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Un viaggetto attraverso Mafia.com
La mia lotta all’alienazione lavorativa ha una pillola settimanale particolare: si chiama La Lettura, l’inserto su libri e cultura de Il Corriere della Sera, esce la domenica, e anche se non è sempre e comunque una meraviglia, ci trovo sempre qualcosa che mi ispira e mi stimola alla “verifica del lettore”.
Così qualche settimana fa ci ho trovato un articolo di Serena Danna su Mafia.com, l’ultimo libro di Misha Glenny, uscito a fine aprile per Mondadori. Conta -eccome conta- che il titolo originale sia “DarkMarket: Cyberthieves, Cybercops and You”: avrebbe mai venduto in Italia la traduzione esatta di queste parole? Mah.
Visto che ultimamente sono tornata a lavorare su queste cose qui mi son detta “vediamo un po’ che scrive?” e me lo sono legalmente comprata on line e scaricata sul kindle.
In effetti più che un libro sulla Mafia questa è una storia d’esempio per raccontare come operano le forze dell’ordine quando si trovano a che fare con i crimini informatici: e non è cosa di poco conto.
Misha Glenny ricostruisce qui in particolare le vicende di un traffico di carte di credito clonate “sgominato” (anche se forse non del tutto) dal lavoro certosino di intelligence di più nazioni, costrette più o meno ad operare assieme a livello europeo e statunitense, quantomeno per non pestarsi i piedi gli uni con gli altri se non proprio per spirito di squadra.
Purtroppo al giornalista non è proprio riuscito di evitare i voli pindarici e ha tralasciato la verifica delle informazioni tecniche raccolte (c’è un passaggio in cui si attribuiscono a VNC poteri quasi sovrannaturali che un po’ mi ha spiazzato). Così che il risultato del lavoro è un po’ guastato, almeno per chi qualche elemento di reti e programmazione lo conosce. Viene infatti da chiedersi: ma sarà vera almeno la storia o soffre anch’essa di gigantismo?
Per fortuna il libro affronta una vicenda di 3-4 anni fa: alla luce di quanto accade oggi le vicende di allora sembrano cosette e chissà quale sorta di effetto cyber terrorismo ne sarebbe uscito se fosse stato raccontato quel che accade in rete adesso.
In ogni caso questa è un’inchiesta che centra comunque uno dei nodi fondamentali oggi nella lotta ai crimini informatici: a chi il compito di indagarli? E come? A chi il compito all’interno di un paese di difenderne le infrastrutture sensibili? Con che mezzi? E, in una dimensione che dei confini nazionali se ne infischia, come coordinare le indagini, come muoversi?
E sopratutto: se il caso specifico trattato nel libro avesse coinvolto italiani in modo diretto, quali sarebbero state le strutture nazionali chiamate in causa? O quale contributo avrebbero potuto portare alle indagini?
Per associazioni di idee mi è venuto poi da pensare: cosa succederebbe se venissero attaccati alcuni nodi italiani allo stesso modo con cui venne attaccata l’Estonia nel 2007?
Ehm, chissà come mai ho l’impressione che non ci siano al momento le infrastrutture capaci di deviare 200 G di traffico (che è quello che da quanto si racconta nel libro andò a bloccare attraverso attacchi DDoS i nodi governativi): saremmo costretti a spegnere tutto e aspettare. E se osasse qualcuno sul serio analizzare puntigliosamente certi siti e certe strutture (magari server esposti erroneamente verso l’esterno, cosette così), beh, non credo faticherebbe a scovare vulnerabilità servite su un piatto d’argento.
Ma, senza voler fare terrorismo, di queste cose in Italia non si parla quasi mai. Al massimo si intervista ogni tanto Raul Chiesa (ma son passati anche 20 anni da quando divenne il primo hacker in Italia…), che non a caso viene anche citato nel libro per una ricerca sul profilo dell’hacker moderno alquanto, quantomeno, di dubbia scientificità. Oppure il tema resta legato al giro dei soliti che si leggono tra di loro.
Oppure si leggono articoli nei quotidiani che fanno quanto meno ridere dal tentativo vano di riportare una notizia con un minimo di verifica della qualità del contenuto riportato. Così spesso si diffonde al massimo panico, ma nessuna analisi di senso.
