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Il Cie di Crotone e le notizie che muoiono lontano da un click

IMG_3778Ieri mattina aspettando la corriera che mi portava dal paesello alla Città, ho comprato il Corriere della Sera. Poi come spesso mi capita me ne sono ricordata la sera tardi.

Ecco, dopo aver sbirciato a più riprese i giornali on line e Twitter, beh, quali notizie mi mancheranno?” Mi è successo già un sacco di volte di salvare dei quotidiani solo le pagine culturali.

Invece sono rimasta sorpresa: c’era un lungo articolo sull’assoluzione dei clandestini protagonisti di una rivolta nel CIE di Crotone nel 2009. Il giudice ha sentenziato che “le strutture del centro sono al limite della decenza”.

Ha scritto Luigi Ferrarella per il Corriere, riportando la sentenza:

C’era l’«attualità del pericolo», perché il trattenimento nel Centro «restringeva la loro libertà e le condizioni ledevano la loro dignità umana». C’era l’«inevitabilità del pericolo», perché, «quando l’offensore è incarnato da un apparato dello Stato di diritto, gli imputati non possono essere considerati alla stregua di chi affronta una situazione di pericolo prevista ed accettata, dovendosi sempre attendere da uno Stato di diritto non il rischio di una violazione dei propri diritti, ma appunto il rispetto delle regole, e tanto più dei diritti fondamentali del cittadino». E per il giudice c’è stata «proporzionalità tra difesa del diritto ed offesa arrecata», perché «il confronto tra i beni giuridici in conflitto è pacificamente a favore dei beni difesi (dignità umana e libertà personale), rispetto a quelli, offesi, del prestigio, efficienza e patrimonio materiale della pubblica amministrazione»”

Sarà che a Gradisca ci sono stata un po’ di volte a contestare l’apertura del CIE (all’epoca CPT), sarà che a leggere che si è riconosciuto nello Stato l’offensore dei diritti fondamentali di chi ha portato avanti la protesta mi è salita un po’ di rabbia e fastidio, fatto sta che la mia prima reazione è stata: “Leggo le cose troppo distrattamente, impossibile che mi rendo conto di questa cosa soltanto adesso”.

E invece dando un occhio a Twitter e googolando un po’ ho visto che online c’era pochissimo, la notizia era riportata solo sui portali che si occupano fortemente del tema dei diritti e immigrazione. Era una delle notizie che il Corriere della Sera ha deciso di non pubblicare proprio su Corriere.it e non ne ho trovata traccia neppure su Repubblica.it (non so se la notizia era stata data sul cartaceo).

Così mi sono resa conto per l’ennesima volta che una notizia può benissimo esistere, essere raccontata, ma oscurarla dal main streaming, della discussione on line del giorno è facilissimo, specie, banalmente, quando è fatto di tante parole, non di frasette simpatiche da 140 caratteri.

Forse mi sbaglio e forse tutto questo è stato possibile soltanto perché gli influencer della rete in questi giorni sono impegnati a dedicarsi alla campagna elettorale per tizio o per caio, o perché tra sovraffollamento delle carceri e disoccupazione c’è un overflow di notizie infelici per cui l’indignazione ed è andata in tilt.

Anche qualche tweet poi ho trovato sbirciando, ecco, erano pochissimi, tali da non farsi notare. E nessuno tra gli impegnatissimi contatti che ho su Facebook aveva linkato qualcosa.

Ma se l’articolo fosse stato condivisibile da tutti, pubblicizzato in home page nei siti principali d’informazione, ecco, sarebbe stato così poco chiacchierato?

Così mi domando se per caso non sia stata una scelta puntuale, se non si sia preferito fare così. Magari per evitare che a qualcuno venisse voglia di pensare se è più importante il taglio dei costi della politica o la costruzione di uno Stato capace di garantire i diritti fondamentali dell’uomo nel suo territorio.

Quale tema migliore di questo per capire chi, tra i candidati di ogni ordine e grado, ha davvero in mente un’idea di Paese democratico capace di riaffermare la dignità dell’uomo in quanto tale?

