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Besame Mucho
Marina Catucci non l’ho mai conosciuta. La seguo, sì, su Twitter da un po’, so che vive a New York, che si occupa di video e documentari, e che da un po’ di mesi si è messa in testa di fare un documentario andando a rispondere a una domanda per niente facile: chi sono gli abuser?
“Besame Mucho è un documentario incentrato sulla figura dell’abuser, dell’uomo che per trovare e mantenere un proprio equilibrio ha bisogno di andare a scapito della propria compagna, abbassandone l’autostima, limitandone la libertà, facendole del male fisico, umiliandola.
Un mostro, sembrerebbe.
Questa spiegazione ci sembra troppo semplicistica, nessun bambino nasce abuser, lo diventa crescendo per via di storie familiari disfunzionali, ma anche di pressioni sociali alle quali non riesce a fare fronte.”
E sarà che in questi mesi la violenza sulle donne in Italia ha occupato i media in maniera importante, sarà che Lea Melandri il mese scorso a Pordenone ha messo sul tavolo un po’ di cose sul tema, sarà che talvolta ho l’impressione che gli stereotipi non si possano comprendere attraverso la riproposizione di altri stereotipi e che uscirne richieda un lavoro complesso che pochi hanno il coraggio di fare, ma ecco che vedere che la domanda di Marina sta cercando risposta in un documentario “prodotto dal basso” mi è parsa una di quelle cose buone, da evidenziare, da sostenere. Perché mi interessa sapere cosa riusciranno a scovare.
Besame Mucho lo si può finanziare: anzi, nel crowdfounding, attraverso la piattaforma Kickstarter, sta cercando la linfa monetaria per poter vedere la luce. Va bene anche un dollaro, qualcosa meno di un euro, e per chi ha già un account Kindle è facile, anzi, facilissimo, bastano veramente pochi click.
Per una buona causa? Per carità? No. Per un pezzo di ricerca. Per un po’ di materiale su cui pensare. Per un po’ di storie con cui allargarci, forse, gli orizzonti.
[Qualche giorno fa chiacchierando con alcuni ragazzi (bulgari, portoghesi, lituani...) mi chiedevano in base a cosa un progetto di crowdfounding è affidabile: "e se i tuoi soldi vengono investiti in altro? E se il progetto non vede la luce? E... " Beh, tutti gli investimenti hanno un rischio, per quanto piccolo. E' tutta questione di fiducia. Una di quelle cose, di questi tempi, di cui avremmo bisogno a palate. E che se qualche caffè aiuta a ricostruire, beh, vale la pena rischiare. E poi come chiedere un giorno la fiducia a qualche investitore nei nostri progetti se prima non si è avuta l'abilità di averne verso altri
?]
Cara Elisa
[Premessa: Elisa è una ragazza di 19 anni che nel precedente post (il più letto e condiviso della storia di questo blog...) ha scritto un commento che mi ha fatto commuovere. Cercatelo tra i tanti - è l'unica Elisa - penso si ponga delle domande per le quali occorrono tante risposte, anche diverse... Per semplicità per chi non la trovasse ne ho creato un file .jpg qui. Leggendo nel precedente post c'è già qualcuno che ha cominciato a scriverle qualcosa. Io non voglio un paese dove una ragazza di 19 anni si senta costretta a scappare dalle proprie passioni. Voi?]
Cara Elisa,
ecco che con le tue parole il magone lo fai venire a me.
Qualche mese fa Michael Braun, un corrispondente tedesco che vive in Italia, ricordava un vecchio slogan letto sui muri di Berlino: “Se le elezioni potessero cambiare qualcosa sarebbero vietate”.
E forse a 19 anni, dopo aver preso parte ad uno dei movimenti studenteschi più importanti degli ultimi anni, forse lo hai capito da sola.
Voi, tantissimi ragazzi e ragazze, in questi ultimi anni avete portato i vostri sogni nelle strade come noi un po’ più grandi abbiamo smesso di fare in modo massiccio da 10 anni almeno. Avete provato ad urlare e vi hanno rotto il fiato in gola.