Per quanti limiti abbia quest’inchiesta di Misha Glenny, beh, almeno è uscita per una grossa casa editrice e in una collana che spazia su tanti argomenti: chissà non riesca ad uscire pure dai soliti giri aprendo porte, creando relazioni diverse.
Purtroppo dal punto di vista della cultura collettiva l’informatica, le reti, internet non esistono. Chiunque sa esprimere oggi un giudizio sulla speculazione del mattone, sul senso dell’energia atomica, sul bisogno di un’agricoltura diversa e chi più ne ha più ne metta.
Ma ve la immaginate un’amministrazione pubblica che cade perché i cittadini si ribellano scoprendo che le macchine dove sono conservati i loro dati più personali sono usata come botnet per attacchi in giro per il mondo? Magari solo perché qualcuno non ha neppure i soldi per rinnovare la licenza di un antivirus… mentre deve rispondere alle pressioni di chi esige il wifi gratis (che secondo le più note teorie da bar “una volta che lo installi è gratis, perché mai il comune non lo fa, etc etc”…)
Al massimo si fanno grandi discorsi sulla banda larga. Facile inventarsi mille convegni sulle cose semplici, meno facile interrogarsi e costringersi ad apprendere tematiche più delicate, eppure non tanto più difficili di un corso di autodifesa.
E magari poi provare ad interrogarsi su cosa accade in questo paese, dove si è costruita una cultura informatica che più che attenta ai bisogni è attenta alle speculazioni finanziarie, al rigiro di denari piuttosto che alla qualità dei prodotti offerti, più attenta allo sfruttamento di tanti ragazzi che agli effetti collaterali delle loro rabbie miste a saperi che potrebbero prima o poi far sapere quanto possono effettivamente contare.
Eppure basterebbe domandare a qualcuno di loro “Ecco, mi spieghi come funziona la faccenda?” allo stesso modo in cui si da spazio a presunti esperti dell’aria pulita.
Sarebbe una bella innovazione: mettere un tema nuovo sulla tavola, discuterne seriamente e poi scoprire che ha un sacco a che fare con le nostre vite, come il cemento, la chimica, i rifiuti.
E che se ne può parlare senza sentirsi scemi. Basterebbe solo imparare ad essere un po’ meno duali. E a fare qualche connessione tra i temi, come ci insegnavano alle elementari.
P.S: Anche se un po’ fuori fuoco mi è tornato in mente l’articolo di Riccardo Luna uscito su La Repubblica un mese fa e che presentava come scoperte cose che scoperte non sono e forse cercava di vendersi bene un pezzo che avrebbe scritto senz’altro meglio il mio vicino di scrivania. E cercando in Internet ho trovato qui che se ne è scritto meglio di quanto ora potrei fare io. Leggete.
p.s.2: ne ho trovata un’altra recensione in un altro blog, se volete averne una panoramica diversificata…
Io non sono Alice senza niente
C’è stato un acquisto al Salone del Libro di Torino fatto al volo. Lo avevo in mente da tempo, così quando sono arrivata allo stand della casa editrice Terre di Mezzo mi sono tuffata a domandare di “Alice senza niente” di Pietro De Viola.
Anche se leggendo in giro ho visto che di questo libro se ne parla dal 2010, da quando cioè l’autore ha deciso di pubblicarlo on line e renderlo disponibile per il download gratuito, sinceramente mi è capitato di scovarne traccia solo da qualche mese. Da quando cioè il libro è uscito di carta e non è più disponibile in digitale, neppure a pagamento. Dovevo colmare la mia ignoranza!
Come trattenersi dal leggere cose che ricevano tanti commenti appassionati? E così me lo sono letto. Anche perché si parla di lavoro e precarietà in mezzo a quelle pagine e Alice ha 30 anni, tanti quanti ne avevo io all’incirca quando De Viola ha iniziato a scriverne.
Ora, sarebbe bello dire #iosonoalice : non sono in fondo anch’io precaria? Non faccio forse da sempre lavori che potrebbero essere benissimo fatti da qualche diplomato nonostante la mia laurea “forte”? (E peggio ancora: non mi sono trasferita a più di 600 km da casa “solo” per un lavoro?)
Ecco, il problema è che Alice non è semplicemente questo. Alice in questo libro è una ragazza probabilmente del sud Italia che vive in 90 pagine di contraddizioni. E non riassume una generazione (ormai quasi due), ma tratteggia un sunto degli sterotipi più tristi e meglio diffusi e amati dai media nazionali.
