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Le #invasionidigitali al Castello di Torre: cronaca di un successo insperato
Ok, da venerdì ad oggi sono passati un po’ di giorni. Però, al fin della memoria, almeno due righe sull’esperienza delle Invasioni Digitali le devo scrivere per gli anni a venire: l’Invasione al Castello di Torre ha avuto una partecipazione che ha superato qualsiasi aspettativa!
Gente di ogni età, munita di smartphone, iPad, macchina fotografica, ha immortalato le bellezze del Castello e del Museo Archeologico di Torre. Eravamo una buona quarantina e se penso che non ero certa che saremmo riusciti ad essere in 15… Invece passando attraverso il parco dal Castello alla Villa Romana mi pareva di avere a che fare con un piccolo corteo allegro
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Fondamentale sono stati il contributo del Comune di Pordenone e di PnBox perché il fatto che abbiano agito da “fonti autorevoli” nel trasmettere l’informazione sia sul web che sulla stampa locale ha contato. Tanti hanno infatti saputo proprio dai giornali dell’Invasione Digitale e una giornalista del Messaggero Veneto è anche venuta a vedere cosa combinavamo. Nei giorni successivi qualcuno mi ha contattato per organizzare nuove invasioni altrove!
Il minuzioso lavoro di Angela di IgersFVG ha contato 21 persone con account Instagram presenti e 3 persone aventi solo Twitter (senza contare gli scatti finiti sui tanti account Facebook). E c’erano poi un bel po’ di persone dotate di sola macchina fotografica che si sono sbizzarite a immortalare le peculiarità del castello e del museo.
Così che ora ci sono circa 150 foto su Instagram taggate #archeopn, un po’ di tweet in più a raccontare Pordenone, un po’ di persone che si sono incontrate per la prima volta, un po’ che si sono incrociate che non si sa mai un domani (tra l’altro è stata l’occasione di scoprire che il 6 giugno ci sarà una passeggiata tra i musei della città per mostrare quanto poco basterebbe per connetterli uno con l’altro…).
E lo stupore per tanti di abitare non poi così distante da Torre e non aver mai pensato prima di metterci piede.

Insomma, segno che se qualcuno organizza qualcosa, in questo campo, la partecipazione c’è (anche troppa!). Basta sbizzarrirsi un pochino, dare alle persone la possibilità di essere protagoniste. In un momento di grande crisi come questo per il futuro del prezioso patrimonio culturale italiano, chi ha ideato le Invasioni Digitali ha messo in moto qualcosa che ha funzionato. E non è poco.
Note curiose: Marta, nel suo ruolo di guida, ha fatto emergere storielle veramente divertenti: il conte Ragogna, che abitava il castello, era convinto che uno degli affreschi in esso contenuto fosse di Leonardo da Vinci. E tra gli invasori qualcuno si è ricordato che era riuscito a convincere tutta Pordenone tanto che i più giovani organizzarono entrate notturne nel castello per poter ammirare un simile gioiello
!
Invasioni Digitali: -2!!
Manca poco, pochissimo: il 26 aprile si avvicina e le Invasioni Digitali sono pronte a sbarcare a Torre!
Alcuni aggiornamenti: se saremo più 10 l’ingresso al Museo e Castello ci è stato confermato sarà di 1 euro. E al momento le iscrizioni che ci sono arrivate superano il numero di 10
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PnBox mi ha chiesto di presentare attraverso un video il progetto #invasionidigitali: sullo sfondo c’è il castello che andremo a visitare!
Io e Marta, che ci farà da guida, siamo passate a fare un sopralluogo assieme alla dott.ssa Rigoni, la direttrice del Museo. Non solo ci ha fornito di un sacco di materiale per istigarci allo studio ma ci ha raccontato anche i “lavori in corso” su alcune sale che verranno inaugurate solo tra un po’ (quindi ci toccherà ritornare nei prossimi mesi
).
Anche se il meteo lascia intuire il rischio di qualche pioggia, non c’è da preoccuparsi perché saremo al coperto (al massimo sacrificheremo la visita alla Villa Romana, ma ne avremo comunque un assaggio al Museo perché è stata realizzata un’apposita sala che ne raccoglie gli affreschi).
