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Se le bugie hanno le gambe corte perché questa sopravvive da più di 60 anni?

“Crisi? Ma sì, tutti dicono che c’è la crisi. lo invece dico che non c’è. lo lavoro a pieno regime, cerco operai e non li trovo. Tutti oggi sono professori, avvocati, dottori. Questa è la disoccupazione.” Viaggio in Italia qualche anno prima del 1954

Quando l’Italia era ancora un paese di analfabeti e con un tasso di emigrazione fortissimo ecco cosa andava ripetendo un industriale che, all’epoca in cui Guido Piovene lo incontrò, vantava 5000 operai e un marchio di grande successo. L’industriale in questione era il conte Oreste Rivetti e guarda caso Wikipedia ricorda la fine del suo lanificio di Biella così:

Nel 1954 i tre fratelli Rivetti vendettero le azioni dell’azienda, per investire in Gruppo Finanziario Tessile, determinando però la fine della produzione industriale e la storia dei Lanifici.

Insomma, ben poco lungimiranti furono le parole che disse a Piovene poco prima che si compisse “l’affare”. Googolando ancora un po’ scopriamo che il figlio di Oreste, Stefano Rivetti, alla fine degli anni ’50 tentò, a suo modo, una nuova esperienza nel campo delle lane. Anche qui Wikipedia è illuminante sulle sorti che toccarono a tanto appassionato industriale:

Stefano Rivetti decise di trasferire i propri interessi nel Golfo di Policastro, anche per usufruire dei notevoli incentivi dati dalla Cassa del Mezzogiorno.

Fondò la Lini e Lane, con attività principale a Maratea, l’unico comune sulla costa tirrenica della Basilicata, regione che era il collegio elettorale del ministro Emilio Colombo, esponente molto influente della Democrazia Cristiana. Gli altri stabilimenti furono collocati a Tortora e Praia a Mare, in provincia di Cosenza.

L’esperienza industriale si rivelò fallimentare: La Lini e Lane viene annoverata come un tipico esempio di cattedrale nel deserto, cioè di realtà che aveva usufruito in modo massiccio di contributi a fondo perduto dal governo italiano senza riuscire a realizzare concretamente il progetto, a cui non corrispose uno sviluppo vero e proprio di attività industriale.

Ora, qualcuno potrà obiettare che del conte Rivetti non abbiamo più motivo di preoccuparci un granché. Ché la storia non è ciclica, non si ripete. Ma ecco che forse, pur accettando la linearità della storia, vorrei dire che il pensiero da allora non è cambiato molto.

Anzi.

Travestito da verità generalizzata si è infilato persino nella testa degli ultimi. “Studiare non serve a niente, i laureati non trovano lavoro e non vogliono fare gli operai altrimenti lo troverebbero eccome!” è il ritornello più frequente che si sente ripetere tanto tra i ragazzi delle scuole superiori (del tutto ignari di appartenere a quella fascia di età che oggi vanta il 38% di disoccupazione, del tutto ignari del fatto che prima di laurearsi uno si diploma) quanto tra gli anziani. E poco importa se basta leggere le tabelle sui tassi di disoccupazione (ma questo richiederebbe di conoscere un po’ di matematica o il non rientrare in quella percentuale fortissima di analfabeti di ritorno) per scoprire si va ripetendo un pensiero senza fondamenta.

Inutile poi provare ad accennare il fatto che i racconti sul presente sono fatti da chi quei racconti li sa portare alla luce: inutile spiegare a questi ragazzi convinti che “è inutile l’elettronica se si studia meccanica” che per ogni laureato in lettere che non trova lavoro, beh, c’è qualcuno in più senza diploma alcuno che non se la passa tanto bene, ma senza le parole per raccontarlo.

Potremmo poi dilungarci per ore evidenziando come persino i luoghi comuni sui laureati in scienze della Comunicazione sono del tutto errati e potremmo filosofeggiare sul fatto che si dovrebbe studiare non soltanto per ambire a determinate professioni, ma anche per passione. Ma quel che mi preme di sottolineare è che l’inno all’ignoranza è un inganno perché dura da almeno 60 anni.

