Posts filed under 'Precarieta'
Per poi sentirti dire: “Ma va all’estero”
Su La Repubblica ondine è uscita una piccola inchiesta che raccoglie le storie dei lavoratori under 35: stage, tirocini, lavori precari, lauree messe da parte, partenze. Di quante partenze di miei coetanei ho raccolto le storie in questi anni? C’è chi se ne sta in Giappone, Germania, Inghilterra, Spagna, Canada. C’è chi sta per partire per gli USA. E poi ci sono le mamme che li decantano. Certo, qualcuno adesso sta anche tornando a casa. La crisi non fa grandi differenze. Oh, mica tutti a fare i geni della scienza… ci sono i baristi, i gelatai, i camerieri, gli operai.
Quando dico a qualcuno che con la laurea in ingegneria porto a casa 1000 euro al mese sento sempre la stessa solfa: “Ma perché non vai all’estero? Parti! Va via di qua!” Mi chiedo che paese è mai questo che ti dice di fare fagotto. Mi bastano le storie dei ragazzi del Sud, che arrivano a Nord Est con la nostalgia che contagia. E mi è bastato vedere come se la passa chi sta fuori, tra lingue che magari disprezza, cibi di cui si è abituato per forza, a rincorrere accenti italiani per la strada della serie “facciamoci forza”. C’è chi torna da Londra ogni 15 giorni: tener d’occhio i voli low cost ormai per molti è un secondo mestiere. Ora ha cominciato pure mia madre: “Ma perché non vai?”. Perché ho la forza per resistere dico sempre a tutti. E mi posso permettere la speranza.
Mentre governi locali e nazionali elogiano all’italianità mi chiedo che ne resta se quel primo articolo della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” lo si lascia delegato al mondo. E altro che la commiserazione ai piccoli imprenditori che Ballarò ha cercato di sollevare ieri sera. Sarebbe bastato così poco in questi anni… Sarebbe bastato che le imprese avessero osato, senza troppi investimenti, a trasmettere e condividere competenze e conoscenze. Sarebbe bastata la responsabilità di dire “se vuoi imparare io ti insegno”. Almeno, come minimo. E invece niente. O poco. E adesso sfido io a recuperare questa depressione generazionale di porte sbattute in faccia. Quando il senso di inutilità si fa strada, s’insinua nelle menti fino a devastarle, no, questa non si chiama né debolezza, né pigrizia, né ambizione stroncata. È tutta dignità fatta a pezzi
E per fortuna che quel primo articolo della costituzione italiana lo conoscono anche i bambini. Chissà, forse 40 anni fa non costringevano a mandarlo a memoria.
6 comments Ottobre 28 , 2009
E poi la crisi ce la paghiamo…
Dice Il Gazzettino di oggi che in una sola giornata la provincia di Pordenone è riuscita a mettere sul mercato 400 disoccupati: paiono infatti ormai fissati i 160 esuberi dell’ideal standard e poi ci sono i 170 dell’azienda metalmeccanica Siap di Maniago e gli 80 esuberi della multinazionale svizzera Sfs Intec di Fontanafredda. Altro che ripresa!
In questi giorni ho dovuto interrogare qualche amico un po’ più esperto per capire come mai nonostante tutto paiono rialzarsi gli affitti e pure i mutui delle case. Così ho scoperto l’effetto dell’immissione sul mercato della liquidità di Stato e banche: liquidità comporta investimenti, che se non si trasformano però in produzione diventano una bolla destinata a svuotarsi presto, come pare stia accadendo.
Già perchè a chiudere non sono “fabbrichette” e va quindi calcolato l’effetto di questi ridimensionamenti e chiusure nell’indotto del territorio: se per l’Electrolux vale la proporzione 1:3 per la Siap si calcola che per ogni lavoratore interno ne lavorino il doppio nell’indotto.
