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Le cose che abbiamo da dire
Volevo scrivere qualcosa di intelligente.
Una riflessione sul fatto che i social network sono molto più deboli delle lingue pettegole e molto meno impermeabili della pelle alle raccomandazioni e ai gradi di parentela, etc etc, ma poi ho letto su Repubblica.it le esternazioni di Grillo sulla Mafia e la crisi e mi è passata la voglia.
No, non ci sono parole capaci di spiegare meglio dei fatti la faccenda banale che fa della Rete, intesa come pc/tablet/smartphone e compagnia connessi a internet, nulla di diverso da quello che fa la Rete dei canali televisivi fino a un po’ di tempo fa (e che fa tutt’ora, certo, anche se oggi forse le due reti non hanno bacini del tutto perfettamente sovrapponibili) che forse altro non ha fatto che confondere e diversificare la rete che c’era da sempre, quella fatta di solide strutture parrocchiali, associazionistiche, partitiche, connesse attraverso i giornali e i volantini.
I contenitori, che che ne raccontino i social guru, non cambiano i contenuti, né trasformano in maniera così tanto interessante il risultato finale, il pensare. E neppure rivoltano i rapporti sociali, i punti di vista. Anzi, rafforzano ancora di più quello che ancora Don Lorenzo Milani scriveva a proposito degli intellettuali del suo tempo:
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
Già: perché per avere consenso occorre saper scrivere cose semplici, meglio ancora se ovvie, oppure aver scritto una o due volte cose interessanti -che magari appoggiano l’opinione di tizio e caio e non importa se si tratta poi banalmente della traduzione di un articolo straniero- per poi vivere di rendita tutta la vita, in qualsiasi ambito si vada poi ad aprir bocca. Il trucco è semplice: incensa me che poi quando è il mio turno io incenso te.
L’importante è non andare mai a cercare la costruzione di un pensiero interessante nuovo, mai tentare un ragionamento complesso e sopratutto mai criticare troppo il potere che si vorrebbe ottenere. Tacerlo piuttosto, ecco si. Autocensurarsi è consentito, tanto più quando si mira a stare sotto un certo cappello, non a fabbricarne uno nuovo.
Dove stanno le cose che abbiamo da dire?
In questi periodi in cui credo ci occorrerebbero centomila nuovi cappelli e ci occorrerebbero centomila nuove cose da dire mi accorgo invece che anche quegli spazi considerati avanguardisti, come alcuni social network in fondo di nicchia, come Twitter, hanno poche novità da offrire. Anzi. E non si dia la colpa ai più giovani frequentatori o cose simili.
Basta guardare le citazioni dei giornali, che stanchi di svolgere una qualsiasi voglia forma d’inchiesta si limitano a citare i più retwittati personaggi del noto social network: sempre gli stessi, indipendentemente dall’argomento in questione, i quali se la sguazzano e fanno di tutto per sperare in una successiva citazione. Talvolta capita poi di scovarli come autori degli articoli nelle successive rubriche del giornale stesso. Wow.
Così che non c’è da stupirsi se Beppe Grillo e tanti altri occupano sempre le solite posizioni tra i blog più importanti in Italia, se i giornalisti preferiscono spacciare opinionismo, anziché diventare popolari con l’informazione: nel perverso mondo della costruzione di popolarità e googolarità la cosa più importante non è tanto la qualità di ciò che dici, ma il modo in cui costruisci qualcosa per renderlo appetibile. L’importante comunque è parlare dell’argomento più cliccato.
Si, ok, lo so: qualcuno penserà che sono soltanto invidiosetta. Invece no. Sono sinceramente preoccupata, perché di fronte alle previsioni elettorali di Grillo, di un “movimento” che si struttura attorno a tanti ex socialisti, ex leghisti e ex ordine nuovisti in dose molto più massiccia di quanto si pensi (e non venitemi a parlare di “ingenuità politica”) si amplifica ancora di più questo sostegno melmoso al personaggio.
Il “bene o male l’importante è che se ne parli” vale 100000 volte di più davanti a un pc che nelle strade e il giornalismo mediatico più che informativo ci sguazza su vivacemente, perché tutto aiuta ad aumentare le visite, a sperare di scovare una qualche forma di guadagno in più (perché, ebbene si, il nodo di “chi mi finanzia nel web?” non è ancora risolto).