L’evento è pubblicizzato anche nelle pagine del sito del Comune di Pordenone e di TurismoFVG .
E infine per gli appassionati di Facebook, Twitter, etc. ecco alcuni appunti:
- Seguite i profili di Invasioni Digitali su Facebook e Twitter così da facilitare tag e menzioni e respirare un po’ cosa si dice in giro per l’Italia sul progetto
- Annotatevi gli hashtag su Note o applicativi simili del vostro smartphone così quando vi serviranno vi basterà un copia e incolla per inserirli tutti tanto su Twitter quanto su Instagram (vi ricordo che saranno #invasionidigitali #liberiamolacultura #archeoPN #golivefvg mentre i profili coinvolti sono @igersfvg @comunepordenone @FVGlive @Pnbox se aveste voglia di citare qualcuno)
- se volete condividere l’esperienza sui vostri eventuali blog (come ha fatto Marta) sarò ben lieta di pubblicizzarlo
E ora non rimane che aspettare venerdì! Il Castello ci aspetta!
Portogruaro… attraverso una piccola lente
Oggi ho “approfittato” di un paio d’ore passate forzosamente a Portogruaro, cittadina del veneto orientale, provincia di Venezia, punto di snodo del sistema del trasporto pubblico a 4 ruote per chi vive a cavallo tra Veneto e Friuli, per fare qualche fotografia con l’iPhone.
Volevo testare un po’ di app che ho scaricato in questi giorni e vedere un pochino cosa ne usciva: il risultato è stato qualche scatto, qualche collage, qualche pensiero sparso.
Portogruaro, da dove vivo ora, è quasi più vicina di Pordenone. Eppure non l’ho mai considerata nella sua veste di cittadina ricca di osterie, negozi, passeggiate piacevoli e relax. Così è stato un po’ come vederla se non per la prima volta, beh, quasi. Perché di solito altro non è che la stazione da cui è più veloce raggiungere Mestre e Trieste, è il centro commerciale in periferia, il traffico per andare al mare d’estate.
Invece…
Portogruaro è una collezione di portici: di ogni forma, colore, età. Portici per loro natura cornici. Cornici per definizioni ricordi. In tutti gli stili.

E poi balconi come pulpiti, quasi a testimoniare un lontano bisogno di dire, di parlare fuori.
E’ un cuore d’acqua: i mulini come valvole sembrano messi li apposta a mantenerlo vivo.
Ché l’acqua deve scorrere e farsi strada, riflesso, sdoppiamento di archi e colori, pastelli più o meno vivaci che funzionano anche quando il cielo è grigio.
Ed ecco che forse ci sarebbe stato ancora qualcosa da osservare, qualcosa su cui fermarsi a pensare, ma era scaduto il tempo del mio passaggio, le batterie del telefono erano ormai agli sgoccioli e sono ripartita verso altri lidi.
P.S.:Ho creato una board su Pinterest con alcune delle fotografie scattate e rielaborate nel corso della mattinata. Chissà che non mi capiti nelle prossime settimane di ripassare in visita ad alcune aree che ancora mi mancano…
P.S.2: Se ho avuto nostalgia della Reflex? Si l’ho avuta.
Il 21 marzo, a Pordenone
Ieri anche a Pordenone, grazie al lavoro dei volontari del Presidio di Libera cittadino, c’è stata la commemorazione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie“ che ogni anno Libera celebra il 21 marzo con una grande manifestazione nazionale (quest’anno si è tenuta a Firenze qualche giorno fa) e con tante manifestazioni in tutte le piazze d’Italia.
Sono stati letti i nomi delle ormai più di 900 vittime di Mafia, suddivise anno per anno, a partire dall’inizio del secolo. E sono solo i nomi di quelle accertate, di quelle note.
Non basta una persona sola a leggerli tutti, perché dopo un po’ anche la voce dice Basta, non ce la fa più, non sopporta, così occorre che tante persone si diano il cambio per portare a termine la lettura.
