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Vagabondaggi e paesaggi: le risaie

Questa settimana ho fatto un giretto a Vercelli e -meraviglia!- ho beccato le risaie allagate :) .

Stava tra l’altro tramontando il sole e l’effetto è stato ancor più d’impatto: pareva di attraversare un’alluvione geolocalizzata.

Certo, le risaie saranno portatrici di un sacco di zanzare, ma sono un pezzo di “cronaca familiare” ad ampio raggio: quante ragazze venete finirono infatti col diventare mondine stagionali nel secolo scorso?

Anche tra il mio parentado vi son racconti a tal proposito.

Poi, girovagando per Vercelli mi è caduto l’occhio su una targa appesa nella piazza del Municipio che non ha potuto far a meno di attirare la mia attenzione: è a memoria del 1° giugno del 1906 data in cui venne firmato l’accordo che portò a 8 ore l’orario di lavoro delle mondine.

Fu un evento possibile grazie alla lotta di quelle donne e devo dire che mi ha commosso un pochettino. Di quell’eredità cos’abbiamo permesso che arrivasse fino a noi? Di quello spirito che ne abbiamo fatto? In 106 anni cos’è cambiato?

Tra un girovagare e l’altro mi sono poi imbattuta nel Museo Leone, un bel palazzo che conserva numerosi reperti della storia locale, dai tempi antichi fino ai più recenti.

Così mi son soffermata a leggere che l‘allagamento delle risaie nel 1859 fu addirittura usato come arma di difesa durante la guerra con gli austriaci, visto che di fatto ne impedirono l’avanzata. All’epoca era appena stato ultimato il Canale Cavour, che doveva servire ad aumentare la fertilità delle terre novaresi e vercellesi per la produzione del riso.

Sarà forse un sintomo della vecchiaia, ma leggere degli investimenti che venivano un tempo fatti nel settore agricolo, a fronte della scarsa considerazione che gode nel mondo culturale/politico odierno, beh, fa pensare parecchio.

Peccato però che a Vercelli non ci sia un Riso Point, dove poter comprare riso a volontà di ogni sorta e produzione! Mentre è assai facile scovare dolci tipici e deliziose pasticcerie, ben più arduo è trovare la promozione del prodotto tipico.

Oh, ma cavoli, dimenticavo! Siamo nell’epoca dell’innovazione e queste cose non si usano più! Adesso controllo, magari il riso lo trovo in una nuovissima e bellissima applicazione per iPhone!!

aprile 20 , 2012 at 6:26 pm Lascia un commento

La polenta, social per definizione

Ci mancava solo questa! Provare a fare la polenta a Roma. La farina era lì, bella gialla, ultimo baluardo del pacco da social taster inviatomi da Elena, la pentola non era forse la più adatta, ma non mi pareva poi una scusa plausibile, il tempo c’era.

E fu così che munita di mestolo, acqua sale a farina del Mulino Tuzzi mi sono messa all’opera: quante ne ho girate di polente da mamma? Che sarà mai farne una da zero?

Invece no, non è mica uno scherzo! Perché la polenta si mangia in tanti posti, ma in ognuno in un modo diverso. Ho fatto una social indagine prima e durante il mescolare e c’è chi ci mette il dado (a Carrara), chi il formaggio (in Lombardia), chi l’olio, chi la panna. Ogni regione interpreta la cottura della polenta alla sua maniera.

A Roma le massaie durante i giorni della neve si urlavano da cortile in cortile: “Ecco, con la neve tocca fare la polenta!” e ancora non ho capito se la fanno solo una volta ogni 30 anni.

Per non parlare poi della consistenza! “Deve scivolare sul piatto” “deve mescolarsi alle cose” “deve…”

E qual è la proporzione tra acqua e farina? “Dipende dalla macina”, “a caso”, “1 litro d’acqua 300gr di farina…”

E del tempo di cottura che dire? “Ti passo io la ricetta per farla nella pentola a pressione!” “40 minuti!” “50 minuti!” “finché non fa le bolle”. E avanti così.

Insomma devo dire che il social polentare tra Facebook e Twitter mi ha fatto scoprire un mondo alquanto variegato di vite create a son di mais.