Così accade che su Grillo e i suoi seguaci cada un aurea da bravi ragazzi: guai a contestare seriamente le tante sparate del personaggio, guai ad indagare e a smontarne l’impalcatura. Sia mai che la banderuola non giri proprio dalla sua parte! Ora poi che lo si da al 7%! Un 7% fatto di così tanti internettiani, tecnici informatici, social cosi! Certo, mi si dirà, compito della politica, non del giornalismo e dell’opinionismo addentrarsi dentro a certi meccanismi.
Peccato che Internet abbia dimostrato come un po’ di consenso abbia il suo valore, proponibile e vendibile anche su altro, più dell’informazione e a scapito della stessa: basti vedere il sostegno de Il Post alla campagna elettorale a tempi sbagliati partita da Matteo Renzi, che proprio grazie a taluni giornalisti e ideatori della testata in questione ha avuto un certo eco durante le sue autocelebrazioni dell’anno scorso. Oppure basta leggere Il fatto quotidiano, che liquida oggi come “uscita” le dichiarazioni di Beppe Grillo (E il Fatto quotidiano, che ha saputo ben fare piazza pulita attorno a se sfruttando l’onda del “no ai finanziamenti pubblici alla stampa” difficilmente può negare un debito di riconoscenza verso Grillo).
Per non parlare poi del macinare facile che si sta giocando in queste settimane da parte di troppi: è molto più semplice dire banalità che sposino l’idea di antipolitica invece che riflettere su cosa definisca questa parola in Italia, su cosa significa dare un nome alle cose, su cosa significa alimentarle. E invece no: molti giornalisti e i social esperti, che restano i più astuti conoscitori della rete in quanto arguti conoscitori delle parole, se la godono un sacco a mostrarsi influenti su queste cose. Tanto gli rende molto di più che essere abili indagatori di notizie. Gli rende molto di più che farsi responsabili di influenzare in maniera diversa il Paese. Meglio rendere trendy in rete ciò che è trendy al bar che annusare cose nuove.
Chissà se un giorno resteranno le prove: se chi oggi fa a gara per farsi indicizzare bene da Google parlando di antipolitica (che in Italia, attenzione, si traduce nel materiale in antidemocrazia) pagherà prima o poi il prezzo o si riciclerà bene.
Magari scrivendo un romanzo.
Chissà.
(Per fortuna ogni tanto mi leggo i post di @Gilda35 e mi consolo, però vorrei sapere sul serio come si fa a raccogliere le cose che abbiamo da dire, dove sono le famose piazze di discussione virtuale, dov’è quell’innovazione che tanto viene declamata e qual è la rivoluzione tanto decantata.)
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani
Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)
Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.
E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.
Così, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.
Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.
E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)
In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.
E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.
Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.
Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.
E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.
Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.
Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.
Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)
Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.
E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.
L’ultimo uomo nella torre-L’ultimo uomo sulla terra
Quando una scrittura è potente è di quelle che fa pensare. Secondo me. E secondo me Aravind Adiga con L’ultimo uomo nella torre (ed. Einaudi) ci riesce anche fin troppo bene.
Tanto che la prima cosa che ho fatto finito di leggerlo è stato cercare altre storie. A cercare le immagini che l’occhio ignaro può intuire e nulla più.
Aravind Adiga racconta Mumbai, ci porta l’India a casa, ma ci regala lenti attente per pensare un po’ al diritto all’abitare, per ragionare sulle contraddizioni prodotte dal progresso, per ragionare sull’informazione e i giornali, sulle religioni, sulle relazioni. Ed è talmente attenta la sua scrittura, talmente tratteggiato il suo punto di vista che c’è tutto lo spazio per farsi un’idea, pensarci su.
Indirettamente ci parla anche di democrazia, di come spesso banalmente la intendiamo, del senso stesso del concetto di maggioranza. E non è niente male fermarsi a pensarci di questi tempi (bui).
Ho letto L’ultimo uomo nella torre tra un viaggio Roma-Milano e vari spostamenti coi bus nella capitale. Ho ascoltato strada facendo racconti in bus su affitti romani dai prezzi esorbitanti e visto palazzi crescere come funghi dentro a Milano, vetrate a voler copiare New York.
E ho sentito in tanti momenti del quotidiano che spesso ci vorrebbe chi ha il coraggio di dire di no. Un no di dignità che non piega la testa al profitto e al consumo. Che si fa esempio senza volersi fare esempio. Che non ha bisogno della falsa gloria dei giornali. Che non li ricerca neppure. Un no come quello del protagonista scelto da Adiga, Mr Masterji, che a 61 anni è ormai computato tra i vecchi, e che vuole soltanto poter continuare a restare a casa sua, senza cambiare niente, senza piegarsi ai milioni di dollari che lo aspettano se soltanto si arrendesse all’idea di firmare qualche carta.
