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Lezioni di matematica e informatica offresi, sopravvivenza cercasi
Abitate nella zona del pordenonese e dintorni? Avete bisogno di far rinfrescare la matematica ai vostri figli? O magari vorreste provare ad imparare ad arrangiarvi a capire cosa succede al vostro pc quando fa le bizze?
E ancora: non ne sapete proprio niente del computer che tenete tra le mani o siete stanchi di insegnare a mamma/zia/nonni come si usa e vorreste qualcuno che si sforza per voi?
Eccomi!
Nell’attesa di trovare altra fonte di reddito ho deciso (avendo compreso un po’ meglio come si risolve la faccenda fiscale…) di seguire la scia già intrapresa da numerosi miei predecessori e darmi alle lezioni private. Così oggi mi sono dedicata all’inserire annunci qua e la, investendo anche 10 euro per la pubblicazione su Città Nostra, giornale locale cartaceo per l’inserimento di annunci di vario tipo (già, perché alla fin fine per raggiungere chi il pc non lo usa occorre trovare il modo per raggiungerlo!).
Saranno possibili offerte speciali a cassintegrati/e, disoccupati/e, pensionati/e che abbiano tempo libero di troppo e vogliano magari imparare ad aprirsi un blog tematico, a giocare coi social network per passare il tempo, ad usare Skype per salutare i nipotini, Word o OpenOffice per scrivere le proprie memorie.
In caso mandatemi una email sara.rocutto[at] gmail.com (sostituite [at] con @ … e alla prima lezione vi spiego il perché
)
Hello, Udacity! Ovvero: imparare a tempo perso a programmare web application
Ispirata dal numero di Internazionale della settimana scorsa ho deciso di iscrivermi ad un altro corso on line.
L’anno scorso mi ero infatti lasciata attrarre dal corso base sui database, nato da una sperimentazione lanciata dalla Standford. Una bella esperienza che, con un po’ di buona volontà, ho portato a termine ricevendo persino l’attestato di partecipazione.
Ora i corsi che prima erano disponibili sul sito della Standford fanno parte del progetto Udacity e fanno riferimento ad una piattaforma diversa. Non ho potuto resistere e mi sono iscritta al corso di Web Development, un po’ per ripassare alcuni concetti base un po’ per provare la Google App Engine per lo sviluppo di applicazioni web.
E insomma, visto che certamente qualcun altro tenterà questo corso e vivrà le mie medesime difficoltà vorrei fornire un micro supporto a chi intende seguirlo usando il Mac. Infatti al termine della Unit 1 fa capolino il primo esercizio e avendoci battuto un po’ la testa per colpa di un video poco chiaro meglio fornire qualche suggerimento.
[Considero sia stato già installato GoogleAppEngineLauncher ]
1) Sul Mac è già presente una versione di Python, ma al fine del corso occorre installare sul Mac il pacchetto Python2.7 (mi raccomando, non rimuovere quella che già c’è…)
2) Una volta installato verificare che sia installato sul percorso /usr/local/bin/python2.7
3) Cercare GoogleAppEngineLauncher->Preferences e modificare il Python path con la stringa sopra riportata
4) A questo punto verificare che l’app di demo funzioni caricandola da Help->Demo->Guestbooks (tale demo si trova dal menù di GoogleAppEngineLauncher)
Bene a questo punto se quest’app funziona funzioneranno anche i nostri programmini! Ma affinchè ciò accada è necessario andare a leggersi questo apposito link e questo PRIMA di provare a caso e preoccuparsi per warning che male non fanno! Lo ammetto: io, distratta da un video di esempio che aveva qualche imprecisione, sono arrivata all’apposito link solo dopo lunghe peripezie.
Infatti a creare nuovi progetti e cliccare a caso si ottengono log carichi di warning ed errori che si ritrovano poi in tutti i forum del corso: si rischia di finire invischiati in una miriade di teorie balzane provenienti da ogni angolo del pianeta! Quindi pian e ben.
E bene, detto questo ecco a voi la mia prima creazione
Un viaggetto attraverso Mafia.com
La mia lotta all’alienazione lavorativa ha una pillola settimanale particolare: si chiama La Lettura, l’inserto su libri e cultura de Il Corriere della Sera, esce la domenica, e anche se non è sempre e comunque una meraviglia, ci trovo sempre qualcosa che mi ispira e mi stimola alla “verifica del lettore”.