Ora mi direte: “ma io sono come Alice!” e certo qualcuno come Alice ci sarà pure (magari per un sommatoria di problemi non per forza legati al fatto che ha studiato…). Però a generalizzare si perde il fuoco sui problemi e perdendo il fuoco attorno ai problemi si smarriscono tutti. Non se ne risolve nessuno.
Non si risolve il problema di un’asimmetria di condizioni sociali ancora nettissima tra nord e sud Italia (e potrei elencare per 20 righe le ragioni per cui Alice non vive a Pordenone o a Udine, né tanto meno a Treviso…), non si risolve il problema di una perdita netta di valori a favore di un materialismo infelice (Alice desidera sempre cose e non pensa mai: nell’unico momento in cui progetta qualcosa mira alla fama e non all’aprire una discussione attorno a qualcosa. Mi si potrebbe obiettare: “ma non ha i soldi per mangiare!” eppure ha la macchina, ha Internet a casa, mangia schifezze, si permette un affitto anziché condividere casa…), si mette l’invidia verso chi lavora, verso qualsiasi lavoro che uno ha, come se oggi avere un lavoro fosse per forza una questione da raccomandati e si ripropone la solita pipponata del conflitto generazionale, senza pesarla come una cosa calata dall’alto quale in effetti è.
Non solo.
C’è un’Italia dentro a questa storia che nega ogni condizione minima di solidarietà e relazioni, come se questa rete, ancora forte in tanti posti, davvero fosse scomparsa del tutto. E questo mi da fastidio più di ogni altra cosa. Perché non siamo quel Paese li (e forse il fatto che inviare 193 curriculum in un mese sia molto meno produttivo di andare in biblioteca o a qualche incontro pubblico ne è la prova).
Ma ecco, l’autore cercava un modo forse per farsi notare. Per conquistare qualche intervista e scroccare qualche cena, viaggiare magari per l’Italia a scrocco, guadagnarsi qualche articolo, qualche collaborazione, qualche simpatia. Come dargli torto?
Non voleva neanche lui, come pochissimi in fondo hanno il coraggio di fare, sfidare lo stato di cose presenti: provare a raccontare qualcosa in modo che scaturisca discussione da parte nostra, di noi nati alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, incapaci di lanciare da che stiamo al mondo un senso di rifiuto verso la decadenza con cui ci accompagnamo e che non è solo il non lavoro, ma spesso la nullità del valore del lavoro che produciamo, le condizioni a rischio in cui lavoriamo, l’autosospensione dei minimi diritti sindacali, della Costituzione, della dignità.
Ma no. Dobbiamo fare le vittime ora come ora. A fare le vittime magari si avrà, per un momento, la sensazione di stare per la prima volta nel carro dei vincitori. Quando magari dopo aver sospeso l’adeguamento Istat alle pensioni da operai dei nostri genitori ne leveranno pure qualche euro al mese, magari per fantomatici fondi all’Innovazione e all’occupazione (in fuffosità).
Sinceramente non credo ci fosse motivo di sostenere per l’ennesima volta una lettura delle condizioni attuali tale da mostrarci ancora come ragazzini non pensanti.
Certo, ne aveva bisogno l’autore. Ma sinceramente ecco, Alice è senza niente per colpa anche della gente che pensa che gli altri abbiano avuto tutto e che ora ecco, è il suo tempo finalmente.
Ma non è così che si aiuta un Paese…
P.S: E certo, uno scrittore non per forza deve avere una responsabilità civile. Ma credo che oggi ogni laureato che si lamenta si debba assumere la propria parte di responsabilità e capire da che parte stanno le colpe e dove occorre intervenire, senza parlare solo in seno alla convenienza. Almeno adesso. Sarebbe ora di dimostrare che non servono certi titoli soltanto a infarcire un CV.
P.S.2: Avessi avuto 50 anni non avrei nemmeno commentato questo libro di De Viola per paura di irritare il suo cammino. Ma sinceramente avendo un anno in più di lui, mi permetto, ecco. Fosse pure la prima opinione negativa che riceve.
Che sapore ha condividere felicità
Beh, non avevo niente da votare in questa tornata elettorale. Ma non posso restare indifferente ai risultati. Ho passato il pomeriggio di ieri a vedere cosa succedeva a Maniago, a Casarsa della Delizia, ad Aviano, ad Azzano Decimo, a San Canzian d’Isonzo, comuni del Friuli dov’erano candidati amici e di cui conoscevo la storia politica.