E’ un inganno spregevole: non so in quale altro Paese d’Europa, mentre l’Europa investe e spinge sul concetto di formazione permanente, ci siano imprenditori, dirigenti, manager che vanno dicendo “questi laureati che non servono a niente… queste università che sono solo una perdita di tempo… andassero a lavorare prima li assumeremmo con più esperienza” (salvo non sciogliere il nodo su chi si dovrebbe assumere quell’onere della formazione specifica che molti di loro non vogliono assumersi da un po’). Un autentico inganno di senso.

Non è un caso se la formazione post diploma e post laurea, nonostante abbia goduto di anni di ottimi finanziamenti, non mi sia mai sembrata brillare più di tanto per qualità dell’offerta e per interessamento nei confronti della stessa da parte delle imprese.

E fintanto che sentirò ragazzi ripetere come pappagalli cose che di certo non gli vengono insegnate a scuola, ma da tutto il resto di società che sta fuori, beh, altro che ripresa dalla crisi.

“Lo screditato motto «ciascuno re di casa propria» è stato preso troppo sul serio in Italia. Dovunque in Italia mi sbarrano il passo il rifiuto di ammettere che una grande impresa industriale è un interesse pubblico a cui nessun cittadino è davvero estraneo; la concezione dell’industria come un affare non soltanto privato, ma privato a tal punto che occorre tenerne lontani lo sguardo e l’apprezzamento degli altri. È una concezione che non chiamerei privatistica, ma dialettale degli affari.”

Così osservava Guido Piovene nella prima metà degli anni ’50 ascoltando il conte Oreste Rivetti e molti altri.

La storia è ciclica, non si ripete. Forse è vero. Sono le teste che non cambiano, i pensieri che non si trasformano, i comuni destini dei capannoni (almeno quelli di Rivetti si trovano nelle guide turistiche del biellese, non credo destino comune spetterà a quelli dei vicini distretti).

Chi può studiare lo faccia! Chi non riesce a farlo per ragioni economiche venga aiutato! Chi non ha voglia venga spronato almeno a imparare a leggersi la busta paga!” Slogan così ci servirebbero oggi.

Il resto è una bugia che qualcuno racconta e di cui tutti paghiamo il conto.

Specie chi, facendo eco all’inganno, viene ingannato.

maggio 2 , 2013 at 8:14 pm 2 commenti

Pensare con la propria testa. Agire di conseguenza. Sempre.

Un bel po’ di anni fa, forse anche più di dieci, ricordo di essere finita, ancora del tutto all’oscuro di quali meccanismi occorresse conoscere, al Congresso Regionale di Rifondazione Comunista. Ero li come effetto collaterale di un voto dato a un documento congressuale diverso da quello della maggioranza, mi ero iscritta al partito (dal quale poi sono uscita un paio d’anni fa) da poco e conoscevo ben poche persone: quelle sostenitrici del documento che avevo votato, ovviamente, e poi il segretario provinciale di Pordenone dell’epoca, Giovanni Moroldo, che con estrema pazienza mi veniva a prendere in macchina accompagnandomi alle varie riunioni, senza spiegarmi mai troppo di quel che mi aspettava all’arrivo.

Col tempo avrei imparato il significato e il peso di ogni cosa, ma quel giorno lì, quando i sostenitori del documento vennero a propormi di votare una cosa che non condividevo un granché (provando a ricostruire credo fosse un documento conclusivo in opposizione a quello della maggioranza), rimasi un po’ perplessa a leggere e a rileggere le due paginette che mi lasciarono in mano fino al momento del voto. E al momento del voto la mia manina si alzò, solitaria, ad indicare un’astensione.

Si girarono tutti a guardarmi: avevo fatto qualcosa di sbagliato?

Ma Moroldo mi tranquillizzò spiegandomi che non avevo sbagliato niente, avevo solo pensato con la mia testa e agito di conseguenza e che andava bene così, che era giusto così. Che forse adesso non sarei stata più contata automaticamente tra i sostenitori di tizio e di caio, niente di che.