Capita spesso, è capitato tante volte che le manifestazioni finissero ferite così.
Ma non si spezzano le parole di chi ha 20 anni. Non si dovrebbe delegare la tutela della scuola agli studenti e poi lasciare che lo Stato (il Governo e le istituzioni che lo compongono) ne ferisca la fiducia in quel che accade dopo.
Invece poi capita che sia proprio lo Stato a farlo, nel silenzio dei suoi cittadini, complici, per poi sentirsi in colpa se i giovani non si iscrivono all’Università o non trovano lavoro, come se non fosse responsabile dell’aver castrato per anni la capacità innovativa più importante che ogni Paese possiede.
Vorrei dirti, come magari qualcuno oggi potrebbe fare, che è stata colpa di Berlusconi, che è stata colpa di Monti, che mettendo la tua crocetta in questo o in quest’altro punto non ci saranno più poliziotti a manganellare, ma ti racconterei una bugia. La storia politica di questo Paese è nata tronca della capacità di riconoscere il rispetto delle piazze. Delle piazze che si mobilitano per sollevare istanze sociali intendo io, delle piazze che per quanto pacifiche troppe volte hanno mandato qualcuno all’ospedale. Le piazze che vanno di moda in queste settimane sinceramente mi raccontano poco.
“Io non ci credo più” scrivi. E io ti chiedo: non credi più in qualcosa o in qualcuno?
La bellezza della Democrazia dovrebbe essere quella di permetterti di esserne cittadino senza bisogno di adorazione. La grandezza della Democrazia dovrebbe essere quella di poterti permettere di avere delle idee per il Paese in cui vivi e per la comunità in cui stai e di darti gli strumenti per diffonderle, per proporle, per renderle giorno dopo giorno parole che magari diventano condivise, discusse e poi via via maggioritarie e agite. E in questo vale la pena credere ancora!
Anche se questo non lo risolverà la crocetta che metterai la prossima settimana.
Questo non ha bisogno di un politico che ti dica “vorrei cambiare insieme a te”.
Perché la cosa più grave accaduta in questi anni è che siamo stati noi cittadini a non essere tanto bravi da far pesare le nostre sofferenze, da convocare gli eletti, da rigenerare il senso di potere e delega. E allora forse c’è bisogno di una base che solleciti i propri eletti e la rappresentanza tutta: che elabori, scriva, urli se occorre, ma che non se ne stia chiusa in casa come ha fatto per troppo tempo.
Perché c’è un Paese da rifare a 360° (e lo dico perché lo penso), da troppo tempo accartocciato sulle carta d’identità di chi lo Governa: ma non basterebbero neppure 2000 eletti oggi a rilanciare il cinema, la letteratura, le arti, a riempire le librerie e le biblioteche, ad inventare un concetto di impresa che possa non farci più rimpiangere Olivetti.
E proprio per questo non credo ci occorrano eroi. Al massimo servirebbe qualcuno che le storie delle aziende in crisi nel suo collegio le conosce tutte o ha voglia di conoscerle. Qualcuno che ai cortei degli studenti ci viene non per farsi vedere, ma per farsi compagno di strada e orecchio capace di imparare. Ti sembra che nessuno dei candidati possa essere educato a tanto? Io credo che molti in questa tornata siano volenti o nolenti destinati ad essere educati a tanto.
E quindi non chiamare illusioni i tuoi sogni, non metterla via quella voglia di partecipazione che lacrimogeni e scandali televisivi provano da quando è nata la nostra Costituzione a portarci via.
Perché come deciderai di spendere quella tensione emotiva che ti fa “avere un magone dentro” conta molto di più di come deciderai di votare tra una settimana, perché ti servirà a prepararti la strada che tra un anno, due anni, 5 anni, ti farà decidere di votare senza tentennamenti (o di non votare affatto).
