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La News(paper) Revolution è cominciata…
Lo sapevate che in Italia, a differenza di tanti altri paesi nel mondo, non è stata la scolarizzazione a determinare l’alfabetizzazione di massa degli italiani, bensì la televisione? Scrive infatti Umberto Lisiero in News(paper) Revolution, appena uscito per Fausto Lupetti Editore:
“L’esplosione della lettura nel nostro Paese è avvenuta negli anni Ottanta quando si è passati dai quattro ai sei milioni di giornali venduti, contemporaneamente cioè all’esplosione della televisione.”
E questo è solo uno dei tanti aspetti di cui è necessario tener conto quanto andiamo a parlare di come viene oggi utilizzata la Rete e dello spazio che i giornali, tradizionalmente cartacei, cercano di ritagliarsi all’interno di essa. Perché il successo o l’insuccesso delle azioni che andranno ad intraprendere di qui in avanti non sarà determinato unicamente da come si muoveranno all’interno del mezzo-Rete, ma anche da come tutti gli altri mezzi di comunicazione sapranno influire l’uno sull’altro e coinvolgere il lettore.
Non a caso Lisiero ha organizzato il testo in 5 aree fondamentali: una cronistoria di come la stampa tradizionale ha mosso i primi piedi nel digitale, il modo in cui sono cambiati i ruoli all’interno delle redazioni, le caratteristiche tipiche del quotidiano online e infine alcuni indirizzi su come la professione è destinata ad evolversi tenendo conto del ruolo che sempre più stanno prendendo i cittadini nel raccontare quel che accade.
Si dirà, ed è forse vero, che di questo si è scritto è parlato talmente tanto che ormai questo dovrebbe essere un tema noto a tutti gli addetti al settore e un po’ ai curiosi dello stesso, eppure allo stesso tempo è facile accorgersi che non è ancora così.
Se da una parte c’è chi ormai piange la fine del giornalismo tradizionale facendola coincidere con la fine del giornalismo in sé per sé, dall’altra c’è invece chi ne riconosce le grandissime potenzialità che oggi ha ha disposizione: la rete pullula di informazioni, ma quante sono affidabili e riportate correttamente?
Non è forse la capacità di scindere opinioni e fatti, individuare le fonti affidabili, sfoltire le notizie dalle chiacchiere ciò che fa la differenza tra un lavoro giornalistico e un racconto vago?
In rete invece assistiamo all’abitudine crescente dei quotidiani on line di attirare visite utilizzando articoli sempre più leggeri, cercando sempre più di spingere il lettore all’acquisto dell’articolo o del giornale, riproducendo in digitale la dimensione del cartaceo, mentre forse occorrerebbe oggi un lavoro molto più articolato.
“La questione è (…) in che modo trasformare la marea di informazioni oggi disponibili in conoscenza e la conoscenza in saggezza, ovvero tramutare le dichiarazioni che riguardano i fatti del mondo in un’informazione organizzata, racchiusa in un contesto, che abbia una finalità, che spinga a cercare altre informazioni per capire qualcosa del mondo, che permetta di sapere quali domande porsi sulla conoscenza per arrivare alla risoluzione di problemi significativi.”
E questo non è certo un tema che si fa interessante solo per il mondo del giornalismo, ma certo è probabilmente quello che al momento, a volerlo portare avanti, è quello che parte forse un passo davanti agli altri, abituato com’è a saper utilizzare tutti gli altri media e a saperli intersecare tra loro, a saper coinvolgere altri settori e a determinarne l’agenda.
Testo ricco di riferimenti bibliografici, link ed esempi, quasi privo di tecnicismi.
Consigliato a giovani lettori motivati e curiosi. Chissà che non tocchi a loro ad accenderla sul serio questa Revolution…
Consigli:
- Il blog dell’autore
- Lo Storify che raccoglie gli articoli di chi sta parlando del libro
Segnalazioni
Ebbene vi segnalo due imperdibili articoluzzi:
- La mia recensione di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas su La magia di un libro (a proposito non vi andrebbe di collaborare con questa simpatica iniziativa?
- L’articolo tra i più decenti che sono riuscita a scrivere in questi giorni per il Blog Contest de Linkiesta: Questo è il padiglione 32 la fossa dei serpenti nel più grande e più terribile manicomio di Roma che magari se passate a condividere e commentare non sarebbe male, no? In realtà avevo cominciato a lavorarci da tanto, almeno a livello di foto, ma poi, vabbè, ecco che quando arriva lo stimolo giusto manca il tempo per fare esplodere le cose…
Buone letture
Le cose che abbiamo da dire
Volevo scrivere qualcosa di intelligente.
Una riflessione sul fatto che i social network sono molto più deboli delle lingue pettegole e molto meno impermeabili della pelle alle raccomandazioni e ai gradi di parentela, etc etc, ma poi ho letto su Repubblica.it le esternazioni di Grillo sulla Mafia e la crisi e mi è passata la voglia.