E così non ho potuto fare a meno di sussultare di gioia in particolare per il trionfo ad Azzano Decimo del centro sinistra. Dopo almeno 15 anni di lavoro sotterraneo, di rabbia covata, di vergogna, di indignazione da parte di tanti cittadini finalmente la Lega è andata a casa.
Ecco, Azzano Decimo non è il mio paese natale, è dove ci ho passato l’adolescenza tra amici e palestra, è dove sono tornata lo scorso 25 aprile e quello di un paio di anni fa a parlare per l’ANPI, quando i compagni mi hanno sussurrato “sta volta speren de farghela”.
E’ il paese dove la Lega ha coltivato e sperimentato la sua ideologia nella maniera più triste, dove si è dato il la alle peggiori leggi regionali, dove il sindaco ha provocato fino ad arrivare ad accettare la sua sospensione da ruolo di primo cittadino pur di dimostrarsi in tutta la sua potenza.
Ebbene, in questi anni non è mai riuscito a conquistarsi il mio rispetto e da che scrivo questo blog credo di aver citato il suo nome più di qualsiasi altro. E’ stato lui a vietare il burqua, lui a dire che nel suo comune potevano avere residenza solo gli aventi un reddito minimo.
Così non posso che dire bravo a Marco Putto (che non conosco, ma si porta addosso ora troppa responsabilità per commettere errori) e a tutta la sua squadra per essere riusciti finalmente a rompere l’apnea. A far cambiare l’aria.
E si, mi dispiace proprio non essere stata li anche ieri a festeggiare con loro, un’altra volta, la Liberazione.
“L’avvenire aveva mille nomi…
…e solo l’ultimo era solitudine.
L’avvenire già imitava i tuoi movimenti e il tuo modo di camminare.” -Izet Sarajlic-
Forse se non avessi avuto una carta di credito non avrei mai letto qualcosa di Erri de Luca. Se non mi avessero regalato un Kindle tanto meno. E forse se non avessi cominciato a lavorare la notte non sarei mai stata turbata dal titolo.
Così non so se, in questo preciso ordine, avrei mai letto “Il turno di notte lo fanno le stelle” (ed. Feltrinelli) per poi ricordarmi di un libro nella lista dei desideri di Anobii da un po’ “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz (ed. Feltrinelli) per poi rincorrere a casa “Chi ha fatto il turno di notte” di Izet Sarajlic, raccolta da poco uscito per Einaudi Editore.
Non so se senza navigare tra tutte pagine avrei saputo trovare l’ispirazione per il discorso del recente 25 aprile e forse avrei avuto una notte più triste durante il mio turno di notte.
E avrei voluto proseguire cercando Jugoland di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini, ma poi ho visto che Becco Giallo ne ha annunciata l’uscita per giugno e così dovrò aspettare. Ha fatto già il suo effetto questa prima trilogia.
Per colpa di De Luca che mi ha ricordato Sarajevo, per colpa di Rumiz che mi ha ricordato quanto facilmente dimentichiamo senza elaborare, mi sono innamorata della poesia di Sarajlic. A me che la poesia colpisce sempre poco, averla incrociata con le premesse del caso, il tempo, la storia, i ricordi visivi che ho di una Bosnia visitata solo di fretta, questa volta mi ha lasciata così, innamorata.
Innamorata in mezzo ai ricordi di una rovina che ha reso la Jugoslavia ex quand’ero bambina: e mi sono tornate alla mente, così, tutte assieme, il ricordo di un campo scuola dove una ragazzina triestina mi raccontava che sua nonna, da qualche parte del Carso, aveva visto i carrarmati sloveni, la storia del proiettile che da Nova Goriza era arrivato a Gorizia, i ricordi dei profughi arrivati in Friuli quand’ero al liceo, le storie di chi veniva (a volte disertore) a lavorare in Italia cercando i soldi per ricostruire casa.
Poi all’Università amiche di Belgrado a Trieste, mentre gli bombardavano la città: “Mia sorella si è salvata per un pelo, lavora alla TV, e per fortuna che lei e suo marito sono giornalisti che non appoggiano il Governo…”, le manifestazioni contro i bombardamenti, e anni dopo una coinquilina inglese per caso, in Erasmus in Italia: a caso scelse suo padre, soldato, ferito, dove scappare da Mostar e portare tutta la sua famiglia con l’aiuto della Croce Rossa: “Gli ha detto ‘l’Inghilterra va bene, così i miei figli imparano l’inglese’. Ecco, nessuno parlava inglese di noi e dopo 7 anni mia madre ancora non riesce a capirlo. E’ stato bruttissimo.”