Così qualche settimana fa ci ho trovato un articolo di Serena Danna su Mafia.com, l’ultimo libro di Misha Glenny, uscito a fine aprile per Mondadori. Conta -eccome conta- che il titolo originale sia “DarkMarket: Cyberthieves, Cybercops and You”: avrebbe mai venduto in Italia la traduzione esatta di queste parole? Mah.
Visto che ultimamente sono tornata a lavorare su queste cose qui mi son detta “vediamo un po’ che scrive?” e me lo sono legalmente comprata on line e scaricata sul kindle.
In effetti più che un libro sulla Mafia questa è una storia d’esempio per raccontare come operano le forze dell’ordine quando si trovano a che fare con i crimini informatici: e non è cosa di poco conto.
Misha Glenny ricostruisce qui in particolare le vicende di un traffico di carte di credito clonate “sgominato” (anche se forse non del tutto) dal lavoro certosino di intelligence di più nazioni, costrette più o meno ad operare assieme a livello europeo e statunitense, quantomeno per non pestarsi i piedi gli uni con gli altri se non proprio per spirito di squadra.
Purtroppo al giornalista non è proprio riuscito di evitare i voli pindarici e ha tralasciato la verifica delle informazioni tecniche raccolte (c’è un passaggio in cui si attribuiscono a VNC poteri quasi sovrannaturali che un po’ mi ha spiazzato). Così che il risultato del lavoro è un po’ guastato, almeno per chi qualche elemento di reti e programmazione lo conosce. Viene infatti da chiedersi: ma sarà vera almeno la storia o soffre anch’essa di gigantismo?
Per fortuna il libro affronta una vicenda di 3-4 anni fa: alla luce di quanto accade oggi le vicende di allora sembrano cosette e chissà quale sorta di effetto cyber terrorismo ne sarebbe uscito se fosse stato raccontato quel che accade in rete adesso.
In ogni caso questa è un’inchiesta che centra comunque uno dei nodi fondamentali oggi nella lotta ai crimini informatici: a chi il compito di indagarli? E come? A chi il compito all’interno di un paese di difenderne le infrastrutture sensibili? Con che mezzi? E, in una dimensione che dei confini nazionali se ne infischia, come coordinare le indagini, come muoversi?
E sopratutto: se il caso specifico trattato nel libro avesse coinvolto italiani in modo diretto, quali sarebbero state le strutture nazionali chiamate in causa? O quale contributo avrebbero potuto portare alle indagini?
Per associazioni di idee mi è venuto poi da pensare: cosa succederebbe se venissero attaccati alcuni nodi italiani allo stesso modo con cui venne attaccata l’Estonia nel 2007?
Ehm, chissà come mai ho l’impressione che non ci siano al momento le infrastrutture capaci di deviare 200 G di traffico (che è quello che da quanto si racconta nel libro andò a bloccare attraverso attacchi DDoS i nodi governativi): saremmo costretti a spegnere tutto e aspettare. E se osasse qualcuno sul serio analizzare puntigliosamente certi siti e certe strutture (magari server esposti erroneamente verso l’esterno, cosette così), beh, non credo faticherebbe a scovare vulnerabilità servite su un piatto d’argento.
Ma, senza voler fare terrorismo, di queste cose in Italia non si parla quasi mai. Al massimo si intervista ogni tanto Raul Chiesa (ma son passati anche 20 anni da quando divenne il primo hacker in Italia…), che non a caso viene anche citato nel libro per una ricerca sul profilo dell’hacker moderno alquanto, quantomeno, di dubbia scientificità. Oppure il tema resta legato al giro dei soliti che si leggono tra di loro.
Oppure si leggono articoli nei quotidiani che fanno quanto meno ridere dal tentativo vano di riportare una notizia con un minimo di verifica della qualità del contenuto riportato. Così spesso si diffonde al massimo panico, ma nessuna analisi di senso.
Per quanti limiti abbia quest’inchiesta di Misha Glenny, beh, almeno è uscita per una grossa casa editrice e in una collana che spazia su tanti argomenti: chissà non riesca ad uscire pure dai soliti giri aprendo porte, creando relazioni diverse.
Purtroppo dal punto di vista della cultura collettiva l’informatica, le reti, internet non esistono. Chiunque sa esprimere oggi un giudizio sulla speculazione del mattone, sul senso dell’energia atomica, sul bisogno di un’agricoltura diversa e chi più ne ha più ne metta.