Ecco. In rete magari le cose ci saranno pure. Ma non esistono fintanto che non raggiungono determinati canali o fintanto che determinati canali non danno loro un certo spazio. E qualche volta non esistono proprio.

Forse ogni tanto ci dovremmo pensare su. Alla faccia dell’orizzontalità/democrazia/uguaglianza della rete.

Quante sono le storie che non sono a portata di click che scompaiono silenziosissimamente?

Quante le bufale e le quisquiglie che intasano l’attenzione quotidiana?

gennaio 9 , 2013 at 1:51 pm Lascia un commento

The Roma story e il mistero dell’aglio

Insomma ho finalmente una dimora! E anche carina. Domani ci sarà pure la televisione, mentre per Internet mi sono arresa all’acquisto di una chiavetta (scoprendo che le mie perplessità sulle chiavette sono fondatissime! Per fortuna ho preso quella della TIM che in un mese ti fa fare 10 G di traffico prima di farti navigare alla maniera del vecchio modem, ma ho letto che le altre son, a parità di prezzo, ancora peggio. Altro che navigazione senza limiti!) che, aimè, occorre usare con molta più parsimonia di quanto potessi pensare, ma vabbè. Mi imparerò ad adeguare ai limiti della tecnologia.

Se tutto va bene passerò in questa viuzza di Monte Mario tutto l’anno. Ne ho già osservate alcune caratteristiche peculiari (peculiari nel senso che a vederla si capisce bene che di certo non è una via di Pordenone, per dire):

- I padroni dei cani della via non si fanno problemi a lasciare che i marciapiedi si trasformino in latrine canine. E qui non si può neppure andare in mezzo alla strada visto che c’è un senso unico perennemente attraversato da automobili :( .

- La raccolta differenziata a Roma non c’è. Ho sentito dire che l’altra sera ne hanno parlato anche a Presa Diretta e insomma diciamocelo, l’avrebbe capito anche qualsiasi vecchina della provincia pordenonese (magari di quei posti dove si ricicla per obbligo da 15 anni) che qui le cose non vanno un granchè bene. In altri vie ho visto volenterose signore dividere i rifiuti, ma se in tutto il resto della città i bidoni valgon tutti la stessa cosa che razza di riciclaggio si potrà mai fare a livello cittadino?

- Da queste parti è bene non passeggiare con abbigliamenti che lascino intuire la propria appartenenza politica o di tifoseria. Che qui si debba tifare Roma è un must. Ed essendo la sede della Fiamma proprio dietro l’angolo, beh, vi lascio immaginare.

- Qui abbondano negozietti di ogni tipo, alimentari, bar, pasticcerie a gogo e la domenica la gente va a prendere le pasterelle e trovi sempre la mattina dei negozi ancora aperti. In più c’è una gastronomia super guduriosa dove, manco a dirlo, c’è la fila pure la domenica, sintomo che cucina meglio delle nonne (o che le nonne che cucinano non ci sono più?). Ho già visitato anche il mercato della domenica che pullulava di bengalesi che vendevano aglio. E mica ho capito il perchè!! Che sia un codice? Mistero. Qualcuno mi ha suggerito che si tratta del famoso aglio per la pasta aglio e olio, ma ehm, anche da noi si fa e mica ci sono i venditori di teste d’aglio in sacchetto…

- La famosa leggenda che a Roma paghi tanto d’affitto e poi il resto costa meno vale solo per la brioche e il caffè la mattina e un po’ per la pizza da asporto. Fine. Tutto il resto son le solite leggende metropolitane. Almeno da quanto visto fino ad ora… eh!

 

E ora buonanotte e chissà che il rumore del traffico sparisca a suon d’abitudine…

gennaio 23 , 2012 at 10:39 pm 2 commenti

Il sangue verde

protagonistaSabato scorso a Eticamente (festa organizzata ogni anno dalla Pro Loco Tegliese a Cintello di Teglio Veneto), c’è stata la proiezione di “Il sangue verde“, un film-documentario sui fatti di Rosarno del regista Andrea Segre, già regista di “Come un uomo sulla terra“.

Se non erro questo documentario è stato trasmesso a qualche ora improba anche in Rai. Beh, lo si dovrebbe trasmettere in ogni piazza, fino a quando le storie che racconta non si saranno infilate per bene dentro le teste di tutti gli italiani.