Negli anni ho capito che in politica, e non solo, è assai facile nascondersi dietro le decisioni degli altri e molto più difficile difendere le proprie. Ma la politica e i ruoli che vi si ricoprono passano, mentre la propria coscienza resta, sempre, anche quando le maggioranze che si sono imparate a riconoscere non esistono più. Sono quelli col coraggio di voler dire di no che hanno fatto la differenza, spesso, anche quando chinare la testa sembrava l’unica soluzione possibile.

Se il nostro Parlamento fosse stato previsto composto da pecore che inseguono pedissequamente gli ordini dei propri capigruppo ecco che al momento del voto basterebbe quello di 5-6 persone per tutte. E invece no. Non è questo che è stato previsto da chi ha scritto la nostra Costituzione.

In questi ultimi giorni sentendo abusare della parola tradimento mi pare che a tradire sia stato soltanto chi la va sbraitando.

Traditore della democrazia e della nostra Costituzione. Traditore dell’intelligenza dei singoli e della dignità delle persone. Diseducatore rispetto a quel ruolo di cittadinanza attiva di cui si va tanto amabilmente riempendo la bocca.

Come se non fosse quanto accaduto al Senato la conseguenza di una menzogna, l’effetto dell’aver dichiarato per anni la qualità della propria purezza rispetto agli altri, “tutti uguali”.

Mentre, alla prova dell’ovvietà, no, non sono tutti uguali. E le differenze le fanno storie che riescono a risvegliare le coscienze, per un istante, di alcuni.

marzo 18 , 2013 at 7:46 pm 6 commenti

Ai lavoratori e le Edizioni di Comunità

More about Ai lavoratoriSaranno coincidenze, ma proprio quest’anno che ho fatto la mia personale “scoperta” di Adriano Olivetti,  Le Edizioni di Comunità, fondate nel 1946, hanno ripreso la loro attività. E così un poco alla volta ripubblicheranno gli scritti di Olivetti, oggi difficilmente reperibili.

E’ uscita da poche settimane la prima pubblicazione: Ai lavoratori, un breve lavoro che contiene due discorsi tenuti da Adriano Olivetti ai lavoratori di Ivrea e Pozzuoli.

In questi scritti, introdotti da Luciano Gallino, c’è la testimonianza di un’idea di fabbrica e di lavoro che oggi pare lontana e inconcepibile alla mia generazione: se un barlume del passato ha attraversato la generazione dei nostri padri, ecco, ben poco, nulla di quel dibattere è arrivato ai giorni nostri.

Per questo Ai lavoratori è uno scritto prezioso perché capace di solleticare l’immaginazione, le idee, la voglia di fare.

E’ nel discorso alle Spille d’Oro (riconoscimento dato ai lavoratori con 25 anni di anzianità in fabbrica) che Olivetti riporta il monito fattogli dal padre che lo accompagnerà durante tutta la sua attività di imprenditore:

“Nell’affidarmi allora la riorganizzazione delle officine mio padre mi aveva conferito grandi poteri, ma mi aveva pure avvisato ed ammonito con precise indicazioni e in questi termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». “

Ed è poi parlando ai lavoratori di Pozzuoli che proverà a raccontare il pensiero che lo ha accompagnato nel suo lavoro a Ivrea:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa. Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi della organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.”

E continua:

“Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.”

Che differenza tra queste parole e quelle che capita di ascoltare quando certi personaggi si apprestano a fare gli auguri di Natale…   Luciano Gallino sottolinea infatti che Olivetti “[...]non vuol sembrare un imprenditore amico che parla agli amici operai; non finge siano superate le contese tra capitale e lavoro; non si atteggia a imprenditore che vuol dare a intendere ai dipendenti che lui e loro sono nella stessa barca. Parla in modo spiccio e diretto come un dirigente cosciente delle proprie responsabilità e determinato a farvi fronte.” 

