Posts filed under ‘Precarieta’
Ho scritto un nuovo post: gratis
(Nota: post scritto al volo)
Ebbene si ho scritto un nuovo post sul blog che ho su Linkiesta. L’ho scritto gratis e l’ho corredato pure di foto, scattata da me.
“Gratis? Ma come!”
Eccolo li, il chiacchiericcio della rete che si fa fitto, dopo il “caso” dell’Huffington Post: chiacchiericcio che si divide pressapoco tra chi dice che la notorietà paga già quel che occorre e chi dice invece che così si svilisce la professione (quale?).
Non sarei entrata nel merito della faccenda se non fosse che la cosa né in un senso né nell’altro ha finora messo sul tavolo quello che per me è importante: scrivo per fare si che una storia trovi il suo spazio, abbia vita, scrivo perché una mia opinione trovi confronto con altre, scrivo come esercizio di stile (anche).
E certo qualcuno potrà obbiettare che posso benissimo farlo sul mio solito blog: cosa cambia?
Oppure mi si potrebbe ribattere che beh, perché non mi dovrebbero pagare per i miei pensieri?
Posso capire se questi discorsi li fanno gli “esperti di comunicazione” i “giornalisti professionisti”, i web expert per i quali anche scrivere un tweet è un lavoro, ma io che nella vita guadagno da altre cose, beh, ho un altro punto di vista.
Io non scrivo solo per farmi leggere. Scriverei di tutt’altro se fosse quello il mio obbiettivo. Scrivo per far sì che qualcosa che interessa a me trovi spazio anche nel mondo di altri. E proprio non capisco come così facendo si svilisca una professione.
Ho organizzato iniziative pubbliche sperando trovassero un trafiletto nei giornali locali di carta, ho partecipato a manifestazioni di cui i giornalisti han potuto parlare per giorni, ho scritto smentite, comunicati, lettere. Quante volte? Tante e per tante cose. A volte ho visto il giornalista di turno prendere quel che scrivevo e metterlo li nel giornale così come stava, altre volte l’ho visto tagliare e ricucire e costruire una notizia aggregandola alle parole degli altri. La maggior parte delle volte nulla di tutto ciò, certo. E che delusione.
Ma almeno un paio di volte mi è capitato di pensare “se non avessimo fatto questa cosa certo il giornale di oggi sarebbe stato ben vuoto di contenuti”.
Avrei dovuto forse andare a batter cassa per aver fatto notizia?
La rete è fatta di tanti nodi che spesso non si incrociano mai, o in modo flebile. A volte per scrivere qualcosa che ottiene audience occorre riuscire a raggiungere quel nodo lontano dal proprio nucleo di lettori abituali e richiede forse più fatica di scrivere un post.
Non basta certo scrivere qui qualcosa e poi sperare che i motori di ricerca la trovino! Poi certo, auto promuovendo un post per Linkiesta uso la mia rete di relazione, ma anche loro fanno la loro parte: di norma un post sul mio blog non ottiene tutti i Mi piace (e quindi visite) di un post per Linkiesta. È un luogo con un suo pubblico e quel pubblico di norma è diverso dal mio. E questo a volte porta a contatti nuovi, discussioni, commenti, chiacchiere da rete… Cose che mi interessano per trovare un confronto, se capita. Punto.
Certo, ci spendo tempo, ore a volte a scrivere e cercare, ma proprio per questo scrivo quando voglio (una volta al mese) e finora quello che voglio.
Mi si ponessero delle regole diverse, dei paletti, beh riterrei la cosa meno interessante. Avessi la percezione che grazie a me altri diventano ricchi cambierei idea. Ma finché le cose stanno come stanno non capisco dove stia il problema.
Sarà che se mi guardo intorno vedo gente che tutti i giorni lavora sottopagata -che pare non interessare più da tempo, tra l’altro, al giornalista medio, che da tempo ha dimenticato come si fa un’inchiesta- ma mi sembra palese che il tema del Lavoro, di cos’è il lavoro, del compenso e di cosa sia un giusto compenso, non sia un dramma solo del minoritario mondo di chi è iscritto all’albo dei giornalisti.