No, non ci sono parole capaci di spiegare meglio dei fatti la faccenda banale che fa della Rete, intesa come pc/tablet/smartphone e compagnia connessi a internet, nulla di diverso da quello che fa la Rete dei canali televisivi fino a un po’ di tempo fa (e che fa tutt’ora, certo, anche se oggi forse le due reti non hanno bacini del tutto perfettamente sovrapponibili) che forse altro non ha fatto che confondere e diversificare la rete che c’era da sempre, quella fatta di solide strutture parrocchiali, associazionistiche, partitiche, connesse attraverso i giornali e i volantini.
I contenitori, che che ne raccontino i social guru, non cambiano i contenuti, né trasformano in maniera così tanto interessante il risultato finale, il pensare. E neppure rivoltano i rapporti sociali, i punti di vista. Anzi, rafforzano ancora di più quello che ancora Don Lorenzo Milani scriveva a proposito degli intellettuali del suo tempo:
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
Già: perché per avere consenso occorre saper scrivere cose semplici, meglio ancora se ovvie, oppure aver scritto una o due volte cose interessanti -che magari appoggiano l’opinione di tizio e caio e non importa se si tratta poi banalmente della traduzione di un articolo straniero- per poi vivere di rendita tutta la vita, in qualsiasi ambito si vada poi ad aprir bocca. Il trucco è semplice: incensa me che poi quando è il mio turno io incenso te.
L’importante è non andare mai a cercare la costruzione di un pensiero interessante nuovo, mai tentare un ragionamento complesso e sopratutto mai criticare troppo il potere che si vorrebbe ottenere. Tacerlo piuttosto, ecco si. Autocensurarsi è consentito, tanto più quando si mira a stare sotto un certo cappello, non a fabbricarne uno nuovo.
Dove stanno le cose che abbiamo da dire?
In questi periodi in cui credo ci occorrerebbero centomila nuovi cappelli e ci occorrerebbero centomila nuove cose da dire mi accorgo invece che anche quegli spazi considerati avanguardisti, come alcuni social network in fondo di nicchia, come Twitter, hanno poche novità da offrire. Anzi. E non si dia la colpa ai più giovani frequentatori o cose simili.
Basta guardare le citazioni dei giornali, che stanchi di svolgere una qualsiasi voglia forma d’inchiesta si limitano a citare i più retwittati personaggi del noto social network: sempre gli stessi, indipendentemente dall’argomento in questione, i quali se la sguazzano e fanno di tutto per sperare in una successiva citazione. Talvolta capita poi di scovarli come autori degli articoli nelle successive rubriche del giornale stesso. Wow.
Così che non c’è da stupirsi se Beppe Grillo e tanti altri occupano sempre le solite posizioni tra i blog più importanti in Italia, se i giornalisti preferiscono spacciare opinionismo, anziché diventare popolari con l’informazione: nel perverso mondo della costruzione di popolarità e googolarità la cosa più importante non è tanto la qualità di ciò che dici, ma il modo in cui costruisci qualcosa per renderlo appetibile. L’importante comunque è parlare dell’argomento più cliccato.
Si, ok, lo so: qualcuno penserà che sono soltanto invidiosetta. Invece no. Sono sinceramente preoccupata, perché di fronte alle previsioni elettorali di Grillo, di un “movimento” che si struttura attorno a tanti ex socialisti, ex leghisti e ex ordine nuovisti in dose molto più massiccia di quanto si pensi (e non venitemi a parlare di “ingenuità politica”) si amplifica ancora di più questo sostegno melmoso al personaggio.
Il “bene o male l’importante è che se ne parli” vale 100000 volte di più davanti a un pc che nelle strade e il giornalismo mediatico più che informativo ci sguazza su vivacemente, perché tutto aiuta ad aumentare le visite, a sperare di scovare una qualche forma di guadagno in più (perché, ebbene si, il nodo di “chi mi finanzia nel web?” non è ancora risolto).
Così accade che su Grillo e i suoi seguaci cada un aurea da bravi ragazzi: guai a contestare seriamente le tante sparate del personaggio, guai ad indagare e a smontarne l’impalcatura. Sia mai che la banderuola non giri proprio dalla sua parte! Ora poi che lo si da al 7%! Un 7% fatto di così tanti internettiani, tecnici informatici, social cosi! Certo, mi si dirà, compito della politica, non del giornalismo e dell’opinionismo addentrarsi dentro a certi meccanismi.
Peccato che Internet abbia dimostrato come un po’ di consenso abbia il suo valore, proponibile e vendibile anche su altro, più dell’informazione e a scapito della stessa: basti vedere il sostegno de Il Post alla campagna elettorale a tempi sbagliati partita da Matteo Renzi, che proprio grazie a taluni giornalisti e ideatori della testata in questione ha avuto un certo eco durante le sue autocelebrazioni dell’anno scorso. Oppure basta leggere Il fatto quotidiano, che liquida oggi come “uscita” le dichiarazioni di Beppe Grillo (E il Fatto quotidiano, che ha saputo ben fare piazza pulita attorno a se sfruttando l’onda del “no ai finanziamenti pubblici alla stampa” difficilmente può negare un debito di riconoscenza verso Grillo).