E non voglio dire che votare non sia importante, anzi, però non sarà certo tua la responsabilità del risultato: il voto è quel qualcosa in più, ma non è quel che basta a cambiare le cose.
Potremmo adesso chiuderci in un caffè, sorseggiare un the, sfogliando le liste del tuo collegio e potrei dirti che “probabilmente caio e sampronio, eccoli, sono per la scuola pubblica, per la libertà di manifestare le proprie idee, guardali, li puoi votare liberamente, fidati!”
Ma non ti servirebbe a niente.
Ecco, forse voterai per la prima volta in occasione della peggiore campagna elettorale degli ultimi 15 anni almeno. Ma proprio perché è la prima volta, beh, è soltanto l’inizio.
Cara Elisa, quel ”cambiare insieme” che cerchi in un candidato cerca di trovarlo in un “noi”. Spero che passato il voto in molti ne sentiremo la responsabilità e il bisogno…
Perché dobbiamo fare in modo che non ci siano altre Elise che si sentono costrette a scappare pur non volendo.
Un abbraccio e un buon voto. Spero un po’ meno solo.
Sara
P.S.: Max Weber scriveva che “A questo mondo il possibile non si sarebbe mai raggiunto se non si fosse sempre ritentato l’impossibile”. E non era un illuso
.
Vine, Facebook, libri e concorsi
Da qualche giorno è disponibile, al momento solo per iPhone, un nuovo strumento social, Vine. Permette di realizzare video di 6 secondi ed ha la caratteristica di registrare piccoli pezzettini che poi lui automaticamente monta da solo.
Una volta caricato il video sulla piattaforma ne rimane una copia sul proprio dispositivo cellulare. Ho fatto un po’ di prove (ardue prove visto che almeno nei primi giorni dopo il lancio il sistema non era perfettamente funzionante) cogliendo lo stimolo offerto dalla casa editrice Feltrinelli che ha indetto un piccolo concorso su Facebook per raccontare quale libro tra quelli della collana Universale Economica Feltrinelli è piaciuto di più.
Anche se Facebook ha bloccato l’applicazione Vine io ho caricato ugualmente il video realizzato con la stessa e adesso… sono a caccia di Mi Piace!
Occorre ovviamente avere un account Facebook per procedere nel voto, ma il resto è semplicissimo, basta andare al seguente link:
https://www.facebook.com/photo.php?v=10151259890323067&set=o.323404627765152&type=2&theater
e cliccare Mi Piace, magari aggiungendo un commento se siete d’accordo con la mia scelta
. Me ne servono tantissimi e il premio in palio è… una gita in casa editrice.
Che ne dite di darmi una mano
?
p.s.: Il video è visibile anche da chi non ha un’account Facebook!
Purtroppo il video una volta caricato è a risoluzione molto bassa… evidenziando ancor di più le imperfezioni
Tina Merlin: quella del Vajont
Se non ci fosse stata Tina Merlin prima della tragedia del 9 ottobre 1963, se non ci fosse stata Tina Merlin dopo, il disastro del Vajont sarebbe rimasto lì. Una storia recente senza racconto. Una storia senza parole. Le conseguenze dell’inevitabile e nulla più. Basterebbe questo per dare a questa donna un posto nella memoria di tutti: nella memoria degli abitanti di Erto di cui raccolse le vicende e scrisse per L’Unità le mobilitazioni e le proteste ben prima della tragedia, nella memoria di certa politica che all’epoca anziché stare dalla parte della gente nella ricerca della verità sedeva dalla parte dei poteri economici.
Meriterebbe un posto nella storia di tutti per quel suo coraggio di far parte degli eventi, per quel suo coraggio di saperli raccontare al di là degli ostacoli incontrati tanto dentro il PCI quanto fuori.
Invece forse se non fosse stato per Marco Paolini che nel 1994 la raccontò in un suo famoso spettacolo, neppure la tragedia del Vajont troverebbe memoria oltre i confini veneto-friulani, per non dire bellunesi e pordenonesi, oggi, a 50 anni dal disastro.