Non so, ma tutti questi disequilibri che si vanno creando, dal problema dei precari della scuola, alla perdita di posti di lavoro tra donne (a quanto sento pare che gli asili nido non sono più una così grossa “urgenza”) e i giovani (i primi a perdere il loro ruolo di “contrattisti a termine”), ai migranti (di cui si sentono alcune storie simboliche di rientri a casa o verso altri paesi) non mi fanno presagire che la soluzione prevista per tutto ciò sia il rilancio, ma piuttosto la resa, l’attesa, il deperimento, fino al punto in cui qualcuno ci vedrà come così simili all’India e alla Cina da ritenere utile investire anche qui.
Sarò pure pessimista, ma…
Add comment Settembre 24 , 2009
L’Ideal Standard
Se una le storie non le sa se le deve far raccontare. Così ho fatto. Mi sono fatta raccontare da chi ci lavora dentro per filo e per segno la storia dell’Ideal Standard di Orcenico. E questo è solo un pezzetto delle tante storie che ci sono nel nostro territorio. A metterle tutte in fila davvero sta crisi non si poteva prevedere? A metterle tutte in fila davvero sta crisi è prossima a finire? Non so.
Comunque questo è quanto ho raccolto.
Ma poi vi consiglio di addentrarvi un po’ di più nella vicenda e di dare un occhio ai protagonisti di questa storia partendo da qui. Girovagando nel sito di questa fantomatica Baincapital ci si fa un po’ il giro del mondo…
1 comment Luglio 27 , 2009
Come faccio a raccontarti se non so chi sei?
Appunto un pensiero sparso.
Quando irruppe la precarietà come modo di lavorare, di vivere, di essere dentro al nostro paese fiorì una moltitudine di racconto.
Libri, racconti, musiche, film sono e sono stati attraversati di storie fatte di call center, lavoretti, contratti in scadenza. Esistono indagini, inchieste, documentari, elaborazioni personali di una condizione che ha espresso un forte desiderio di condividersi, di essere ascoltata, di essere nominata.
E se pensiamo agli anni ‘70 lo stesso avvenne con il mondo operaistico, con quello femminista, con quello studentesco. Della letteratura e del cinema di allora ci nutriamo, paradossalmente, tutt’oggi.
Io non sono una sociologa però noto che di fronte ad una crisi economica, lavorativa, sociale ampia quanto quella che stiamo vivendo il privato comanda sovrano. Ed ognuno si fa scrigno privato del proprio momento di vita, come se la propria condizione fosse separata, solitaria, rispetto a quella di centinaia, migliaia d’altri (per tenere i numeri dentro a questa provincia). Eppure l’unione fa la forza, ma non solo.
Perchè una storia che si affianca ad un altra storia è la condivisione che porta alla presa di coscienza, alla descrizione di un presente di cui una comunità più ampia di quella famigliare dovrebbe potersi fare portatrice.
Da ragazzina mi chiedevo perchè si facevano tanti cortei inconcludenti. Ma ora mi accorgo della loro assenza. Perchè intuisco il valore di una piazza come la rappresentazione di una condizione propria esposta al pubblico, raccontata, che richiede una condivisione, un consenso, una propagazione, quell’ “unione che fa la forza” a livelli diversi.
Magari, se cominciasse qualcuno, con un po’ di coraggio, qualcun altro seguirebbe a ruota? Non so come rispondere perchè imprevedibile è per me la capacità di reazione dell’universo mondo umano.
Eppure servirebbe un intreccio, che riporta la verità delle cose coi piedi per terra, che riporta le persone tra le persone, che rifà società.
AAA cercasi storie, anonime, libere, sincere, di chi cerca ogni giorno di tenersi stretto il proprio posto di lavoro, di chi combatte con le rate, di chi ormai spera solo nella sorte, di chi ancora non smette di sognare un mondo dove tocchi a figli e figlie sorte migliore della propria.
Add comment Luglio 21 , 2009





