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Rugbyland: viaggio nell’Italia del rugby

Più riguardo a RugbylandMettiamo subito le cose in chiaro: anche se ho letto le pagine in appendice a questo libro, le regole spiegate dal mediano della Nazionale Edoardo Gori, io di rugby non ci capisco ancora quasi niente.

E scrivo quasi perché penso che qualcosa mi sia comunque arrivato leggendo Rugbyland di Andrea Ragona (la penna) e Gabriele Gamberini (la matita), nuovo bel lavoro pubblicato da Becco Giallo.

Se l’anno scorso i due autori hanno usato le terre dell’ex-Yugoslavia per portare a spasso il lettore, quest’anno è lo spirito del rugby a far da guida in giro per il Bel Paese. Racconti, testimonianze, ricordi che da Genova a L’Aquila tessono la storia della palla ovale italiana, riempiendo le pagine di questo libro con tanto di colonna sonora e mito associati ad ogni incontro-intervista tra gli autori e chi questo sport lo ha visto nascere.

La prefazione al libro è opera di Claudio Bisio. In Asini, film del 1999, si parlava anche di rugby. E Bisio nelle sue righe ne ha ricordata una battuta che forse si sposa bene con il clima che in questo libro si respira:

“Nel rugby la palla si tiene con due mani e la si passa verso il compagno all’indietro, come un dono. Perché? Perché questa è la regola. Perché nel rugby, prima di prendere si deve dare.”

Pagina dopo pagina si scopre dalle parole di Marco Bollesan, che gli autori ci presentano come “la personificazione del Rugby genovese”, che è proprio a Genova che il rugby è arrivato la prima volta in Italia, con una nave della marina inglese, per poi diffondersi passando da un’università all’altra.

E s’impara che per chi lo pratica il rugby non è soltanto uno sport: “Forse non si può dire che sia una religione, ma di sicuro è una filosofia di vita”.

Così anche se non sono certa di aver compreso per bene come gironzoli la palla sul campo mi pare di aver inteso abbastanza bene cosa sia il “terzo tempo”, che fa parte in tutto e per tutto della partita, pur tenendo una birra in mano.

Insomma un bel lavoro, per appassionati, ma non solo, anzi. Perché non si parla soltanto di sport, ma anche di un pezzo di questo nostro Paese, di comunità che grazie allo sport si sono messe in moto, legate, create. Esperienze che di questi tempi fanno un po’ tirare il fiato :) .

P.S.: Il 13 aprile h 17.00 al circolo Arci di Montereale Valcellina (PN) presentiamo Rugbyland assieme ad Andrea Ragona. Ovviamente siete tutti e tutte invitate. C’è anche una lezione pratica di terzo tempo. E si sa che a Montereale si fa sul serio :) .

aprile 4 , 2013 at 9:18 pm Lascia un commento

Facendo i conti col tempo che passa

Oggi compio 34 anni. Tra un anno non sarò più giovane abbastanza per essere assunta con gli incentivi da under 35 e probabilmente uscirò anche dalle categorie più generose nel considerare le persone “giovani”. Sarà per questo che il tanto narrato conflitto generazionale non lo sento per niente.

Avevo voglia di scrivere  in questi giorni una serie di riflessioni a freddo su com’è stato vedere uno dei miei post superare i 100.000 click e le 37.000 condivisioni su Facebook, ma poi mi sono resa conto che l’unica cosa che mi interessava mettere in rilievo, far emergere, l’unica conseguenza che per me è stata una notizia, aveva poco a che fare coi contenuti e con la rete, ma qualcosa di più strettamente connesso al tempo.

E allora la metto qui, sapendo bene che la capiranno in pochi, pochissimi, tanto pochi che a raccontarla a voce non mi è riuscito di suscitare la minima empatia nei miei interlocutori.