Così alla fine mi sono ritrovata a fare la polenta come l’ho sempre vista fare dalla mia mamma e alla fine là dove non è arrivato il sale che ho messo in quantità troppo scarsa, è arrivato il sughetto preparato per accompagnarla…

Certo, la polenta non è una cosa che si prepara per sé, ma in questo caso dovevo pur fare delle prove prima di avvel… ehm, stupire gli ospiti…

La polenta è social per definizione, è festa di compagnia, è tempi lunghi presi per se e la cucina, pensieri lenti, tra il mestolo e il fuoco, lenti come il tempo necessario poi a disincrostare la pentola bruciacchiata.

E’ forse il simbolo supremo dell’adattarsi: si rallegra per un sugo alla carne e apprezza il radicchio stufato, festeggia se le affianchi una fettina di pitina e non rifiuta la compagnia delle verze e patate. E non è un caso che a nord est avesse in passato più gloria del pane e fosse buona pure per la colazione, nel latte caldo e via, si va al lavoro.

Così la mia prima polenta imperfetta sapeva comunque di casa e di nord est e mangiandola la domenica ancora morbida e poi pure il lunedì e martedì, abbrustolita nel forno sapeva di Friuli e di sopravvivenza, di tradizioni e tempi andati e di memorie lunghe fin dai tempi della miseria che abitua ad ogni cosa e che in Friuli non è poi storia tanto lontana.

Ho sentito talvolta anziane di varie regioni tirar fuori un piatto che la sposa deve saper fare per potersi sposare. Del Friuli non ho mai saputo vi fosse un piatto da saper fare. Ma adesso a pensarci bene sospetto che silenziosa, come tante cose delle mie parti, sia la Polenta l’alleata di tutte le spose: che se sai fare la polenta sai portarti dietro un gioiello di tradizioni, sensi e storia. Un saper sopravvivere che parte dalla base e tutto abbraccia e che come biglietto da visita è una garanzia.

Beh, la mia esperienza da #socialtaster devo dire che è stata veramente affascinante. Sarà la lontananza da casa, sarà il senso necessario dell’evocare, ma questo mangiare e bere friulano mi è piaciuto ancor di più che se fossi stata a Pordenone :) !

Mille mila grazie a Elena per questa bella esperienza! W i #socialtaster !!

P.S: E in programma ci sono pure dei biscotti con la farina di mais!! A naso qualche ricetta tipica ad hoc la dovrei recuperare :)

aprile 4 , 2012 at 12:44 pm 1 commento

Che cosa sono la politica e la partecipazione?

Ci penso da anni, a che cos’è la politica e che cosa significa partecipare.

A cosa vuol dire “fare politica” in Italia, a cosa significa essere parte del Paese. Beh, almeno un po’ significa tenerlo in piedi in modo sano.

Ho seguito in questi anni movimenti di ogni tipo: dai comitati ambientali a quelli pacifisti, dagli studenti alle battaglie sindacali, dai movimenti referendari per la 194 a quelli per l’acqua pubblica, spesso sapendo di vedere tante battaglie (tutte?) sconfitte.

Quante persone ho incontrato in questi anni? Quante riflessioni sui metodi di lotta, sul perché delle lotte? Negli anni ho visto persone costrette a riprendere i libri in mano per cercare di capire temi che non gli erano mai toccati: “Cosa succede se mi mettono l’inceneritore vicino a casa?” “Ma cosa succede alla scuola di mio figlio che perde il tempo pieno?” Problemi dei singoli forse, che hanno valore collettivo.

E allo stesso modo ho incontrato persone qualificate, riconosciute nel proprio percorso professionale, prendere una parte e contribuire pragmaticamente all’elaborazione di un ragionamento: docenti universitari, ricercatori, medici, etc etc

Tutta questa fatica culturale non è tale da essere di massa. Ma esiste. E attorno ad essa, magari spesso semplificata, qualche massa si muove prima ancora che attorno al bisogno di un difendere il proprio giardino: la Val di Susa è oggi forse il frutto massimo di tutto questo partecipare ed essere parte del Paese e la solidarietà in tante città d’Italia, in forme diverse, che si sta muovendo in queste ore ne è la prova.