Ai lavoratori è disponibile in versione cartacea a 6 €, in ebook a 0,99 € ed i testi sono rilasciati con licenza Creative Commons (per questo mi sono permessa di copiarne dei pezzettoni…).

Penso che sia uno di quei regali di Natale che a qualcuno andrebbe fatto con tanto di lettura obbligatoria… e che fa bene farsi da sé, ogni tanto.

dicembre 17 , 2012 at 5:28 pm 6 commenti

Se per la Regione FVG la cultura vale il 65% in meno

Oggi al cinema Visionario di Udine, alle ore 17.00 si terrà il primo incontro del neonato Movimento 1% per la cultura in FVG. Ne fanno al momento parte un sacco di teatri della regione che si sono visti dimezzare i contributi regionali del 50%, quando non azzerare.

Perché è successo che con la scusa della crisi e dei tagli la giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha pensato bene si dovesse tagliare proprio sulla cultura, del 65%, mantenendo in pratica soltanto i finanziamenti, al 50% rispetto l’anno precedente, a quelle strutture che hanno più posti di lavoro e più spese vive.

Ecco, a voler essere sincera l’azzeramento a qualche associazione non mi dispiace per niente: sopravviveranno anche senza contributi? Ma certo che si. Il territorio subirà una grande perdita? La maggior parte della popolazione ne ignorava l’esistenza prima e continuerà a farlo.

Ci sono però realtà che svolgono un compito ben più complesso nei confronti del territorio: i teatri e i cinema ad esempio, ma non solo.

Quest’anno i tagli peseranno tantissimo anche sulle attività della Casa dello Studente di Pordenone che da lavoro a 18 persone e che al momento non si trova nelle condizioni di poter garantire la continuità di servizio offerto fino ad oggi e rischia di chiudere. La Casa dello Studente non è uno studentato, come potrebbe sembrare dal nome, ma un centro di iniziative culturali da sempre importante per la vita sociale di Pordenone e della provincia.

Quanti e quante ragazze ci hanno passato i loro sabati pomeriggio ai corsi di giornalismo e di cinema?

E quanti universitari hanno preparato i loro esami nelle aule studio messe a disposizione?

E quanti studenti delle superiori hanno sempre trovato li riparo nelle pause pranzo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio?

E quanti anziani hanno trascorso i loro pomeriggi seguendo i corsi dell’Università della Terza età?

E’ stato proprio tra i divanetti della saletta dei giornali della Casa dello Studente che ho letto a 15 anni il mio primo numero di Internazionale. E’ stato grazie ai corsi gratuiti di giornalismo e alla collaborazione con Il Momento che ho potuto partecipare come addetta stampa, a 18 anni, alla Mostra del Cinema di Venezia. (E’ stata grazie alla scusa “vado ai corsi di giornalismo” che ho messo piede in “città” e guardato per la prima volta fuori dalla finestra del mio paesino.)

E’ stato grazie alle attività svolte con l’Informaestero e l’IRSE che ho potuto passare 3 splendide settimane in Inghilterra cercando di imparare l’inglese. Ed è stato con agli elaborati con cui partecipavo al Concorso “Europa e i Giovani” che riuscivo ad evadere, durante i miei studi ingegneristici, dal mondo del silicio per approfondire una volta gli scritti di Joseph Stigliz, una volta il commercio internazionale delle armi. (A dir il vero è stato anche attraverso le persone che ho conosciuto lì che ho scelto di studiare ingegneria…)

Ecco, credo che righe simili le potrebbero scrivere centinaia di persone. 

Da sinistra e da destra ne ho sempre sentite tante di critiche saltar fuori verso i contributi dati a tutte le attività svolte alla Casa dello Studente. Ma a me è sempre sembrata un poca di invidia rispetto a un saper fare che sa mettere insieme generazioni diverse, che sa spingere culture diverse ad incontrarsi, che sa proporre esempi positivi, interventi importanti, stimoli alla formazione, all’apprendimento, al sognare.

