo indietro” diceva un vignaiolo a noi molto caro per spiegare un insieme di comportamenti, un ritorno alle radici capace di guardare al domani e immune alle mire della speculazione. A noi pare che l’unica maniera concessa ai vignaioli e ai contadini in genere, per smarcarsi dal tentativo di colonizzazione del loro universo, sia quello di attenersi, singolarmente e collettivamente, a quella disciplina.”
Se ci foste stati domenica, come ci siamo stati noi, avreste trovato i ragazzi e le ragazze di Officine Corsare ad accogliervi (e in quel crocevia di vite che è Torino avreste trovato amiche veneziane o di chissà dove, lì, a dare una mano e ad abbracciarvi all’entrata) e poi due guide d’eccezione a farvi saltellare tra le cantine più particolari, ad assaggiare le chicche, a raccogliere racconti di pezzi di scelte e di vite.
A Enodissidenze c’erano infatti @tirebouchon e @luigifracchia e se ho imparato a degustare con più attenzione un calice di vino in questi ultimi anni è certo merito dei loro tweet e dei loro post. Per cui dire che mi ha fatto veramente piacere incontrarli di persona, beh, è troppo poco.
Così domenica, sotto la loro guida, ho scoperto un sacco di vini piemontesi (da appuntare l’esperimento del barbera in giara dell’azienda Crealto), ma non solo. Vuoi mettere il lambrusco dell’azienda Denny Bini con quelle schifezze che da giovani si finiscono col bere alle feste per poi odiare il giorno dopo il lambrusco per tutta la vita? Il lambrusco quello vero, ho scoperto, è tutta un’altra cosa (e peccato che non mi ricordi più bene di cos’era quel rosé delizioso…).
C’erano anche un paio di produttori del nostro Friuli Venezia Giulia e dopo aver assaggiato il merlot del 2003 di Dario Princic mi son resa conto che avendo in ogni osteria e enoteca di Pordenone le medesime cantine e bottiglie ci priviamo di autentiche meraviglie (che invece mi dicono a Milano apprezzano eccome…). Speriamo di conoscere le cose buone della nostra regione, della nostra terra, ma poi la maggior parte di quelle cose buone non riusciremmo a trovarle neanche testando tutto quel che gli scaffali locali offrono (e quel che vale per il vino vale anche per altro).
Le cose buone non hanno bisogno di noi per trovare mercato. Siamo noi che le dobbiamo scoprire. E non credo sarebbe una cattiva idea se qualcuno si mettesse all’opera con l’intento di farcele notare. Perché anche i nostri palati quando pretendono cose diverse diventano protagonisti di un nuovo modo di intendere il territorio e di farlo rispettare e raccontare. Perché forse crea oggi più identità con la propria terra capire il sapore che sa offrire, diverso da quella degli altri, anziché imporle di essere uguale alle altre. E’ una questione di educazione che conta forse più della lingua, tanto più quando si parla di vino e cibo.
E mentre pensavo che se un esperto di vini volesse degustare qualcosa di eccezionale dal FVG a Pordenone forse troverebbe troppo poco ecco che le nostre guide ci facevano scoprire le verdure sott’olio dell’azienda La Baita di Borghetto d’Arroscia (Imola). All’ottimo olio usato nella conservazione aggiungono vino pigato, zucchero di canna e, neppure si percepisce, l’aceto: inutile dire che i vasetti che ho portato a casa sono stati spazzolati al primo ingresso in tavola
. E come stavano bene con le bollicine (un franciacorta?) che sono arrivate sul bancone ad accompagnare i sapori di carciofini e zucchine!
Se è vero che “Me lo devi chiedere il giorno dopo se un vino era buono” come diceva domenica qualcuno, beh, devo dire che di certo di cose cattive a Enodissidenze non ne ho bevute.
E anche se non sono poi così sicura che sia stata un’occasione di grandi affari per gli espositori, beh, è stata una bella esperienza come visitatori, un’occasione per far scorta di storie positive, esperienze belle, sapori nuovi che verrebbe voglia di far conoscere anche ad altri.
