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Libere sempre
Avevamo tutti più o meno vent’anni, l’età in cui, normalmente, ci si innamora
Marisa Ombra, classe 1925, è tra i vicepresidenti nazionali dell’Anpi. E l’Anpi, per chi non lo sapesse, è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Ma si possono iscrivere tutti, anche i giovani. Anzi, ci sono sempre più giovani che si avvicendano a chi ormai non c’è più: si paga una tessera che non concede sconti di sorta alcuna, anzi.
“Libere sempre”, ed. Einaudi, è un libricino sottile, semplice, da leggere veloci veloci, è di una bellezza e di un’emozione grande.
Perché tratteggia il senso di un tempo, quello della Resistenza, ma non solo.
Lo spiega, lasciandoci le parole per spiegarlo.
Non c’era proporzione fra la mia piccolissima vita e l’immane disastro che stava avvenendo là fuori. Ecco una ragione per vivere. Era lì davanti a me, intorno a me. Era il mondo. Era il mio tempo. Erano i luoghi e le persone con cui avevo a che fare. Era il mio presente. La mia vita. Non potevo essere indifferente, starne fuori. Dovevo fare qualcosa.
Ecco, Marisa Ombra scrive così per spiegare a una quattordicenne di oggi le ragioni che la spinsero a lavorare per la Resistenza.
E sarebbe bello che tante e tanti quattordicenni provassero a leggere queste 96 pagine adesso che il 25 aprile si avvicina e poi facessero la prova del 9, provassero a mettere il naso nelle celebrazioni del 25 aprile in giro per l’Italia,per inseguire lo stendardo dell’Anpi, fermarsi a parlare al bar, a celebrazione finita, con gli oratori di turno, con gli anziani e i loro figli.
Ecco, sarebbe un bel riconnettersi tra tempi e generazioni messe con troppa forza in contrapposizione fra loro.
Poi è una cosa che riempie il cuore tantissimo. Perché le esperienze del passato permettono di leggere i tempi di oggi, in maniera fortissima.
Ho imparato presto che le rotture non sempre separano nettamente e definitivamente un tempi dall’altro. Il tempo passato tende a resistere, le rotture tendono a ricomporsi. Le trasgressioni possono essere messe tra parentesi. Ne stiamo facendo esperienza, mi pare, proprio in questi anni.
Io non sono più una ragazzina di 14 anni. Anzi, ho avuto la fortuna di vivere l’infanzia in un periodo in cui a scuola s’imparava a cantare Bella ciao per poterla poi ricantare durante le celebrazioni del caso. Ed era una cosa normale anche in un paesino democristiano come quello in cui sono cresciuta.
Ma oggi che le cose si sono un pochino ribaltate, che la normalità che rappresenta la storia democratica del nostro Paese si travisa e attacca di giorno in giorno, teniamoceli stretti questi testamenti di parole e di vite. Sforzi e regali che possiamo leggere e cercare di ascoltare in giro ancora per poco. E che ci suggeriscono di continuo di tenere alta la testa, di non lasciarsi vincere dall’indifferenza, dalle banalità del nostro quotidiano.
Chiunque, consapevolmente o no, aspira a vivere libero.
Non aspettiamo di aver bisogno di una nuova festa della Liberazione per rendercene conto.
P.S.: C’è poi una parte in questo libro che non riesco a fare mia, dove, così come fanno tante donne oggi, l’autrice guarda con occhio critico alle ragazze di oggi e al loro rapporto col corpo. Questo forse non tutto condivido. Ma sarebbe un’altra lunga storia.
Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani
Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)
Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.
E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.
Così, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.
Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.
E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)
In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.
E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.
Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.
Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.
E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.
Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.
Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.
Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)
Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.
E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.
Correva l’anno
In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.
Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)
Gennaio
Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.
Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…
Febbraio
Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.
L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)
Marzo
Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.
In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).
Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…
Aprile
Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.
Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.
Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.
Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…
Maggio
la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.
Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.
A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.
Giugno
Il 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.
Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…
Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta
contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…
I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno
particolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)
Luglio
A luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.
In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.
Agosto
Beh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.
Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.
La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.
Settembre
Il 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.
La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.
Baumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari
eh!
Ottobre
Dal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.
E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a
Piazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.
Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).
Novembre
Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.
A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.
I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.
Dicembre
Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.
Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.
A Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…
Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio
E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.
