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Besame Mucho
Marina Catucci non l’ho mai conosciuta. La seguo, sì, su Twitter da un po’, so che vive a New York, che si occupa di video e documentari, e che da un po’ di mesi si è messa in testa di fare un documentario andando a rispondere a una domanda per niente facile: chi sono gli abuser?
“Besame Mucho è un documentario incentrato sulla figura dell’abuser, dell’uomo che per trovare e mantenere un proprio equilibrio ha bisogno di andare a scapito della propria compagna, abbassandone l’autostima, limitandone la libertà, facendole del male fisico, umiliandola.
Un mostro, sembrerebbe.
Questa spiegazione ci sembra troppo semplicistica, nessun bambino nasce abuser, lo diventa crescendo per via di storie familiari disfunzionali, ma anche di pressioni sociali alle quali non riesce a fare fronte.”
E sarà che in questi mesi la violenza sulle donne in Italia ha occupato i media in maniera importante, sarà che Lea Melandri il mese scorso a Pordenone ha messo sul tavolo un po’ di cose sul tema, sarà che talvolta ho l’impressione che gli stereotipi non si possano comprendere attraverso la riproposizione di altri stereotipi e che uscirne richieda un lavoro complesso che pochi hanno il coraggio di fare, ma ecco che vedere che la domanda di Marina sta cercando risposta in un documentario “prodotto dal basso” mi è parsa una di quelle cose buone, da evidenziare, da sostenere. Perché mi interessa sapere cosa riusciranno a scovare.
Besame Mucho lo si può finanziare: anzi, nel crowdfounding, attraverso la piattaforma Kickstarter, sta cercando la linfa monetaria per poter vedere la luce. Va bene anche un dollaro, qualcosa meno di un euro, e per chi ha già un account Kindle è facile, anzi, facilissimo, bastano veramente pochi click.
Per una buona causa? Per carità? No. Per un pezzo di ricerca. Per un po’ di materiale su cui pensare. Per un po’ di storie con cui allargarci, forse, gli orizzonti.
[Qualche giorno fa chiacchierando con alcuni ragazzi (bulgari, portoghesi, lituani...) mi chiedevano in base a cosa un progetto di crowdfounding è affidabile: "e se i tuoi soldi vengono investiti in altro? E se il progetto non vede la luce? E... " Beh, tutti gli investimenti hanno un rischio, per quanto piccolo. E' tutta questione di fiducia. Una di quelle cose, di questi tempi, di cui avremmo bisogno a palate. E che se qualche caffè aiuta a ricostruire, beh, vale la pena rischiare. E poi come chiedere un giorno la fiducia a qualche investitore nei nostri progetti se prima non si è avuta l'abilità di averne verso altri
?]
Segnalazione: “In me non c’è che futuro”
Per chi si fosse perso domenica scorsa su Rai5 il documentario “In me non c’è che futuro” su Adriano Olivetti e sull’organizzazione del lavoro negli stabilimenti Olivetti, segnalo la possibilità di vederlo in streaming ancora per qualche giorno (immagino fino a sabato…) direttamente dal sito della Rai.
E’ un documentario veramente bello, andrebbe mostrato nelle scuole ed utilizzato per formare i lavoratori del futuro. Ed è attualissimo: c’è un bel passaggio nel video dove un ex sindacalista FIOM ricorda la diversità di comportamento che negli stessi anni veniva tenuta dai dirigenti FIAT ai tempi degli Agnelli della linea dura e dai dirigenti Olivetti. Dopo l’ennesima prova di forza da parte della FIAT di Marchionne, con la messa in mobilità di 19 dipendenti per riassumere, come da sentenza del tribunale, 19 licenziati FIOM, credo che solo una nuova cultura del lavoro possa cancellare una vecchia cultura d’impresa che poco bene fa al nostro Paese e alle nostre comunità.
Insomma, fatevi un favore: guardatelo.
E se guardandolo penserete che dove lavorate voi è tutto così com’era ad Ivrea negli anni ’50, beh, fatemi un fischio, ho il curriculum pronto
.
P.S:: è possibile anche acquistare il dvd dal produttore qui
Un documentario su Radio Aut e Peppino Impastato
Insomma volete capire come funziona un progetto di Crowdfounding? Volete seguirne uno acquistando la vostra quota e vedere sul serio l’effetto che fa? Ebbene è appena partito un progetto tutto friulano che non aspetta altro che mostrarvelo.