Quando avevo 19 anni, aspettando la maturità, ho frequentato un corso di scrittura creativa a Pordenone tenuto da Covacich e Villalta. Non avevo il mio romanzo nel cassetto, a differenza della maggior parte dei partecipanti non avevo scritto mai niente da sottoporre alle osservazioni dei docenti, anzi, è stato proprio grazie a quel corso che non ho mai cominciato ad inventarmi una storia. Ogni tanto c’era ospite qualche scrittore e un giorno è arrivato Giulio Mozzi. Non so se sia perché a seguito di quell’incontro mi sono poi messa a leggere i suoi libri con maggior attenzione rispetto ad altri, certo è che sono tra i pochi che a distanza di tanto tempo non si sono dissolti del tutto, libri di cui mi porto ricordi precisissimi, sensazioni limpide. Come quel viaggio in treno da Trieste a Portogruaro, leggendo Fantasmi e Fughe come se lì soltanto potesse capitare.

E allora ecco che quando mi sono accorta di essere stata citata nel suo blog per quell’articolo dai tanti click, lui che leggeva me non io che leggevo lui, l’ho percepito come uno sorta di regalo del tempo:

l’impressione, fosse anche soltanto la presunzione, di essere capace ogni tanto, oggi, di produrre pensieri nuovi, di avere qualcosa -finalmente- da dire.

marzo 15 , 2013 at 10:01 am 10 commenti

Il posto dei miracoli di Grace McCleen e le cose piccole che diventano grandi

“Un sacco di cose cominciano essendo piccole. E’ un buon modo di cominciare perché così nessuno si accorge di te.”

 Il posto dei miracoli di grace mccleenNon lo so se Il posto dei miracoli di Grace McCleen (Einaudi Editore) sia nato come libro piccolo. Ma certo è uno di quei romanzi che sa dire tante cose, appiccicarle una vicino all’altra, mostrare realtà, insegnarci.
Un po’ come fa Judith, la giovane protagonista, che in camera sua mette assieme pezzettini di cose che scova intorno a sé per trasformarle nel suo il suo piccolo angolo dei miracoli, il mondo dell’Adornamento, la Terra Promessa dove i puri si ritroveranno dopo l’Armageddon.

Judith, la voce narrante, ha 10 anni e (forse) sa fare i miracoli, sa chiedere fortissimamente qualcosa fino a vederla accadere, sa (pare) parlare con Dio.

“- Sei Dio vero?
- Shhh, – ha detto la voce.”

Judith è sopratutto un bambina orfana di madre che vive con un padre a cui pare siano rimasti soltanto la fede, la Bibbia, il lavoro, i rapporti con una piccola comunità religiosa dedita alla predicazione casa per casa, che negli anni ha contribuito a fondare e a crescere.

Grace McCleen ha scelto un punto di vista originale per mettere insieme una storia che si faccia in parte cartolina su una realtà magari poco nota, e quel che ne esce è il cammino, passo passo, dell’imparare a crescere quando si è bambini e dell’imparare ad essere genitori pur convivendo con un infinito dolore.

“Ho scoperto che niente è impossibile e che l’unico motivo per cui sembra impossibile è che non è ancora successo. Sono cose utili da sapere.”

Ecco, è una di quelle storie tenere che ogni tanto fa sorridere, ogni tanto commuovere e da un certo punto in poi isola i sensi dal mondo intorno, fino ad aspettare l’ultima pagina, fino ad arrivare alla fine. Di quei libri da treno che parte e poi quando annuncia la tua fermata quasi quasi ti dispiace, ché è troppo presto.

C’è almeno un capitolo in cui vorremmo credere, almeno un capitolo in cui speriamo di conoscere la fine, almeno un capitolo come un ricordo, almeno una pagina della magia in cui abbiamo creduto, almeno una volta, di averci messo il necessario zampino.

Ci voleva.