Ricordando Franco Martelli
Oggi, 27 novembre, è l’anniversario della fucilazione di Franco Martelli, medagaglia d’oro alla Resistenza. Ieri lo abbiamo ricordato con una cerimonia organizzata dall’ANPI di Pordenone all’ex caserma di via Montereale che porta il suo nome.
Lì a maggio è stato inaugurato un monumento per ricordare lui e i 10 martiri, partigiani di pianura fucilati dai fascisti, e quel luogo è stato dichiarato “sacro”. Sacro in virtù della memoria che ha addosso, ovviamente.
Tengo molto a quel luogo perché da ben prima che cominciassero i progetti per il monumento avevamo preso l’abitudine di andare lì per il 25 aprile, quando l’erba era ancora alta, i muri trascurati. E vederlo affermato come posto di memoria collettiva, dopo anni, beh, è l’unica conquista materiale di cui sono stata partecipe in tutti questi anni di manifestazioni. E’ una cosa piccola, ma per me importante. Il monumento tra l’altro è stato progettato dall’architetto Rossi, partigiano. Ha ricordato Mario Bettoli che non è una cosa da poco. Perché l’effetto è una rappresentazione di doppia memoria: marmo che condensa un periodo, sensazioni, condizioni, nel mondo in cui sono state vissute da uno dei protagonisti del tempo.
Ieri c’erano le solite autorità, ma sopratutto c’è stato l’intervento di Paola Dal Din, partigiana di Udine. Aveva al petto 2 medaglie d’oro: la sua e quella del fratello, ucciso in guerra.
Ad una signora che si stupiva dello spirito ancora battagliero, della forza delle parole della Dal Din, Mario Bettoli ha sussurrato: ”Quelli che hanno fatto la Resistenza li troverai sempre così, sempre forti. Con tanta rabbia, sempre“. E ho pensato a quanto scarsi siamo noi, quando saltiamo le celebrazioni pensando che tanto ci andranno gli altri, che tanto non ci servono, che tanto non sono importanti. (Dov’erano quelli della mia età? No, non dico chi di solito c’è e so che era al lavoro… penso a tutti gli altri: di cosa si stanno nutrendo mentre pensano di star costruendo l’Italia post berlusconiana? Da cosa partono?)
Invece è come raccogliere gocce che valgono ognuna senza misura: ascoltare i partigiani, i deportati, guardarli negli occhi è una specie di cura, una sorta di concime culturale. Ed ogni volta serve. Si, serve.
Durante la celebrazione Sigfrido Cescut ha anche ricordato le lettere di Franco Martelli scritte durante la prigionia e ha lanciato un appello affinché l’ANPI assieme alle altre associazioni partigiane, proponga a Einaudi Editore di inserirle in una prossima riedizione delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana“, visto che al momento mancano.
Sarebbe bello. Sarebbe come dire che ci siamo presi cura un pochino della memoria e che continuiamo a farlo. A ricercarla, ad ascoltarla.
E se sabato eravate troppo impegnati, beh, potete recuperare. Martedì 29 novembre, alle 20.30 presso la sala della Biblioteca Pubblica di Pordenone intitolata a Teresina Degan (colei che disse no all’espulsione di Pasolini dal PCI) ci sarà la presentazione del libro “Luogo della memoria. Ricordare per vivere” di Sigfrido Cescut e Pietro Angelillo.
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
Ieri a pranzo mia madre mi ha detto che una volta non era così: una volta si tendevano le orecchie verso le cose che succedevano nel mondo e ci si indignava, si scendeva in piazza, si portava solidarietà. Una volta penso intendesse trentanni fa. Non un’epoca.
Dal 19 Novembre piazza Tahir, a Il Cairo, in Egitto, brucia. Ormai 20 i morti e 1500 i feriti, ma i numeri crescono di ora in ora. E sono tutti ragazzi, studenti, giovani lavoratori. Certo, oggi non muoviamo il sedere neppure sapendo del massacro in Siria che va avanti da mesi.
Ma mica per par condicio adesso non si deve fare proprio niente? Sarà anche che a Ferrara li ho ascoltati dal vivo un pochi dei ragazzi della Rivoluzione egiziana. Sarà che ne ho sentite le corde, e percepita la domanda di solidarietà e sostegno. Lo avevano annunciato che la resistenza non era finita. Che i militari al potere non erano una conquista. Che ci sarebbero voluti anni, tempo. E che il paese continuava con gli scioperi. Lo dicevano che non era tutto sistemato.