Sarà stato un caso, ma mentre meditavo sulle parole di Chiara Spinelli che vi ho riassunto ieri, ecco comparire sulla mia bacheca di Facebook l’annuncio di una nuova pensata di Ivan Vadori, vecchio compagno di liceo che da anni segue con dedizione i temi dell’antimafia. Sapevo che stava lavorando a qualche nuovo progetto, ma non sapevo che in ballo ci fosse la realizzazione di un documentario su Radio Aut, attualmente in lavorazione e che sarà terminato per la primavera del 2013, in tempo per ricordare i 35 anni dalla morte di Peppino Impastato.
Il progetto è stato accolto da Produzioni dal Basso, una delle prime piattaforme di crowdfounding italiane, e permette di donare quote a partire da 10 euro (o multipli). La donazione non è immediata: solo al raggiungimento della quota prefissata, in questo caso 4.000 euro, si verrà ricontattati per versare effettivamente i denari. In questo modo non solo si potrà ricevere una quota del DVD, ma anche essere citati nei titoli di coda come co-produttori del documentario
. Tra l’altro è un lavoro che verrà presentato a Le voci dell’Inchiesta, un festival sull’inchiesta molto partecipato, organizzato ogni anno a Pordenone da Cinemazero.
Ho aderito subito, non soltanto perché è un modo per incentivare il lavoro di chi si impegna da anni su determinate tematiche, non soltanto perché mi fido di Ivan e sopratutto della professionalità delle persone che ha coinvolto sul progetto, ma anche perché credo nella ricaduta positiva che quest’esperienza possa avere nel mio territorio, e perché in fondo come dice Andrea Segre, quando doniamo ci ritorna qualcosa che vale sempre di più del valore economico del dono, qualcosa di non monetizzabile (e in questo caso un dvd, un grazie, una rete di relazione, un senso di essere parte, l’idea che se qualcuno riesce a fare nel tuo territorio qualcosa di diverso non è una ricchezza in più per lui e basta, ma una micro speranza per tutti…).
Insomma se volete provarci anche voi fate un salto sulla pagina del progetto. Altre informazioni sono disponibili su Facebook o via mail scrivendo a lavocedimpastato[chiocciola]gmail.com.
Non sarebbero meglio un bravo mecenate?
Prendi una ragazza di vent’anni che desidera ardentemente migliorare le sue qualità fotografiche e studiare in una prestigiosa scuola americana. La scuola costa 50.000 dollari che lei e la sua famiglia non hanno. Vive in Italia e ogni giorno si cimenta a migliorare le sue qualità artistiche, ma certo, dice, poter studiare lì sarebbe un’altra cosa.
Può farsi venire in mente questa cosa ogni tanto, guardare in Internet i programmi, sospirare e dire “non ci posso fare niente”.
Io posso guardare le sue foto e dire che se avesse le possibilità, oh, avesse la miccia di un sogno che s’accende, avrebbe almeno l’occasione di osare e nessuno può immaginare che cosa le potrebbe riuscire di fare.
Ieri sera su Rai Uno è andata in onda l’ennesima miniserie di cui ci si chiede il perché. In questo caso si parla di tal Tiberio Mitri, pugile triestino (che io ignoravo totalmente, non a caso la sua biografia non mi pare spicchi per aver contribuito in maniera esemplare alla vita pubblica italiana): ho avuto modo di guardare solo un pezzetto del tutto e la cosa che più mi ha schifata è stata la sotterranea esaltazione del periodo fascista (oltre alla recitazione discutibile, la miscellanea di accenti poco credibili, etc etc). Ora: era necessaria al popolo italiano o era necessaria a un pareggio di accordi tra forze politiche? A me pare palese si tratti della seconda opzione. Tanto più che mi pare la cosa non abbia scaldato animi in giro: forse era proprio un regolamento tra le parti.
La cultura in Italia la finanziamo tutti, con le nostre tasse. La finanziamo al pari di qualsiasi altra impresa. La paghiamo poi quando andiamo al cinema e quando entriamo ai musei. Qualche volta non la paghiamo affatto: (mostre, cinema all’aperto, spettacoli di teatro) talvolta ci sono privati che contribuiscono con una sponsorizzazione, spesso ci mettono molto del loro gli enti pubblici. Se ci pensiamo bene, se andiamo a curiosare tra i bilanci, spesso finanziamo attraverso i contributi pubblici (regionali, provinciali, comunali) associazioni e progetti ben poco interessanti o addirittura finanziamo cose che poi non hanno nessuna ricaduta pubblica collettiva (per non parlare poi delle cose che noi personalmente riteniamo schifose).