P.S.: Leggendolo mi sono ricordata della mia ultima magia, avrò avuto 11 anni. Chissà se a leggerlo fa anche a voi lo stesso effetto… :)

febbraio 13 , 2013 at 10:51 am Lascia un commento

La News(paper) Revolution è cominciata…

More about News(paper) RevolutionLo sapevate che in Italia, a differenza di tanti altri paesi nel mondo, non è stata la scolarizzazione a determinare l’alfabetizzazione di massa degli italiani, bensì la televisione? Scrive infatti Umberto Lisiero in News(paper) Revolution, appena uscito per Fausto Lupetti Editore:

“L’esplosione della lettura nel nostro Paese è avvenuta negli anni Ottanta quando si è passati dai quattro ai sei milioni di giornali venduti, contemporaneamente cioè all’esplosione della televisione.”

E questo è solo uno dei tanti aspetti di cui è necessario tener conto quanto andiamo a parlare di come viene oggi utilizzata la Rete e dello spazio che i giornali, tradizionalmente cartacei, cercano di ritagliarsi all’interno di essa. Perché il successo o l’insuccesso delle azioni che andranno ad intraprendere di qui in avanti non sarà determinato unicamente da come si muoveranno all’interno del mezzo-Rete, ma anche da come tutti gli altri mezzi di comunicazione sapranno influire l’uno sull’altro e coinvolgere il lettore.

Non a caso Lisiero ha organizzato il testo in 5 aree fondamentali: una cronistoria di come la stampa tradizionale ha mosso i primi piedi nel digitale, il modo in cui sono cambiati i ruoli all’interno delle redazioni, le caratteristiche tipiche del quotidiano online e infine alcuni indirizzi su come la professione è destinata ad evolversi tenendo conto del ruolo che sempre più stanno prendendo i cittadini nel raccontare quel che accade.

Si dirà, ed è forse vero, che di questo si è scritto è parlato talmente tanto che ormai questo dovrebbe essere un tema noto a tutti gli addetti al settore e un po’ ai curiosi dello stesso, eppure allo stesso tempo è facile accorgersi che non è ancora così.

Se da una parte c’è chi ormai piange la fine del giornalismo tradizionale facendola coincidere con la fine del giornalismo in sé per sé, dall’altra c’è invece chi ne riconosce le grandissime potenzialità che oggi ha ha disposizione: la rete pullula di informazioni, ma quante sono affidabili e riportate correttamente?

Non è forse la capacità di scindere opinioni e fatti, individuare le fonti affidabili, sfoltire le notizie dalle chiacchiere ciò che fa la differenza tra un lavoro giornalistico e un racconto vago?

In rete invece assistiamo all’abitudine crescente dei quotidiani on line di attirare visite utilizzando articoli sempre più leggeri, cercando sempre più di spingere il lettore all’acquisto dell’articolo o del giornale, riproducendo in digitale la dimensione del cartaceo, mentre forse occorrerebbe oggi un lavoro molto più articolato.

“La questione è (…) in che modo trasformare la marea di informazioni oggi disponibili in conoscenza e la conoscenza in saggezza, ovvero tramutare le dichiarazioni che riguardano i fatti del mondo in un’informazione organizzata, racchiusa in un contesto, che abbia una finalità, che spinga a cercare altre informazioni per capire qualcosa del mondo, che permetta di sapere quali domande porsi sulla conoscenza per arrivare alla risoluzione di problemi significativi.”

E questo non è certo un tema che si fa interessante solo per il mondo del giornalismo, ma certo è probabilmente quello che al momento, a volerlo portare avanti, è quello che parte forse un passo davanti agli altri, abituato com’è a saper utilizzare tutti gli altri media e a saperli intersecare tra loro, a saper coinvolgere altri settori e a determinarne l’agenda.

Testo ricco di riferimenti bibliografici, link ed esempi, quasi privo di tecnicismi.