(Ah inutile dire che ora ho una lista di belle aziende da visitare tra il Veneto e il Friuli, che, anche se non erano presenti, mi sono state decantate al punto che ora non posso esimermi dall’organizzare qualche giretto.)
P.S.: Invece da Gusto, la fiera che si è tenuta un paio di mesi fa a Pordenone, beh, non ho portato a casa proprio niente. Per dire.
E le #invasionidigitali sbarcano anche in Friuli Venezia Giulia!
Tutto è cominciato con un tweet: “Perchè non organizzi anche tu un’invasione digitale a Pordenone? Nella mappa non ne vedo!” Assieme al tweet c’era anche un link: ho letto velocemente il manifesto che lanciava l’iniziativa a livello nazionale ed è stato subito amore!
“Le #invasionidigitali sono una rete di eventi nazionali rivolti alla diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale attraverso l’utilizzo di internet e dei social media.”
Dal 20 al 28 aprile si svolgeranno in tutta Italia piccole invasioni ai musei e ai beni archeologici italiani con l’invito a raccontare la propria esperienza di visitatori attraverso la rete: postando foto su Instagram, Facebook, Pinterest, realizzando piccoli video da inserire su Youtube, usando Twitter come racconto in diretta della propria visita. E’ un modo per portare l’arte nella rete con il valore aggiunto del racconto del visitatore:
“Crediamo in nuove forme di conversazione e divulgazione del patrimonio artistico non più autoritarie, conservatrici, ma aperte, libere, accoglienti ed innovative.Crediamo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore basato sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione della cultura.”
Cosa occorre portare con sé? Ovviamente i propri smartphone per scattare, twittare e postare ( i tag del giorno saranno #invasionidigitali, #liberiamolacultura, #archeoPN, #golivefvg), ma vanno bene anche le macchine fotografiche e chi ne è capace è invitato a realizzare qualche video.
Avremo una giovane guida, Marta Bottos, che da laureanda in archeologia, ci darà qualche dritta storica e artistica (insomma valorizziamoli i saperi della nostra gioventù!).
Per conoscere le altre 3 #invasionidigitali previste in Friuli Venezia Giulia ecco il link con il programma.
Chiese, bar, comunità
Supponiamo vi capiti di avere un appuntamento per le ore 15.00 a casa di Gino. Supponiamo che Gino non sia un vostro amico, ma un cliente al quale dovete offrire una consulenza.
Supponiamo che per arrivare al paese di Gino vi tocchi usare i mezzi pubblici perché non siete riusciti a farvi prestare un’automobile e immaginiamo che per non arrivare in ritardo vi tocchi arrivare al paese di Gino con circa 40 minuti d’anticipo.
Inutile proporre al cliente di anticipare l’orario del vostro incontro. Probabilmente starà ancora mangiando (in fondo sono le ore 14). Tanto vale attendere l’ora giusta bevendo un caffè. Lo pensate ovviamente prima, programmando il viaggio, ricordandovi dei tre bar storici che popolano la piazza del piccolo paesino che vi accingete a raggiungere.
E invece nell’Italia che ha scavalcato gli anni 2000 potreste vedere i vostri piani concludersi sul nascere:
“Chiuso per cessata attività”
“Apriamo dopo le 15″
“Siamo aperti solo dal venerdì alla domenica”
Mai l’avreste detto, ma dovete scartare l’ipotesi caffè.
Intanto fuori fa freddo e chiunque abbia avuto a che fare con un paesino di meno di 3.000 anime, privo di qualsiasi attrattiva turistica o panchina, sa bene che starsene lì impalati altro non porta che a vincere un raffreddore.
Una storia del genere è capitata ieri a me. Non sapendo cosa fare ho provato a spingere i portoni della Chiesa. Era aperta. E ho aspettato lì dentro, osservando il prete che sistemava le candele per i riti della Settimana Santa.
