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Renzi doveva fare l’attore #elezioniFVG

bolzonello_renzi_serrachianiNon ho resistito. Assieme a centinaia e centinaia di persone mercoledì scorso sono andata ad ascoltare Renzi che presentava Debora Serracchiani – e un po’ anche sé stesso – in piazza XX Settembre a Pordenone.

Serracchiani è candidata alle prossime elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia che si votano tra una decina di giorni. E’ diventata brava negli anni, i chilometri macinati le hanno fatto bene. Non è più semplicemente quella che 4 anni fa veniva eletta al Parlamento Europeo per un video su YouTube.

Ispira fiducia, propone, commuove. E anche se non fa proposte di Governo perfette si fa rappresentante di un programma articolato e fattibile. Dove i tagli agli sprechi raccontano una parte, non sono l’unica idea del Friuli che vorremmo, in tanti, migliore.

Renzi è una specie di giocoliere del palcoscenico. Mi chiedo se tutti noi, cresciuti aprogrammi tv, con un po’ di allenamento ci comporteremmo come lui. E’ pieno di fan, tanto che al termine del suo intervento scende tra il pubblico che allunga le braccia invocando autografi e fotografie. Signore di 60 anni, signori di 70 che corrono a stargli vicino. Un mini delirio.

Chissà se Renzi sa che l’”amico Sergio” – così definisce Bolzonello, già sindaco di Pordenone (a sinistra nella foto qui sopra) – ha suggerito ai suoi elettori il voto disgiunto pur di essere eletto. Chissà a chi scrive mentre maneggia col cellulare e Serracchiani parla.

renziChissà se Debora Serracchiani è veramente contenta di portarsi Bolzonello in giunta e se si fida sul serio di lui. Chissà se è contenta di portarsi dietro Renzi per riempire le piazze quando un tempo riusciva a farcela da sola. Credo stia mettendosi in gioco al massimo. Accettando alcuni compromessi qui e mettendo bene in chiaro le cose là (non poche le uscite sui social network in queste settimane per dire no all’accordo PDL-PD e per esprimere posizioni nette sulla politica nazionale).

serri e renzi

Non c’è mai stata una presidente della Regione FVG donna. Sarebbe la prima. Non è una cosa così semplice da proporre ai friulani. E siccome non è un gioco non è neanche una sfida. E’ qualcosa di più. Un mettersi a disposizione nella consapevolezza che occorre mettersi in moto per non rivedere altri 5 anni di orrori politici a firma Tondo. Perché rischiamo, sul serio, di ritornare ad essere quel Friuli Venezia Giulia che negli anni ’50 era tra le Regioni più povere del Paese se non si coltiva una sorta di voglia di fare/pensare collettiva.

L’altra sera guardavo questa donna minuta, in mezzo agli altri candidati sul palco, e mi si è trattenuta a stento una lacrima. Perché la fatica della politica, la capacità di tenere le misure, la consapevolezza del compromesso nell’orizzonte di un bene comune più lontano e più importante dei conflitti di poco valore del presente, stavano lì, o almeno ho voluto crederci. Stavano lì, nel mettersi da parte mentre un territorio, un popolo, cercava un leader da toccare per un momento (e questo, aimè, misura tante cose).

Le campagne elettorali mostrano molto, perché molte cose tirano fuori, nel bene e nel male. E dopo aver assistito alla presentazione, il giorno prima, della lista del M5S, dopo aver sopportato 5 anni di Governo Tondo beh, a me pare di poter sopportare quanto scritto sopra e sperare che Debora Serracchiani vinca.

Perché non è vero che sono tutti uguali.

aprile 12 , 2013 at 2:13 pm 4 commenti

Candidati senza sogni? Siete più utili a casa

Ieri sera sono stata alla presentazione della lista del M5S per le Elezioni Regionali in Friuli Venezia Giulia. Voteremo tra meno di 15 giorni e, non essendoci il ballottaggio, chi vincerà otterrà la maggioranza e il Governo della Regione. Visto l’esito delle elezioni politiche, vista la giunta uscente, di certo non brillante, ma nemmeno tanto “debole”, il rischio (rischio, sì) che il M5S vinca le elezioni non è poi così remoto.