E racconti incrociati qualche anno dopo attraversando l’Istria, delitti impuniti, anzi ricompensati, bocconi ingoiati per voglia di pace, ma nodi da qualche parte, per non dimenticare. E Sarajevo, in tutta la sua bellezza, in tutte le sue ferite.
Dov’era finita la mia memoria, ritornata così al volo?
E chissà se c’è memoria in chi guarda all’est come un mondo lontano lontano. Sospetto che non c’è più neppure l’ombra del racconto, neppure un filo di senso di ruolo da ricostruire, da parte nostra, come cittadini di questo paese, verso quella parte lì, che pare distante, ma distante non è.
Ecco, avrei voluto recensire queste cose che ho letto, ma come sempre o quasi, alla fine della lettura mi resta sempre più quel che evoca rispetto a quel che è. E tanto più questa volta in cui mescolanze di caso, sentire e stare, pensare a quanto possono le parole scritte, in forme diverse -un brano di teatro quello di De Luca, un’inchiesta quella di Rumiz, la poesia di Sarajlic- ricongiungersi in un mondo reale, in uno stesso senso, far riaffiorare un bisogno di consapevolezza, ricerca, attenzione.
Sarà forse un caso che le poesie di Sarajlic abbiano dovuto aspettare i 20 anni dall’assedio di Sarajevo per trovare un editore forte che le portasse alla nostra attenzione, ma ecco, ho avuto come l’impressione che talvolta i percorsi più semplici, diretti, quelli che toccano il cuore per far sentire le cose, facciano più fatica a restare sempre di moda. Versi che hanno finito la seconda guerra mondiale e hanno continuato a farsi scrivere durante l’assedio di Sarajevo intrecciandosi sempre con l’amore: come essere più chiari, comprensibili, diretti?
Non so se sia precisa scelta dei consumatori o precisa volontà.
Ma ho come l’idea che qualche zampino ci sia, nel tenere a volte le parole all’angolo altrimenti non so come alla fine di tanta tragedia europea si sia facilmente affossata ogni memoria, come si sia voluto evitare che la si considerasse guerra che ci riguarda, come si possa, ancora oggi, lasciare che le cose vadano indipendentemente dai rischi che potrebbero presto rincorrersi.
Guai però a non far leggere i promessi sposi alle scuole medie. E poi di nuovo al liceo. Guai…
Il Governo e i giovani: blablabla e server error 500
Ieri, un po’ per caso e un po’ per necessità ho messo il naso sul sito del Governo Italiano.
E l’occhio mi è caduto su un rettangolino a destra dal titolo quanto mai di tendenza “Il Governo e i Giovani“. Ora, è vero che avendo raggiunto i 33 anni tanto giovane non sono più, ma è anche pur vero che se i più giovani di me si trovano nelle condizioni di avere opportunità che gli rendono la vita migliore magari ne finisco col godere pure anch’io.
Così sono andata a dare un’occhiatina. E ci leggo:
Questo spazio vuole essere un canale diretto di scambio e confronto con e per le nuove generazioni. Il Forum nasce sul modello del “Dialogo con il Cittadino”: uno spazio per ascoltare le proposte e i suggerimenti dei giovani e un’occasione per informare attraverso documenti, dati e ricerche.
Uno spazio, inoltre, per illustrare le misure concrete adottate finora a favore delle giovani generazioni. La “campagna Diritto al Futuro”, ad esempio, che prevede l’accesso al mutuo per le giovani coppie coniugate fino al 35esimo anno d’età; oppure i prestiti d’onore per gli studenti meritevoli fino a 40 anni.
Questo spazio di confronto quale? Una pagina in formato HTML? Per curiosità ho indagato il contenuto di tutti gli altri link che appaiono nella colonnina di destra, ma non ho trovato nulla di interessante. Solo pagine in HTML con qualche link e qualche pdf.