Una lettura che commuove e mette un po’ i brividi, perché tra tanti nomi sconosciuti ne compaiono tanti di noti, rimandi
alla storia di questa nostra Italia ancora avvolta in troppa verità nascosta o mai svelata.
E in questa catena di lettori, ieri troppo piccola per non costringere alcuni a fare un secondo giro, credo si possa leggere il senso e il bisogno di un impegno, di una testimonianza, di un mantenimento di valori e continuità, tramando, di un’antimafia che va costruita e ritessuta continuamente, ad ogni età.
C’era anche la Coop Consumatori (e non pochi soci) e alla fine abbiamo brindato con il vino di Libera Terra. Che poi è il frutto, se vogliamo, di un’idea di cambiamento messa in atto. Una trasformazione che, a volerla, si può fare…
P.S.: Poi certo, sarà stato il giorno, sarà stata l’ora un po’ ardua, ma qualcuno che mancava e avrebbe fatto bene ad esserci si è notato…
Sentirsi parte
La notizia non è nuova, anzi. E’ ormai passato qualche giorno da quando Ivan ha comunicato a tutti i sostenitori del progetto “La voce d’Impastato” ha venduto per tempo, attraverso la piattaforma di crowdfounding di Produzioni dal Basso, tutte le quote necessarie a terminare i lavori del film.
Ne avevo scritto qualche tempo fa e adesso spero di vedere presto il lavoro finito: anche se il programma di Le Voci dell’Inchiesta 2013 non è ancora online, pare che il documentario verrà presentato a Pordenone proprio in quell’occasione.
E’ stato interessante in questi mesi allenarsi a tenere l’occhio su come si andava evolvendo la cosa, seguire le cronache dei vari giri della troupe per presentare il progetto e per raccogliere le interviste necessarie alla realizzazione del video.
Così, con 10 euro, si finisce col sentirsi un pochino parte, tanto più vedendo che è una cosa che nasce da questo territorio, e altro non si può fare che sperare in una buona prosecuzione dei lavori, del montaggio, della realizzazione finale del DVD.
E anche se certo non è stato un investimento economicamente rischioso mi rendo conto che in ballo sento pur sempre il “rischio” di non vedere il risultato finale, di perdere la fiducia nell’idea che questo tipo di “fare collettivo” abbia effettivamente spazio e possa vincere i pregiudizi dei più sospettosi.
Speriamo bene. Anche perché nel frattempo ho trovato un altro progetto che voglio sostenere nell’attesa di avere la mia ideuzza da proporvi!
Non c’è rotta che non abbia una stella: a Padova un convegno sulla città
Riparte il Laboratorio dell’inchiesta economica e sociale organizzato a Padova dall’associazione LIES. Siccome un paio d’anni fa ho potuto frequentarlo non solo ve lo consiglio, ma vi suggerisco anche di partecipare al convegno di presentazione che organizzano per il 2 marzo, sempre a Padova.
“«Quali conoscenze sono utili per la trasformazioni di città ridotte alle quinte teatrali della crisi?
Quali pratiche per ridare voce a soggettività stritolate dal mercato e dal consumo?» sintetizza così le domande a cui il convegno tenterà di dare risposte Gianni Belloni, giornalista, presidente dell’associazione Lies.