Così sono andata a vedere chi c’era, cos’avevano da proporre in più di quel poco di programma che ho trovato nel loro portale online (avranno anche scritto 200 pagine da qualche parte, ma non trovo dove…), tanto più che tra i candidati c’è qualcuno che conosco.

Dov’erano gli elettori (più di 600) che alle elezioni politiche, qui in paese, hanno votato M5S per “partecipare”? Di certo non erano lì a portare la loro voce.

E poi dov’era l’idea per il futuro della nostra Regione? Dov’era il sogno per liberarla dalla crisi in cui sta affossando? Dov’erano le idee per rilanciare il sistema produttivo? Non c’era niente, il NULLA.

Anzi. Un candidato ha persino auspicato l’introduzione della lingua inglese all’asilo, ché tanto ormai va dicendo a suo figlio di 8 anni che dovrà andare a lavorare all’estero visto che qui non c’è più niente.

E allora, mi chiedo, perché si è candidato? Per invecchiare col figlio all’estero, ma con la raccolta differenziata porta a porta (che tra l’altro a Chions funziona da anni)? Perché si è candidato se non ha un sogno da mettere a disposizione neppure per suo figlio che va ancora alle elementari? Cosa dovrebbero pensare allora i tanti figli ormai grandi che si affacceranno nei prossimi mesi nel mercato del lavoro e non avranno neppure corsi di formazione disponibili visto che “dobbiamo fare i corsi in base a quello che chiedono le aziende”(quali?)?

Ma si. Basta nominare il cambiamento, nel nome di Beppe Grillo, basta vincere le elezioni convincendosi di poter essere migliori dei precedenti (tanto meglio se si ignorano i precedenti) e il più è fatto. E non importa se la parola welfare non compare neppure mezza volta in tutto il programma. E non importa se quel che è spacciato per cambiamento non è altro alla fin fine se un insieme di pratiche che comunque vengono spinte a livello Europeo e non rappresentano un’innovazione politica quanto una normale pratica amministrativa (dalla riduzione dei rifiuti all’attenzione verso le risorse energetiche…).

Che tristezza. Si era li, in teoria a parlare di Friuli Venezia Giulia, e mi pareva alla prova dei fatti che si parlasse invece di una qualsiasi altra regione del nostro Paese. Che non contasse la vicinanza alla Slovenia in crisi, nessun accenno a forme alcune di specialità locali, non una parola sulla trasformazione economica che occorrerà affrontare con la crisi (e fine?) dei distretti e quindi alla grossa mole di inoccupati da ricollocare. “Non sappiamo quel che troveremo” hanno detto rispetto agli interventi possibili rivolti ai disoccupati. “Se potremo faremo”.

Ma questa non è politica. E’ del tutto un’altra storia.

In fondo grazie al marketing compriamo un sacco di acqua minerale, spesso peggiore, per pagar poco, di quella che esce dai rubinetti domestici.

P.S.2: E domani si va a sentire la Serracchiani.

aprile 9 , 2013 at 2:24 pm 4 commenti

Sentirsi parte

Dal sito La voce di ImpastatoLa notizia non è nuova, anzi. E’ ormai passato qualche giorno da quando Ivan ha comunicato a tutti i sostenitori del progetto “La voce d’Impastatoha venduto per tempo, attraverso la piattaforma di crowdfounding di Produzioni dal Basso, tutte le quote necessarie a terminare i lavori del film.

Ne avevo scritto qualche tempo fa e adesso spero di vedere presto il lavoro finito: anche se il programma di Le Voci dell’Inchiesta 2013 non è ancora online, pare che il documentario verrà presentato a Pordenone proprio in quell’occasione.