Così ho pensato bene di curiosare nella sezione Normativa e di approfittarne per leggere un po’ le tanto decantate manovre pensate dai nostri tecnici per rilanciare l’occupazione giovanile. Alle norme in questione hanno dato nomi che dovrebbero essere di per sé sinonimo di garanzia “Salva Italia”, “Cresci Italia”,“Semplifica Italia”. Come resistere dall’andarmele a leggere?
E qui l’amara scoperta: Salva Italia a parte, i link alle altre due normative non portano da nessuna parte. O meglio, fanno arrivare in una pagina della Gazzetta Ufficiale priva di contenuto.
Quel che è peggio è che cliccando in alto a destra, cliccando il quadratino rosso che potete notare qui in figura, si conquista un bel Internal Server Error 500.
(Sia ben chiaro: è saltato fuori da un click!)
Insomma per sapere cosa dicono le normative a proposito di Cresci Italia e Semplifica Italia occorre cercare da qualche altra parte: ma dato che il sito del Governo mi da nomi da semplificazioni anzichè numeri di codicilli vari mi affido a Google e finisco nel sito del Sole 24 Ore che per tutto da risposte.
Certo, probabilmente gli interessati alla faccenda preferiranno usare come fonte il Sole 24 Ore o qualche commercialista piuttosto che il sito del Governo Italiano, ma non posso nascondere che la cosa mi amareggia un po’: davvero nessun giovane ha mai cortesemente segnalato l’errore? O forse non l’hanno mai voluto correggere? O forse in effetti nessuno l’ha mai segnalato perché queste normative non sono poi tanto interessanti quanto sembrano?
Ad esempio chi ha meno di 35 anni e può dire di aver ottenuto un contratto a tempo indeterminato grazie al decreto Salva Italia?
Quante sarde e quante siciliane (visto che sono, in linea teorica, coloro che più di tutti dovrebbero poter godere di tanta bontà governativa) hanno firmato un bel contratto grazie alla nuova normativa?
Non lo sapremo mai, immagino.
Comunque è proprio triste che le vetrine delle nostre leggi siano messe così male (male, sì, perchè un web server che risponde 500 sta dicendo: “sono malato, fa di me quel che vuoi, probabilmente puoi distruggermi o farmi dire ciò che ti interessa”).
Adesso magari provo a scrivere alla mail che vedo nella sezione dei contatti e vediamo un po’ che succede.
Anzi, e se lo segnalassimo tutt*? E se ne approfittassimo per far notare che i testi di quella sezione sono quanto meno infelici? Che un forum non è una pagina statica?
Così, tanto per dare una mano. Che magari poi lo danno un aumento a chi cura le cose per il Governo, magari un tirocinante in subabbalto di un subappalto di un appalto…
Le cose che abbiamo da dire
Volevo scrivere qualcosa di intelligente.
Una riflessione sul fatto che i social network sono molto più deboli delle lingue pettegole e molto meno impermeabili della pelle alle raccomandazioni e ai gradi di parentela, etc etc, ma poi ho letto su Repubblica.it le esternazioni di Grillo sulla Mafia e la crisi e mi è passata la voglia.
No, non ci sono parole capaci di spiegare meglio dei fatti la faccenda banale che fa della Rete, intesa come pc/tablet/smartphone e compagnia connessi a internet, nulla di diverso da quello che fa la Rete dei canali televisivi fino a un po’ di tempo fa (e che fa tutt’ora, certo, anche se oggi forse le due reti non hanno bacini del tutto perfettamente sovrapponibili) che forse altro non ha fatto che confondere e diversificare la rete che c’era da sempre, quella fatta di solide strutture parrocchiali, associazionistiche, partitiche, connesse attraverso i giornali e i volantini.
I contenitori, che che ne raccontino i social guru, non cambiano i contenuti, né trasformano in maniera così tanto interessante il risultato finale, il pensare. E neppure rivoltano i rapporti sociali, i punti di vista. Anzi, rafforzano ancora di più quello che ancora Don Lorenzo Milani scriveva a proposito degli intellettuali del suo tempo:
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
Già: perché per avere consenso occorre saper scrivere cose semplici, meglio ancora se ovvie, oppure aver scritto una o due volte cose interessanti -che magari appoggiano l’opinione di tizio e caio e non importa se si tratta poi banalmente della traduzione di un articolo straniero- per poi vivere di rendita tutta la vita, in qualsiasi ambito si vada poi ad aprir bocca. Il trucco è semplice: incensa me che poi quando è il mio turno io incenso te.