Per non parlare poi del macinare facile che si sta giocando in queste settimane da parte di troppi: è molto più semplice dire banalità che sposino l’idea di antipolitica invece che riflettere su cosa definisca questa parola in Italia, su cosa significa dare un nome alle cose, su cosa significa alimentarle. E invece no: molti giornalisti e i social esperti, che restano i più astuti conoscitori della rete in quanto arguti conoscitori delle parole, se la godono un sacco a mostrarsi influenti su queste cose. Tanto gli rende molto di più che essere abili indagatori di notizie. Gli rende molto di più che farsi responsabili di influenzare in maniera diversa il Paese. Meglio rendere trendy in rete ciò che è trendy al bar che annusare cose nuove.
Chissà se un giorno resteranno le prove: se chi oggi fa a gara per farsi indicizzare bene da Google parlando di antipolitica (che in Italia, attenzione, si traduce nel materiale in antidemocrazia) pagherà prima o poi il prezzo o si riciclerà bene.
Magari scrivendo un romanzo.
Chissà.
(Per fortuna ogni tanto mi leggo i post di @Gilda35 e mi consolo, però vorrei sapere sul serio come si fa a raccogliere le cose che abbiamo da dire, dove sono le famose piazze di discussione virtuale, dov’è quell’innovazione che tanto viene declamata e qual è la rivoluzione tanto decantata.)
La bibbia e il fucile
Questo è uno di quei libri che non mi sarebbe mai capitato di leggere, forse, se nel 2010 non fossi stata curiosa abbastanza da prendere un treno e andare a Internazionale a Ferrara. Lì ho seguito un bell’incontro sul Tea Party, di cui molto si dibatteva in quel periodo, e a parlarne c’era, tra i vari, lui, Joe Bageant, giornalista americano di fiero stampo socialista, che ho poi potuto conoscere di persona, ascoltandolo per ore, quasi alle prese con un’illuminazione.
“La Bibbia e il fucile” non è semplicemente una descrizione di quel pezzo d’America popolare che Bageant definisce “profonda”. Non è solo una lettura di cuore dei luoghi che hanno dato i natali a un giornalista fuori dal comune. Questa è una scatola degli attrezzi: c’è il cacciavite che occorre a smontare l’impalcatura mentale del nostro pensiero quotidiano, c’è lo scalpello necessario a ripulirci l’argilla dagli occhi che mostra il mondo con aberrazioni che distraggono dal vero, ci sono le parole ad alta voce da gridare alla politica che punta il dito interrogandosi da vent’anni su certi comportamenti elettorali senza indagarne seriamente i perché. Ed è un esempio di indagine e inchiesta sul territorio di quelli che in Italia, per convenienza e pigrizia non ne fa nessuno.
Si parla della Virgina, si parla degli USA, ma per il potere universale delle analisi fatte bene si potrebbe sostituire Virginia a Padania, fondamentalismo cristiano a leghismo, o ribaltare l’Italia e trovarne corrispondenze non tanto meno importanti. E quei democratici che non comprendono come il creazionismo possa essere creduto vero dal 48% degli americani, appaiono un po’ come quella fetta di centro sinistra italiano che poco comprende le tante altre paure italiote.
E poi si parla di gente, persone, povere senza ritenersi tali (un terzo degli americani guadagna meno di 9 dollari l’ora), avvinghiate attorno a mutui per case che valgono la metà dei soldi che stanno pagando, costruite in cartone e destinate a crollare prima ancora finisca la vita degli abitanti che le hanno comprate. La classe più bassa, convinta per anni, invece, di stare bene, per il fatto di potersi permettere una bella macchina e il frigo pieno è quella che abita l’America di Joe, nella convinzione che il sindacato (a cui è iscritto solo il 12% della popolazione), altro non serva che a tenere alti i prezzi tenendo alte le paghe dei lavoratori sindacalizzati.
Ed è in alcuni passaggi una lettura che funziona come una scossa: Bageant si stupisce che alcune aziende della Virginia richiedano i certificati di malattia ai propri dipendenti e io mi accorgo che questa mastodontica macchina burocratica in Italia è l’incontestata normalità (sarà pure perchè la malattia è pagata in modo diverso, ma…), la follia esasperata di mutui e prestiti era la normalità in via d’affermazione in Italia alla vigilia della crisi.
Insomma, chi si è guardato allo specchio, chi si è indignato, rispetto alle inchieste di Michael Moore, dia una letta a quel che scrive Bageant. Perché il che cosa accade ad un paese dove si smantella il sistema pensionistico, il sistema scolastico, i piani di aiuto ai poveri e il come tutto questo diventa possibile, beh, lui ha fatto in tempo a vederlo in prima persona…
(Grazie Joe, perché a coloro che ci ridanno le parole occorre dire almeno così, anche se magari è un poco troppo tardi…)
[Un'intervista a Joe Bageant è disponibile anche qui]
Riassunto tra qualche immagine e parola
Ecco, dopo una settimana sono riuscita a finire di sistemare le foto fatte al Festival di Internazionale a Ferrara. Inutile dire che ci ho ripensato un sacco in giornate dove c’è chi gioca su Forza Gnocca per farsi pubblicità e ragazzi che invadono le strade delle grandi città con le prime mobilitazioni studentesche dell’autunno. Ecco qui una carrellata delle cose che ho seguito. E qualche parola d’appunto…
Premio giornalistico Anna Politkovskaja a Hossam el Hamalawy