E’ stato interessante in questi mesi allenarsi a tenere l’occhio su come si andava evolvendo la cosa, seguire le cronache dei vari giri della troupe per presentare il progetto e per raccogliere le interviste necessarie alla realizzazione del video.

Così, con 10 euro, si finisce col sentirsi un pochino parte, tanto più vedendo che è una cosa che nasce da questo territorio, e altro non si può fare che sperare in una buona prosecuzione dei lavori, del montaggio, della realizzazione finale del DVD.

E anche se certo non è stato un investimento economicamente rischioso mi rendo conto che in ballo sento pur sempre il “rischio” di non vedere il risultato finale, di perdere la fiducia nell’idea che questo tipo di “fare collettivo” abbia effettivamente spazio e possa vincere i pregiudizi dei più sospettosi.

Speriamo bene. Anche perché nel frattempo ho trovato un altro progetto che voglio sostenere nell’attesa di avere la mia ideuzza da proporvi!

 

marzo 11 , 2013 at 5:23 pm Lascia un commento

La neve a Chions

viti

dettagli legnosi

curva

piancavallo

curvando

filari

Martedì mattina Chions si è risvegliata imbiancata.

Mercoledì mattina ho fatto un giretto per la campagna intorno. Qui vedete un po’ il risultato e potete confrontare come stanno le cose quando c’è neve e quando non c’è… :)

febbraio 14 , 2013 at 5:36 pm 2 commenti

I #50anni del Friuli Venezia Giulia

Ricorrono quest’anno i 50 anni di autonomia della Regione Friuli Venezia Giulia e leggendo alcuni articoli sul Messaggero Veneto di oggi non ho potuto fare a meno di trattenere un sorriso.

“Per arrivare al battesimo della regione a statuto speciale il percorso fu lungo e accidentato. Bisognava convincere dell’utilità dell’iniziativa prima di tutti gli sciovinisti friulani e poi i politici e i burocrati romani. Sembra facile, oggi che per conquistare voti e poltrone nella capitale si parla di macro-regione come di una gallina dalle uova d’oro! Ma allora i cosí detti padri fondatori avevano un bel da fare per portare gli avversari sul proprio terreno, poiché neppure all’interno dei singoli partiti c’era identità di vedute su questo problema.

Si arrivò tuttavia al dunque, ma niente champagne e neppure grappino per festeggiare! C’era piú delusione che esultanza nelle contrade friulane e il motivo di allora riecheggia ancor oggi, per bocca del mio amico D’Aronco, nonostante i confini spazzati e il mondo rimpicciolito.

Trieste, l’amaro calice per Udine e furlanía! Cosa c’entravano quei piagnoni triestini, scansafatiche per natura, gaudenti per vocazione, cosa c’entravano con la regione del Friuli?”

Ebbene, sono passati 50 anni, ma il pensiero del friulano medio e del triestino medio si è incagliato li.

Non a caso l’articolo, a firma di Sergio Gervasutti continua:

“Ho sempre creduto che se Trieste per assurdo non fosse esistita, di una Regione Friuli non si sarebbe neppure parlato e mi meraviglia molto che ancor oggi tra il Friuli e la Venezia Giulia (a proposito, che c’entra quella Venezia? ci mettiamo un trattino?) esistano diatribe alimentate da ragioni – diciamo cosí – di piccolo cabotaggio: un contributo a Tizio anziché a Caio, un posto letto negli ospedali e via elencando diatribe per università, porti, territori, cabinovie, eccetera.”

Campanilismi reali o immaginati? Il “si è favorita Trieste a Pordenone o Udine” nel progetto di una cosa piuttosto che di un’altra è pratica comune nel dibattito politico locale: ma davvero è tanto infantile la gestione della politica regionale? O si tratta piuttosto di un gioco che si trascina negli anni atto a giustificare l’incapacità di portare avanti una progettazione condivisa a livello regionale?