A dare alcune risposte, a partire dalla propria esperienza «sul campo» nelle città d’Italia sfigurate dalla crisi, saranno:
- Barbara di Tommaso, milanese, Formatrice con Studio Aps: “Promuovere e sostenere nuove organizzazioni leggere”
- Massimo Conte, milanese, ricercatore di Codici Agenzia di ricerca sociale: “Latinos e latinas a Milano: etnografia e cambiamento sociale”
- Adriano Cancellieri, padovano, Università IUAV di Venezia: “Migranti e spazio urbano”
- Antonello Sotgia, romano, architetto e redattore di Dinamopress: “Roma a piedi. Tutti possiamo imparare tutto”
- Roberta Scalone, padovana, insegnante e sociologa: “Piccoli sguardi sulla città”Il convegno si terrà sabato 2 marzo 2013 (ore 10-13) presso l’aula magna del dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, in via Cesarotti 12 (primo piano). Ingresso libero. “
Per quanto riguarda invece il Laboratorio il programma è il seguente:
Venerdì 5 aprile Massimo Conte – L’inchiesta sociale. La città delle marginalità e delle nuove cittadinanze
Venerdì 12 aprile Ernesto Milanesi e Sebastiano Canetta – Città e poteri forti. Focus su Padova
Venerdì 19 aprile Sergio Lironi – L’agricoltura in città: pratiche e progetti a Padova
Venerdì 3 maggio Alessandro Leogrande – Inchiesta e racconto. Raccontare una città: Taranto
Venerdì 10 maggio Zalab – Teorie e tecniche del video partecipato
Nei mesi seguenti gli iscritti lavoreranno in gruppi su temi di inchiesta concordati insieme, utilizzando i linguaggi della scrittura e del video. Al centro dell’attenzione la città di Padova oggi.
Qui trovate tutte le informazioni per iscrivervi (entro il 17 marzo!), i costi sono molto contenuti e la qualità dei relatori è molto molto alta
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Pensando a Gramsci in pizzeria…
Pensavo di averlo capito un sacco di tempo fa cosa intendesse Gramsci quando parlava di “connessione sentimentale”. Pensavo di averlo capito a son di sentirmelo ripetere da Bertinotti, a son di sentirlo ripetere da Vendola, a son di seguire dibattiti sulla separatezza tra la tentanta sinistra come portavoce delle masse e le masse.
E poi l’altra sera, durante un dibattito, in pizzeria, non davanti alla TV, ho capito che non avevo capito niente. Per tanti anni.
Forse a guardare le cose dal di fuori, rifocalizzando, si chiariscono cose di cui prima erano disponibili soltanto i contorni. Forse è merito della strada che si fa, della vita che si incontra, di quello che si impara.
Però ieri ho capito che non c’è connessione di sorta se qualcuno racconta che lavora in una fabbrica in crisi che prossimamente chiuderà e dall’altra parte la prima domanda non è “Scusa, raccontami, dove lavori?”
Non so come fossero “un tempo” i dibattiti politici. E so che spesso è ben difficile discriminare tra provocatori, personaggi bizzarri, frustrati, curiosi, propositivi, etc etc.
Però negli anni, grazie a Carta che mi ha “costretto” a cercare gli accadimenti, a seguirli, ad ascoltare racconti, riassunti di diatribe, sensazioni, ho visto che ci sono mondi, moltissimi mondi, che nel fare politica occorre imparare a conoscere. Sempre che non se ne faccia parte. E il rischio di dare voce a una nota stonata forse è meno “costoso” del metterla in disparte.
Perché come si ricostruisce altrimenti un pensiero? Davvero è possibile ragionare a sinistra basando le proprie analisi solo sulle statistiche e le cronache giornalistiche?
Non basta farsi raccontare in maniera più che mai indiretta che cosa sta succedendo in giro. Occorre domandare, tanto più quando non si vuole fare della semplificazione della politica, della definizione della realtà, il proprio biglietto da visita.
Io credo che negli anni non si sia domandato abbastanza. Certi di avere i costrutti mentali corretti per affrontare i problemi, si è pensato che bastasse enunciarli per raccogliere consenso.
Invece l’altra sera nel vedere una storia importante, importante perché tassello per leggere un territorio, importante perché per sua natura urgente, per quanto invece pudicamente nascota, messa da parte per riaffermare per l’ennesima volta i propri io coi propri percorsi di società, mentre il tema posto meritava invece cura, una domanda, un approfondimento, ecco, ho capito cosa voleva dire Gramsci sugli errori degli intellettuali: “sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato”.
Oggi, che di intellettuali non ne conosco, la frattura si è fatta ancora più grande, invadente, pesante: tanto da diventare modello diffuso, volente o nolente, tanto che tra il conoscere le storie e le storie in sé ci sta in mezzo un’inchiesta giornalistica, quando basterebbe guardarsi attorno.