E hanno continuato a dirlo. Ma noi troppo occupati a guardare alla nostra politica interna, preoccupati dallo spread e dai nostri portafogli, dai nostri denari, dai dibattiti sulla caduta di Berlusconi, beh, abbiamo creato audience attorno ad altro.
Oggi però, davanti ai morti, davanti alla prova che le rivoluzioni non sono solo fiori come ci volevano raccontare i nostri media, come si fa a non dire, a non fare, a non parlare?
Come fa il PD a preoccuparsi delle poltrone nei sottosegretariati? Come fanno i partiti della sinistra, da Rifondazione a Sel a preoccuparsi delle prossime elezioni, dei loro attuali congressi, delle mozioni?
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
E mentre sto qui seduta su questa scrivania, vorrei leggere da qualche parte di CGIL-CISL-UIL che chiamano allo sciopero generale, almeno per un’ora. Che la gente massacrata in nome della democrazia e della libertà non vale di meno in virtù della nazionalità che ha addosso.
Perché l’Egitto sta qui. Vicinissimo. A due passi dalla Libia che abbiamo contribuito a bombardare. E mi domando cosa costa dire ai militari egiziani di smetterla. Cosa costa togliere l’appoggio a quella roba lì. Cosa costa lanciare un appello di solidarietà, almeno.
Anche perché fintanto che non impareremo a guardare fuori, a sentire fuori, a leggere altrove, non impareremo mai a guardarci sul serio. Se non sentiamo la sete di libertà, democrazia e diritti negli altri, come potremo mai rispettare la nostra?
Ecco, io non ho fantasia. E nemmeno conto tanto. Ma tutti coloro che hanno osannato il governo Monti, quelli che hanno cercato di farci capire che meglio di così non si può, che ha persino un Ministero alla Cooperazione, beh, potrebbero indurlo a dire qualcosa? E chi ha fan, gloria, capacità di mobilitazione, eco, perché non parla?
Non dovevamo far ripartire l’Italia?
Vogliamo cominciare?
P.S.: Se volete un po’ di info in diretta seguite AlaskaRP su Twitter che sta raccogliendo le info direttamente da chi sta in piazza.
Perchè l’Italia non è fatta solo di ladroni
Ho pensato di raccontare questa storia (Ritratto del partigiano Sigfrido) perché se le cose buone non le cerchiamo, non le raccontiamo sembra non esistano. Invece l’Italia è fatta di nomi e cognomi di persone che vivono l’impegno civile in maniera seria e onesta. C’è gente che contribuisce all’agenda politica del nostro Paese in maniera attenta.
Non lasciamoci fregare dai luoghi comuni.
Non seppelliamo il nostro vero presente…
Un week end di tantissime cose
E’ stato un week end di tantissime cose, immagini, contraddizioni, parole, incontri. E tanta politica, fatta di memoria (l’inaugurazione del monumento che ricorda i partigiani uccisi durante la Resistenza all’ex caserma Martelli), dialogo (le donne del PD che parlano il loro linguaggio, ma chiedono di base le stesse cose che vorremmo tutte), intrighi (la presentazione di un dossier sulla lega nord ad opera dei Radicali…) e provocazioni (…candidati con la lista di Zanolin il quale ha detto in un unico intervento almeno 2 cose moooolto in contraddizione tra loro), abbozzi di idee (Civati e Pedrotti coi ragazzi del PD a parlare di innovazione), discorsi (la presentazione della lista di Sel con Paolo Cento), presenza (la piazza sindacale per il Primo Maggio che canta l’Inno d’Italia), festa e conoscenza (il pranzo dei 100 anni della casa del Popolo di Torre e la passeggiata per riscoprire il quartiere di Torre e la sua storia), musica (i Dodi e Monodi a Udine finalmente ascoltati dal vivo!!).
Ecco, a farsi una full immersion così s’imparano un sacco di cose. Le campagne elettorali, oltre a permettere di scroccare molti rinfreschi, a guardarle per una volta da fuori, sono interessanti. E una cosa, che non è mica da poco su tutte: ogni parzialità, da sola, non risolve niente. Ma farò un resoconto, più dettagliato appena il tempo lo permetterà.
Buon 25 aprile a tutt* :)
Domani, 25 aprile, buona festa della Liberazione!
Io sarò a Valeriano di Pinzano al Tagliamento
!
p.s.: Qui il mio intervento di oggi a Pinzano