Io la cosa la vedo in un altro modo.
Mio nonno scriveva periodicamente lettere a tanti quotidiani, lettere che gli venivano periodicamente pubblicate. È così che frugando negli archivi de La Stampa ho scoperto cosa ne pensava del Referendum sul divorzio pochi giorni prima del voto.
E mi domando, ecco, se è banale dire che i post dovrebbero stare ai giornali on line allo stesso livello delle lettere di un tempo, coi commenti che si trasformano in quel dibattito che la carta ancora fa e che permette a volte di comprendere come sta un Paese più di tante analisi statistiche.
A volte ho come l’impressione che troppi galli stiano cercando di primeggiare in un pollaio a cui ne basta uno, che troppi “esperti della rete” siano a caccia di qualcosa che gli dia il pane per potersi continuare a fregiare della propria etichetta, che troppi giornalisti temano di perdere il lavoro che fanno da anni (o che non hanno mai fatto, ma grazie a qualche scuola di giornalismo ritengano gli spetti).
E a volte mi chiedo se non è forse più grave per l’informazione di questo Paese una rete drogata di 4-5 notizie scritte da professionisti della comunicazione o giornalisti contenti così che preferiscono giocare a cavalcare l’onda dei pensieri dominanti che produrre critica, elaborazione, portare le proprie opinioni. E non è un caso se alla domanda “perché si scrivono post gratis” non sia preceduta l’analisi sul “perché si è disposti a scrivere post per un giornale on line”, cosa si scrive in realtà quando si scrivono post per un giornale on line: che misero mondo quello che si divide tra l’idea che tutti in rete cerchino solo notorietà o denaro…
P.S.: e se qualche giornalista leggerà, beh, prima di giudicare si guardi dentro e si domandi cos’ha fatto in questi anni affinché l’ordine di cui fa parte ponesse necessari paletti, affinché la qualità di quanto andava scrivendo non prendesse sempre più la forma di una qualche marchetta a tizio e a caio, affinché il proprio giornale non assumesse a pochi euro o facesse scrivere gratis, etc etc…
La lotta di classe dopo la lotta di classe
“Il problema è che per elevare in misura apprezzabile il pensiero e l’azione politica occorre qualche tipo di dialettica tra parti contrapposte; contrapposte perché hanno interessi, visioni del mondo, progetti per il futuro fondamentalmente differenti, e tutto ciò esprimono nel dibattito politico. Occorre che una parte affermi nei fatti e nelle idee delle tesi, che l’altra sviluppi delle controtesi, per cercare poi di arrivare a una qualche forma di sintesi.
Di un simile movimento è fatta la storia. Ai giorni nostri la dialettica della cultura e dell’azione politica è quasi completamente scomparsa, perché per certi aspetti tutti sono dalla stessa parte. Tutti sono convinti e ripetono coattivamente che il mondo è cambiato, che la globalizzazione è inevitabile, che non esistono alternative per modificare lo stato di cose.” -Luciano Gallino-
Avete presente quei libri che non prendete in mano per diffidenza immotivata? Ecco, La lotta di classe dopo la lotta di classe di Luciano Gallino (Saggi tascabili Laterza) è stato per me uno di questi. Ma poi ne ho trovata una recensione qualche giorno fa e la curiosità si è fatta massima.
Davvero è in corso una nuova lotta di classe dopo quella nota che ha caratterizzato il trentennio post bellico?
Ebbene si. Ma in senso contrario. Dall’alto in basso e senza praticamente opposizione.
Gallino in questo libro-intervista non racconta niente di particolarmente nuovo. Ma compie un atto utile ai lettori meno preparati: si fa filo andando a cucire le pezze fatte di concetti che tendiamo a tenere isolati, permette una visione a 360° gradi sulle condizioni non solo del nostro paese, ma del mondo. Ha il dono di tornare a parlare di globalizzazione intrecciandola al presente e al futuro del mondo del lavoro.