Si piange spesso il morto rispetto ai fondi che vengono elargiti ad attività culturali, ma talvolta mi chiedo se certe cose hanno avuto fin’ora motivo d’essere e come si potranno sostenere nel futuro venturo.
Così, pensando alla ragazza di cui sopra, beh, oggi mi chiedevo: non sarebbe meglio se ci fossero dei nuovi mecenati, tipo quelli che c’erano ai tempi di Leonardo, o gente come Penny Guggenheim? Ci vorrebbe un senso di responsabilità individuale che esca dalla delega allo Stato nella decisione di ciò che è cultura e di ciò che non lo è. Invece in Italia oltre allo Stato c’è tutt’al più qualche Fondazione che premia solo ciò che è “politicamente corretto”, ossia le cose neutre o già consacrate in precedenza da altri. E alla fine il Colosseo e Pompei hanno i loro problemi strutturali lo stesso.
E così se qualcuno ha in mente qualcosa di diverso non ha tutte queste opportunità per mettersi in coda da qualcuno di tanto lungimirante da ascoltare la sua idea, il suo progetto di vita. Deve sperare, come un idiota, di vincere al superenalotto. Deve illudersi, in un’epoca ancora pregna di analfabetismo informatico (e non mi occorrono sondaggi per poter affermare con una certa sicurezza che almeno il 60% della popolazione italiana non sa chi sia questo Google di cui oggi si festeggiano i 13 anni), che qualcuno capiti sul suo sito fotografico e ne rimanga estasiato.
Ieri sono andata al cinema a vedere Carnage di Roman Polanski. Ho pagato il biglietto 4 euro. La sala, vista la giornata, era più che mezza vuota.
Se il biglietto fosse costato 6 euro ci sarebbe stata la stessa gente (perché in fondo non c’è più o meno sempre la stessa gente?). E magari a qualcuno sarebbe stata data qualche opportunità diversa.
Tanto si critica la Politica, ma quanti altri sono gli spazi dove non si creano le occasioni? Dove sempre le stesse strutture devono mantenersi intatte?
Forse decostruzioni e ricostruzioni come quelle in atto a Roma al teatro Valle non sono poi tutto questo gran male…
Il sangue verde
Sabato scorso a Eticamente (festa organizzata ogni anno dalla Pro Loco Tegliese a Cintello di Teglio Veneto), c’è stata la proiezione di “Il sangue verde“, un film-documentario sui fatti di Rosarno del regista Andrea Segre, già regista di “Come un uomo sulla terra“.
Se non erro questo documentario è stato trasmesso a qualche ora improba anche in Rai. Beh, lo si dovrebbe trasmettere in ogni piazza, fino a quando le storie che racconta non si saranno infilate per bene dentro le teste di tutti gli italiani.
C’erano in sala il regista e poi uno dei ragazzi che ha vissuto i fatti di Rosarno perchè era lì, a raccogliere arance.
E’ stato un racconto così forte che la notte me lo sono sognata e no, non è stato facile dormire. Sono sempre più convinta che sotto gli occhi di tutti in questo paese accadano cose che ci sembrano sempre più normali. Ma normali non sono. Dentro al microsistema del proprio pezzo di paese si cresce osservando delle cose e poi occorre una scossa per accorgersi che non son poi così normali. E poi una volta che ci si indigna cosa si può fare? Qualcuno dice che non possiamo più vivere in un Paese così, dove esseri umani sono trattati peggio delle bestie. Io dico che in un Paese così non si sarebbe mai dovuto poter vivere. E questo è il tempo di alzarsi le maniche e fare. Non scappare.
A Pordenone questo documentario è stato proiettato più e più volte: in tutto il resto del territorio provinciale merita veramente la pena provarci. (Qui lo si può comprare).
Le voci dell’inchiesta a Pordenone
Fino a domani sera a Pordenone ci saranno le Voci dell’Inchiesta. Giovedì sera si parlava di rifiuti e questo tardo pomeriggio mi son vista un bel documentario sulla Monsanto e gli OGM. Interessante, tanto più se si pensa a cosa è accaduto a Pordenone con la faccenda dei campi di Fidenato piantati l’anno scorso a OGM…
Il documentario “Il mondo secondo Monsanto” di Marie-Monique Robin ha svelato sugli OGM un sacco di cose a me ignote. O meglio: ci sono temi che sappiamo importanti, cose che so che dovrei seguire con cura, ma poi me ne arrivano sempre notizie secondo il modello un po’ tragedio-indignativo di Report o un po’ moralista dei passionari. E così facendo il risultato è che mi lascio attraversare da tali questioni senza seguirle.