Consigliato a giovani lettori motivati e curiosi. Chissà che non tocchi a loro ad accenderla sul serio questa Revolution…

Consigli:
- Il blog dell’autore
-  Lo Storify che raccoglie gli articoli di chi sta parlando del libro

febbraio 4 , 2013 at 3:36 pm Lascia un commento

Tina Merlin: quella del Vajont

More about Quella del VajontSe non ci fosse stata Tina Merlin prima della tragedia del 9 ottobre 1963, se non ci fosse stata Tina Merlin dopo, il disastro del Vajont sarebbe rimasto lì. Una storia recente senza racconto. Una storia senza parole. Le conseguenze dell’inevitabile e nulla più. Basterebbe questo per dare a questa donna un posto nella memoria di tutti: nella memoria degli abitanti di Erto di cui raccolse le vicende e scrisse per L’Unità le mobilitazioni e le proteste ben prima della tragedia, nella memoria di certa politica che all’epoca anziché stare dalla parte della gente nella ricerca della verità sedeva dalla parte dei poteri economici.

Meriterebbe un posto nella storia di tutti per quel suo coraggio di far parte degli eventi, per quel suo coraggio di saperli raccontare al di là degli ostacoli incontrati tanto dentro il PCI quanto fuori.

Invece forse se non fosse stato per Marco Paolini che nel 1994 la raccontò in un suo famoso spettacolo, neppure la tragedia del Vajont  troverebbe memoria oltre i confini veneto-friulani, per non dire bellunesi e pordenonesi, oggi, a 50 anni dal disastro.

“Quella del Vajont” di Adriana Lotto (Cierre Edizioni) ripercorre la vita di Tina Merlin attraverso le sue scelte giovanili, l’ingresso nella Resistenza bellunese, gli inizi come corrispondente per L’Unità, l’impegno politico nel PCI, gli anni dedicati alle inchieste sulla montagna, sull’emigrazione, sulla diga del Vajont e le conseguenze socio-economiche sugli abitanti prima della tragedia, il periodo in Ungheria, la visione sui movimenti di fine anni ’60 e oltre.

Adriana Lotto ne ha studiati gli scritti, le lettere, offrendoci un ritratto necessario, fatto di ideali, visioni sulle cose che si fanno utili anche per guardare all’oggi.

Lettura sanissima, ringrazio Fabio per averlo recensito e consigliato.

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gennaio 19 , 2013 at 5:02 pm 4 commenti

The Vortex: Fare politica digitale

Per Natale devo dirmi soddisfatta: ho ricevuto un bel po’ di libri interessanti. Uno in particolare concilia la mia passione per le dinamiche politiche con quella per la comunicazione in rete.

Fare politica digitale. Come candidati, movimenti e partiti possono creare e mantenere consenso e vincere le elezioni” è un manuale edito da Franco Angeli di poco più di 100 pagine che offre non pochi spunti a chi è in procinto di mettere in piedi la propria campagna elettorale: The Vortex, la società che ne ha curati i contenuti, mette a disposizione esempi, spiegazioni, suggerimenti senza dubbio preziosi a chi vuole cominciare a spostare anche sul web la propria campagna per le prossime politiche.

Come utilizzare al meglio i propri profili Twitter e Facebook? Cosa deve stare in un blog? Quali strumenti è interessante conoscere? Come si invia correttamente una email per evitare di vederla finire nello spam?

Insomma, cose che moltissimi candidati beh, so per certo che non solo non conoscono, ma anche quando si sforzano a provare ad impararne l’uso, purtroppo smettono di provarci a campagna elettorale finita (così come tantissime persone, sia chiaro). Leggere un manuale così certamente farebbe loro (e al relativo staff) certamente bene. Certo, prima di abbandonare la cara e vecchia “propaganda analogica” occorrerà ancora un bel po’, ma visto che di grossolani errori di comunicazione siamo in troppi ormai stanchi è bene cercare di evitarli.