“Quella del Vajont” di Adriana Lotto (Cierre Edizioni) ripercorre la vita di Tina Merlin attraverso le sue scelte giovanili, l’ingresso nella Resistenza bellunese, gli inizi come corrispondente per L’Unità, l’impegno politico nel PCI, gli anni dedicati alle inchieste sulla montagna, sull’emigrazione, sulla diga del Vajont e le conseguenze socio-economiche sugli abitanti prima della tragedia, il periodo in Ungheria, la visione sui movimenti di fine anni ’60 e oltre.
Adriana Lotto ne ha studiati gli scritti, le lettere, offrendoci un ritratto necessario, fatto di ideali, visioni sulle cose che si fanno utili anche per guardare all’oggi.
Lettura sanissima, ringrazio Fabio per averlo recensito e consigliato.
The Vortex: Fare politica digitale
Per Natale devo dirmi soddisfatta: ho ricevuto un bel po’ di libri interessanti. Uno in particolare concilia la mia passione per le dinamiche politiche con quella per la comunicazione in rete.
“Fare politica digitale. Come candidati, movimenti e partiti possono creare e mantenere consenso e vincere le elezioni” è un manuale edito da Franco Angeli di poco più di 100 pagine che offre non pochi spunti a chi è in procinto di mettere in piedi la propria campagna elettorale: The Vortex, la società che ne ha curati i contenuti, mette a disposizione esempi, spiegazioni, suggerimenti senza dubbio preziosi a chi vuole cominciare a spostare anche sul web la propria campagna per le prossime politiche.
Come utilizzare al meglio i propri profili Twitter e Facebook? Cosa deve stare in un blog? Quali strumenti è interessante conoscere? Come si invia correttamente una email per evitare di vederla finire nello spam?
Insomma, cose che moltissimi candidati beh, so per certo che non solo non conoscono, ma anche quando si sforzano a provare ad impararne l’uso, purtroppo smettono di provarci a campagna elettorale finita (così come tantissime persone, sia chiaro). Leggere un manuale così certamente farebbe loro (e al relativo staff) certamente bene. Certo, prima di abbandonare la cara e vecchia “propaganda analogica” occorrerà ancora un bel po’, ma visto che di grossolani errori di comunicazione siamo in troppi ormai stanchi è bene cercare di evitarli.
La cosa che non mi è chiara, anche se so bene non dovrebbe, è la difficoltà di misurare l’effettivo ritorno di un investimento nella comunicazione social che, sappiamo bene, richiede tempo e competenze. Non è magari per questo che in Italia, dove tanto per le elezioni amministrative quanto per quelle politiche, i veri influencer sono quelli che presidiano i territori, in un modo o nell’altro, non si da tanto peso alla comunicazione nel web? Non è che forse tra le pagine del testo il peso dell’analfabetismo informatico viene un po’ troppo sottovalutato?
Nell’ultimo anno ho avuto modo di seguire alcuni parlamentari presenti su Twitter (e alcuni su Facebook): credo che alcuni, come Andrea Sarubbi, indipendentemente dalle posizioni espresse, siano involontariamente finiti con il “fare scuola”. Non avrei di certo mai saputo chi fosse costui se non ne avessi seguito le attività attraverso i social.
Eppure leggo oggi che non sarà tra i prossimi candidati del PD, per quanto, ai miei occhi, abbia contribuito a dare una rappresentazione in parte positiva di quel partito (è poi vero che ogni partito soffre di dinamiche interne che difficilmente agli esterni sono comprensibili e su questo non intendo mettere becco). Forse non è un esempio del tutto azzeccato però mi da un po’ l’idea che non sempre la rete paga, perché forse “chi fa i conti” sa che ha un peso abbastanza relativo (23.000 follower possono sembrare tanti, ma in una circoscrizione quanto contano? Elettoralmente quanto pesano?).