Perché la gente della Val di Susa non solo ci racconta di un territorio che vuole preservato, ma anche di un popolo che non si fida più del proprio sistema di Paese. Leggevo in questi mesi che dal lato lato del traforo non ci sono state tutti questi problemi. Com’è che in Italia si?

L’Italia ha visto milioni di euro buttati per progetti sul Ponte dello Stretto buttati. Ha visto autostrade “essenziali” mai terminate. Ha sotto gli occhi, da ogni parte del Paese, opere pubbliche su cui si sono riversati interessi speculativi ben più pesanti degli interessi collettivi.

Dov’è il patto che tutela le genti locali (e non solo) in un dibattito che comunque ha anche molti economisti a dubitare l’economicità della TAV? Non solo non c’è, ma sfido chiunque a dirmi che esiste oggi un Italia capace di garantire i grandi appalti liberi dalle infiltrazioni mafiose. Tanto più quando in palio ci sono capitali europei molto golosi.

Certo, poi si può o non si può condividere qualche forma di protesta (a me non è mai piaciuto Pannella con i suoi scioperi della fame, certo è che la protesta/minaccia è stata talmente legittimata dai media in questi anni da risultare “conveniente”. E di questo siamo tutti colpevoli se ci poniamo all’ascolto delle questioni solo in condizioni di tragedie), ma fermarsi li è negare il problema.

Così mi chiedo se chi punta il dito contro chi dice no alla TAV è sul serio convinto di contribuire allo sviluppo del Paese. Bastano in condizioni come queste 4 numeri a risolvere la situazione? No.

Perché al di sopra di ogni questione ideologica c’è in ballo, in questo momento delicatissimo per la democrazia in Italia, molto di più di una ferrovia: a son di tralasciare pezzi delle istanze di questo nostro essere paese da ogni parte non vorrei vedere i pezzi di queste istanze tralasciare il nostro essere paese.

E senza partecipazione muore la politica, quando vuole essere democratica.

(E non mi si venga a dire che occorre accettare di essere stati sconfitti e che chi governa decide e il popolo deve accettare: adottare i modelli della democrazia ideale in un sistema di compromesso è un po’ un parlare farlocco che non si usa dai tempi del dopoguerra. Tanto più col Governo che abbiamo adesso. Che tutto è tranne che un buon esempio di Democrazia.)

febbraio 27 , 2012 at 10:08 pm 2 commenti

Re-Cycle al Maxxi

A quattro passi da piazza Mancini a Roma c’è il Maxxi. Un bel posto che si migliora nel tempo e che fino al 29 aprile ospita la mostra Re-Cycle, un lavoro che raccoglie alcuni esempi di riciclo in campo architettonico eseguiti in varie città europee.

Io di architettura non ne capisco un granché, ma l’impatto visivo di quest’esposizione educa gli occhi meglio di tanti libri. E costringe a fare i conti con un territorio che non possiamo riempire per sempre pensando che ciò che lasciamo vuoto si salverà da se.

A fare perfetta compagnia a Re-Cycle è esposta al Maxxi a mostra permanent error di Pieter Hugo, artista che ha esplorato le baraccopoli del Ghana, dove montagne di rifiuti elettronici vengono ogni giorno smontati, bruciati, indagati per trarne rame ed altri materiali che i ragazzi scambiano per vivere. Foto impressionanti direi, perchè ogni qual volta pigiamo i tasti del nostro pc, parliamo al telefono, scattiamo una fotografia, tendiamo a dimenticare la responsabilità e le conseguenze dei nostri gesti. Talvolta ignorando, talvolta non potendo ignorare, dove le cose finiscono dopo un po’ (pannelli fotovoltaici compresi…).

L’ingresso al Maxxi costa 8 euro, ma con una tessera da 50 ci si entra gratis tutto l’anno. All’esterno ci sono installazioni a tema con le mostre all’interno e tanto spazio per farci scorrazzare bambini e pattini.

Inoltre è disponibile un app sull’Applestore, ma sinceramente non vale un granché…

febbraio 24 , 2012 at 4:43 pm Lascia un commento

Correva l’anno

In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.

Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)

Gennaio

Mario Bettoli e Cesare Marzona Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.

Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…

Febbraio

gruppo Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.

L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)

Marzo

discorso di pericle Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.

In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).

Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…

Aprile

Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.

Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.

Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.

Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…

Maggio

la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.

Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.

A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.

Giugno

acquaIl 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.

Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…

Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…

I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno rossi_floris_tabacciparticolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)

Luglio

Posta di TopolòA luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.

In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.

Agosto

palcoBeh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.

Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.

La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.

Settembre

quasi quarto statoIl 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.

La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.

ferrucci e Tiziano scarpaBaumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari :) eh!

Ottobre

Hossam el HamalawyDal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.

E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a tendePiazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.

Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).

Novembre

Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.


A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.

fazzoletti a casa

I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.

Dicembre

interventi 2Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.

Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.

ricordando zanzottoA Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…

Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio

E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.

 

dicembre 23 , 2011 at 3:59 pm Lascia un commento

E adesso che si fa?

Questa mattina, compiendo l’odiosissimo gesto di andare a buttare la plastica nel cassonetto del riciclo, ho trovato questa cosa qui: un sacchetto di cose plasticose che ostruiva uno dei due buchi per la plastica.

Ebbene, non biasimo chi ha fatto questa cosa: perché il sistema di gestione dei rifiuti a Pordenone è esasperante oltre che pericoloso.

Così, all’alba di una nuova era, dopo le dimissioni di Berlusconi di ieri sera, mi sono resa conto cosa significa essersi fissati per anni a seguire storielle politiche senza senso. Alla fin fine si è creata una rappresentazione delle cose importanti che non sta né in cielo né in terra.

Ad esempio, la raccolta differenziata a Pordenone si fa quindi in mondo ridicolo alla stessa maniera di 3 anni fa. Doveva essere una fase di test. Ma quando finirà?

Riusare i cassonetti dei tempi in cui le cose riciclabili erano solo i flaconi dell’ammorbidente e le bottiglie della plastica fa si che oggi i cassonetti siano del tutto inadeguati per tutto il resto delle cose. Mi sono già tagliata una volta buttando una lattina di pelati: quante altre volte dovrà capitare? E poi occorre stare lì, a bordo strada, fintanto che non si sono completate tutte le operazioni di smaltimento. Sapere che chi abita solo pochi metri più in centro usa comodi sacchetti multicontenuto è ancor più fastidioso, ma peggio ancora è sapere che nei comuni limitrofi si fa il porta a porta ordinato come si deve. Già, perchè quando c’è il temporale anche i sacchetti azzurri del centro, beh, non sono certo un bel vedere: svolazzano e si rompono. Blea.

“Forse questo sistema è comodo per gli anziani” penserà qualcuno. Invece oggi un ottuagenario che ha assistito al compiere del mio riciclaggio, tutto preoccupato mi ha chiesto se mi serviva una mano: sintomo che no, non è affatto un’attività considerata semplice.

Provate poi a pensare cosa succede quando piove: mica si va a buttare sta roba sotto la pioggia… tocca tenersela lì. E quando si sta male? Per non parlare poi dell’orrore dei cassonetti in giro per la città che raccolgono come calamite i rifiuti ingombranti che la gente d’istinto lascia lì intorno.

Ma se adesso siamo sul serio in una nuova era… Pedrotti farà almeno mettere dei bidoni con un più igenico pedale?

novembre 13 , 2011 at 8:43 pm 12 commenti

La stazione di Topolò

Posta di TopolòSabato ho fatto un salto a Topolò. Me ne avevano parlato, anni e anni fa, di questo paese a filo di confine, che è ancora Italia, ma potrebbe benissimo stare in Slovenia. Topolò-Topolove dice il cartello all’ingresso.

E fino a sabato prossimo resta aperta la Stazione di Topolò, la Postaja, e ci puoi trovare musicisti, artisti, lettori, parolai in tante lingue. Ci puoi trovare i ćevapčići, l’ajvar, le pesche nel vino e il fresco che solo il bosco sa.