Genova, dieci anni dopo. Eric Jozsef, giornalista di Liberation: “E’ difficile individuare un’immagine: la discesa dello stadio Carlini delle tute bianche. C’era eccitazione, ma anche paura. Un sentimento di guerra, che siamo poco abituati a sentire in Europa”.

L’Europa in bancarotta. Dimitri Deliolanes, giornalista greco: “Se fosse il costo del lavoro il problema della crescita in Europa allora l’Albania dovrebbe essere una potenza economica! E’ chiaro che i problemi sono altri”.

Rivoluzione, atto primo. Sarah el Sirgant, blogger e giornalista egiziana: “La vita delle persone in Egitto è tale da poter dire che l’Islam politico non ha spazio”.

I giorni di Genova. Spettacolo con Blas Roca Rey. Tra il pubblico madri in cerca di verità e giustizia.

Il ritorno delle frontiere. Michael Braun, giornalista tedesco: “I trattati italo-libici e italo-tunisini sono il risultato dell’applicazione del principio dello stato terzo sicuro. Ma Maroni ha approvato che Piemonte, Lombardia e Veneto dicessero che la Basilicata era un stato terzo sicuro…”

Questo è solo l’inizio. Le nuove voci della cultura africana. Yvonne A. Owuor: “Scrivo nella lingua in cui sogno.”

Il ritorno delle bambole. Beatriz Preciado, autrice di Pornotopia: “Mi sembra che in Italia viviate in una gigantesca scatola di PlayBoy!”

Lorenzo dj per il festival. Il più grande spettacolo dopo il Big Bang…

Donne di tutta Europa, unitevi! Maria Nadotti, sul movimento italiano femminile italiano dei giorni d’oggi: “E’ un movimento riformista: sembra che queste donne siano tutte madri, in procinto di essere madri, desiderose di essere madri e di condividere il lavoro di cura coi loro compagni…” Ma la verità dell’Italia è questa?

Generazione precaria. Susanna Camusso, segretaria nazionale CGIL: “Abbiamo sbagliato il modo con cui abbiamo affrontato la legge 30: abbiamo pensato solo a cancellarla, non a contrattualizzare quelle forme di lavoro.”