L’ultimo uomo nella torre sarebbe bello se fosse l’ultimo uomo sulla terra. Vorrebbe dire che ha vinto sul serio. Che a tenere duro fino all’ultimo, senza paura, alla fine si riesce sul serio a restare parte del mondo e non ad esserne alieno come crede qualcuno (o come spesso ci fanno credere). Perchè
Niente può fermare un essere umano che vuole essere libero
E abbiamo più che mai bisogno di crederci ed agirci su sul serio.
Correva l’anno
In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.
Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)
Gennaio
Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.
Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…
Febbraio
Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.
L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)
Marzo
Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.
In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).
Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…
Aprile
Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.
Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.
Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.
Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…
Maggio
la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.
Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.
A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.
Giugno
Il 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.
Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…
Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta
contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…
I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno
particolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)
Luglio
A luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.
In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.
Agosto
Beh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.
Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.
La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.
Settembre
Il 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.
La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.
Baumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari
eh!
Ottobre
Dal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.
E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a
Piazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.
Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).
Novembre
Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.
A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.
I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.
Dicembre
Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.
Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.
A Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…
Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio
E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.
Riassunti resistenti
Ieri ho sistemato le foto che negli ultimi dieci giorni erano rimaste a sedimentare in una scheda di memoria.
Ci ho trovato gli scatti fatti al convento di San Francesco in occasione del Premio Bruno Cavallini, ideato da Sgarbi, che quest’anno ha portato a Pordenone Roberto Vecchioni e Alessandro Spina. Di tutte le celebrità presenti, tra assessori regionali, comunali, sindaci, ex sindaci, scrittori e compagnia briscola, Alessandro Spina era a me il meno noto. Devo dire che mi ha però conquistata coi suoi racconti e le sue analisi, la convinzione delle sue parole, la precisione. Ha raccontato della resistenza libica durante l’occupazione italiana, ha condannato il silenzio con cui il nostro paese l’ha da sempre negata (persino le Garazantine, ha raccontato, tacciono il nome del capo dei resistenti libici di allora) e poi, dell’arrivo di Gheddafi. Io, maledetta ignoranza, non lo avevo mai incrociato, ma in fondo anche Google ne parla come parla sempre delle persone d’altri tempi.
Poi ho tirato fuori le foto dello spettacolo, sempre al Convento di San Francesco, organizzato da I
ragazzi della Panchina venerdì scorso: interventi toccanti e melodie arabe hanno riempito quel poco di vuoto presente ancora in sala. Purtroppo l’agonia in cui continuano a lavorare per colpa dello sfratto a cui sono stati sottoposti si fa sentire. E sono anni che la cosa va avanti in maniera a dir poco insopportabile. Però la serata è riuscita molto bene (io, lo ammetto, con le melodie arabe, cuccandole ogni mattina, acquisisco una certa sonnolenza, ma era palese l’allegria del pubblico), e tutta la gente presente penso abbia fatto capire che c’è un po’ di questa città, gente d’ogni età, che almeno a qualcosa ci tiene…
Certo che risulta sempre un po’ strano osservare le dinamiche di chi tanto si vuol mostrare sensibile al sociale e poi, alla prova dei fatti, si rivela per quello che è. Una fabbrica di atti vergognosi.
(E purtroppo in questo periodo pare che le dimostrazioni di quanto feccia sia certa gente siano in svendita al mercato della vita…)
Infine avevo un sacco di foto da sistemare portate a casa dalla Manifestazione di Se Non Ora Quando organizzata come gruppi del triveneto a Venezia la scorsa domenica. Nonostante lo sciopero dei treni in regione FVG (che credo abbia toccato punte del 99% vista la paralisi ferroviaria) siamo riuscite comunque a raggiungere la piazza…
Beh, che dire, purtroppo l’età media ehm, era un poco altina. Certo, il pensiero femminista dice che la coscienza parte da sé, che prima o poi accadrà una presa di consapevolezza… ma intanto rimango perplessa rispetto a lecite rivendicazioni di asili che vengono sostenute più dalle nonne che dalle dirette interessate. E mi chiedo quanto questo effettivamente funzioni, quanto valga, quanto centri poi alla fine il problema. Non so.
Certo è che mancavano anche gli uomini. Anche se mi ha riempito di contentezza vedere che davanti a tutte c’era fermo un anziano statuario, con la bandiera dell’ANPI di Venezia. E forse forse, la butto lì, il problema della democrazia incompiuta, beh, forse dovremmo riprenderlo in mano tirando fuori parole d’ordine un po’ più vecchie.