Topolò è un paese molto piccolo, adesso conta 29 abitanti, un tempo erano 300 o poco più. Negli anni, da quando c’è la stazione, le case sono state risistemate e ci si può anche andare a fare le vacanze. Non c’è pericolo di traffico perchè non ci passano le macchine. E neppure in bicicletta ti puoi muovere per Topolò.

pubblicoTi ci puoi solo perdere a piedi, osservarne le luci, cercare gli spettacoli che ti piacciono di più (sabato un otteto di voci maschili, canti in sloveno, friulano, resiano poi la Piccola Officina di teatro di Napoli e Fabio Fornasari che cerca di definire i luoghi e il concerto di una banda di ragazzi un po’ improvvisata di musica klezmer diretto da Davide Casali) e cercare tra una parete e l’altra i segni dei 15 anni passati a ridare vita a uno spazio.

Poi tutt’intorno c’è il bosco dove poter passeggiare.

Non so perchè mi han colpito tanto le viti un po’ ovunque, ogni casa una vite dal tronco vecchio e intorno piccole vigne per farci piccolissime botti di vino, e qualche albero di susine ancora verdi.

E’ proprio un bel posto, dove vale la pena farci un giretto, dove vale la pena venire da lontano e farci un giretto, affrontare quei due chilometri di curva di montagna (che se ci penso io non li saprei fare), parcheggiare e girovagare aspettando che “verso sera”, “dopo il tramonto”, nella notte, qualcosa accada.
tramonti da topolo

luglio 11 , 2011 at 7:34 am 3 commenti

L’Atap e l’arte del rigirar quattrini

Le analisi di Giuseppe Ragogna, vicedirettore del Messaggero Veneto, sono sempre più spesso ricche di spunti interessanti. Ma in fondo un “bravo” giornalista non sente il vento ben prima che arrivi la bufera? Questo rende doppiamente interessanti le sue osservazioni.

Oggi ad esempio affronta la questione del bilancio dell’Atap. La faccenda non è nuova e ci avevano provato persino gli studenti medi l’anno scorso a portarla alla luce del sole.

(Premessa per gli avventori di questo post extra pordenonesi: l’Atap è l’azienda pubblica provinciale di trasporto urbano. Soci di questa società sono i comuni della provincia e la Provincia stessa. Se non erro è l’unica azienda di trasporti ancora a maggioranza pubblica della Regione, una conquista di fine anni ’70… ma qui occorrerebbero i racconti scritti dei protagonisti.)

Devo dire che è solo grazie a quest’articolo che comprendo bene certi mormori percepiti sul tema. Quando si affrontano temi che coinvolgono interessi diffusi è spesso difficile che questi temi vengano resi pubblici, in maniera semplice, in modo da essere capiti e discussi seriamente da tutti. E per fortuna che qui si parla di corriere. Pensiamo cosa accade per settori ben più complessi…

Ma riassumiamo i fatti, così come ce li spiega Ragogna: durante l’ultima assemblea dei soci l’Atap ha deciso che i 5 milioni e mezzo di utili incassati per il 2010 verranno tutti redistribuiti tra i soci stessi, ossia i Comuni. Bene, come lo stesso Ragogna spiega, e così come ho studiato anch’io, ridividere tutto senza reinvestire nella propria impresa è da folli. Tanto più quanto è sì vero che il bilancio è in attivo, ma 2/3 delle entrate (a detta di Ragogna, e non credo si sbagli di troppo) derivano da contributi pubblici regionali.

Ma, dicono in questi casi i comuni, trovando consenso pure tra i loro cittadini, le casse delle amministrazioni locali piangono e vanno rimpolpate! Beh, così non si fa in ogni caso. Non è reato, ma… E’ da folli ignoranti delle regole basi dell’economia e dei bilanci. (E’ infatti come dire: io dirigo un’azienda che va così così. Quest’anno fa mille euro di attivo. Siccome mia moglie si deve comprare la macchina nuova me li intasco io. E me ne frego se l’anno prossimo dovrò chiudere perché non ho previsto reinvestimenti per modificare il design dei miei prodotti che sicuramente andranno fuori mercato. [Spero l'esempio sia calzante, anche se penso che per quanto riguarda i comuni la questione sia ancora più complessa e intricata].)

La cosa che ha destato ancor più scandolo è stato il premio di produzione sul 2009 che gli amministratori si sono concessi: 30 mila euro da dividersi in 5. Costoro sono messi lì secondo nomina politica e per il loro operato (che altro non è che qualche riunioncina decisionale ogni tanto) ricevono già un gettone di presenza superiore al mio CUD 2010.