Insomma credo occorra leggere gli strumenti digitali come solo un pezzettino del processo di formazione del consenso e della rappresentazione di sé e, come il testo stesso riporta più volte, mantenere alta l’attenzione nei confronti dei legami con il territorio di riferimento che per forza di cose non si riversano automaticamente nei numeri degli ascoltatori online.
Ciò non toglie che magari costruire una comunicazione che sappia attraversare i media, anche approfittando dei “luoghi” dove gironzolano i giornalisti sempre a caccia di notizie facilmente rilanciabili e verificabili permetta anche di avere un trampolino per raggiungere il più ampio numero di persone possibili, anziché finalizzarla a sembrare “innovativi”.
Ad esempio, tanto per guardare al locale, è vero che la provincia di Pordenone o il Friuli Venezia Giulia in generale non hanno così tanti utenti di Twitter da rappresentare un terreno di discussione interessante, ma ad esempio Il Messaggero Veneto sta cercando di fare un lavoro su questo terreno e ha molti dei suoi giornalisti con propri account attivi che rilanciano notizie e stanno attenti a quel che si dice on line. Perché non “approfittarne”?
Ci sono comunque un bel po’ di spunti interessanti che vedo bene per le Europee del 2014: ad esempio mi sta incuriosendo un sacco Critical City, una sorta di gioco online con prospettive interessanti per il racconto delle città e dei territori. E’ un progetto con addosso ormai qualche anno, ma proprio non lo conoscevo. E se uno per comune ci perdessimo un po’ di tempo per costruire una sorta di curioso Storytelling locale mettendo il naso fuori casa e tuffandolo on line 10 minuti ogni sera? (E se in due per comune imparassimo come si fa?)
E non è il solo esempio nel testo che merita approfondimento.
Certo siamo solo agli albori e forse non basteranno queste elezioni, politicamente per me troppo poco interessanti per pesare come ambiente di test, però chissà che un poco alla volta non si sviluppi una cultura diversa dove la capacità di stare on line non sia solo “ho un blog ho twitter ho facebook e votiamo dal pc“, ma anche qualcosa di più tipo “ci sono un bel po’ di cose utili che possiamo fare assieme usando il computer e altre cose, io ti insegno come si usano, tu mi racconti tutto il resto che ti occorre.“
Che poi è come dire “o cresciamo insieme o non si va da nessuna parte“. Che si può dire a voce, scrivere con la tastiera, con la penna, la matita, i colori.
Le feste, il GAP, cose che vanno e cose che vengono
Una delle cose che ho trovato a Pordenone e che prima della mia partenza non c’erano è un neonato GAP. Il GAP, gruppo di acquisto popolare, è un esperimento che è nato qualche anno fa in diverse realtà d’Italia con lo scopo di provare, attraverso diverse modalità di fare la spesa, ad abbattere il prezzo dei prodotti alimentari, provando ad aiutare in questo modo chi non ce la fa a rincorrere sempre il miglior prezzo.
A Udine è attivo già da un po’ e nel tempo ha collezionato circa 500 soci: molti anziani, migranti, persone che nel quartiere hanno trovato nel GAP un punto di riferimento per prendere il pane il sabato o altri prodotti che, grazie agli acquisti collettivi e alla rete nazionale dei GAP, riescono ad arrivare a Udine a buon prezzo.
Visto che il gruppo di Pordenone è ancora in fase di rodaggio, per cominciare sono state create delle ceste di Natale, proposte ad amici e simpatizzanti raggiunti in questi mesi al prezzo di 20 euro. E nelle ceste c’erano: una bottiglia di verduzzo friulano, un cotechino, un pezzo di Montasio, 1 kg di arance, una bottiglia di olio evo biologico, un chilo di farina di mais e uno di riso (friulano tra l’altro, coltivato “a secco”, una scoperta!).
Olio e arance a parte, gli altri prodotti sono stati selezionati girando i produttori del pordenonese facendo uno studio qualità/prezzo/distanza (anche la benzina conta!) per non sforare dalla cifra prevista. Per la cesta si sono riciclate le cassette della frutta chiedendole ai fruttivendoli e il confezionamento è avvenuto con un po’ di paglietta, della carta trasparente e un po’ di nastro: sono venute benissimo!