Capaci di mettere al pari nella lotta uomini e donne (per quanto ci siano voluti anni dopo la Resistenza, per riconoscere la cosa). Così, altrimenti, mi sembra sempre di sentire discorsi che mancano di parti, che mancano di qualcosa, racconti sulle cose, non racconti delle cose. E non mi basta un granché.
(Ecco, a qualcuno potrà sembrare che queste tre cose messe assieme siano un po’ un quadro mal combinato. Sembrava anche a me. Ma ora mi accorgo che di Resistenza ha parlato Spina, che la Resistenza era rappresentata a Venezia e che I ragazzi della Panchina resistono, da 15 anni, tutti i giorni.)
Memorie musicali
Sabato, commemorato Franco Martelli, non potevo farmi mancare l’occasione di sentire dal vivo gli All My Faith Lost, un gruppo di Valvasone scovato grazie a Twitter (là dove non possono le reti del mondo di terra possono i cavi dell’ADSL) e appena tornato da un tour in Cina. L’occasione l’ha data l’associazione Grafite che, in collaborazione al Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, ha organizzato un reading di poesie pasoliniane alternate ad alcuni brani musicali.
Come sapranno i miei attenti lettori io di musica non ne so un granché, ma dove c’è un violino, dove si sfiorano le tastiere chissà come mai si crea sempre un po’ di magia, ci si mette poi una voce bellissima come quella della cantante degli All My Faith Lost come non rimanere incantati (qui trovate i loro dischi)?
E poi c’erano le parole di Pasolini. Tanti anni fa, quando avevo la metà degli anni che ho adesso, il Comune di San Vito al Tagliamento e il Comune di Casarsa misero in piedi gli Itinerari Pasolinani. Penso fosse il 1995, in occasione del ventennale della sua morte: arrivarono non poche persone da ogni parte d’Italia a salutare i suoi luoghi della giovinezza e io che avevo 16 anni e non conoscevo una parola di friulano fui arruolata tra i volenterosi a sorvegliare mostre e luoghi vari aperti per l’occasione.
All’epoca nulla si faceva gratis: ci pagavano 5.000 lire l’ora.
Mi sono letta in quei mesi pagine e pagine di Pasolini capendoci pochissimo. Me ne ero quasi dimenticata, ma poi riascoltando le poesie lette, incontrando sguardi noti, mi sono ricordata dei “capirai quando avrai vissuto di più” che mi sentivo dire allora da tanti appassionati e dei vani tentativi d’approccio al friulano (perché provate un po’ a capire cosa vuol dire a 16 anni sentire che c’è stato qualcuno d’importante per tanta gente che ha toccato la stessa terra che hai toccato tu e che da quella terra si è fatto ispirare mentre tu riesci a capire soltanto parole sparse).
Ma a 16 anni non si può pensare che versi così possano essere veri. Ci sono voluti anni ed è servito prendere un po’ la distanza. Ed è forse stata quella necessaria a capire…
Approfitto per pensieri che svolazzano
Premessa
Oggi su Apogeonline è uscito un articoletto di Piervincenzo Di Terlizzi dal titolo eloquente: “La politica, quella fatta con le idee dalla gente“.
E contestualmente sto leggendo ora alcuni messaggi su Twitter di Andrea Sarubbi, un Parlamentare che scrive un sacco: insomma, le tanto attese dimissioni del premier non sono avvenute oggi e non avverranno a seguito di un qualche voto di sfiducia odierno che non ci sarà. Perché il tema all’ordine del giorno, da quanto mi pare di capire, non è finemente politico, ma squisitamente ragioneristico. (E allora perchè suscitare nel popolo sì tante attese in questi giorni? Mah.)
Comunque per riprendere il tema dell’articolo iniziale, il punto è che in molti si sono messi a scrivere un pochi di messaggi pesanti al PD che ha deciso di astenersi dall’odierna votazione. E il parlamentare precedentemente citato ha scritto (almeno, io lo interpreto in questo senso, ma ben si sa che in 140 battute ci sta quel che si vuol capire):
“Mi pare che oggi ci sia un clima da 60 milioni di allenatori della nazionale italiana, eh?”
Ecco, questa frase mi ha richiamato la chiusa dell’articolo di Di Terlizzi:
“Cari amici nerd, è presto detta. È una chiamata, adesso, e bisogna anche sapere come si suona e si canta. O si torna a far altro.”