L’altra sera ho ascoltato l’ennesima rivendicazione delle cose fatte che poi, chissà come mai, non hanno trovato nel risultato elettorale riscontro.
Non so se è possibile davvero pensare che basti questo per raccogliere voti: è noto e arcinoto che non c’è peggior strategia in campagna elettorale che vantare i propri successi passati (se vi dicono il contrario cambiate consulenti).
Certamente non serve a niente per ritessere rapporti, pensieri, costruire ragionamenti utili a incidere sul serio nelle sorti della gente, delle persone, delle vite.
Ecco, negli ultimi anni si è identificata nel denaro la spaccatura tra rappresentanti e rappresentati. Si è inventata la parola Casta, identificandola sul piano economico, dimenticandosi che il perverso rapporto col potere è indipendente dal denaro che il potere produce attorno a sé. Ma cambiare cilindrata d’auto non cambia il senso dell’uso dell’auto…
Se invece non fosse che non è possibile essere rappresentanti e rappresentati senza farsi ascoltatori e narratori di storie, almeno a sinistra? Se non fosse banalmente impossibile avere passione per la politica senza passione per le persone? Se non fosse semplicemente difficile essere credibile senza intrecciarsi continuamente con la credibilità della vita?
Non so se Gramsci sarebbe esattamente d’accordo con me.
Però so che si può stare una vita a rimuginare su una definizione o a ripeterla ai comizi e poi basta una pizza per capire se non tutto, qualcosa.
L’antifascimo e la memoria: per non perdere di vista la Democrazia
Oggi a Pordenone, come ogni anno, abbiamo ricordato con l’ANPI e le amministrazioni comunali del territorio, i 9 partigiani fucilati il 15 gennaio del 1945 addosso al muro di quella che oggi è l’ex Caserma Martelli e che grazie all’intervento dell’ANPI e dell’amministrazione comunale di Pordenone è da un paio d’anni “zona sacra”, luogo inviolabile dall’edilizia. Un monumento inaugurato un paio d’anni fa ricorda i 9 partigiani uccisi e il comandante Franco Martelli ed è luogo di commemorazioni più volte l’anno.
C’erano le amministrazioni dei Comuni dove vivevano i 9 ragazzi uccisi e per la prima volta ho ascoltato l’intervento del nuovo sindaco di Azzano Decimo: dopo anni di amministrazioni leghiste che parevano ogni volta sentirsi quasi disonorate dall’aver avuto così tanti antifascisti, finalmente un discorso preparato con cura e rispetto nei confronti dei propri (tanti) caduti.
C’era purtroppo Eligio Grizzo, vicepresidente della Provincia di Pordenone, che non ha potuto mancare di esprimere il proprio punto di vista sulla storia e sul presente, dicendo, un po’ alla Grillo, che è ora di smetterla con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. E non è un caso se, in una giornata tanto importante in cui si ricordavano anche tre partigiani venuti a mancare l’anno scorso (Mario Bettoli, Giuseppe Giust e Arturo Zambon), pilastri della memoria e della storia della nostra provincia, il gonfalone della Provincia, medaglia d’oro alla Resistenza, non c’era. Quanto è bastato per far montare la rabbia anche ai più anziani dei partigiani presenti.
Avrei voluto non commentare le parole che in questi giorni Grillo ha fatto girare in rete attraverso un video di Casa Pound, però sentendo parlare Grizzo, rappresentante di un’ideologia politica che poco ha a che fare con la Democrazia così come la Costituzione italiana è andata definendola, ho pensato che forse a qualcuno sfugga cosa sia l’antifascismo (o che gli riesca proprio difficile conciliare l’antifascismo con la propria idea di società).
Cosa sia, non cos’è stato, perché non è vero che tutto ciò che il fascismo ha rappresentato è morto e destinato a non tornare più. Ce lo dimostrano i movimenti di estrema destra che ritornano in auge in Grecia, ce lo dimostra il razzismo mai sopito che troppo spesso esplode, negli stadi così come nei bus.
Essere antifascisti vuol dire cercare anche, nel possibile, di tenere alta la memoria e allenare le barriere culturali capaci di impedire a ogni forma di fascismo (che contiene in sé il razzismo, l’intolleranza, la negazione della libertà e tanto altro) di tornare a impregnare la nostra società.