C’erano in sala il regista e poi uno dei ragazzi che ha vissuto i fatti di Rosarno perchè era lì, a raccogliere arance.

E’ stato un racconto così forte che la notte me lo sono sognata e no, non è stato facile dormire. Sono sempre più convinta che sotto gli occhi di tutti in questo paese accadano cose che ci sembrano sempre più normali. Ma normali non sono. Dentro al microsistema del proprio pezzo di paese si cresce osservando delle cose e poi occorre una scossa per accorgersi che non son poi così normali. E poi una volta che ci si indigna cosa si può fare? Qualcuno dice che non possiamo più vivere in un Paese così, dove esseri umani sono trattati peggio delle bestie. Io dico che in un Paese così non si sarebbe mai dovuto poter vivere. E questo è il tempo di alzarsi le maniche e fare. Non scappare.

A Pordenone questo documentario è stato proiettato più e più volte: in tutto il resto del territorio provinciale merita veramente la pena provarci. (Qui lo si può comprare).

giugno 15 , 2011 at 9:17 am Lascia un commento

Con tutte le cose che ci sono da dire

Avrei voglia di scrivere su un sacco di cose: sul festival dell’economia di Trento, su un libro che ho da poco finito, su un libro che sto leggendo.

Avrei voglia di scrivere su quante cose avrei voglia di fare, su quante cose si potrebbero fare, per sentirsi parte di un paese migliore.

Ma prima c’è che in Siria qualcuno si sta ribellando a una dittatura. E ormai sono morte più di 1.500 persone dall’inizio delle manifestazioni di piazza. Ma qui non se ne parla (tra l’altro a Trento si è parlato di Mediterraneo ad un incontro con Emma Bonino e dal pubblico è intervenuto il presidente della comunità musulmana di Trento, che è siriano, chiedendo che qualcosa si dica, che se ne parli). Noi siamo qui, dietro le nostre scrivanie, senza costruirci nemmeno un sentiero di “fare qualcosa”. Adesso che è stata fatta sparire anche una nota blogger, Amina, (e questo da a chi sparisce un volto, un nome, un cognome) con la cittadinanza siriana e statunitense, magari avremo il coraggio di aprire gli occhi? (Magari imparando a prenderci cura degli altri chissà che  impariamo ad aprire gli occhi su di noi…)

I giornalisti sono stati fatti allontanare dalla Siria e ieri mi sono commossa, sì, leggendo l’articolo uscito su Internazionale questa settimana “Con le colombe di Damasco” [qui l'articolo in inglese tratto da Newsweek], dove Åsne Seierstad, giornalista riuscita ad entrare nel Paese, racconta di come le donne, le ragazze, mettono a repentaglio le proprie esistenze per manifestare. Di come la polizia poi arriva e se le porta via.

Ci sfugge forse che questa storia ci riguarda?

Ci sfugge che i nostri aerei solcano i cieli della Libia secondo la teoria che sosteniamo la libertà?

Si, ci sfugge. Come ci sfugge che tra l’Italia e l’Africa in pochi mesi il mare si è fatto di morte, di migliaia e migliaia di corpi. E tra vent’anni, quando la Storia ci condannerà, potremmo sul serio dire “Non sapevamo niente?” o “Non potevamo fare niente?”

Stiamo trattando come bestie uomini e donne che per la maggior parte altro non sono che vittime di guerra, persone che dalla Libia l’esercito sta spedendo in Italia, tanto per provocare l’Europa. Gente che arriva da ogni parte dell’Africa e non solo e che le Prefetture stanno sbattendo un po’ qua e un po’ là senza preoccuparsi di loro. Persone che non riescono a capire dove sono e si ritrovano senza niente, senza sapere che sarà di loro.

non credo che uno Stato che sta nel G8 si possa permettere di scaricare da una corriera 25 persone in ciabatte in montagna, sotto un temporale, e senza neppure un cambio d’abito

ha detto il sindaco di Aviano Dal Cont Bernard dopo aver scoperto che 25 richiedenti asilo erano stati lasciati sabato in Piancavallo (che è in montagna) sotto il temporale con 8°.