Ma ve la immaginate un’amministrazione pubblica che cade perché i cittadini si ribellano scoprendo che le macchine dove sono conservati i loro dati più personali sono usata come botnet per attacchi in giro per il mondo? Magari solo perché qualcuno non ha neppure i soldi per rinnovare la licenza di un antivirus… mentre deve rispondere alle pressioni di chi esige il wifi gratis (che secondo le più note teorie da bar “una volta che lo installi è gratis, perché mai il comune non lo fa, etc etc”…)
Al massimo si fanno grandi discorsi sulla banda larga. Facile inventarsi mille convegni sulle cose semplici, meno facile interrogarsi e costringersi ad apprendere tematiche più delicate, eppure non tanto più difficili di un corso di autodifesa.
E magari poi provare ad interrogarsi su cosa accade in questo paese, dove si è costruita una cultura informatica che più che attenta ai bisogni è attenta alle speculazioni finanziarie, al rigiro di denari piuttosto che alla qualità dei prodotti offerti, più attenta allo sfruttamento di tanti ragazzi che agli effetti collaterali delle loro rabbie miste a saperi che potrebbero prima o poi far sapere quanto possono effettivamente contare.
Eppure basterebbe domandare a qualcuno di loro “Ecco, mi spieghi come funziona la faccenda?” allo stesso modo in cui si da spazio a presunti esperti dell’aria pulita.
Sarebbe una bella innovazione: mettere un tema nuovo sulla tavola, discuterne seriamente e poi scoprire che ha un sacco a che fare con le nostre vite, come il cemento, la chimica, i rifiuti.
E che se ne può parlare senza sentirsi scemi. Basterebbe solo imparare ad essere un po’ meno duali. E a fare qualche connessione tra i temi, come ci insegnavano alle elementari.
P.S: Anche se un po’ fuori fuoco mi è tornato in mente l’articolo di Riccardo Luna uscito su La Repubblica un mese fa e che presentava come scoperte cose che scoperte non sono e forse cercava di vendersi bene un pezzo che avrebbe scritto senz’altro meglio il mio vicino di scrivania. E cercando in Internet ho trovato qui che se ne è scritto meglio di quanto ora potrei fare io. Leggete.
p.s.2: ne ho trovata un’altra recensione in un altro blog, se volete averne una panoramica diversificata…
Le piccole soddisfazioni della vita
Dopo il precedente post e dopo aver segnalato il problema dei link ai contatti del sito…
…mi hanno risposto che i link sono stati ripristinati!
E infatti ora funziona tutto.
Grazie anche a Marcolino che pure si è prodigato nel segnalare il disservizio.
Ora, lo so che sembrerà una cosa stupidina, ma quel che ne abbiamo conquistato è:
- un error 500 in meno al mondo
- un servizio offerto forse più utile
- e soprattutto l’idea, spero, almeno in qualche testa, che a qualcuno queste minuzie interessano… che lavora per qualcosa e non per far girare i soldi da una parte all’altra. (Che poi è una delle sensazioni più comuni che attraversa l’animo di chi lavora a certi livelli nel campo informatico… un’insana frustrazione dannosa)
Ovviamente visto che sono un’avanguardista (:P) il giorno dopo la mia segnalazione il Governo ha invitato i cittadini a segnalare gli sprechi… Ma questa è un’altra storia, che poco di buono può portare, a mio avviso, visto il sadismo diffuso che c’è in giro a dire che tutto è un gravissimo spreco…
Il Governo e i giovani: blablabla e server error 500
Ieri, un po’ per caso e un po’ per necessità ho messo il naso sul sito del Governo Italiano.
E l’occhio mi è caduto su un rettangolino a destra dal titolo quanto mai di tendenza “Il Governo e i Giovani“. Ora, è vero che avendo raggiunto i 33 anni tanto giovane non sono più, ma è anche pur vero che se i più giovani di me si trovano nelle condizioni di avere opportunità che gli rendono la vita migliore magari ne finisco col godere pure anch’io.
Così sono andata a dare un’occhiatina. E ci leggo:
Questo spazio vuole essere un canale diretto di scambio e confronto con e per le nuove generazioni. Il Forum nasce sul modello del “Dialogo con il Cittadino”: uno spazio per ascoltare le proposte e i suggerimenti dei giovani e un’occasione per informare attraverso documenti, dati e ricerche.