Qualche giorno fa sempre sulle pagine del Messaggero Veneto il Sindaco Honsell lamentava:

«Sono rassegnato, ogni volta che ci sono finanziamenti in ballo la città di Udine viene esclusa senza che si alzi la voce dei parlamentari e degli assessori regionali».

I finanziamenti riguardavano fondi predisposti dal Ministero delle Infrastrutture per il recupero di aree dismesse e nell’articolo non si manca di sottolineare che a Trieste sono stati concessi invece 4 milioni di euro.

Il fatto che l’articolo sottolinei poi che

“Oltre ai progetti di Udine, a Roma sono arrivate altre 456 domande di finanziamento e il Governo ne ha accolte solo 24.”

pare non essere sufficiente a dimostrare che forse, forse, l’antico giochetto delle discriminazioni sta diventando noiosetto e non può essere utilizzato per giustificare ogni cosa.

Mi è capitato spesso di affrontare il tema dell’autonomia della regione Friuli Venezia Giulia con un sacco di gente proveniente da ogni parte dell’Italia. Sempre con molta fatica ho cercato di spiegare le ragioni di un’autonomia che, in epoca di attacchi alla casta, di storture prodotte dal pensiero della Lega, difficilmente viene accettata e compresa nel resto del Paese, vista più come un privilegio costoso che altro. Come giustificare il flusso di denaro che viene speso per la tutela della lingua friulana quando le scuole vivono carenze strutturali basilari?

Leggendo le parole di Gianfranco D’Aronco, uno dei padri dell’autonomismo friulano, non mi stupisco che sia tanto difficile dare un senso alla peculiarità che viviamo:

“Il matrimonio forzato tra il Friuli e Trieste è stato un connubio d’interesse, ma chi ci ha guadagnato è stata solo la Giulia. Al Furlan le briciole. Ogni giorno si leggono proteste per i favori alla Favorita; si tagliano i fondi alla lingua friulana, perché la Regione deve mantenere il teatro Verdi. E il governo deve intervenire per il recupero delle aree dismesse delle caserme solo nella città redenta. Merito dei triestini e demerito dei friulani.”

Con tutto il rispetto per una persona che ha fatto la storia della nostra Regione ecco, forse se l’attuale classe politica non è degna di portare sulle spalle il compito di prendersi cura dei territori che è chiamata a rappresentare non è colpa dei nomi che diamo ai territori.

Perché i “conflitti territoriali” credo siano pane comune di ogni regione d’Italia, mentre forse meno comune è la capacità di essere così tanto “invisibili” al Paese, così piccoli da non accorgersi che la (falsa) tutela del proprio praticello, fosse anche grande quanto un capoluogo di provincia,  in epoca in cui l’unità di misura non è Udine o Trieste, ma l’Europa è un danno che non solo nel tempo paga il praticello, ma il tutto.

Così piccoli intendo rispetto alla nomea di cui ci si vuole rivestire: gran lavoratori, persone serie, etc etc… Come se ormai, a industrializzazione avviata ovunque, con l’immigrazione da tante regioni d’Italia che da decenni caratterizza la nostra regione non  avessimo la prova che coloro a cui viene data la possibilità di fare un lavoro onesto diventano un poco alla volta grandi lavoratori.

I confini sono limiti geografici che diventano così facilmente mentali da non farci accorgere che pesare di più gli uni rispetto agli altri è un’ambizione che va bene fintanto che resta un gioco. Se il Tagliamento e l’Isonzo continuano ad essere considerate le barriere che portano ricchezza da una parte anziché dall’altra, beh, non so bene quali saranno le conseguenze.

In questi giorni in cui si chiacchiera di elezioni politiche i mal di pancia di chi fa i conti su il numero di candidati nelle liste che verranno eletti provenendo da una provincia anziché da un’altra mi fanno sorridere. Davvero fino ad oggi hanno pesato così tanto? Davvero hanno determinato il bene o il male del nostro territorio? A me non sembra, almeno a guardare agli ultimi 20 anni.