L’importante è non andare mai a cercare la costruzione di un pensiero interessante nuovo, mai tentare un ragionamento complesso e sopratutto mai criticare troppo il potere che si vorrebbe ottenere. Tacerlo piuttosto, ecco si. Autocensurarsi è consentito, tanto più quando si mira a stare sotto un certo cappello, non a fabbricarne uno nuovo.
Dove stanno le cose che abbiamo da dire?
In questi periodi in cui credo ci occorrerebbero centomila nuovi cappelli e ci occorrerebbero centomila nuove cose da dire mi accorgo invece che anche quegli spazi considerati avanguardisti, come alcuni social network in fondo di nicchia, come Twitter, hanno poche novità da offrire. Anzi. E non si dia la colpa ai più giovani frequentatori o cose simili.
Basta guardare le citazioni dei giornali, che stanchi di svolgere una qualsiasi voglia forma d’inchiesta si limitano a citare i più retwittati personaggi del noto social network: sempre gli stessi, indipendentemente dall’argomento in questione, i quali se la sguazzano e fanno di tutto per sperare in una successiva citazione. Talvolta capita poi di scovarli come autori degli articoli nelle successive rubriche del giornale stesso. Wow.
Così che non c’è da stupirsi se Beppe Grillo e tanti altri occupano sempre le solite posizioni tra i blog più importanti in Italia, se i giornalisti preferiscono spacciare opinionismo, anziché diventare popolari con l’informazione: nel perverso mondo della costruzione di popolarità e googolarità la cosa più importante non è tanto la qualità di ciò che dici, ma il modo in cui costruisci qualcosa per renderlo appetibile. L’importante comunque è parlare dell’argomento più cliccato.
Si, ok, lo so: qualcuno penserà che sono soltanto invidiosetta. Invece no. Sono sinceramente preoccupata, perché di fronte alle previsioni elettorali di Grillo, di un “movimento” che si struttura attorno a tanti ex socialisti, ex leghisti e ex ordine nuovisti in dose molto più massiccia di quanto si pensi (e non venitemi a parlare di “ingenuità politica”) si amplifica ancora di più questo sostegno melmoso al personaggio.
Il “bene o male l’importante è che se ne parli” vale 100000 volte di più davanti a un pc che nelle strade e il giornalismo mediatico più che informativo ci sguazza su vivacemente, perché tutto aiuta ad aumentare le visite, a sperare di scovare una qualche forma di guadagno in più (perché, ebbene si, il nodo di “chi mi finanzia nel web?” non è ancora risolto).
Così accade che su Grillo e i suoi seguaci cada un aurea da bravi ragazzi: guai a contestare seriamente le tante sparate del personaggio, guai ad indagare e a smontarne l’impalcatura. Sia mai che la banderuola non giri proprio dalla sua parte! Ora poi che lo si da al 7%! Un 7% fatto di così tanti internettiani, tecnici informatici, social cosi! Certo, mi si dirà, compito della politica, non del giornalismo e dell’opinionismo addentrarsi dentro a certi meccanismi.
Peccato che Internet abbia dimostrato come un po’ di consenso abbia il suo valore, proponibile e vendibile anche su altro, più dell’informazione e a scapito della stessa: basti vedere il sostegno de Il Post alla campagna elettorale a tempi sbagliati partita da Matteo Renzi, che proprio grazie a taluni giornalisti e ideatori della testata in questione ha avuto un certo eco durante le sue autocelebrazioni dell’anno scorso. Oppure basta leggere Il fatto quotidiano, che liquida oggi come “uscita” le dichiarazioni di Beppe Grillo (E il Fatto quotidiano, che ha saputo ben fare piazza pulita attorno a se sfruttando l’onda del “no ai finanziamenti pubblici alla stampa” difficilmente può negare un debito di riconoscenza verso Grillo).
Per non parlare poi del macinare facile che si sta giocando in queste settimane da parte di troppi: è molto più semplice dire banalità che sposino l’idea di antipolitica invece che riflettere su cosa definisca questa parola in Italia, su cosa significa dare un nome alle cose, su cosa significa alimentarle. E invece no: molti giornalisti e i social esperti, che restano i più astuti conoscitori della rete in quanto arguti conoscitori delle parole, se la godono un sacco a mostrarsi influenti su queste cose. Tanto gli rende molto di più che essere abili indagatori di notizie. Gli rende molto di più che farsi responsabili di influenzare in maniera diversa il Paese. Meglio rendere trendy in rete ciò che è trendy al bar che annusare cose nuove.