Ecco, capisco che la crisi possa richiedere ridimensionamenti a tutti e a tutto. Ma davvero gli spiccioli tagliati alla cultura, rispetto ad altre spese di bilancio ben più consistenti destinate ad altri settori, erano i tagli più necessari? Davvero sono economicamente di maggior valore gli euro spesi in nuove strade rispetto a quelli destinati a formare nuovi uomini e donne? Davvero inoltre andava fatta un’azione tanto indiscriminata da non distinguere il valore di chi svolge quotidianamente un certo tipo di attività da chi i contributi li usa per un paio di convegni l’anno?

Davvero non si poteva fare diversamente?

Ieri sera cercavo sul portale del Senato qualche intervento di Paolo Volponi, per curiosità. Ho trovato queste parole, pronunciate il 17 marzo del 1984 durante la discussione relativa all’abolizione della Scala Mobile. Ed ecco, il tema è ben diverso, ma il ragionamento, la tensione del pensiero che andrebbe oggi saputa ricercare, credo possa e debba essere la stessa.

“[...]per stato di necessità uno soccombe a un peso fisico, a una disgrazia, a un accidente, ma non a un fatto politico o di cultura o a un problema tecnico, a una situazione che si presenta in termini socio-economici. In questi casi si interviene e si affrontano i problemi attraverso lo studio, attraverso l’organizzazione della scienza, andando alla ricerca di soluzioni che siano quelle della cultura, quelle di tante menti messe insieme a discutere della reale possibilità di risolvere il problema non solo dal punto di vista dell’autorità, ma anche dal punto di vista dell’analisi di quanto concorre a formare lo stato di necessità e della scienza che può risolverlo.”

Prezioso in epoca in cui ogni scelta politica ci viene proposta come “inevitabile”…

novembre 30 , 2012 at 11:11 am 10 commenti

Ma noi trentenni (e dintorni) a cosa serviamo?

Ve la immaginate l’Italia che avremo?

Quella costruita attorno a una generazione che ha vissuto solo precarietà (se non proprio occupazionale, paurosamente esistenziale) e rabbia e un’altra arabattata tra precarietà e disoccupazione?

Ve lo vedete il risultato di un Paese che grida vendetta, meritocrazia, giustizialismo senza leggere più di un libro l’anno?

Se l’Italia che affrontò la crisi post bellica e poi quelle successive era fatta di una generazione che non sapeva accontentarsi, che si rimboccava le maniche sentendo il richiamo di passioni e desideri, che aveva sentito la fame come fondo, qui abbiamo l’effetto dell’accontentarsi, la rassegnazione come pane quotidiano.

Può essere questa la condizione sociale, culturale, ideale per rilanciare il Paese? “Deve esserla” direbbero Monti e Napolitano. Così, per consolazione.

Ma quando gli esempi vincenti che ci offre la cronaca sono quelli dei giovani che hanno deciso di migrare all’estero, quando il senso critico diventa maggioritario non tanto attorno ai grandi ideali di massa che spinsero il Paese nel ’900, quanto attorno al valore di un’espressione televisiva o all’indicizzazione di un motore di ricerca, ecco, che speranze abbiamo?

Quando bastano quattro articoli di giornale e un rintronamento televisivo a convincere tanti trentenni di oggi che “stiamo come stiamo perché i nostri padri hanno avuto troppo”, quando sento che basta parlare di  tagli alla politica per vedere gli animi che si scaldano senza sedersi a pensare, quando mi accorgo che c’è chi accetta di vedere i propri colleghi di lavoro trattati come macchiette senza dignità perché tanto devono solo ringraziare di poter lavorare, ecco, c’è qualcosa che non va.

La Resistenza, cari coetanei, ci sognava liberi, pensanti, sognatori, costruttori. Ha fatto in tempo a vederci laureati e schiavi di pensieri preconfezionati privi di un pensatore di riferimento.