Sabato scorso si è provveduto alla consegna delle circa 60 ceste preparate e durante il Natale c’è stato un reciproco scambio di opinioni tra i “consumatori” della cesta assieme agli auguri.
Ora, tutto questo parte da una serie di ragionamenti sviluppati alcuni anni fa (ormai) dentro Rifondazione Comunista sul tema del partito sociale, delle pratiche dal basso, etc etc… Ecco, io ho sempre avuto le mie perplessità rispetto agli obiettivi che questo tipo di pratiche si pongono (sono modelli esportabili ovunque e comunque dalle borgate romane alle periferie pordenonesi?), però devo dire che in queste settimane, seguendo i lavori per le cassettine, ho visto delle cose succedere che beh, complice la serendipità, mi sembrano dinamiche più interessanti di quelle politiche in senso stretto.
Ho visto un bel gruppettino di ragazzi darsi da fare per individuare i produttori, contrattare i prezzi, recuperare i prodotti, discutere. Ho visto dinamiche di relazione con il territorio muoversi (“chi può aiutarci in questo e quest’altro?”), “vecchi” e giovani incontrarsi e trovare tra loro mediazione nel fare qualcosa di concreto e farlo al meglio.
Non so se sul serio il GAP riuscirà nel suo intento di tagliare il caro vita, ma credo sia uno strumento interessante per fare tante altre cose, un’occasione per preoccuparsi del proprio territorio, per comprendere le dinamiche delle piccole imprese locali, per rinutrire la cultura politica di parole nuove capaci di proporre cose utili imparando a capire le istanze che il territorio cova (se a girare produttori di frutta si imparasse finalmente qualcosa sull’agricoltura e le politiche agricole beh, sarebbe tutto di guadagnato: è un tema del quale in 13 anni di attività politica ho imparato pochissimo perché pochissimi ne sanno parlare, forse è tempo di trovare il modo di averci a che fare). Non a caso là dove i GAP operano da più tempo si va a mano a mano costruendo una relazione con i lavoratori in crisi, con la storia delle realtà lavorative in cui operano/operavano, etc etc… (Ed è la parte che più mi interessa e spero di approfondire in questi mesi!)
Insomma vediamo un po’ come procederanno le cose a gennaio: l’inizio non è stato affatto male, il seguito è una storia da 2013…
#UdineSmart e l’uso del tempo
Che cosa si intenda per città smart, beh, non l’ho ancora capito: ma il barcamp organizzato ieri dal Comune di Udine al Visionario nell’ambito delle due giornate di #UdineSmart (che si conclude oggi) è stato pieno di spunti preziosi.
Coordinava Giorgio Jannis (che tra l’altro su Telefriuli sta conducendo una trasmissione sull’uso della Rete dal titolo “Non è mai troppo tardi”) e tra gli interventi si è parlato di FabLab, cittadinanza attiva, arte digitale, scuola 2.0, facendo emergere un sacco di progetti e idee utili a una città dinamica e comunitaria.
Per completare l’ambientazione Ivan Bortolin, laureando in ingegneria, ha portato con sé una stampante 3D: non ne avevo mai vista una, tantomeno all’opera. La sua è poi una sua invenzione con caratteristiche del tutto particolari rispetto alle stampanti 3D al momento sul mercato: permette di realizzare oggetti a costi molto più bassi di altre tecnologie e lavora con dimensioni maggiori rispetto a quelle standard. Tra l’altro è tutta copyleft e nel suo sito ci sono le istruzioni per provare a farsela da soli…
Così che a Ivan è interessato molto l’intervento di Paolo Bolpet che ha parlato di Crowdfounding, mentre durante la pausa pranzo c’era chi chiedeva a Ivan qualche informazione in più sul FabLab.