Uno spazio, inoltre, per illustrare le misure concrete adottate finora a favore delle giovani generazioni. La “campagna Diritto al Futuro”, ad esempio, che prevede l’accesso al mutuo per le giovani coppie coniugate fino al 35esimo anno d’età; oppure i prestiti d’onore per gli studenti meritevoli fino a 40 anni.
Questo spazio di confronto quale? Una pagina in formato HTML? Per curiosità ho indagato il contenuto di tutti gli altri link che appaiono nella colonnina di destra, ma non ho trovato nulla di interessante. Solo pagine in HTML con qualche link e qualche pdf.
Così ho pensato bene di curiosare nella sezione Normativa e di approfittarne per leggere un po’ le tanto decantate manovre pensate dai nostri tecnici per rilanciare l’occupazione giovanile. Alle norme in questione hanno dato nomi che dovrebbero essere di per sé sinonimo di garanzia “Salva Italia”, “Cresci Italia”,“Semplifica Italia”. Come resistere dall’andarmele a leggere?
E qui l’amara scoperta: Salva Italia a parte, i link alle altre due normative non portano da nessuna parte. O meglio, fanno arrivare in una pagina della Gazzetta Ufficiale priva di contenuto.
Quel che è peggio è che cliccando in alto a destra, cliccando il quadratino rosso che potete notare qui in figura, si conquista un bel Internal Server Error 500.
(Sia ben chiaro: è saltato fuori da un click!)
Insomma per sapere cosa dicono le normative a proposito di Cresci Italia e Semplifica Italia occorre cercare da qualche altra parte: ma dato che il sito del Governo mi da nomi da semplificazioni anzichè numeri di codicilli vari mi affido a Google e finisco nel sito del Sole 24 Ore che per tutto da risposte.
Certo, probabilmente gli interessati alla faccenda preferiranno usare come fonte il Sole 24 Ore o qualche commercialista piuttosto che il sito del Governo Italiano, ma non posso nascondere che la cosa mi amareggia un po’: davvero nessun giovane ha mai cortesemente segnalato l’errore? O forse non l’hanno mai voluto correggere? O forse in effetti nessuno l’ha mai segnalato perché queste normative non sono poi tanto interessanti quanto sembrano?
Ad esempio chi ha meno di 35 anni e può dire di aver ottenuto un contratto a tempo indeterminato grazie al decreto Salva Italia?
Quante sarde e quante siciliane (visto che sono, in linea teorica, coloro che più di tutti dovrebbero poter godere di tanta bontà governativa) hanno firmato un bel contratto grazie alla nuova normativa?
Non lo sapremo mai, immagino.
Comunque è proprio triste che le vetrine delle nostre leggi siano messe così male (male, sì, perchè un web server che risponde 500 sta dicendo: “sono malato, fa di me quel che vuoi, probabilmente puoi distruggermi o farmi dire ciò che ti interessa”).
Adesso magari provo a scrivere alla mail che vedo nella sezione dei contatti e vediamo un po’ che succede.
Anzi, e se lo segnalassimo tutt*? E se ne approfittassimo per far notare che i testi di quella sezione sono quanto meno infelici? Che un forum non è una pagina statica?
Così, tanto per dare una mano. Che magari poi lo danno un aumento a chi cura le cose per il Governo, magari un tirocinante in subabbalto di un subappalto di un appalto…
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Cosa non si fa
Insomma, mi sono iscritta ancora qualche settimana fa ad un corso online organizzato dall’Università di Standford. E’ un corso base sui database. Certo, dovrei non averne bisogno, ma dai tempi del mio esame all’Università è passato un sacco di tempo. E poi mi pare una bella opportunità. E’ gratis. Vengono fornite dispense e video. Bisogna fare i compiti per casa. Mica fronzoli. E poi riprendere in mano un po’ di metodo ogni tanto non fa male, specie quando a fornirlo sono modelli americani che da che mondo è mondo producono i manuali di informatica migliori che io conosca.