La cosa che non mi è chiara, anche se so bene non dovrebbe, è la difficoltà di misurare l’effettivo ritorno di un investimento nella comunicazione social che, sappiamo bene, richiede tempo e competenze. Non è magari per questo che in Italia, dove tanto per le elezioni amministrative quanto per quelle politiche, i veri influencer sono quelli che presidiano i territori, in un modo o nell’altro, non si da tanto peso alla comunicazione nel web? Non è che forse tra le pagine del testo il peso dell’analfabetismo informatico viene un po’ troppo sottovalutato?

Nell’ultimo anno ho avuto modo di seguire alcuni parlamentari presenti su Twitter (e alcuni su Facebook): credo che alcuni, come Andrea Sarubbi, indipendentemente dalle posizioni espresse, siano involontariamente finiti con il “fare scuola”. Non avrei di certo mai saputo chi fosse costui se non ne avessi seguito le attività attraverso i social.

Eppure leggo oggi che non sarà tra i prossimi candidati del PD, per quanto, ai miei occhi, abbia contribuito a dare una rappresentazione in parte positiva di quel partito (è poi vero che ogni partito soffre di dinamiche interne che difficilmente agli esterni sono comprensibili e su questo non intendo mettere becco). Forse non è un esempio del tutto azzeccato però mi da un po’ l’idea che non sempre la rete paga, perché forse “chi fa i conti” sa che ha un peso abbastanza relativo (23.000 follower possono sembrare tanti, ma in una circoscrizione quanto contano? Elettoralmente quanto pesano?).

Insomma credo occorra leggere gli strumenti digitali come solo un pezzettino del processo di formazione del consenso e della rappresentazione di sé e, come il testo stesso riporta più volte, mantenere alta l’attenzione nei confronti dei legami con il territorio di riferimento che per forza di cose non si riversano automaticamente nei numeri degli ascoltatori online.

Ciò non toglie che magari costruire una comunicazione che sappia attraversare i media, anche approfittando dei “luoghi” dove gironzolano i giornalisti sempre a caccia di notizie facilmente rilanciabili e verificabili permetta anche di avere un trampolino per raggiungere il più ampio numero di persone possibili, anziché finalizzarla a sembrare “innovativi”.

Ad esempio, tanto per guardare al locale, è vero che la provincia di Pordenone o il Friuli Venezia Giulia in generale non hanno così tanti utenti di Twitter da rappresentare un terreno di discussione interessante, ma ad esempio Il Messaggero Veneto sta cercando di fare un lavoro su questo terreno e ha molti dei suoi giornalisti con propri account attivi che rilanciano notizie e stanno attenti a quel che si dice on line. Perché non “approfittarne”?

Ci sono comunque un bel po’ di spunti interessanti che vedo bene per le Europee del 2014: ad esempio mi sta incuriosendo un sacco  Critical City, una sorta di gioco online con prospettive interessanti per il racconto delle città e dei territori. E’ un progetto con addosso ormai qualche anno, ma proprio non lo conoscevo. E se uno per comune ci perdessimo un po’ di tempo per costruire una sorta di curioso Storytelling locale mettendo il naso fuori casa e tuffandolo on line 10 minuti ogni sera? (E se in due per comune imparassimo come si fa?)

E non è il solo esempio nel testo che merita approfondimento.

Certo siamo solo agli albori e forse non basteranno queste elezioni, politicamente per me troppo poco interessanti per pesare come ambiente di test, però chissà che un poco alla volta non si sviluppi una cultura diversa dove la capacità di stare on line non sia soloho un blog ho twitter ho facebook e votiamo dal pc“, ma anche qualcosa di più tipo “ci sono un bel po’ di cose utili che possiamo fare assieme usando il computer e altre cose, io ti insegno come si usano, tu mi racconti tutto il resto che ti occorre.