Mentre tutto si scaldava ho pensato che forse è sempre stato così. O forse no: forse ricordo male, ma sul serio un tempo i bar di paese non chiudevano di norma al pomeriggio (non avrebbero avuto altrimenti bisogno negli ultimi anni d’improvvisare cartelli scritti a pennarello con improbabili “Riapriamo alle 3″), tanto che ci si poteva andare a comprare il gelato, le caramelle, i biglietti del bus ad ogni ora.
Mentre approfittavo dell’unico luogo pubblico, riscaldato, in cui avevo potuto sostare, ho guardato le tre anzianissime signore solitarie che si preparavano all’inizio della celebrazione. Un ultimo baluardo, mi sono sembrate, l’estrema resistenza, oggi che il prete non può più intimare i bambini a partecipare a tutti i momenti della Settimana Santa per poter fare la Prima Comunione, visto che sono a scuola.
“La morte dei piccoli centri” è stata per anni giudicata effetto dell’apertura dei centri commerciali. Ma ieri, nella mia ricerca vana di una tazzina di caffè, ho avuto l’impressione che fosse tutta colpa della comunità diventata stanca.
Stanca per il troppo lavoro, per la troppa scuola, stanca per l’età, stancata dalle priorità. E non so se la stanchezza sia liquida o gassosa.
Lasciando le signore alle loro celebrazioni, salutando quell’unico luogo che a suo modo mi aveva accolta viandante, calpestando i marciapiedi rotti, osservando le case abbandonate e decadenti (e appena dietro palazzi di fresca costruzione), mi sono accorta che forse l’avrei dovuto sospettare che qui il caffé non l’avrei mai trovato, il mercoledì pomeriggio alle 2.
Avevo un vecchio ricordo del paese X: di quando era il più efficiente ed energico nei paraggi, col supermarket aperto un pomeriggio a settimana in più degli altri e la sagra di paese più grande di tutti.
Ma questa è certo un’altra storia. Di quando forse istintivo si muoveva un senso altro del “dovere”… Forse ultima risorsa perché qualcosa si aggiusti?
Quando le api fanno pensare…
Una foto su Instagram che finisce su Facebook, un’amica che drizza le orecchie, un contatto fatto girare ed ecco che un’intervista tra Roma e Sacile prende vita.
Io ho fatto solo da anello di congiunzione
.
Non posso fare a meno di consigliarvi la lettura di questo bello scambio di domande e risposte che Rossella Di Bidino ha avuto con Alfredo Marson, apicultore sacilese già noto per le sue doti di insegnante, che dedica oggi il suo tempo alla cura delle sue api (e fa bellissime fotografie!).
Vi lascio qui un estratto, per invogliarvi alla lettura, perché credo che le parole del prof. Marson facciano un po’ pensare…
“Gli insetti in generale sono depositari anche della nostra storia, le cifre parlano chiaro 300 milioni di anni (primi insetti) contro duecentomila anni fa (homo sapiens) e se le sappiamo leggere le api hanno numerose cose da insegnarci. Innanzitutto sono una società dove il Noi è più importante dell’io.
La nostra invece è una società a perfetto egoismo.
Ogni singola ape vive in salute solo se all’interno del proprio nucleo familiare, da sola isolata muore dopo un paio di giorni. Tutte mirano al bene comune, tutte lavorano agli ordini dell’ape regina fintanto questa si dimostra efficiente e tale da garantire prosperità alla famiglia. Quando questa viene meno ai suoi compiti, le api operaie la sostituiscono senza pietà. Solo la nostra società mantiene in prosperità e per lunghissimi periodi i nostri politici corrotti, le nostre inefficenti “api regine” che vivono nell’opulenza sfrenata sulle spalle di noi “api operaie”.
Un altro ammirevole aspetto della vita delle api è la carriera lavorativa che intraprendono le api operaie dalla nascita alla morte. Partono dalla gavetta, puliscono le celle, alimentano le larve adulte e poi quelle giovani e la regina con la pappa reale, autoproducono la cera e realizzano straordinarie costruzioni geometriche.