Perchè il problema non è solo di costo (è gratis, mentre in Italia corsi del genere o li devi rintracciare all’interno dei percorsi universitari, e sopportare i costi, oltre la frequenza in aula il più delle volte, con risultati oserei dire imbarazzanti, oppure li devi pagare ben al di sopra del loro valore reale), ma anche di qualità. Che soldi e tempo ne vedo sprecare di continuo in corsi ben al di sotto delle aspettative e che magari occorrono solo per conquistare un punto, un titolo, fare qualcosa.
Ma cosa non si fa per sopravvivere al dover essere flessibili, mutevoli, capaci, attivi?
Ieri ho letto che anche Riccardo Luna si è iscritto ad uno di questi corsi gratuiti assieme a decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo e di ogni età. Chissà se almeno uno di noi verrà promosso…
?
Quelli che ieri han sbattuto la testa contro il censimento
Insomma da ieri era possibile accedere al sito dell’ Istat per compilare il censimento online.
A una fetta d’Italia (ma non a tutti a quanto pare) è già arrivato a casa il libretto con le domande, dotato di password per i più valorosi desideranti la compilazione online.
Ebbene ieri era domenica.
Era il primo giorno di prova a carico del sistema.
Io non mi ci sarei mai messa. Eppure c’è chi sin dalla notte si è dedicato a tentare, per ore, di completare la propria domanda online. Io dubito che ci proverò. Mi dedicherò al cartaceo.
Odio compilare le domande on line, odio il tempo che impiega l’autocompletamento dei menù a tendina con il nome del comune una volta selezionata la provincia. Odio resistere davanti al pc per pagine e pagine con il dubbio di non aver cliccato correttamente qua e là.
Ma sopratutto a me pare una follia mettersi a fare queste cose di domenica con la presunzione che chi sta dall’altra parte abbia gli occhi abbastanza aperti per correggere eventuali problemi. Io me li vedo questi programmatori con le occhiaie per essersi applicati a finire tutto all’ultimo minuto. Me li vedo li a sperare che nessuno si accorga che facendo click proprio in quel posto li tutto crolla. Me li vedo crollare all’ennesima chiamata telefonica, dopo 15 caffè sparati in vena. In fondo è così che lavorano. Magari in mezzo ci avranno pure infilato qualche stagista, oltre a qualche apprendista per finta.
“Oh, ma non è possibile, oh, ma non è concepibile!” Oh cosa?
Si è visto già un sacco di volte, ad ogni sanatoria per le badanti, corsa alla richiesta di quote per lavoratori in ingresso e chi più ne ha più ne metta che la pazza corsa al click non funziona. Forse sarà anche una questione di banda larga che non c’è. Forse. Ma anche le prime registrazioni dei certificati medici direttamente da parte dei dottori hanno avuto i loro problemi. E non si trattava di 500.000 connessioni al volo.
Cert’è che seguendo le operazioni da parte di utenti che commentavano su Twitter o sui vari blog i loro tentativi di connessione mi pareva di vedere un popolo che mirava a dimostrare la propria abilità nell’individuare un bug, nell’avere qualcosa di che lamentarsi, nel trovare una critica pronta da utilizzare magari per scrivere il solito articolo sui disservizi il giorno dopo o una bella interrogazione. Con una sorta di masochismo misto a sadismo, non ho dubbi. Chi si è lamentato per ore, o anche per più di 15 minuti, dell’impossibilità o difficoltà ad accedere ai sistemi come altro si può definire?
Chissà se si è domandato cosa c’è dietro. Quante persone ci hanno lavorato? Quali risorse avevano effettivamente a disposizione? Quanto tempo? Che problemi?
Eh, ma l’importante è sfidare l’”innovazione”. Dimostrarsi al passo. Come se la vera innovazione non fosse oggi fare in modo che chi svolge determinati lavori lo possa fare al meglio delle proprie opportunità, con il giusto salario, con le giuste ore di lavoro quotidiano.
Ma no, per un giornalista o per un politico è molto più godurioso alimentare il fuoco del non funzionamento. Molto più interessante che interrogarsi su un problema strutturale più ampio.
Talvolta, in casi come questo, mi chiedo se innovazione sia sul serio semplicemente fare click a destra e a manca. E mi rispondo che no, non lo è.
Forse qualche volta è più innovativo porsi un problema e ricercare la migliore soluzione, migliore per se stessi e per gli altri.
Mi dice un amico pignolo che in meno di 10 minuti si fanno tutte le crocette come si deve. A penna. Che non è poi così brillante cozzare troppo la testa contro un muro.