Poco prima di riprendere i lavori del pomeriggio un insegnante del Malignani (un grosso istituto tecnico di Udine) mi ha raccontato le cose che stanno mettendo in piedi a scuola, utilizzando processori 100% opensource.
Condivisione e diffusione delle informazioni sono state tematiche su cui non solo si è discusso, ma di cui si sono avuti molti esempi concreti: Francesco Contin ad esempio ha messo online la sua tesi di laurea sull’e-government e il Comune di Udine, dove ha analizzato anche il tema della “Democrazia aumentata” con la Rete. Un lavoro utile, tanto più perché messo a disposizione gratuitamente.
Ma si è parlato anche di Social Media Policy per la PA con Livio Martinuzzi del Comune di Pordenone che ha attirato subito l’attenzione di chi si occupa di comunicazione al Comune di Udine e fatto sviluppare una bella discussione nel pomeriggio sull’organizzazione.
Ci sono stati anche gli studenti del Malignani che hanno raccontato della loro esperienza di un anno passato a fare lezione con tablet e pc consegnando i compiti attraverso la piattaforma Moodle: sarà così la scuola del futuro?
Sul tema della scuola c’è stato poi un dibattito più focalizzato nel pomeriggio e mi sono resa conto che della scuola si crede di sapere tutto perché la si è frequentata, invece non si sa niente. (Credo andrebbe presa come caso studio, perché se la scuola va a rotoli forse non è tanto colpa di chi governa, ma di una cittadinanza che tradizionalmente lascia fare e si disinteressa con troppa leggerezza degli spazi abitati dai più giovani.)
Insomma valeva la pena farci un salto: tanto più se si risulta al momento disoccupati. Perché di stimoli ce ne sono stati molti e nulla è stato così specifico o tecnico da uscire dalla categoria di ciò che dovrebbe andare a contribuire le aree della “cultura generale”, delle “competenze trasversali” etc etc. A differenza poi di altri incontri dove magari si trovano sempre le stesse persone che si parlano addosso, beh, qui c’era qualcosa di diverso, mescolanze varie. Per caso o per fortuna, comunque andava proprio bene così.
E poi c’è l’incontro, la chiacchiera, le relazioni: non è solo stando a casa davanti al proprio pc mandando curriculum a vuoto e commentando post che si trova la propria strada o che si scoprono cose e realtà alle quali non si avrebbe mai pensato prima (e se fosse l’arte digitale il vostro futuro, ma semplicemente non sapevate esistesse?
)
Voterò alle prossime primarie. E sosterrò Vendola. Ebbene si.
Visto che il 2013 sta per arrivare assieme ad un sacco di elezioni e visto che di politica ho scritto fin troppo poco da queste parti ultimamente, ecco a voi un post sulle primarie.
Ebbene si, ho deciso che tra centro sinistra e sinistra questo giro voterò centro sinistra. Il perché è presto detto: se sapessi di contribuire a portare una rappresentanza in Parlamento capace di fare opposizione seria ad alcuni punti del dibattito politico del Paese, beh, non avrei dubbi. Ma il fatto è che oggi come oggi quella sinistra non c’è e l’esperienza mi ha dimostrato che non la si costruisce in pochi mesi per mere finalità elettorali (e non si può dire che non mi sia sforzata in passato di crederci e lavorarci…). Anzi, provarci lo stesso e presentarsi agli elettori in questo modo è quanto meno infelice.
Così alle prossime elezioni penso proprio che voterò per il centro sinistra e che quindi farò la mia parte votando anche alle primarie. E adesso che le accuse nei suoi confronti sono cadute, posso dire che voterò per Vendola.
Non voterò per lui perché è il presidente della Regione Puglia, né perché è gay, né perché è cattolico o per il suo codice fiscale.
Non voterò per Nichi Vendola perché “mi piace”, non voterò per lui perché i suoi discorsi mi commuovono (no, non mi commuovono affatto).
Non voterò per Vendola in conseguenza della sua campagna elettorale, mi piace persino poco quell’ #oppurevendola perché agli slogan sono un po’ allergica.