Invece questo documentario accompagna passo passo secondo un filo attento dentro alla storia della Monsanto e poi dentro alle cose che accadono ai produttori di mais messicani, ai produttori di cotone indiani.
In India il cotone transgenico non ha per nulla diminuito i costi della produzione, nè aumentare i raccolti, ma ormai in giro si trovano solo quelle sementi lì. E i piccoli coltivatori, distrutti dai debiti, si suicidano sempre di più. Nel senso vero della parola.
In Messico, dove il mais ha avuto origine, la Monsanto fa svolazzare in un modo o nell’altro le sue sementi (nel senso che sono state ritrovate piante contaminate…) e i contadini hanno paura di perdere la loro specie autoctona: già perchè il problema è che se le piante si impollinano con cose transgeniche ne escono mostri, non prodotti normali, così che le sementi vanno buttate.
In Uruguay, dove si coltiva un sacco di soia, il 2% dei produttori possiede l’80% (se non ricordo male) delle terre coltivate. E i tanti piccoli produttori sono circondati da piantagioni sempre più grandi, dove i diserbanti invadono anche le case, mettendo a rischio la salute delle bestie e dei bambini. E proprio da questi contadini ho sentito una frase che mi ha molto colpito: “Quello che produciamo dalla terra è nostro, non vogliamo andare a vivere in città, dove se non hai soldi devi frugare nei cassonetti”.
Oggi passavo per un giardino dove un anziano stava sistemando il prato mettendo giù della terra nuova. E mi sono resa conto che era un odore che non sentivo da tanto, quello della terra. Proprio i oche in questo periodo fino a 13 anni fa piantavo le mie belle zucchette che poi passavo l’estate ad annaffiare con i secchi d’acqua e i bagnafiori…
In città si dimentica presto l’odore della terra. S’impara un ABC e se ne scorda un altro.
Se non ora quando? Pordenone
Oggi a Pordenone siamo scese in piazza in tantissime. E mi son persa pure la maglietta
da quante eravamo!
Bella piazza e tante facce, che anche se non c’era il sole si brillava lo stesso. E uomini, e gente. Beh. No, non è questo che fa cadere il governo. Ma è questo che aiuta ad incontrarsi, a guardarsi in faccia, a scambiarsi idee.
E dato che la cosa era stata organizzata da CGIL CISL UIL non si è mancato di ricordare la condizione lavorativa delle donne, in questi giorni duramente condannata dalla consigliera di partità. Perchè la discriminazione esiste eccome, anche nella nostra provincia. Oggi che sono stati annunciati più di 200 esuberi solo per lo stabilimento Electrolux di Porcia, dove più della metà dei lavoratori sono donne, la questione è quanto mai fondamentale. Altro che questione morale al governo!!
Infine sbirciate qui e troverete tante altre foto
.
E’ stato bello, ecco, si è circondata la piazza con un grande girotondo di centinaia di mani di tutte le età. E queste cose oh, fanno bene, si si.
Passeggiate notturne
A volte scopro passeggiate notturne, da dove parto a casa a dove arrivo e viceversa, tre chilometri ad andare e tre a tornare e tutta la città s’è vista. Pordenone tour in mezz’ora di scarpe.
Ecco, come ieri.
La mezzanotte, d’inverno, è incredibilmente sola. Che avere paura è una perdita di tempo o un ubriaco che barcolla capace solo di crollare al suolo. Un dispiacere di strade non abitate neppure di striscio. L’angoscia del lunedì condensata nel silenzio. Che fa rumore solo l’acqua e neanche troppo, solo quando l’incroci.
Ecco, però poi dipende dalla soddisfazione che fa compagnia alla passeggiata. E non è ancora tempo per sentirsi al 100% soddisfatti, ma quanto basta.
Pisapia vince le primarie a Milano, io non so come ha fatto, ma ecco, è una soddisfazione che si alimenta anche di queste cose qui. (Quindi mamma no, neanche sta volta questione di lenzuola
)
Quando verrà il momento non vi parlerò d’altro. Tanto da diventare più del solito noiosa…