Che poi è come dire “o cresciamo insieme o non si va da nessuna parte“. Che si può dire a voce, scrivere con la tastiera, con la penna, la matita, i colori.

gennaio 5 , 2013 at 3:06 pm Lascia un commento

Ai lavoratori e le Edizioni di Comunità

More about Ai lavoratoriSaranno coincidenze, ma proprio quest’anno che ho fatto la mia personale “scoperta” di Adriano Olivetti,  Le Edizioni di Comunità, fondate nel 1946, hanno ripreso la loro attività. E così un poco alla volta ripubblicheranno gli scritti di Olivetti, oggi difficilmente reperibili.

E’ uscita da poche settimane la prima pubblicazione: Ai lavoratori, un breve lavoro che contiene due discorsi tenuti da Adriano Olivetti ai lavoratori di Ivrea e Pozzuoli.

In questi scritti, introdotti da Luciano Gallino, c’è la testimonianza di un’idea di fabbrica e di lavoro che oggi pare lontana e inconcepibile alla mia generazione: se un barlume del passato ha attraversato la generazione dei nostri padri, ecco, ben poco, nulla di quel dibattere è arrivato ai giorni nostri.

Per questo Ai lavoratori è uno scritto prezioso perché capace di solleticare l’immaginazione, le idee, la voglia di fare.

E’ nel discorso alle Spille d’Oro (riconoscimento dato ai lavoratori con 25 anni di anzianità in fabbrica) che Olivetti riporta il monito fattogli dal padre che lo accompagnerà durante tutta la sua attività di imprenditore:

“Nell’affidarmi allora la riorganizzazione delle officine mio padre mi aveva conferito grandi poteri, ma mi aveva pure avvisato ed ammonito con precise indicazioni e in questi termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». “

Ed è poi parlando ai lavoratori di Pozzuoli che proverà a raccontare il pensiero che lo ha accompagnato nel suo lavoro a Ivrea:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa. Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi della organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.”

E continua:

“Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.”

Che differenza tra queste parole e quelle che capita di ascoltare quando certi personaggi si apprestano a fare gli auguri di Natale…   Luciano Gallino sottolinea infatti che Olivetti “[...]non vuol sembrare un imprenditore amico che parla agli amici operai; non finge siano superate le contese tra capitale e lavoro; non si atteggia a imprenditore che vuol dare a intendere ai dipendenti che lui e loro sono nella stessa barca. Parla in modo spiccio e diretto come un dirigente cosciente delle proprie responsabilità e determinato a farvi fronte.” 

Ai lavoratori è disponibile in versione cartacea a 6 €, in ebook a 0,99 € ed i testi sono rilasciati con licenza Creative Commons (per questo mi sono permessa di copiarne dei pezzettoni…).

Penso che sia uno di quei regali di Natale che a qualcuno andrebbe fatto con tanto di lettura obbligatoria… e che fa bene farsi da sé, ogni tanto.

dicembre 17 , 2012 at 5:28 pm 6 commenti

“Viaggio nella notte” di Massimiliano Santarossa

More about Viaggio nella notte Questa sera, venerdì 09 novembre, alle ore 20.30 ci sarà la presentazione di “Viaggio nella notte“, l’ultimo libro di Massimiliano Santarossa, organizzata dal circolo Arci Arcipelago di Cordenons (PN). Lo presento io e spero tanto di non fare figure barbine…

Tanto più che il libro è la dolorosissima storia di un suicidio, un racconto impegnativo, scritto molto bene.

Lo ha pubblicato con Hacca Edizioni, una casa editrice di cui sto leggendo un altro libro e un altro ancora è li ad attendermi, per una serie di coincidenze (o affinità elettive?).

Quindi se vi va ci vediamo questa sera al Centro culturale Aldo Moro di Cordenons (Via Traversagna, 4 per i muniti di navigatore)!

E’ venerdì e ci sono già tante altre iniziative, lo so. Ma magari leggerlo lo stesso si può fare.

novembre 9 , 2012 at 11:39 am Lascia un commento

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