Ed io non credo di potermi permettere di sentirmi ancora umana sapendo che tutto questo accade in quell’Italia che vorrei avere la presunzione di contribuire a  costruire migliore.

giugno 8 , 2011 at 8:18 am 2 commenti

Se “la rivoluzione dei gelsomini” rischia di sfiorire

In Italia abbiamo accolto con sorrisi e speranze le rivolte che dall’inizio dell’anno hanno cominciato ad attraversare il mondo arabo. Come se fossero una cosa semplice, ormai risolta, abbiamo in pochi mesi lasciato che le notizie sulla “Rivoluzione dei gelsomini” scivolassero via dai nostri giornali di carta e abbandonassero i nostri telegiornali. Sono più forti le parole del Papa per chiedere la pace in Libia, che le parole che dovremmo sollevare noi, piccoli uomini e donne, che lavoriamo ogni giorno per vedere poi le nostre tasse finire in missioni di guerra. Avessimo sul serio una posizione dettata dal sapere rispetto a quanto accade laggiù avremmo a cuore davvero il destino vero del Mediterraneo intero.

In Tunisia, là dove tutto è cominciato, non è finito niente. C’è stato qualche momento di pace apparente e poi è tornato dal 7 maggio il coprifuoco, ricominciano a sparire le voci di chi protesta, ricominciano le violenze sulle strade. La dittatura si prepara a tornare, dice qualcuno, e nel frattempo è stato annunciato che le elezioni fissate per il 24 luglio potrebbero essere rimandate. Per questo i giovani chiedono che il governo provvisorio si dimetta: no, non sono scemi questi ragazzi. E’ una resistenza che continua.

Continua, in una crisi economica sempre crescente, con la disoccupazione giovanile in aumento assieme alla povertà. Ha scritto Le Monde, giornale francese, in un articolo tradotto questa settimana da Internazionale che “La democrazia non si decide per decreto, si consolida lentamente”. E possiamo anche chiamarcene assolti, lasciando le centinaia e migliaia di giovani che raggiungono le nostre coste morire in mezzo al mare che abbiamo in comune. Possiamo decidere di essere complici in modo strumentale di un ritorno a qualche regime, sia esso dittatoriale, religioso, disumano, chiudere le frontiere, tacere le storie, reinventarle.

Ma di qui a pochi anni saremo allora i prossimi. Perché avremmo contribuito allo sfacelo dell’Europa senza neppure costruire ponti altrove. E no, non possiamo pensare di sopravvivere soli a lungo.

Questo non è “buonismo di sinistra” come qualcuno crede, guardando all’Italia come una superpotenza di valore nel panorama mondiale: se qualcosa conta ancora il nostro Paese, beh, è solo per la sua geografia. E allora diamole peso. Facciamo dell’Italia il paese che racconta le storie che accadono, perchè solo così impariamo a capire che ci riguardano. Facciamo del’Italia il paese che sostiene, culturalmente, tecnicamente, politicamente, chi dall’altra parte del mare è in movimento. E’ molto meno faticoso che tirare bombe, non vi sembra? E’ molto meno faticoso che litigare ogni giorno sui luoghi comuni che attraversano le nostre terre e chiamano “delinquenti” popoli interi.

Provate a vivere in un Paese dove dite cose che nessuno oltre confine ascolta. Provate a vivere in un paese dove chiedete una mano e nessuno dei vostri vicini confinanti ve la da. Provate a vivere in un paese che rischia il tracollo economico, il crollo del debito, e non c’è nessuna mente straniera disposta a venirvi incontro per rilanciare la vostra economia. Provate a vedere se vi riesce di evitare la rabbia, la frustrazione…

(Oh! No, non stavo pensando all’Italia, snobbata dalla Francia che le rimanda indietro i migranti non riconoscendone le documentazioni italiane… no, non sto pensando all’Italia che non dice nulla delle frontiere chiuse dalla Danimarca perchè spera di poter fare lo stesso… no, non sto parlando dell’Italia e di come sta messa rispetto a Spagna, Portogallo, Grecia. No, non sto parlando dell’Italia da dove se ne stanno andando tutte le più importanti multinazionali facendo crollare l’occupazione. Però a pensarci bene…)

Speriamo che le urne aperte in questi giorni si chiudano in fretta. Perchè abbiamo necessariamente fretta di ricominciare a parlare di politica necessaria. Senza confonderla col consenso.