Se ci dimentichiamo di quell’articolo della Costituzione sull’apologia al fascismo, se non ne invochiamo costantemente l’applicazione, se lasciamo spazi a quella destra antidemocratica che in troppe zone del Paese è riuscita già ad infilarsi nelle amministrazioni pubbliche (vedi Roma e il Lazio) non siamo “bravi cittadini democratici rispettosi della legge.”
Se non teniamo alta la memoria partecipando alle iniziative, studiando, leggendo, raccontando, se diamo credito a chi millanta la venuta di una nuova era ormai ripulita dalle ideologie del passato (neanche le ideologie si ripulissero con un comizio, specie poi quando alle stesse basta cambiare nome per poterne ripresentare i contenuti), beh, accettiamo una versione dei fatti e delle cose edulcorata, leggiadra, ingannevole, irrispettosa della storia del nostro Paese. E siamo pronti a rivivere quanto i nostri nonni hanno passato.
Così, ecco, per me non sarà mai un cittadino onesto, un bravo rappresentante e tutore delle istituzioni colui che in base al principio della libertà di manifestazione concede la piazza a chi neppure nasconde la propria matrice fascista. Per me non sarà mai un granché quel rappresentate che ritiene di poter governare una comunità locale non avendo la cura costante dei luoghi della memoria antifascista (neppure in campagna elettorale). Non sarà utile a costruire un Europa migliore, un Friuli innovativo, un Paese socialmente vivibile, colui che mi viene a raccontare che destra e sinistra, fascismo e antifascismo, sono categorie superate. No, mi dispiace.
Perché, per l’appunto, quelli che così sono andati dicendo in questi anni, beh, sono i vari Grizzo, i vari Bortolotti, quei vari personaggi che poco di buono hanno saputo fare per i territori e per l’Italia: hanno legittimato il disprezzo tra le persone in base alla loro provenienza, hanno cercato di costruire attorno agli ultimi i capri espiatori di ogni male del Paese.
Basta ascoltare chi ha fatto la Resistenza (e forse è più impegnativo che seguire Benigni in tv) per capire i principi cardine che la sostengono. Basta capire cos’è che fa essere ancora tanto capaci di indignarsi e arrabbiarsi i vecchi partigiani per comprendere quali sono le linee di indirizzo che tengono alto il nostro Paese e che occorre mantenere forti per garantire a tutti la libertà.
Ecco, come disse Pertini, in politica ci si confronta con tutti. Ma coi fascisti, che negano i principi democratici salvo poi appellarsene ogni volta che gli fa comodo, non c’è tavolo di confronto né compromesso. Come siamo arrivati a non riconoscere che esistono paletti necessari?
Qualcuno lo spieghi a chi ha un capo politico che pur di farsi notare va in giro dimenticandosi alcuni particolari, andando ad indicare modalità d’approccio e linee di principio che non sono in alcun modo giustificabili e sostenibili.
Ma in fondo chi ha pensato bene di “provare ad appropriarsi” già una volta del 25 aprile con una manifestazione contro il finanziamento pubblico ai giornali forse già all’epoca sputava sopra la Resistenza come piace fare ad altri amministratori locali che in tali date si danno per dispersi.
Oggi mancavano i giovani, i trentenni e forse avrebbe potuto esserci qualche quarantenne in più. Peccato. Perché più passa il tempo più la nostra memoria rischia di fare cilecca e con la memoria la conoscenza e con la conoscenza gli strumenti della logica e della costruzione di un ragionamento.
E forse alle future generazioni oltre all’aria più pulita abbiamo il compito di lasciare anche altro…
P.S.: Oggi a Udine c’era tra l’altro un’altra manifestazione antifascista. Fiamma Tricolore ha portato a Udine esponenti della destra ungherese, di quella destra che chiede le liste degli ebrei al Governo del paese. Con gente così, magari pure disposta a fare la lotta contro l’inceneritore, cosa c’è da spartire?