Quando matura l’apparato difensivo diventano api guardiane, successivamente usciranno dalla casetta per raccogliere miele, polline, propoli, acqua, moriranno nell’adempimento del loro dovere talvolta su un fiore.
Una carriera lavorativa straordinaria che sicuramente stimola e arricchisce. La nostra carriera scolastica invece immobilizza gli alunni, li costringe seduti per 5, 6 ore al giorno li imbottisce di nozioni teoriche a scapito di quelle pratiche basate sul fare oramai dosate con il contagocce.[cont...]“
Riciclo, cemento e note a margine
Del CDR, ossia del Combustibile Derivato dai Rifiuti, avevo sentito parlare con l’inizio della lotta di Fanna contro il cementificio trasformato in inceneritore che da un anno brucia CDR-Q. Per cui nel leggere nell’ultimo numero del giornalino di Ambiente e Servizi, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti nel mio comune, che il secco non riciclabile che si produce qui viene spedito nei cementifici in Slovacchia mi ha fatto un po’ accapponare la pelle.
Sia chiaro: qui la raccolta differenziata si fa da anni, 15 almeno. E non è un caso se i comuni di queste zone rientrano tra i comuni più ricicloni d’Italia. Eppure quel secco non riciclabile c’è sempre, si fa chilometri per essere smaltito in Slovacchia.
Tanto di quello che succede in Slovacchia non sappiamo niente. Ce lo dimentichiamo persino come Stato.
Però quando le cose cominciano a riguardare il nostro territorio ecco che ci toccano eccome.
Il Ministro Clini ha emanato a fine dicembre un decreto per l’incenerimento di rifiuti nei cementifici per risolvere l’ennesima “emergenza” italiana: quanto di meglio per compensare al crollo del settore edile, quanto di meglio per far gironzolare un po’ di quattrini tra i magnati delle cemento che non sempre hanno la coscienza così limpida.
Nel frattempo però non mi sembra che per la riduzione dei rifiuti si sia fatto un granché: gli imballaggi negli anni non sono stati tutti ottimizzati al fine della raccolta differenziata e le amministrazioni pubbliche non sempre hanno agevolato il lavoro dei cittadini. Non si sarebbe potuta evitare questa “emergenza” se a Roma riciclare alle attuali condizioni non fosse praticamente impossibile?
Però questo non mette apposto la mia coscienza: anche dove si ricicla c’è del secco mandato a bruciare. Lontano, dove costa presumibilmente meno che qui (dove forse gli impianti idonei neppure ci sono…). E sempre più sarà necessario, perché le discariche, non di certo meno invasive della combustione, stanno finendo.
E allora ecco che forse una riforma strutturale in questo campo, che passasse attraverso teste economicamente disinteressate, sarebbe oggi molto, molto più urgente della riduzione del numero dei parlamentari o del ridimensionamento degli stipendi degli stessi.
Perché non sono i numeri a ricostruire la moralità politica. Oggi occorrono altre cose. Occorre dimostrare di riuscire a fare, dentro un processo che non ambisce a fare business sulla testa delle persone, come troppo abbiamo visto fino ad oggi. E questo passa attraverso una nuova etica industriale in primis.
Si può fare?
E’ indispensabile: perché non mi va di continuare a sapere che ciò che non riesco a riciclare finisce in Slovacchia, ma anche non mi va che finisca incenerito per mere questioni di interessi economici drogati dal finanziamento pubblico che diventano golosità per la malavita nostrana che col cemento è abitata a sguazzare.
(Che poi in linea teorica immagino siano tutti d’accordo, chissà perché però poi alla prova dei fatti viviamo in un eterno regime transitorio…)
Casa mia casa mia… #esplorazionichionsesi
Oggi per onorare una mattinata tra Centro per l’Impiego, Municipio, Azienda Sanitaria, sono andata a fare una micro passeggiatina attorno a Chions, il mio paesello che da qualche giorno mi ri-ospita in Friuli.