I nostri gelsomini fioriscono bene, senza bisogno di ulteriori concimi.

maggio 15 , 2011 at 2:05 pm 2 commenti

Il bene ostinato

More about Il bene ostinatoIl bene ostinato, di Paolo Rumiz, appena uscito per le edizioni Feltrinelli, si legge in fretta perchè è breve. Ma anche perchè è uno di quei libri che si fa leggere, per forza, fatto come dev’essere fatto un libro che ha il compito di infilartisi nel cuore.

Qui Rumiz racconta la storia del CUAMM, la ONG dei Medici con l’Africa di Padova, ne ripercorre la storia, ne racconta il lavoro andandolo a guardare coi suoi occhi nelle terre d’Africa dove operano i volontari.
Legge le cose che vede tendendo un occhio all’Italia di oggi: esempio di tanta dedizione verso il prossimo quanto di estremo razzismo dilagante. E scrive Rumiz:

“Il cristianesimo forte lo senti nelle periferie. Come abbiamo fatto a dimenticare tutto questo? Baldassarre, Maurizio, Nicola, forse Gesù stesso, inquieto palestinese dalla pelle olivastra.
Finirebbero tutti nei centri di identificazione e di espulsione, come vengono chiamati i nostri campi di raccolta per clandestini.
Figurarsi: un nero che dice di essere re e voler adorare il Bambino, un africano sans papier sedicente generale che afferma di aver combattuto sulle Alpi, e poi un pazzo che si dichiara vescovo e gira con un sacco pieno di dolciumi per i bambini…
E che dire dell’invasato che dorme sotto gli ulivi e tuona contro i ricchi e i mercanti nel tempio…Tutti da espellere, subito.
Povero paese mio, che demonizzi la pelle color dell’ebano e non sai di rinnegare le tue radici, la tua storia di accoglienza, il tuo presepe, la stessa natività. Italia, che si lascia convincere a serbare rancore verso lo straniero, e non capisce che questo rancore è costruito ad arte per nascondere i problemi veri del paese. Lo smantellamento dei valori, il consumismo spinto, la burocrazia parassita, le cricche, le connivenze tra economia, politica e malavita.”

Ed ecco che pure una come me, che non si lascia facilmente distrarre dai sentimentalismi e dagli appelli ad essere tutti più buoni, questa volta un pochino è stata toccata.

Quindi portatevelo a casa questo libro e regalatelo in quest’ennesima settimana santa.

Che certamente male non fa.

aprile 20 , 2011 at 11:28 am Lascia un commento

Primo marzo

Oggi è il primo marzo, giornata di sciopero dei migranti. L’anno scorso a Pordenone una bella manifestazione ha riempito piazza XX Settembre. Tanti migranti che chiedevano cose di non poco conto: dall’abolizione della Bossi-Fini, al diritto di cittadinanza basato sul dove si nasce. E quest’ anno lo stesso. Perché in un anno bisogna dire che non è cambiato un granchè.

Prima cercando il link del post della manifestazione dell’anno scorso vedevo che marzo è stato un mese stra pieno di piazze: dallo sciopero della CGIL alle manifestazioni degli studenti, al viaggio fino a Milano per il bellissimo corteo di Libera. Marzo come tanti altri mesi. E ben poco è servito.

Ma non voglio esprimere un giudizio di senso. Mi chiedo chissà cosa ci sarebbe da cambiare. Per voler pesare e pesare effettivamente. Ma vabbè. C’è tempo. E una strada si troverà. Sicuro :) !

marzo 1 , 2011 at 8:56 pm Lascia un commento

Rabbia? Si grazie.

“Cari” ragazzini “di colore” che ieri avete ritenuto di far del bene rubandomi la bicicletta dal cortile condominiale, beh, vi odio.