Allora ecco che non credo sia l’ago della bilancia rispetto al futuro del carcere di Pordenone avere un eletto di qui piuttosto che uno di Udine. Mi basterebbe che si prendessero a cuore la condizione carceraria del nostro Paese e portassero le condizioni della nostra regione per risolvere tutte le problematiche sul tema. E non credo che un eletto di Trieste debba essere meno interessato di uno di Gorizia a quanto avviene al CIE di Gradisca, né che si debba lavare le mani rispetto alla crisi del distretto del mobile, per quanto lontana 140 chilometri dalla sua residenza. E credo che a tutti gli eletti debba stare a cuore la cura di un territorio regionale che abbiamo reso fragile, trovando il modo di conoscerlo tutto e trovando i soldi per curarlo tutto, nel rispetto delle tante peculiarità storiche, linguistiche, culturali.

C’è una crisi in corso che non si risolve litigando, ma cooperando, girando, conoscendo, ascoltando: rompendo quei confini che ci fanno molto più poveri in tanti e rendono molto più ricchi soltanto coloro che dagli screzi locali traggono vantaggio personale. Deve continuare ad essere questa l’Autonomia?

Non so quanti saranno ancora altrimenti disposti a ritenere che l’autonomia di questa regione abbia un senso. Non so ancora quanti ancora tra qualche anno se la ricorderanno più, a dir il vero. E mentre qui staremo a litigare sulla Capitale che finanzia Trieste e si scorda Udine, il resto del Paese, che non viene più da queste parti neppure per il servizio militare, inizierà a dimenticarsi del tutto questa regione per strada.

Chi si ricorderà dei vini bianchi del Collio e dell’aglio di Resia? Chi del frico, delle lavatrici Electrolux, delle sedie di Manzano, dei coltelli di Maniago, del Sincrotone a Trieste? Chi dello sloveno parlato nel Carso, del resiano in Val Resia, del tedesco a Tarvisio? E quale Premier sarà pronto a riconoscerle che ha coltivato politici tanto bravi da meritare di nominarne uno Ministro?

E se invece questi 50 anni non diventassero l’occasione di un racconto, se non condiviso, almeno collettivo, dove ognuno fosse chiamato a raccontare un pezzo di Regione che non sia quello in cui vive? Se ripartissimo dalla cultura che unisce anziché battibeccare sul denaro che altro non fa che dividere?

Forse le renderemmo omaggio più utile e gradito di tanti battibecchi sterili con cui sarebbe assai triste arrivare ai prossimi 50 anni…

gennaio 31 , 2013 at 12:12 pm 5 commenti

L’antifascimo e la memoria: per non perdere di vista la Democrazia

interventiOggi a Pordenone, come ogni anno, abbiamo ricordato con l’ANPI e le amministrazioni comunali del territorio, i 9 partigiani fucilati il 15 gennaio del 1945 addosso al muro di quella che oggi è l’ex Caserma Martelli e che grazie all’intervento dell’ANPI e dell’amministrazione comunale di Pordenone è da un paio d’anni “zona sacra”, luogo inviolabile dall’edilizia. Un monumento inaugurato un paio d’anni fa ricorda i 9 partigiani uccisi e il comandante Franco Martelli ed è luogo di commemorazioni più volte l’anno.