E dà coraggio. Perché spinge a ragionare chi non sta dalla parte degli attuali vincitori, ovvero il 99% del mondo come ci ha ricordato il movimento di Occupy Wall Street, a cercare il modo di riconoscersi come parte presa quotidianamente in giro.
E’ un libro che mi ha dato non poche conferme circa a osservazioni che mi frullano in testa già da un po’, a partire dalla frase che ho citato qui sopra sulla dialettica contrapposta, venuta a morire alla ricerca di un’insulsa terza via, fino alle riflessioni sul non considerare più la qualità del lavoro come elemento di studio e di valutazione. Quasi non fosse più importante nel momento in cui si pensa che un Paese può vivere senza industrie di produzione. Come se determinati modelli di lavoro, antichi quanto verrebbe da pensare ormai improbabili, non fossero stati invece ripescati appieno dai servizi.
E ci sono temi che ho poi sentito spesso ripetere, parlando di precarietà e frammentazione del lavoro, che non avevo mai avuto modo di osservare da vicino. Invece ora mi pare nitidissimo e scontato quel che Gallino ripete:
“Quando sotto il medesimo tetto lavorano centinaia di persone, dipendenti dalla medesima azienda, sempre le stesse – turnover fisiologico a parte –, è assai probabile che prima o poi si rendano conto di avere interessi comuni; si aprano a forme di mutuo rapporto e solidarietà; scoprano che se ci si associa si possono ottenere dall’impresa paghe e condizioni di lavoro migliori. Viceversa, nel caso in cui le persone al lavoro sotto lo stesso tetto, pur egualmente numerose, mutino di continuo, poiché la maggior parte di esse sono temporanei, o interinali, o consulenti a giornata, e per di più dipendono da aziende diverse grazie alle catene di sub-sub-appalti in cui si compendia la terzizzazione (ch’è il contrario della esternalizzazione: anziché dare all’esterno il lavoro, un’impresa richiede ad aziende terze di venire a farlo al suo interno), è assai più difficile che ciò accada. Proprio per questo qualcuno vede con favore i lavori flessibili: perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.”
Ecco, banalmente ne ho ora la coscienza e da questo libro ne ho ritrovate le parole. E magari certo, le stesse cose le hanno dette fin qui in tanti. Ma forse un conto è incrociare i concetti e un conto è accorgersi di starci perfettamente in mezzo, sentirsene parte.
Insomma, uno di quei libri che ho passato a sottolineare con il kindle (per poi andare a condividerne i passaggi su Facebook: ma i micini conquistano sempre un po’ più “Mi Piace” che temi che costringono a mettersi in discussione.)
Uno di quei libri che mostra quanto sia nudo quel re che pensa sia meglio assumere giovani ignoranti che persone capaci di interrogarsi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Ecco: uno di quei libri che andrebbe letto da chi si vuole assumere il compito di guidare il Paese.
Che di programmi, di preparativi per il viaggio, sono stanca di sentir parlare. Vorrei capire la direzione di ogni parte oggi, quando l’ovvietà di alcuni decenni fa è andata sparendo.
Oltre ai programmi quali sono le reali intenzioni?
Io non sono Alice senza niente
C’è stato un acquisto al Salone del Libro di Torino fatto al volo. Lo avevo in mente da tempo, così quando sono arrivata allo stand della casa editrice Terre di Mezzo mi sono tuffata a domandare di “Alice senza niente” di Pietro De Viola.
Anche se leggendo in giro ho visto che di questo libro se ne parla dal 2010, da quando cioè l’autore ha deciso di pubblicarlo on line e renderlo disponibile per il download gratuito, sinceramente mi è capitato di scovarne traccia solo da qualche mese. Da quando cioè il libro è uscito di carta e non è più disponibile in digitale, neppure a pagamento. Dovevo colmare la mia ignoranza!