Vi odio perché mentre c’è chi scende in piazza per la difesa dei diritti, mentre c’è chi grida alla sanità per tutti, mentre c’è chi scrive perchè le storie di ingiustizia e discriminazione vengano alla luce voi rubate la bicicletta.

Ma come avete osato? Perché? E poi, ironia della sorte, mentre ero lì, a pochi metri, a leggere con dolore il mio estratto conto in crisi che certo non riuscirà a permettermi sia le tasse universitarie che un computer nuovo che un eventuale nuova caparra per un eventuale nuovo affitto se non trovo qualcuno che venga a condividere casa con me.

Ecco, a me avete rubato la bicicletta, a chi cerca di dire che bisogna fidarsi del prossimo. A me. Che non ho la macchina e oggi per cercare la mia bici e per andare in questura a fare la denuncia ho dovuto camminare così tanto che non sento più le gambe. Ho dovuto prendere così tanta pioggia che mi verrà pure il raffreddore (visto che per ironia della sorte il mio ombrello migliore l’avevo lasciato sul cestino della bici).

E perché poi l’avete fatto? Perché ad agosto bisogna per forza fare qualche cazzata?

E le conseguenze delle vostre azioni? Le conseguenze dove le mettete? Vi odio così tanto, voi e la vostra noia, voi e il vostro menefreghismo, e siccome non so che faccia possiate avere odio tutti quelli che vi possono assomigliare. Odio voi e odierò i vostri genitori, che non vi hanno insegnato la storia di Robin Hood, che per lo meno rubava ai ricchi per dare ai poveri.

E questo sarà fino a quando qua non ricomparirà la mia bicicletta. Lei o qualcuna di similmente comoda. E non venitemi a dire che mi devo rovinare il sedere e la schiena con qualche bici schifosa che costi poco e prenderne quindi una nuova da 50 euro. Non funziona così. Non funziona mettere delle toppe nelle vite degli altri e vivere poi con tranquillità la propria.

E voi vicini di casa: che avete assistito a tutto senza gridare, senza venire a chiamarmi, senza dire niente se non raccontandomi i fatti come se fosse colpa mia, come se fosse colpa mia perché lasciavo sempre il lucchetto aperto (ma voi vicini di casa mi avreste imprestato gli attrezzi per aprirlo se fosse rimasto incastrato? O meglio: voi vicini di casa sapete quanto è facile comunque aprirlo? O meglio: voi che avete la tranquillità della vostra casa e dei vostri spazi sapete cosa significa dover vivere ANCHE senza fiducia nel prossimo?). Così si fa?

L’ha detto anche il poliziotto che non siete stati proprio bravi.

Così adesso sono anche senza bicicletta. Senza la bicicletta che mi fu regalata al mio arrivo in città e per la quale avrò ormai investito 100 euro e più in manutenzioni varie.

Ecco perché è così facile cambiare colore politico. Perché è molto facile odiare e amplificare a mille il proprio odio.

Perchè che cazzo di responsabilità insegnano questi genitori a sti ragazzi? Non si rendono conto che a fare ste robe poi non fanno altro che alimentare il rancore, il fastidio, l’intolleranza?

Non me ne frega abbiano 10-14 o 18 anni: o si portano sulle spalle la responsabilità che vivono qua dove il razzismo e il fascismo crescono a vista d’occhio anche perchè fan ste stupidate o non mi vengano a chiedere di lottare con loro per qualcosa. Perché non è certo per necessità che si son presi la mia bicicletta. No, minimamente.

E io sinceramente mi sono veramente rotta di stare sempre a pensare a fantomatiche cose da difendere per gli altri (oh, beh, la filosofia dei diritti collettivi pure quella mi ha definitivamente rotto. Se non c’è coscienza collettiva non ci sono diritti collettivi, punto. Mi sono rotta e stra rotta di lasciar parlare e star dietro a parole in cui non credo neppure un poco), mentre le cose proprie, della propria situazione, non vengono minimamente scalfite da nulla.

P.S.: quando l’anno scorso qualcuno mi rubò la borsa col libro di storia economica, beh, quello era quasi divertente. Ma questa storia qui mi fa piangere e basta.

agosto 13 , 2010 at 2:05 pm 22 commenti

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