C’erano le amministrazioni dei Comuni dove vivevano i 9 ragazzi uccisi e per la prima volta ho ascoltato l’intervento del nuovo sindaco di Azzano Decimo: dopo anni di amministrazioni leghiste che parevano ogni volta sentirsi quasi disonorate dall’aver avuto così tanti antifascisti, finalmente un discorso preparato con cura e rispetto nei confronti dei propri (tanti) caduti.

camminareC’era purtroppo Eligio Grizzo, vicepresidente della Provincia di Pordenone, che non ha potuto mancare di esprimere il proprio punto di vista sulla storia e sul presente, dicendo, un po’ alla Grillo, che è ora di smetterla con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. E non è un caso se, in una giornata tanto importante in cui si ricordavano anche tre partigiani venuti a mancare l’anno scorso (Mario Bettoli, Giuseppe Giust e Arturo Zambon), pilastri della memoria e della storia della nostra provincia, il gonfalone della Provincia, medaglia d’oro alla Resistenza, non c’era. Quanto è bastato per far montare la rabbia anche ai più anziani dei partigiani presenti.

Avrei voluto non commentare le parole che in questi giorni Grillo ha fatto girare in rete attraverso un video di Casa Pound, però sentendo parlare Grizzo, rappresentante di un’ideologia politica che poco ha a che fare con la Democrazia così come la Costituzione italiana è andata definendola, ho pensato che forse a qualcuno sfugga cosa sia l’antifascismo (o che gli riesca proprio difficile conciliare l’antifascismo con la propria idea di società).

Cosa sia, non cos’è stato, perché non è vero che tutto ciò che il fascismo ha rappresentato è morto e destinato a non tornare più. Ce lo dimostrano i movimenti di estrema destra che ritornano in auge in Grecia, ce lo dimostra il razzismo mai sopito che troppo spesso esplode, negli stadi così come nei bus.

Essere antifascisti vuol dire cercare anche, nel possibile, di tenere alta la memoria e allenare le barriere culturali capaci di impedire a ogni forma di fascismo (che contiene in sé il razzismo, l’intolleranza, la negazione della libertà e tanto altro) di tornare a impregnare la nostra società.

Se ci dimentichiamo di quell’articolo della Costituzione sull’apologia al fascismo, se non ne invochiamo costantemente l’applicazione, se lasciamo spazi a quella destra antidemocratica che in troppe zone del Paese è riuscita già ad infilarsi nelle amministrazioni pubbliche (vedi Roma e il Lazio) non siamo “bravi cittadini democratici rispettosi della legge.”

interventi al monumentoSe non teniamo alta la memoria partecipando alle iniziative, studiando, leggendo, raccontando, se diamo credito a chi millanta la venuta di una nuova era ormai ripulita dalle ideologie del passato (neanche le ideologie si ripulissero con un comizio, specie poi quando alle stesse basta cambiare nome per poterne ripresentare i contenuti), beh, accettiamo una versione dei fatti e delle cose edulcorata, leggiadra, ingannevole, irrispettosa della storia del nostro Paese. E siamo pronti a rivivere quanto i nostri nonni hanno passato.

Così, ecco, per me non sarà mai un cittadino onesto, un bravo rappresentante e tutore delle istituzioni colui che in base al principio della libertà di manifestazione concede la piazza a chi neppure nasconde la propria matrice fascista. Per me non sarà mai un granché quel rappresentate che ritiene di poter governare una comunità locale non avendo la cura costante dei luoghi della memoria antifascista (neppure in campagna elettorale). Non sarà utile a costruire un Europa migliore, un Friuli innovativo, un Paese socialmente vivibile, colui che mi viene a raccontare che destra e sinistra, fascismo e antifascismo, sono categorie superate. No, mi dispiace.

Perché, per l’appunto, quelli che così sono andati dicendo in questi anni, beh, sono i vari Grizzo, i vari Bortolotti, quei vari personaggi che poco di buono hanno saputo fare per i territori e per l’Italia: hanno legittimato il disprezzo tra le persone in base alla loro provenienza, hanno cercato di costruire attorno agli ultimi i capri espiatori di ogni male del Paese.