Come trattenersi dal leggere cose che ricevano tanti commenti appassionati? E così me lo sono letto. Anche perché si parla di lavoro e precarietà in mezzo a quelle pagine e Alice ha 30 anni, tanti quanti ne avevo io all’incirca quando De Viola ha iniziato a scriverne.
Ora, sarebbe bello dire #iosonoalice : non sono in fondo anch’io precaria? Non faccio forse da sempre lavori che potrebbero essere benissimo fatti da qualche diplomato nonostante la mia laurea “forte”? (E peggio ancora: non mi sono trasferita a più di 600 km da casa “solo” per un lavoro?)
Ecco, il problema è che Alice non è semplicemente questo. Alice in questo libro è una ragazza probabilmente del sud Italia che vive in 90 pagine di contraddizioni. E non riassume una generazione (ormai quasi due), ma tratteggia un sunto degli sterotipi più tristi e meglio diffusi e amati dai media nazionali.
Ora mi direte: “ma io sono come Alice!” e certo qualcuno come Alice ci sarà pure (magari per un sommatoria di problemi non per forza legati al fatto che ha studiato…). Però a generalizzare si perde il fuoco sui problemi e perdendo il fuoco attorno ai problemi si smarriscono tutti. Non se ne risolve nessuno.
Non si risolve il problema di un’asimmetria di condizioni sociali ancora nettissima tra nord e sud Italia (e potrei elencare per 20 righe le ragioni per cui Alice non vive a Pordenone o a Udine, né tanto meno a Treviso…), non si risolve il problema di una perdita netta di valori a favore di un materialismo infelice (Alice desidera sempre cose e non pensa mai: nell’unico momento in cui progetta qualcosa mira alla fama e non all’aprire una discussione attorno a qualcosa. Mi si potrebbe obiettare: “ma non ha i soldi per mangiare!” eppure ha la macchina, ha Internet a casa, mangia schifezze, si permette un affitto anziché condividere casa…), si mette l’invidia verso chi lavora, verso qualsiasi lavoro che uno ha, come se oggi avere un lavoro fosse per forza una questione da raccomandati e si ripropone la solita pipponata del conflitto generazionale, senza pesarla come una cosa calata dall’alto quale in effetti è.
Non solo.
C’è un’Italia dentro a questa storia che nega ogni condizione minima di solidarietà e relazioni, come se questa rete, ancora forte in tanti posti, davvero fosse scomparsa del tutto. E questo mi da fastidio più di ogni altra cosa. Perché non siamo quel Paese li (e forse il fatto che inviare 193 curriculum in un mese sia molto meno produttivo di andare in biblioteca o a qualche incontro pubblico ne è la prova).
Ma ecco, l’autore cercava un modo forse per farsi notare. Per conquistare qualche intervista e scroccare qualche cena, viaggiare magari per l’Italia a scrocco, guadagnarsi qualche articolo, qualche collaborazione, qualche simpatia. Come dargli torto?
Non voleva neanche lui, come pochissimi in fondo hanno il coraggio di fare, sfidare lo stato di cose presenti: provare a raccontare qualcosa in modo che scaturisca discussione da parte nostra, di noi nati alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, incapaci di lanciare da che stiamo al mondo un senso di rifiuto verso la decadenza con cui ci accompagnamo e che non è solo il non lavoro, ma spesso la nullità del valore del lavoro che produciamo, le condizioni a rischio in cui lavoriamo, l’autosospensione dei minimi diritti sindacali, della Costituzione, della dignità.
Ma no. Dobbiamo fare le vittime ora come ora. A fare le vittime magari si avrà, per un momento, la sensazione di stare per la prima volta nel carro dei vincitori. Quando magari dopo aver sospeso l’adeguamento Istat alle pensioni da operai dei nostri genitori ne leveranno pure qualche euro al mese, magari per fantomatici fondi all’Innovazione e all’occupazione (in fuffosità).
Sinceramente non credo ci fosse motivo di sostenere per l’ennesima volta una lettura delle condizioni attuali tale da mostrarci ancora come ragazzini non pensanti.