La pioggia di questi giorni ha come ogni anno fatto alzare il livello dell’acqua del canale Arcon, che, come dice il nome, ha una forma di arco che abbraccia il paese, e il risultato, complice il sole da una parte e le nuvole ancora nere dall’altra, le foglie argentate dei salici e quelle gialle degli alberi in versione autunnale è stato un bell’effetto che ho cercato di catturare con la macchina fotografica.
E’ stato anche un modo per riprendere contatto con orizzonti persi per 10 mesi di vista, salutare le vicine di casa, rieducare gli occhi.
Certo – mi si dirà – con tutte le cose importanti che andrebbero diffuse in questi giorni, con tutte le cose a cui pensare tu gironzoli a fare #esplorazionichionsesi.
Beh, un po’ alla volta. Un po’ alla volta si ricomincia a diffondere noiosità, ma intanto un po’ di sana rivalutazione del proprio paese quasi natale ci vuole.
Intanto…
Tutti gli scatti sono disponibili qui e sono stati fatti tra le ore 16.00 e le ore 17.00 cogliendo così la luce che andava verso il tramonto.

Riflessi su campo allagato, vista in direzione Via Saccon

Vista sui campi lato Villabiesa

Tramonto sull’Arcon, zona Villabiesa
P.S: queste foto sono state ritoccate il minimo, i colori erano proprio questi!!
Navigando nel patriarcato della luna
Capitano talvolta esempi concreti di Serendipità.
Uno di questi è stato senza ombra di dubbio il trovarsi tra le mani un pezzo ormai da collezione, ovvero “Il patriarcato della luna” di Carlo Sgorlon, un libro per forza in prestito (non si compra più…) e consigliatomi con cuore da parte di Rossella.
E aveva ragione. Sarà che da migrante si apprezzano di più certe sfumature, ma ecco che trovare in un libro di narrativa, che fu pubblicato da Mondadori e quindi diffuso su scala nazionale, addirittura citato Chions e l’Arcon, il paese dove sono cresciuta e il canale che ci corre attorno, beh, è stata una bella emozione.
Chi mai ci ha omaggiato così tanto?
Ma tutta la storia che Sgorlon ci racconta è un omaggio: è la narrazione di un Friuli magico che già all’epoca intravedeva divorato dalle lamiere dei capannoni, è il sogno di una terra talmente avanti da riconoscere l’innovazione come strumento di tutela e cura del territorio e della sua comunità e non come diabolica arma di consumismo e potere.
E’ l’idea dell’uomo che in un qualche modo supera il dualismo tra modernità e tradizione e riesce a guardare avanti, a migliorare la vita per tutti e non solo per se stesso, a pensare le città come organizzazioni che si tutelano e non che mirano all’autodistruzione attraverso lo smog e l’inquinamento.
In queste 300 pagine Bufalo Bill porta il suo circo ad Azzano Decimo e Lawrence d’Arabia s’innamora di una ragazza di Bannia e Udine diventa la prima città illuminata a corrente elettrica (cosa non del tutto falsa a dir il vero, come ho scoperto sbirciando in giro). Qui Morvàn anticipa i tempi e dimostra al magnate americano, convinto di poter trivellare il Patriarcato della Luna cercando petrolio, che la vera risorsa del Friuli è l’acqua. Ed è sempre grazie ad una visione ragionata che il riciclo e il riuso, tanto nel manifatturiero quanto nell’urbanistica, diventano il campo di ricerca su cui vale la pena investire.
Negli anni ancora marchiati dallo scandalo del vino al metanolo, Sgorlon riaffida proprio al vino la rappresentazione del patriarcato a lui tanto caro. Come aveva ragione, a guardare lo sviluppo delle cantine friulane di oggi!
C’è in queste pagine, lette con gli occhi di oggi, la prova che la lettura, la ricerca, la passione per gli scritti altrui che hanno sempre caratterizzato la vita di Carlo Sgorlon, possono diventare punti di partenza fondamentali per costruire una visione di sistema capace di guardare avanti.