Basta ascoltare chi ha fatto la Resistenza (e forse è più impegnativo che seguire Benigni in tv) per capire i principi cardine che la sostengono. Basta capire cos’è che fa essere ancora tanto capaci di indignarsi e arrabbiarsi i vecchi partigiani per comprendere quali sono le linee di indirizzo che tengono alto il nostro Paese e che occorre mantenere forti per garantire a tutti la libertà.

Ecco, come disse Pertini, in politica ci si confronta con tutti. Ma coi fascisti, che negano i principi democratici salvo poi appellarsene ogni volta che gli fa comodo, non c’è tavolo di confronto né compromesso. Come siamo arrivati a non riconoscere che esistono paletti necessari?

Qualcuno lo spieghi a chi ha un capo politico che pur di farsi notare va in giro dimenticandosi alcuni particolari, andando ad indicare modalità d’approccio e linee di principio che non sono in alcun modo giustificabili e sostenibili.

Ma in fondo chi ha pensato bene di “provare ad appropriarsi” già una volta del 25 aprile con una manifestazione contro il finanziamento pubblico ai giornali forse già all’epoca sputava sopra la Resistenza come piace fare ad altri amministratori locali che in tali date si danno per dispersi.

Oggi mancavano i giovani, i trentenni e forse avrebbe potuto esserci qualche quarantenne in più. Peccato. Perché più passa il tempo più la nostra memoria rischia di fare cilecca e con la memoria la conoscenza e con la conoscenza gli strumenti della logica e della costruzione di un ragionamento.

E forse alle future generazioni oltre all’aria più pulita abbiamo il compito di lasciare anche altro…

P.S.: Oggi a Udine c’era tra l’altro un’altra manifestazione antifascista. Fiamma Tricolore ha portato a Udine esponenti della destra ungherese, di quella destra che chiede le liste degli ebrei al Governo del paese. Con gente così, magari pure disposta a fare la lotta contro l’inceneritore, cosa c’è da spartire?

gennaio 12 , 2013 at 7:02 pm 2 commenti

Cartoline di ricordi, tra le stelle, Chaonis e vicini di casa

Ieri, rovistando tra scatoloni che ancora non so dove finiranno, ho trovato tre vecchie cartoline. Le avevo comprate qualche anno fa in una cartoleria di Pordenone e poi, come tante altre cose, le avevo dimenticate.

nebulosa planetaria M 57Sono tre fotografie scattate, come riporta ognuna sul retro, dall’osservatorio Chaonis che il signor Johann Martin Baur aveva collocato nel suo giardino di casa a Chions (PN). L’osservatorio non c’è più da almeno 15 anni, così come da qualche anno, è venuto a mancare anche il signor Baur, ma visto che in rete si trovano pochi racconti di ciò che è stato il mondo prima di Internet, ho pensato, per i posteri, che valesse la pena dedicare qualche riga a uno dei personaggi più mitologici della mia giovinezza, a una delle persone più significative del mio paese.

La casa dei Baur era una villa anni ’70 con un giardino per noi bambini immenso, vicinissima a casa mia. Ricordo che da piccola la si intravedeva appena, in fondo a un vialetto, circondata da alberi, ed era per me e le mie amichette un luogo misterioso: e se il nostro pallone fosse finito li in mezzo?

Tra gli alberi si nascondeva poi una grande cupola bianca. Non ricordo se abbiamo mai capito da sole di cosa si trattasse. Però ricordo benissimo il giorno in cui l’insegnante di lettere, in terza media, ci propose di scrivere al signor Baur una lettera per chiedergli se potevamo visitare il suo osservatorio astronomico.

Col senno di poi so bene che la prof voleva solo esercitarci nello stile epistolare visto che la casa dei Baur distava dalla scuola circa 100 metri, però l’effetto d’ufficialità di quel gesto rese ancor più importante il giorno in cui ci fu comunicata la data della visita. Avremmo varcato quel cancello, senza bisogno di scuse, finalmente. Una gita a 50 metri da casa e a costo zero.