Le lotte per i diritti sociali degli anni ’70 che hanno permesso a molti di noi di raggiungere una laurea, di girare il mondo, ci vedono accettare (o addirittura inventare) oggi l’idea che “prima viene il business e poi il lavoro”. E penso alle trasformazioni che in quegli anni si sono sperimentate attorno a tutti i grandi organismi della società: dai partiti ai sindacati, dal nuovo associazionismo alla Chiesa. Sì, la Chiesa: se penso alle grandi “rivoluzioni” di pensiero che ci sono state nel dopoguerra, alla chiesa degli ultimi che rielaborò allora un altro modo di stare vicina alla Comunità e a come questa è stata oggi dimenticata o rimossa o messa all’indice da troppi “giovani” fedeli, beh, tremo.

Quando sento un coetaneo affermare che vengono prima i contratti tra società e cliente che le relazioni umane e il rispetto dei principi minimi di dignità mi rendo conto che neppure i principi economici dei Bignami hanno fatto strada nella formazione di base della mia generazione. Si, vero che la crisi spazza via ogni principio, ma è pur vero che in caso di fallimento prima devono essere remunerati i lavoratori e poi i fornitori. E’ un principio che porta con sé il senso del fare attività economica, cosa di cui purtroppo mi par di capire c’è sempre meno cultura.

E ne provo una rabbia frustrante. Perché quale tipo di società funzionante ne può uscire da chi ambisce a un riscatto che non guarda in faccia nessuno, che non pensa alla società intera come propria casa, ma guarda solo alla propria singola esistenza?

Che tipo di società ne può uscire dentro a una legge del taglione per cui “io ho piegato tanto la testa, ora piegala tu?”

E che responsabilità ha dentro a questa (in)cultura diffusa tanta cattiva imprenditoria malata, fatta più per far girare capitali che produrre?

Quando penso a come per anni si sia diffusa l’idea che potremmo crescere come Paese che si basa sul terziario anzichè sul manifatturiero mi vengono i brividi: perché se la produzione di beni ancora ci lega a quel che sappiamo fare bene e ad un vincolo psicologico rispetto al prodotto finale, che sta tra il senso di tradizione e il saperci mettere del proprio, vedo invece il fallimento culturale in un fornire servizi che ad altro non concorrono se non a passaggi di denaro.

Oggi come effetto collaterale della società consumista sono la mancanza dei denari per un viaggio, un nuovo telefono, un’automobile, comprare casa a smuovere gli animi. Sul deterioramento dei beni e sulla consolazione magra che otteniamo nel portarceli appresso non riflettiamo mai sul serio.

Ma fatti così, noi, a cosa serviamo? Fatti così, con le statistiche sulla disoccupazione che dettano l’agenda, non il protestare per pretendere lavoro, con le immobiliari con palazzi ovunque da vendere che suggeriscono ai Governi di facilitare i mutui per i giovani per facilitarli ad uscire di casa, anziché la pretesa di un piano per l’edilizia popolare che ci descriva per quello che siamo, i nuovi operai, che esistono ancora e che non possono lavorare per abitare e basta?

Esiste un sottile legame tra il mondo fatto di over 50 che comandano e giovani sotto che non arrivano neppure a capire i discorsi che sopra le loro teste vengono fatte: la politica, come ogni cosa, richiede studio e volontà di leggere il Paese intero, non una parte.

Quanti di noi sono capaci di non banalizzare il consenso attorno all’interpretazione degli egoismi semplici, quanti di noi sono capaci di rifiutare oggi la politica dello scontro generazionale per riscoprirsi parlanti all’ultimo dei ricoverati in una casa di riposo quanto al primo diplomato che voterà per la prima volta?

Ecco, ultimamente mi dico “per fortuna” che ancora tengono i vecchi. Per fortuna che tengono duro, anche quando non ci sono più, anche quando di loro non resta altro che un ricordo che, di continuo, mi martella -”pensa sempre con la tua testa”- e a quelle lezioni di compromesso tra orizzonti e necessità reali che oggi ben pochi sanno dare.

Attenzione: perché è a noi che verrà chiesto il conto. E saremo noi a dover rispondere.