Riflessione
Chi è però che decide come si suona e si canta? Chi distingue gli allenatori dai presunti tali?
In questi mesi le peggiori discussioni, anzi, affermazioni senza dimostrazione di sorta, si sono alternate scaldando l’opinione pubblica: le auto blu, le pensioni ai parlamentari, il ritorno al Mattarellum per riavere le preferenze, la riduzione del numero dei parlamentari. Ma che note venivano suonate (e continuano a suonare) mi sfugge.
Che musica hanno imparato quelli che criticano i vitalizi? Cambiamo nome a questa cosa, diminuiamo magari l’importo, ma prima di parlarci su ragioniamo sulle ragioni storiche, sull’effetto della loro assenza e della loro presenza. Sennò è buttare parole all’aria,da parte di gente che dai partiti e dalla politica si è sempre tenuta distante, senza mai leggere neppure i risultati delle elezioni regionali del proprio territorio.
Che senso reale ha riportare le preferenze nelle liste per le elezioni in Parlamento? Ho come l’impressione che ci sia chi parli ignorando che le preferenze esistono tanto alle elezioni regionali quanto al Parlamento Europeo: eppure questo non ha aiutato nel tempo a sviluppare nei territori ricambio di classe politica e “pulizia”. Anzi. Chissà perché? Perché i meccanismi di creazione del consenso e di raccolta voti non sono favolette che si inventano all’ultimo minuto e che mettono tutti neutralmente sullo stesso piano. Sono sistemi per cui sei bravo in base agli aiutini che garantirai, in base ai finanziamenti alle associazioni che ti sei saputo fidelizzare, etc etc. E in alcuni casi in base all’impegno dei tuoi compagni di partito a puntare su di te e valorizzarti. Ma non funziona per tutti.
Guai a fermarsi e a ragionare sul fatto che liste bloccate in Parlamento con un sistema di primarie e alternanza di genere nell’ordine dei candidati, permettono forse più trasparenza e diversa rappresentazione del popolo! Sia mai: si cita quel che accade in nord europa solo quando fa comodo. Guai a pensare che, nel male di un sistema elettorale basato su un concetto di bipolarismo (e da questo punto di vista il mattarellum è ancora peggio) che in Italia non ha prodotto nulla di buono, si potrebbe recuperare qualcosa di buono.
Tutti invece a richiedere le preferenze, ignorando che nel momento in cui un partito fa le liste e non ci si sbatte per essere tra quelli che quelle liste le pianificano, verificano, ci raccolgono su le firme, si è già delegato altri a decidere chi verrà eletto. Ma davvero c’è chi pensa di esprimere preferenze che non siano una rappresentazione di dinamiche già predisposte? E che specialità in più garantiscono i collegi uninominali? Mi stupisco ogni qual volta ci siano 50enni che sollevano questi ragionamenti. Ma cosa e come hanno votato tutta la loro vita?
E che melodie dovrebbero comporre le note di chi pensa che così, zac, senza neppure proporre una proporzione o un’equazione di sorta, si possa dimezzare il Parlamento? E l’abolizione delle Provincie?E l’accorpamento dei piccoli comuni? Con che logica poi si sparano i numeri? Questa è una delle cose che più mi turba: perché l’unica giustificazione che ho letto su questo tema è legata alla riduzione dei costi. Ma la democrazia deve costare e quei costi devono essere a carico della cittadinanza. Possiamo discutere sulle spese, sulle quote prese dai parlamentari e consiglieri regionali (che poi, guai a dirlo!-ma è grazie a quei soldi che sopravvivono i partiti), sulle società e sui CdA inutili, ma ritorniamo a un concetto legato alla correttezza dei comportamenti umani, al rispetto delle istituzioni, etc, etc…
Eppure c’è chi su queste cosette ha scritto fior fiore di programmi, perché sono le cose che piacciono alla gente perché abbastanza banali da non indurre in un perché. E ho come l’impressione che alla chiamata arriveranno i peggiori rumoristi, quelli che fanno più casino, mentre i suonatori di jazz, come sempre, negli scantinati. Ché quando c’è da ballare ci provano tutti a dimostrare d’esser brillanti. E dalla pista non si ritirano neppure i tronchi. Figurarsi quelli con le tasche piene e la voce grossa.
P.S: ovviamente questo post è troppo lungo, specie perché parla di questioni che non riguardano i problemi grossi del Paese. Però era così, per dire, che le idee della gente, talvolta, meritano l’acqua se sono di fuoco.