Certo, ne aveva bisogno l’autore. Ma sinceramente ecco, Alice è senza niente per colpa anche della gente che pensa che gli altri abbiano avuto tutto e che ora ecco, è il suo tempo finalmente.
Ma non è così che si aiuta un Paese…
P.S: E certo, uno scrittore non per forza deve avere una responsabilità civile. Ma credo che oggi ogni laureato che si lamenta si debba assumere la propria parte di responsabilità e capire da che parte stanno le colpe e dove occorre intervenire, senza parlare solo in seno alla convenienza. Almeno adesso. Sarebbe ora di dimostrare che non servono certi titoli soltanto a infarcire un CV.
P.S.2: Avessi avuto 50 anni non avrei nemmeno commentato questo libro di De Viola per paura di irritare il suo cammino. Ma sinceramente avendo un anno in più di lui, mi permetto, ecco. Fosse pure la prima opinione negativa che riceve.
Stanca di imparare dove stanno le pentole
Io sono stanca di imparare ogni volta le regole degli altri. Capirne le abitudini. I detersivi giusti.
Imparare dove mettono le pentole.
Io sono stanca di viaggiare in treno e ascoltare le storie dell’Italia divisa a metà. Dei ragazzi che migrano dal sud al nord con le ragazze che li raggiungono il week end. Delle famiglie part time coi padri che tornano a casa solo nel fine settimana “o così o perdevo il posto”. Dei figli che tornano a prendersi cura dei genitori in ospedale coi sensi di colpa per essersene andati lontano.
Si, certo, questo è il mondo normale.
Ma io sono stanca di sentirlo censurato.
Vederlo sovrascritto da quel mondo di bamboccioni partorito dalle fantasie di Padoa Schioppa e poi manipolato dalle distorsioni di Monti, Fornero e compagnia. Inventato dai giornali. Statisticamente autorizzato (come se la statistica ormai in Italia non fosse quella disciplina che inventa i fenomeni prima ancora di misurarli).
Rivoltato.
Sono stanca di leggere dei cervelli in fuga e dell’Italia che si svuota, come se andare all’estero fosse ormai una regola. Almeno intervistassero ogni tanto quei tantissimi camerieri, cuochi, banconieri che finiscono a far la stagione in giro per il mondo… no, guai. (All’estero vanno solo i nostri geni. Tanto che chi resta è per forza scemo.)
Io non so quante volte Monti e la Fornero abbiano dovuto imparare il posto giusto dei coperchi. E temo, tremo, non siano consapevoli di quanto stretto sia il nesso tra il lavoro sempre diverso per tutta la vita e i coperchi delle pentole.
Altrimenti saprebbero calcolare quanto costa la precarietà e saprebbero bene che la precarietà costa tantissimo: viaggi per concludere burocrazie vergognose per cambiare medico o residenza, caparre da anticipare da una parte, attese per vedersele ritornare dall’altra, vite da pendolari, rieducazioni culturali continue (e dopo un po’ non è più divertente, specie quando sai che non è ancora finita). Senza contare gli spremiagrumi che semini assieme ai coperchi che hai comprato da una parte e non vale la pena farsi portare dall’altra.
Senza contare che la qualità della vita che trovi, ovunque vai, è sempre una scommessa frustrante.
Senza contare che se ti va bene ti va bene, ma se ti va male?
I giovani e meno giovani non sono scemi: la stabilità è una regola di natura. I sassi vanno verso il basso se li fai cadere per una legge chiamata di gravità.
E mi chiedo se lo squilibrio di animi costantemente in subbuglio, con l’ansia di un periodo di prova che se finisce male comporta lacrime e sconfitte (senza pensare ai mutui, pensiamo pure banalmente ai contratti d’affitto da disdire…), con il portafogli costantemente vuoto per mantenere almeno al telefono un po’ relazioni amicali e sentimentali, con questi piatti da mettere sempre dove altri coinquilini decidono (che se sei precario magari da qualche parte hai pure una casa, ma magari non è quella dove puoi sempre vivere…), sia l’idea di Paese felice che vogliamo.