Ma voterò per lui perché a sostenerlo c’è una squadra fatta anche di tanti giovani che pensano che un po’ di sinistra nel prossimo governo del Paese occorra.
Perché a sostenerlo c’è gente che sa mettere in piedi un programma fatto bene che dice cose che si dicono anche nella sinistra più estrema e che è riuscita nei limiti del possibile a limare la carta d’intenti della coalizione.
Perché credo che anche un gesto banale come un sostegno alle primarie possa contribuire a far capire che possiamo rilanciare l’Italia senza rincorrere i dictat dell’austerity montiana.
Perché credo che una goccia di colore si veda sul bianco anche quando è una goccia molto piccola.
E poi mi piace leggere nomi nuovi che muovono adesso i loro primi passi nel mondo della politica aderendo ai comitati per Vendola, la consapevolezza che esprimono dello stato di cose in cui siamo, lo sforzo di mediazione di tanti tra le proprie idee e il senso del fattibile. Giovani -ben più giovani di me- di cui ho seguito i primi passi quand’erano bambini, i dubbi e le perplessità davanti alla prima scheda elettorale, giovani di cui ho ascoltato le critiche e le proposte in anni passati a fare politica, mentre loro osservavano perplessi, e che adesso ci provano a rielaborare un’idea, a farla nuova.
Perché non credo che l’impegno nel costruire la Democrazia in Italia si limiti ad un voto, neppure a due. Occorre fare altro, cose capaci di dettare l’agenda al futuro Governo, cose che non siano soltanto riempire le piazze, ma trovare formule continue di proposte, azioni concrete di costruzione di comunità tra di noi, tessitura e cucitura dei territori, della società. Fare opposizione dal basso, anche, se occorre. E conta, eccome conta, il contesto dentro cui agisci: conta eccome se qualcuno ti ascolta.
Nel passaggio tra la Giunta Illy a quella Tondo in Friuli Venezia Giulia abbiamo imparato che non è vero che i governi sono tutti uguali, che non è vero che la presenza in una giunta non faccia o meno la differenza rispetto alla libertà di agire dentro un territorio. Le cose cambiano eccome, tanto da veder distrutto in poche ore il lavoro di anni.
Così, beh, mi piacerebbe avere al Governo dell’Italia, dopo troppo tempo, un poca di sinistra che prima di parlare di meritocrazia ha tante altre cose da dire, su formazione, cultura, cooperazione.
Passassero anche solo alcune cose, beh, sarebbe meglio di niente.
So che non vi ho dato motivi sognanti per andare al voto, partecipare alla burocrazia delle primarie, sostenere Vendola. Però sto dalla parte dei pragmatici in questo momento e mi pare altro non si può fare per cercare di non veder distrutti e cancellati quei quattro paletti base che hanno fino ad ora resistito. E alimentare il non voto non mi piace affatto: tanto poi qualcuno governerà lo stesso e ho visto in questi ultimi 5 anni che dirmi “ho la coscienza apposto perché quel Parlamento non è quello che avrei voluto” non mi fa vivere molto meglio.
Oggi come oggi questo sono nelle condizioni di fare e questo farò: voterò per Vendola e cercherò di aiutare le cose buone che ci sono nei luoghi dove mi troverò a stare. Non è scegliere il meno peggio. E’ fare il meglio che io, viste le condizioni, possa oggi fare nel mio piccolo per il bene del Paese.
E non ditemi che tanto sono tutti uguali. Perché SO che non è così.
(E sapete perché non voterò per gli altri candidati del centro sinistra? Perché neppure mi sfiora il dubbio? Perché la mia storia non li ha mai incrociati, pur non essendo stata a casa a fregarmene di come andavano le cose attorno a me. E tanto mi basta per capire che non sto litigando con la mia coerenza scegliendo come sto scegliendo.)
P.S.: Anche in provincia di Pordenone si è creato un comitato. Per chi ha Facebook lo trova qui.