Troviamo qualcosa di intelligente da dire. Ma per favore, facciamo in fretta.

E che sia qualcosa che invade, qualcosa di dirompente, qualcosa capace di stravolgere l’arte, la musica, la poesia, la società. E poi verrà la politica, l’economia, il Paese…

giugno 13 , 2012 at 10:38 am 2 commenti

Le cose che abbiamo da dire

Volevo scrivere qualcosa di intelligente.

Una riflessione sul fatto che i social network sono molto più deboli delle lingue pettegole e molto meno impermeabili della pelle alle raccomandazioni e ai gradi di parentela, etc etc, ma poi ho letto su Repubblica.it le esternazioni di Grillo sulla Mafia e la crisi e  mi è passata la voglia.

No, non ci sono parole capaci di spiegare meglio dei fatti la faccenda banale che fa della Rete, intesa come pc/tablet/smartphone e compagnia connessi a internet, nulla di diverso da quello che fa la Rete dei canali televisivi fino a un po’ di tempo fa (e che fa tutt’ora, certo, anche se oggi forse le due reti non hanno bacini del tutto perfettamente sovrapponibili) che forse altro non ha fatto che confondere e diversificare la rete che c’era da sempre, quella fatta di solide strutture parrocchiali, associazionistiche, partitiche, connesse attraverso i giornali e i volantini.

I contenitori, che che ne raccontino i social guru, non cambiano i contenuti, né trasformano in maniera così tanto interessante il risultato finale, il pensare. E neppure rivoltano i rapporti sociali, i punti di vista. Anzi, rafforzano ancora di più quello che ancora Don  Lorenzo Milani scriveva a proposito degli intellettuali del suo tempo:

Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.

Già: perché per avere consenso occorre saper scrivere cose semplici, meglio ancora se ovvie, oppure aver scritto una o due volte cose interessanti -che magari appoggiano l’opinione di tizio e caio e non importa se si tratta poi banalmente della traduzione di un articolo straniero- per poi vivere di rendita tutta la vita, in qualsiasi ambito si vada poi ad aprir bocca. Il trucco è semplice: incensa me che poi quando è il mio turno io incenso te.

L’importante è non andare mai a cercare la costruzione di un pensiero interessante nuovo, mai tentare un ragionamento complesso e sopratutto mai criticare troppo il potere che si vorrebbe ottenere. Tacerlo piuttosto, ecco si. Autocensurarsi è consentito, tanto più quando si mira a stare sotto un certo cappello, non a fabbricarne uno nuovo.

Dove stanno le cose che abbiamo da dire?

In questi periodi in cui credo ci occorrerebbero centomila nuovi cappelli e ci occorrerebbero centomila nuove cose da dire mi accorgo invece che anche quegli spazi considerati avanguardisti, come alcuni social network in fondo di nicchia, come Twitter, hanno poche novità da offrire. Anzi. E non si dia la colpa ai più giovani frequentatori o cose simili.

Basta guardare le citazioni dei giornali, che stanchi di svolgere una qualsiasi voglia forma d’inchiesta si limitano a citare i più retwittati personaggi del noto social network: sempre gli stessi, indipendentemente dall’argomento in questione, i quali se la sguazzano e fanno di tutto per sperare in una successiva citazione. Talvolta capita poi di scovarli come autori degli articoli nelle successive rubriche del giornale stesso. Wow.

Così che non c’è da stupirsi se Beppe Grillo e tanti altri occupano sempre le solite posizioni tra i blog più importanti in Italia, se i giornalisti preferiscono spacciare opinionismo, anziché diventare popolari con l’informazione: nel perverso mondo della costruzione di popolarità e googolarità la cosa più importante non è tanto la qualità di ciò che dici, ma il modo in cui costruisci qualcosa per renderlo appetibile. L’importante comunque è parlare dell’argomento più cliccato.