Cronache da questo mondo. Arundhati Roy e John Berger. “Lo scoraggiamento è l’opposto del coraggio. Scrivere un libro sul coraggio è oggi scrivere un libro contro lo scoraggiamento.”

Il ritorno
Ritornare da un festival è sempre un’impresa. Specie quando torni da una cosa come Internazionale a Ferrara. E ti verrebbe voglia di non dire niente e di tacere, perché sarebbe molto, molto più facile che spiegare chi ha detto cosa e perché questa cosa che ti è saltata in testa fila e perché ti si aprono gli occhi e una sorta di voglia estrema di fare guarisce ogni mal di piedi.
Però sono troppe le cose che mi sono portata a casa in questi giorni: riflessioni importanti sulle giornate di Genova, splendidi interventi da parte degli attivisti egiziani sulle rivolte arabe, pezzi di cose da curare sulla discussione da portare avanti dentro a quel pezzo di Italia che vuole parlare di donne (o forse piuttosto vorrebbe), le parole degli scrittori africani e quelle di John Berger e Arundhati Roy (quanto potente è la letteratura…), le discussioni su Europa e immigrazione, la musica di Jovanotti. Persino l’intervista a Susanna Camusso, segretaria Nazionale della CGIL è riuscita ad avere un suo senso, diventando una buona ragione per essere lì, in quel modo lì, anch’essa.
Quest’anno a Ferrara sono passate per Internazionale 63.000 persone, 10.000 in più dell’anno scorso. Dite che sia impossibile? Beh, avreste dovuto vedere le code e poi certe piazze, riempite da far mancare l’aria. Passando per il Cortile del Castello, appena conclusasi l’intervista alla Camusso, ho potuto attraversare per miracolo in mezzo ad almeno un migliaio di persone (mentre 800 stavano in coda per Arundhati Roy) stipate a seguire l’incontro sulla Mafia (dall’eloquente titolo “La multinazionale del crimine” ). Chi dice che oggi non occorre parlare e confrontarsi avrebbe dovuto ascoltare il silenzio dentro a quello spazio. Mentre passavo uno degli oratori ha iniziato a parlare dicendo che quello che stava accadendo lì a Ferrara era la prova che “la gente vuole essere informata, vuole ragionare”. Certo, a parlare c’erano personaggi di tutto rispetto: ma non erano i soliti VIP e gli argomenti in ballo non erano affatto leggeri, non si ascoltava nulla di cui vantarsi il giorno dopo (“sono riuscita a prendere un biglietto per vedere ScalfariVespaBlaBla”), ma di cui discutere il giorno dopo.
Si dice che i dibattiti annoiano: ma forse è un problema di forme e contesti. Si dice anche che i giovani non hanno nulla da dire, ma invece lì mi si è mostrato palese come siano i giovani quelli che hanno ancora qualcosa da dire. Non c’è niente da fare, il lavoro massacra e appiattisce. Mentre quando ancora non si ha in mano il peso del tempo c’è la voglia di ricercare. La voglia di darsi un luogo, un ruolo.
C’è stata una scena (di cui non ho nessuna foto, perché certe scene non le richiedono) in cui ho visto la Camusso accucciarsi sul palco, al termine del suo intervento, per ascoltare i “perché?” di una ragazza, avrà avuto 28 anni. E attorno c’erano decine e decine di altri ragazzi che chiedevano, volevano conoscere le risposte a tanti perché. E lei non è scappata, ma è rimasta ad ascoltarli, per un bel po’, in una sorta di fuori campo non previsto, fuori da quelle cerimonie che s’imparano facendo parte delle cose.
E allora ho come avuto l’impressione di assistere ad una sorta di abbozzo di un disegno che mi piacerebbe vedere da tempo. Dove si vedono i più giovani a tavola con i più vecchi, i più arrabbiati con quelli che hanno posizioni che contano, formule di concezione del potere che si sbriciolano da entrambi i lati, liturgie che si abbandonano. I più vecchi però che alla fine pagano il conto. Sia chiaro.
Che per me, il patto generazionale è questa cosa qui.
Il resto è noia.
[Un po' alla volta tutte le puntate]