Io, guardando alla fisica, alla chimica, al buon senso, penso che no.
P.S.: e grazie a Dio che mi piace andare in treno e sopportare i ritardi. E grazie a Dio non ho ancora l’influenza. E per fortuna ho trovato un’inquilina per la stanza a Pordenone. E per fortuna ho trovato in fretta casa a Roma. E per fortuna ho la scorza dura. Ma non sono tutti così.
Su, andiamo
Insomma, tragedie e tormenti attraversano l’Italia, perdiamo lettere, si spediscono proiettili e chi più ne ha più ne metta.Ma ciò che in questi giorni paradossalmente ha attratto maggiormente la mia preoccupazione è stata la ricerca di letto, cuscino e lenzuola. Mi manca solo una coperta e non sono sicura sarà così facile recuperarla. Ma vabbé. Fatto 30 farem 31.
Ormai ho imparato a riconoscere le facce di chi sale sul bus al mattino e di chi sale sul bus alla sera, ho imparato i percorsi di 2-3 dei bus e ho visto oggi il mio primo rudere romano in piazza dei Giochi Delfici. Dubito assai si sia trattato di un vero rudere dei tempi antichi, ma sul suo essere romano non ci sono dubbi.
Ancora non mi sono abituata al Tg3 che trasmette il tg regionale del Lazio e mi fa strano sentir citata la Provincia di Frosinone, ma insomma, mi sto un pochino ambientando.
Mi manca la reflex (eh, occorre risalire prima o poi a riprenderla!), mi mancano gli aperitivi, mi manca il senso di libertà e sicurezza che danno le strade che si conoscono bene. Mi manca l’abitudine, che permette di sapersi ritagliare del tempo per leggere un libro, leggere il giornale mentre va la lavatrice e cose del genere, ma immagino che tutto presto verrà da se.
Lo immagino, anzi lo so perché l’ho già passato andando dal paesello a Trieste per l’Università, da una casa all’altra, e poi da un lavoro all’altro, da una coinquilina all’altra e da Trieste a Pordenone e di nuovo la stessa ennesima ritualità dell’imparare luoghi e parole e nomi delle cose.
E guardate che no, non è tutta sta figata. Neppure un pochettino.
Ma in fondo a Roma fa così caldo che si può andare in giro con le infradito.
E al Nord sappiamo tutti sciare.
Come dire…
Il primo giorno
Com’è che si dice? “Chiusa una porta si apre un portone!”
In fondo non succede così nei film e nei libri, quando i protagonisti vivono un susseguirsi di storie d’amore sfigate?
Beh, sono qui in coda al Centro per l’Impiego per l’iscrizione alle liste di disoccupazione. Cosa già fatta in passato, ma più per prassi che per necessità. Non mi era mai capitato di fare coda in altre occasioni (1994, 2006… Un altro nord est).
Ci saranno una cinquantina di persone: tante si conoscono, vengono tutte da una stessa fabbrica. In crisi. “Lei ad esempio no vero?” mi chiede un impiegato. Spera di poter liberare in fretta la mia sedia in attesa. Ma i pc sono bloccati, i server dell’Insiel fermi. Non si muove nulla da più di mezz’ora. Ci sono un po’ di mamme coi bambini, si parla di Capodanno, qualche mamma ha accompagnato il figlio maggiorenne. Qualche moglie parla solo dopo il marito.
E in questa paralisi che racconta meglio di una cartolina, meglio di un’indagine statistica, di come sta il Friuli adesso, qui non c’è porta sentimentale che si è chiusa. E nessuno ha bisogno di portoni romantici, ma di monete per il parcheggio, chiarimenti sul titolo di studio (“dovrò scrivere diplomata? Che ho fatto ragioneria?”), sospensioni sui dubbi rispetto al futuro.
Ecco, tra una riga e l’altra è passata un’altra ora. E le signore si cominciano a preoccupare, che gli occorrono le carte, che hanno appuntamento al Patronato, che l’anno sta per finire, che l’Inps, che la mobilità, che la carta d’identità scade.