Si, ok, lo so: qualcuno penserà che sono soltanto invidiosetta. Invece no. Sono sinceramente preoccupata, perché di fronte alle previsioni elettorali di Grillo, di un “movimento” che si struttura attorno a tanti ex socialisti, ex leghisti e ex ordine nuovisti in dose molto più massiccia di quanto si pensi (e non venitemi a parlare di “ingenuità politica”) si amplifica ancora di più questo sostegno melmoso al personaggio.

Il “bene o male l’importante è che se ne parli” vale 100000 volte di più davanti a un pc che nelle strade e il giornalismo mediatico più che informativo ci sguazza su vivacemente, perché tutto aiuta ad aumentare le visite, a sperare di scovare una qualche forma di guadagno in più (perché, ebbene si, il nodo di “chi mi finanzia nel web?” non è ancora risolto).

Così accade che su Grillo e i suoi seguaci cada un aurea da bravi ragazzi: guai a contestare seriamente le tante sparate del personaggio, guai ad indagare e a smontarne l’impalcatura. Sia mai che la banderuola non giri proprio dalla sua parte! Ora poi che lo si da al 7%! Un 7% fatto di così tanti internettiani, tecnici informatici, social cosi! Certo, mi si dirà, compito della politica, non del giornalismo e dell’opinionismo addentrarsi dentro a certi meccanismi.

Peccato che Internet abbia dimostrato come un po’ di consenso abbia il suo valore, proponibile e vendibile anche su altro, più dell’informazione e a scapito della stessa: basti vedere il sostegno de Il Post alla campagna elettorale a tempi sbagliati partita da Matteo Renzi, che proprio grazie a taluni giornalisti e ideatori della testata in questione ha avuto un certo eco durante le sue autocelebrazioni dell’anno scorso. Oppure basta leggere Il fatto quotidiano, che liquida oggi come “uscita” le dichiarazioni di Beppe Grillo (E il Fatto quotidiano, che ha saputo ben fare piazza pulita attorno a se sfruttando l’onda del “no ai finanziamenti pubblici alla stampa” difficilmente può negare un debito di riconoscenza verso Grillo).

Per non parlare poi del macinare facile che si sta giocando in queste settimane da parte di troppi: è molto più semplice dire banalità  che sposino l’idea di antipolitica invece che riflettere su cosa definisca questa parola in Italia, su cosa significa dare un nome alle cose, su cosa significa alimentarle. E invece no: molti giornalisti e i social esperti, che restano i più astuti conoscitori della rete in quanto arguti conoscitori delle parole, se la godono un sacco a mostrarsi influenti su queste cose. Tanto gli rende molto di più che essere abili indagatori di notizie. Gli rende molto di più che farsi responsabili di influenzare in maniera diversa il Paese. Meglio rendere trendy in rete ciò che è trendy al bar che annusare cose nuove.

Chissà se un giorno resteranno le prove: se chi oggi fa a gara per farsi indicizzare bene da Google parlando di antipolitica (che in Italia, attenzione, si traduce nel materiale in antidemocrazia) pagherà prima o poi il prezzo o si riciclerà bene.

Magari scrivendo un romanzo.

Chissà.

(Per fortuna ogni tanto mi leggo i post di @Gilda35 e mi consolo, però vorrei sapere sul serio come si fa a raccogliere le cose che abbiamo da dire, dove sono le famose piazze di discussione virtuale, dov’è quell’innovazione che tanto viene declamata e qual è la rivoluzione tanto decantata.)

aprile 30 , 2012 at 6:35 pm Lascia un commento

Anonymous: la grande truffa?

Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.

Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.

In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica  anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.

Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano  dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?

Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.

scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:

Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.

Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO

Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”

Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.

Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.

Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?

Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio. 

E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.

Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)

In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.

E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.

P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.

Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.

[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]

aprile 12 , 2012 at 11:11 am 5 commenti

Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani

Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)

Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.

E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.

More about A che serve avere le mani pulite se si tengono in tascaCosì, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.

Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.

E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)

In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.

E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.

Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.

Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.

E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.

Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.

Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.

Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che

Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.

(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)

Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.

E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.

marzo 27 , 2012 at 11:34 am 7 commenti

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