“Gli uomini avevano accettato il sistema della grande menzogna, e così la povertà crescente era accuratamente dissimulata. Il modo giusto di vivere, per quanto sembrasse incredibile, era quello di tenere da conto e di riciclare ogni cosa. Il progresso era finito da un pezzo, se per progresso s’intendeva soltanto l’aumento del benessere, solo che gli uomini non se ne erano ancora avveduti.”
Ecco, sapere che racconti come questo spariscono dalla domanda del pubblico fino a sparire dai cataloghi delle case editrici, fino a consumarsi nelle biblioteche e poi neppure più in quelle, beh, fa un po’ male.
Perché è accorgersi che nel momento in cui le pubblicazioni svaniscono arrivano ad un punto in cui potrebbero anche non reincontrare mai un pubblico. Là dove le scuole non osano (seppure ricordo di aver affrontato con sofferenza Il vento nel vigneto alle scuole medie, salvo poi rivalutarlo dopo 20 anni), dove i territori non si fanno promotori del tenere vivi i racconti ecco sparire tutte quelle carte che al di là di tutto rappresentano momenti importanti per la storia culturale del Friuli (e dell’Italia) recenti.
Di Sgorlon avevo letto un po’ di cose l’anno scorso in occasione del concorso fotografico Lo Sguardo di Carlo organizzato dal Comune di Cassacco. Per recuperare i suoi libri avevo girovagato un po’ di librerie e poi avevo dovuto darmi alla biblioteca: ben poco infatti della sua grande produzione letteraria si trova ancora in commercio. (E forse è anche per questo che su Amazon uno dei suoi libri più belli, L’Armata dei fiumi perduti, è in vendita a 140,95 euro ed altri si trovano, in copie usate, a 80 euro e più.)
Ed ecco, è vero che forse di chi tanto scrive non tutto si salva. Ma saper riconoscere che qualcosa vale eccome è necessario.
Così forse sarà anche solo la consolazione che richiede la distanza, ma se fossi sindaco del Comune di Chions, di Azzano Decimo, di Fiume Veneto, farei una colletta e ne combinerei almeno un ebook. Alla memoria di chi tanto ha amato le proprie origini da renderle note all’Italia. Che Bufalo Bill chissà quando lo faranno tornare…
Colfondo e l’etica nel piatto e un segno
Ebbene si, questo è un post pubblicitario: ma a fin di bene.
L’8 Giugno a Noventa di Piave (Ve) nella suggestiva cornice di Villa Bortoluzzi (e quindi più precisamente a S. Teresina) a partire dalle ore 17.00 si terrà l’evento “Colfondo e l’etica nel piatto”
Momento clou dell’evento la sera, che ci auguriamo stellata, con la degustazione di “piatti etici” preparati sul posto da 8 cuochi e abbinati a vini colfondo: il pubblico e una giuria tecnica avranno la possibilità di esprimere il proprio gradimento del piatto maggiormente apprezzato.
L’evento è organizzato con la collaborazione di diverse realtà e associazioni del settore del wine & food.
Visti i drammatici fatti che stanno scuotendo tutt’ora l’Emilia Romagna i produttori di prosecco presenti all’evento metteranno all’asta delle bottiglie per una raccolta fondi da devolvere ai territori colpiti dal terremoto.
Ecco, per tutta una serie di ragioni tendo a prendere con le pinze le raccolte fondi per le disgrazie, però in questo caso mi sento invece di promuovere l’iniziativa sia per il luogo in cui si svolge, visto che è da li che il 50% del mio DNA ha origine, sia perché di almeno uno dei produttori che si stanno mettendo in gioco ho piena fiducia e saprà indirizzare bene i fondi raccolti.
Per maggiori informazioni sulla location dell’evento: http://colfondo.eventbrite.com/
Inoltre qui potete contribuire alla pubblicizzazione dell’evento tramite Facebook! (E tempestare di domande i promotori
)
In situazioni come queste occorre tenere alto il lavoro, il valore del lavoro, la qualità delle cose che facciamo. E penso che questo sia un contributo buono, come il prosecco in degustazione e all’asta
!