E la coda aumenta assieme ai colori delle giacche, alle facce corrugate, alle preoccupazioni.
Ma nessuno, nessuno si lamenta. Al massimo la paura di una multa “Eh, le monete del parcheggio, uffa…”
Quasi a dire, dentro a una specie di rassegnazione “Tanto abbiamo dato tanto avremo”.
Qui,condensate in un corridoio, corrono le fantasie dell’Italia normale. Che in Germania un operaio prende anche 9000 euro se fa gli straordinari. Che sicuramente tra dieci minuti si sistema tutto (“no se possibile che no se sistemi”). Che lavoro ce n’è ce n’è “basta che te speti”.
(Quasi tutte queste persone potrebbero essere mia madre, mio padre sorelle o fratelli di molto maggiori. E non riesco a capire perché dovrei incolparli di avermi rubato il futuro, incolpare loro d’impedire l’Italia migliore.)
Correva l’anno
In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.
Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)
Gennaio
Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.
Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…
Febbraio
Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.
L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)
Marzo
Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.
In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).
Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…
Aprile
Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.
Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.
Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.
Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…
Maggio
la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.
Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.
A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.
Giugno
Il 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.
Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…
Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta
contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…
I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno
particolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)
Luglio
A luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.
In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.
Agosto
Beh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.
Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.
La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.
Settembre
Il 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.
La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.
Baumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari
eh!
Ottobre
Dal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.
E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a
Piazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.
Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).
Novembre
Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.
A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.
I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.
Dicembre
Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.
Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.
A Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…
Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio
E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.
Le favole belle
Mi è capitato sotto gli occhi un link a un post di Tumblr dal titolo Dai un appuntamento a una ragazza che legge. Non ho potuto fare a meno di leggerlo, ovviamente, e pur rendendomi conto che dei vari libri citati me ne mancano assai (e forse ormai ho perso pure gli anni) per essere considerata una ragazza che legge, beh, mi ha momentaneamente affascinata.
Cert’è che le affascinazioni di questi scritti che periodicamente conquistano la rete non mancano mai di insospettire il mio animo critico e così sono un po’ andata a cercare chi fosse mai la tipa che firmava questo “brano”. E così ho trovato un post (in inglese) che racconta in una (forse) intervista di una tale Rosemarie Urquico, filippina, che avrebbe composto la cosa come esercizio di scrittura.
Il brano, tradotto in italiano (chissà poi chi l’ha tradotto per primo/a?), gira con un paio di traduzioni diverse in centinaia di blog.
Che questa Urquico esista oppure no non interessa probabilmente a nessuno: frasi d’effetto, raccontini, poesiuole vagano nella rete e prima nelle pagine dei diari degli adolescenti, con firme che molto spesso hanno ben poco a che fare con il creatore delle stesse.
E poi vagano, di spazio in spazio per quanto prive di verità, struttura, poesia, armonia. E tanto più sono esotiche tanto più funzionano, fanno volteggiare. La cosa incredibile è che funzionano di lingua in lingua, di luogo in luogo e c’è di sicuro una logica o un chissà che le fa valere sempre.
E tramandandosi in giro, spesso infilandosi dentro a una qualche catena di S.Antonio, resistono, sopra il tempo, di generazione in generazione, destinate a funzionare sempre, passando dalla carta al web e imparando a tornare indietro, quasi fossero parole di pongo.
Poi possiamo anche dire che non ci piacciono per niente. Ma in verità, segretamente, almeno mezzo minuto ci cozziamo contro volentieri: ché non possiamo resistere sul serio alle favole belle, le leggerezze, le costruzioni, fatte apposta come un po’ facevano un tempo i cantastorie.
Che poi a pensarci bene, quelli che riuscivano a vivere intortando gente di piazza in piazza dovevano essere veramente bravi. Come le varie Rosemarie dei giorni d’oggi.
Chissà.
P.S: Che poi come lavoretto mica sarebbe male, devo solo scovarci l’aspetto remunerativo…