Chissà se un giorno resteranno le prove: se chi oggi fa a gara per farsi indicizzare bene da Google parlando di antipolitica (che in Italia, attenzione, si traduce nel materiale in antidemocrazia) pagherà prima o poi il prezzo o si riciclerà bene.
Magari scrivendo un romanzo.
Chissà.
(Per fortuna ogni tanto mi leggo i post di @Gilda35 e mi consolo, però vorrei sapere sul serio come si fa a raccogliere le cose che abbiamo da dire, dove sono le famose piazze di discussione virtuale, dov’è quell’innovazione che tanto viene declamata e qual è la rivoluzione tanto decantata.)
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Libere sempre
Avevamo tutti più o meno vent’anni, l’età in cui, normalmente, ci si innamora
Marisa Ombra, classe 1925, è tra i vicepresidenti nazionali dell’Anpi. E l’Anpi, per chi non lo sapesse, è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Ma si possono iscrivere tutti, anche i giovani. Anzi, ci sono sempre più giovani che si avvicendano a chi ormai non c’è più: si paga una tessera che non concede sconti di sorta alcuna, anzi.
“Libere sempre”, ed. Einaudi, è un libricino sottile, semplice, da leggere veloci veloci, è di una bellezza e di un’emozione grande.
Perché tratteggia il senso di un tempo, quello della Resistenza, ma non solo.
Lo spiega, lasciandoci le parole per spiegarlo.
Non c’era proporzione fra la mia piccolissima vita e l’immane disastro che stava avvenendo là fuori. Ecco una ragione per vivere. Era lì davanti a me, intorno a me. Era il mondo. Era il mio tempo. Erano i luoghi e le persone con cui avevo a che fare. Era il mio presente. La mia vita. Non potevo essere indifferente, starne fuori. Dovevo fare qualcosa.
Ecco, Marisa Ombra scrive così per spiegare a una quattordicenne di oggi le ragioni che la spinsero a lavorare per la Resistenza.
E sarebbe bello che tante e tanti quattordicenni provassero a leggere queste 96 pagine adesso che il 25 aprile si avvicina e poi facessero la prova del 9, provassero a mettere il naso nelle celebrazioni del 25 aprile in giro per l’Italia,per inseguire lo stendardo dell’Anpi, fermarsi a parlare al bar, a celebrazione finita, con gli oratori di turno, con gli anziani e i loro figli.
Ecco, sarebbe un bel riconnettersi tra tempi e generazioni messe con troppa forza in contrapposizione fra loro.
Poi è una cosa che riempie il cuore tantissimo. Perché le esperienze del passato permettono di leggere i tempi di oggi, in maniera fortissima.
Ho imparato presto che le rotture non sempre separano nettamente e definitivamente un tempi dall’altro. Il tempo passato tende a resistere, le rotture tendono a ricomporsi. Le trasgressioni possono essere messe tra parentesi. Ne stiamo facendo esperienza, mi pare, proprio in questi anni.
Io non sono più una ragazzina di 14 anni. Anzi, ho avuto la fortuna di vivere l’infanzia in un periodo in cui a scuola s’imparava a cantare Bella ciao per poterla poi ricantare durante le celebrazioni del caso. Ed era una cosa normale anche in un paesino democristiano come quello in cui sono cresciuta.
Ma oggi che le cose si sono un pochino ribaltate, che la normalità che rappresenta la storia democratica del nostro Paese si travisa e attacca di giorno in giorno, teniamoceli stretti questi testamenti di parole e di vite. Sforzi e regali che possiamo leggere e cercare di ascoltare in giro ancora per poco. E che ci suggeriscono di continuo di tenere alta la testa, di non lasciarsi vincere dall’indifferenza, dalle banalità del nostro quotidiano.
Chiunque, consapevolmente o no, aspira a vivere libero.
Non aspettiamo di aver bisogno di una nuova festa della Liberazione per rendercene conto.
P.S.: C’è poi una parte in questo libro che non riesco a fare mia, dove, così come fanno tante donne oggi, l’autrice guarda con occhio critico alle ragazze di oggi e al loro rapporto col corpo. Questo forse non tutto condivido. Ma sarebbe un’altra lunga storia.