Grande nebulosa di OrioneFu così che per la prima volta vidi la Luna, gli anelli di Saturno, i pianetini di non ricordo più chi. Fu in quella sera che imparai a distinguere le stelle dai pianeti ed è grazie alle parole del signor Baur che ho imparato a salutare Venere la mattina, qualche mese dopo, cominciando ad andare a prendere la corriera per il Liceo. Ed è da li, fissando il cielo, sentendomi portatrice di immagini concesse a pochi, di una responsabilità in quanto quasi vicina di una persona importante, che mi sono costretta a capire quando la Luna fosse levante e quando ponente.

A conti fatti doveva essere il 1992 e 5 anni prima, nel 1987, il mio quasi vicino di casa aveva deciso di chiamare Pordenone (in onore del pittore friulano, come spiegato a pagina 7 in questo vecchio articolo) e Chaonis, l’antico nome di Chions, due pianetini da lui scoperti.

Ecco, quel paesino (questo…) che già cominciava a sembrarmi troppo piccolo aveva invece il suo posto in cielo. Credo di aver raccontato poi negli anni a decine di persone che Chions si chiamava Chaonis e c’era un pianeta in cielo a ricordarne l’esistenza a tutti gli appassionati di pianetini del mondo.

Oggi non so se c’è qualche altro chionsese che si è conquistato una pagina di Wikipedia in tre lingue. Al signor Baur nel 1998 è stato anche dedicato un pianetino.

Pochi anni dopo la mia visita all’osservatorio i signori Baur si sono trasferiti, la casa è stata venduta, gli alberi che c’erano allora non ci sono più, così come l’osservatorio.

 

Ecco, spulciando l’archivio del Messaggero Veneto ho trovato ora l’articolo che riporta la notizia della morte del signor Baur: è dell’11/01/2007 e a pensarci bene oggi è questi giorni sono quasi un anniversario.

E siccome oggi tenere alta la memoria è anche questo, credo sia mio compito andare a modificare la pagina di Wikipedia che lo dichiara invece ancora in vita. Non so bene come si faccia, imparerò.

Come ho imparato a guardare la Luna.

gennaio 7 , 2013 at 9:07 pm 2 commenti

Casa mia casa mia… #esplorazionichionsesi

il campanile di ChionsOggi per onorare una mattinata tra Centro per l’Impiego, Municipio, Azienda Sanitaria, sono andata a fare una micro passeggiatina attorno a Chions, il mio paesello che da qualche giorno mi ri-ospita in Friuli.

La pioggia di questi giorni ha come ogni anno fatto alzare il livello dell’acqua del canale Arcon, che, come dice il nome, ha una forma di arco che abbraccia il paese, e il risultato, complice il sole da una parte e le nuvole ancora nere dall’altra, le foglie argentate dei salici e quelle gialle degli alberi in versione autunnale è stato un bell’effetto che ho cercato di catturare con la macchina fotografica.

E’ stato anche un modo per riprendere contatto con orizzonti persi per 10 mesi di vista, salutare le vicine di casa, rieducare gli occhi.

Certo – mi si dirà – con tutte le cose importanti che andrebbero diffuse in questi giorni, con tutte le cose a cui pensare tu gironzoli a fare #esplorazionichionsesi.

Beh, un po’ alla volta. Un po’ alla volta si ricomincia a diffondere noiosità, ma intanto un po’ di sana rivalutazione del proprio paese quasi natale ci vuole.

Intanto…

Tutti gli scatti sono disponibili qui e sono stati fatti tra le ore 16.00 e le ore 17.00 cogliendo così la luce che andava verso il tramonto.

casa
Riflessi su campo allagato, vista in direzione Via Saccon

linee di lavorazione
Vista sui campi lato Villabiesa

temporale al tramonto
Tramonto sull’Arcon, zona Villabiesa

P.S: queste foto sono state ritoccate il minimo, i colori erano proprio questi!!

novembre 5 , 2012 at 11:24 pm 2 commenti

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