P.S. Oggi ho letto questo tweet di Luca Sofri: ecco, a Internazionale a Ferrara mi fa un certo effetto vedere come riescano i fatti, seppure un po’ colorati, visti dai giornalisti, ad innescare dibattiti tanto stimolanti. Tante volte però le risposte non sarebbe loro compito darle: ci vorrebbero i rappresentati della politica, dei partiti, delle associazioni. E allora mi viene da pensare, ma forse non ho le facoltà per farlo, che il giornalismo si stia approfittando più o meno consciamente di un ruolo, o meglio, stia svolgendo un compitino, e sia per questo che un certo tipo di giornalismo si sta affermando in questo Paese. Ma una cosa è certa: non ha il giornalismo potere di rappresentanza, competenze, capacità di default per svolgere questo ruolo. E forse sta lì il problema. Forse però mi sbaglio.
Internazionale a Ferrara: l’Europa in bancarotta
Visto che il Festival è pieno di cose interessanti alcune delle quali richiedono elaborazione per la mia testolina… questi post vanno in ordine casuale
Prendi 4 giornalisti da 4 paesi diversi d’Europa e mettili a parlare d’economia. O meglio: di come lo stato dell’economia del loro paese viene percepito dai propri connazionali.
Così troverai una Germania che, nonostante i punti più bassi di crisi occupazionale degli ultimi dieci anni, soffre per i bassi salari e la cattiva occupazione dei contratti fatti al massimo ribasso (uhm, mi ricorda qualcosa), come ci ha raccontato Michaela Namuth, corrispondente in Italia del Brand Eins. L’antieuropeismo viene montato dal populismo: perché dovrebbero i tedeschi pagare le pensioni ai morti dei greci? Eppure, ha ricordato la giornalista, la Germania ha avuto tantissimo dall’entrata nell’euro, approfittandone per dare il via alle esportazioni.
Il simpatico Paddy Agnew ha riassunto le ragioni della crisi Irlandese (in Irlanda vivono 4,5 milioni di persone, di cui un bel po’ a pensarci bene sono italiani che conosco…) spiegando come dopo il bum tra il 1995 e il 2005, ragioni prettamente finanziarie abbiano messo in ginocchio il paese: le banche hanno dato gli irlandesi tanti soldi e quelli se li sono presi. Ma senza essere nelle condizioni di tornarli (uhm, mi ricorda qualcosa). Così ora, dopo la speculazione edilizia che ha portato ad un aumento del costo delle case del 500% (uhm, cose da qualche parte già viste), gli irlandesi devono pagare il conto dei sovvenzionamenti. Non sarà facile.
E’ stata la volta poi della Finlandia di Lepisto Pertti. Tanto decantiamo questo Paese da dimenticarci che ben poco influenza il bilancio economico dell’Unione Europea ed è così saltato fuori, grazie al contributo di un giornalista greco, che faccenda del Partenone chiesto a garanzia dalla Filandia era una bufala dell’ANSA. Pertti ha anche citato la Nokia, ma non mi è chiaro come mai non ne abbia citato la grave crisi che attraversa l’azienda e che ha comportato un sacco di licenziamenti.
Ma il più salutare (forse) è stato l’intervento di Dimitri Deliolanes, che ha ricostruito l’antico detto “Italiani e greci una faccia una razza” raccontando la situazione politica greca. E ha fatto anche una valutazione personale della responsabilità degli elettori conniventi con un certo sistema (cosa che in Italia guai a dirsi). Sinceramente ha pure notato che due anni di governo commissariato da consulenti europei ancora non ha risolto i problemi del Paese. E questo vorrà pur dire qualcosa visto che la ricetta greca è più o meno la stessa che si vuole offrire all’Italia.
Interessante è stato anche il ragionamento legato al bisogno di una politica unica europea: io però non riesco a togliermi dalla testa che la Germania esporta Lidl e compagnia e noi ragioniamo su Slow Food.
Ho provato a interrogare la giornalista tedesca su questi temi, che avevo assorbito anche al Festival dell’economia di Trento, ma… no, non so fare le domande. E allora la sostenibilità del prodotto scarso la vedremo a tempo debito.
Internazionale a Ferrara: prima puntata
Ore 5.05: il treno da Pordenone parte in orario. Ci siamo. L’anno scorso mi ero ripromessa di partire un giorno prima… Poi quest’anno mi sono dimenticata il fatto del mattino, del buio, che alle 5.00 ancora non ci sono i giornali, e così sveglia nella notte.
Ma il fatto è che bisogna che recuperi il pass e che mi metta in coda per l’evento inaugurale con la consegna del Premio Anna Politkovskaja a Hossam el Hamalawy.
E insomma eccomi. Anche se senza giornali e senza libro e con un sonno che…
Ore 10.30: Aspettando l’inaugurazione e poi Genova…:)