Ora, avendo speso io in questi anni qualche migliaio di euro per dedicarmi agli studi economici mi vorrei permettere di dire che tutta questa è un’autentica follia. E non perché mi indigno degli stipendi che costoro assumono in tempi di crisi. Ma mi indigno per la provenienza di questi denari: sono essi effettivamente utili? Ad occhio direi di no. Gira e rigira sono i fondi che la regione ti ha dato per tenere in piedi la baracca e ciò che il “bravo” amministratore ha fatto è stato… risparmiarli. Per poi intascarli in minima parte e in altra parte rigirarli ai comuni. Ora: c’è un problemino. Se le cose stanno così io Regione l’anno prossimo ti taglio di 10 milioni di euro i finanziamenti e poi ne riparliamo (magari non lo fa perché è connivente col sistema, ma questa è un’altra storia). E io cittadino che pago l’autobus mi posso anche chiedere se valga la pena pagare l’autobus visto che non sto pagando un servizio, ma sto contribuendo ad un paradosso.

Se avesse senso il ruolo dell’Atap come sistema di “rigiro” di fondi pubblici allora non avrebbero neppure senso quei 55 mila euro che il comune di Pordenone ha fin’ora pagato ogni anno per l’affitto del Deposito Giordani. “Tanto è roba nostra” dovrebbe dire il comune essendo socio Atap. Invece siccome i bilanci e le società hanno le loro regole si fa così. Punto. Fine. Non è compito dell’Atap pagare gli asili. Compito dell’Atap è fornire il trasporto pubblico. Fatto bene. Fare in modo che possa crescere, ottimizzarlo. Fine. Certo ogni azienda ha il compito di remunerare i soci portatori di capitali propri (ma quanto “propri” sono quelli dei comuni che verrebbero comunque remunerati con il servizio?), ma in parte, se si può, fatti bene i conti. Perché i soci sanno che prima di tutto bisogna prendere le decisioni giuste affinché la propria impresa viva il più a lungo possibile.

Tra l’altro adesso i comuni stanno analizzando la proposta di modifica dello statuto dell’Atap per permetterle di gestire anche i rifiuti, oltre al trasporto pubblico. Perché sui rifiuti si mangia ancor meglio che sui trasporti.

E non importa se si lamentano gli autisti e si lamentano gli utenti dell’Atap per così come funziona ora.

In fondo già vent’anni fa sui sedili della corriera i ragazzi scrivevano “Atap: andate tutti a piedi”. Anno dopo anno sembra che questo anagramma cominci a materializzarsi sempre più velocemente…

Poi ci starebbe bene un’analisi politica “seria”: che crisi sociale, culturale, di pensiero c’è in una mandria provinciale di amministratori pubblici che vedono le imprese locali fallire, chiudere, incartarsi su sè stesse, che percepiscono, almeno per sentito dire, che occorre “innovare” sennò si affonda, che hanno a disposizione una bella sommetta per essere esempi positivi di laboratori di processo di innovazione e poi, invece di sfruttare ciò che hanno compiono gli stessi errori che ci hanno portato allo stato di cose presenti?

Nota: sempre il Messaggero di oggi riporta la notizia di una donna della Costa d’Avorio, di 73 anni, arrivata a Tiezzo per stare vicina al figlio. Ha frequentato i corsi di italiano a Torre e vorrebbe continuare, i corsi sono gratis, ma l’abbonamento del bus no (credo siano 30 euro al mese) e adesso il figlio è in cassa integrazione. Quanto sono i casi come questi, tenendo conto di quanto viaggiano vuoti i bus?

P.S.: E’ in corso nel pordenonese una super inchiesta per un concorso pubblico per una graduatoria per vigili urbani. Sembra siano stati favoriti due nomi, amici/parenti di commissari, vigili, di vari comuni. Ora, io sono una grande grandissima dietrologa. Ma qui qualcosa sta scricchiolando. (E non sto dicendo che stiamo perdendo correttezza e onestà, ma che sta scricchiolando il rapporto di equilibri che permetteva che tutto fosse tollerato e possibile: staremo a vedere…)

…il vento prima della bufera?

luglio 2 , 2011 at 12:07 pm Lascia un commento

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