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E se invece di Twitter avessero consultato Wikipedia?
Ho sperato fino all’ultimo che capitasse pressapoco così: che tutti i nuovi eletti finiti in Parlamento, palesemente poco interessati al senso dello Stato, anziché consultare Twitter, Facebook e compagnia, consultassero Wikipedia.
Sarebbe bastato? Non so, ma sulla vicenda infelice (infelice non tanto per l’esito quanto per le dinamiche sproporzionate che ha innescato) dell’elezione del Presidente della Repubblica mi piace pensare che le cose sarebbero andate meglio se fosse accaduto qualcosa così:
“Tipo Giovanni Maria Flick”
“E chi è?”
“Mah, fu ministro con Napolitano durante un Governo Prodi: lo dice Wikipedia, non che me lo ricordi”
“Forse è abbastanza dimenticato. Ottimo. E su Wikipedia mica ne parlano male, no?”
“E Luigi Berlinguer?”
“Berlinguer non era morto?”
“Ma non quello dai, è un altro, un parente.”
“Massì che suona bene, vediamo se gli va.”
(Che poi a Berlinguer io ho pensato subito, uno che ho contestato da studentessa, mi pareva perfetto. O forse non si possono eleggere troppi presidenti di origine sarda?)
Io, da elettrice del centro sinistra, Rodotà presidente non lo volevo. “Tu!! Tu sei una minoranza, tu non capisci la grandiosità di quest’uomo, tu…” Per me Rodotà è quello delle circolari sulla Privacy. Quello che ha scritto un sacco di belle cose, ma che non c’entrano con quanto si andava votando. Quello che accetta di fare il “candidato” di un Movimento che anziché delegare ai suoi eletti la scelta del suo nome, legittima criticabili strumenti di “raccolta delle candidature” dal basso. Uno che si presta ai giochi, ché gli uomini santi non sono. (Poi postatemi pure 50 video di YouTube per farmi capire la sua eccellenza. Non li guardo, non mi racconteranno probabilmente mai perché ha accettato di prestarsi a questa schifezza.)
Non so se è per questo che la maggioranza del PD non lo voleva. Certo lo conosce meglio di me.
Mi spiace, ma a me non sembrano bravi, saggi, meritevoli quei “giovani” eletti del PD che hanno dichiarato la propria scheda bianca o indirizzata a non-so-chi. Non erano chiamati a conquistare punti al cospetto degli elettori, invitati a strizzare l’occhio ai grillini. Erano chiamati a votare il Presidente della Repubblica. Non erano chiamati a processare Bersani o l’alleanza del centro sinistra: erano chiamati a scegliere almeno il Capo dello Stato visto che sul Governo non trovano la quadra.
Il Parlamento più giovane degli ultimi anni è tanto concentrato nell’idea di fare qualcosa di nuovo (meglio se spettacolare e forte) che sta confondendo la disgregazione delle istituzioni che è chiamato a gestire con l’idea di Paese che vorrebbe portare avanti. E a me dispiace, ma il coraggio del cambiamento non stava nel far eleggere Rodotà (o nel far dimettere Bersani), ma nel dimostrare di avere la capacità di gestire la situazione, proporre alternative, guardare alle conseguenze (collettive!) sul domani.
Questa settimana si celebra il 25 aprile. Chissà che a qualcuno, non venga in mente che forse occorre ripartire da lì.
Non dai nomi e cognomi.
P.S.: Qualcuno mi ha chiesto oggi che ne penso della rielezione di Napolitano: mi pare non sia chiara la situazione di rischio in cui viviamo. E se lui ha detto si non è certo per mancanza di “coerenza”. Il solo leggere commenti del genere è termometro di come ragionano taluni. Non è nemmeno un golpe. E chi continua ad alzare i toni ha ben altri obiettivi che governare questo Paese con questa Costituzione.
P.S.2: Il ricatto del M5S non è stato fatto per darci il miglior Presidente della Repubblica possibile. A me pare incredibile non basti questo per capire che la partita che intendono giocare è insana.
P.S.3.: Forse ho una percezione del pericolo tarata male. Lo spero.
Candidati senza sogni? Siete più utili a casa
Ieri sera sono stata alla presentazione della lista del M5S per le Elezioni Regionali in Friuli Venezia Giulia. Voteremo tra meno di 15 giorni e, non essendoci il ballottaggio, chi vincerà otterrà la maggioranza e il Governo della Regione. Visto l’esito delle elezioni politiche, vista la giunta uscente, di certo non brillante, ma nemmeno tanto “debole”, il rischio (rischio, sì) che il M5S vinca le elezioni non è poi così remoto.
Così sono andata a vedere chi c’era, cos’avevano da proporre in più di quel poco di programma che ho trovato nel loro portale online (avranno anche scritto 200 pagine da qualche parte, ma non trovo dove…), tanto più che tra i candidati c’è qualcuno che conosco.
Dov’erano gli elettori (più di 600) che alle elezioni politiche, qui in paese, hanno votato M5S per “partecipare”? Di certo non erano lì a portare la loro voce.
E poi dov’era l’idea per il futuro della nostra Regione? Dov’era il sogno per liberarla dalla crisi in cui sta affossando? Dov’erano le idee per rilanciare il sistema produttivo? Non c’era niente, il NULLA.
Anzi. Un candidato ha persino auspicato l’introduzione della lingua inglese all’asilo, ché tanto ormai va dicendo a suo figlio di 8 anni che dovrà andare a lavorare all’estero visto che qui non c’è più niente.
E allora, mi chiedo, perché si è candidato? Per invecchiare col figlio all’estero, ma con la raccolta differenziata porta a porta (che tra l’altro a Chions funziona da anni)? Perché si è candidato se non ha un sogno da mettere a disposizione neppure per suo figlio che va ancora alle elementari? Cosa dovrebbero pensare allora i tanti figli ormai grandi che si affacceranno nei prossimi mesi nel mercato del lavoro e non avranno neppure corsi di formazione disponibili visto che “dobbiamo fare i corsi in base a quello che chiedono le aziende”(quali?)?
Ma si. Basta nominare il cambiamento, nel nome di Beppe Grillo, basta vincere le elezioni convincendosi di poter essere migliori dei precedenti (tanto meglio se si ignorano i precedenti) e il più è fatto. E non importa se la parola welfare non compare neppure mezza volta in tutto il programma. E non importa se quel che è spacciato per cambiamento non è altro alla fin fine se un insieme di pratiche che comunque vengono spinte a livello Europeo e non rappresentano un’innovazione politica quanto una normale pratica amministrativa (dalla riduzione dei rifiuti all’attenzione verso le risorse energetiche…).
Che tristezza. Si era li, in teoria a parlare di Friuli Venezia Giulia, e mi pareva alla prova dei fatti che si parlasse invece di una qualsiasi altra regione del nostro Paese. Che non contasse la vicinanza alla Slovenia in crisi, nessun accenno a forme alcune di specialità locali, non una parola sulla trasformazione economica che occorrerà affrontare con la crisi (e fine?) dei distretti e quindi alla grossa mole di inoccupati da ricollocare. “Non sappiamo quel che troveremo” hanno detto rispetto agli interventi possibili rivolti ai disoccupati. “Se potremo faremo”.
Ma questa non è politica. E’ del tutto un’altra storia.
In fondo grazie al marketing compriamo un sacco di acqua minerale, spesso peggiore, per pagar poco, di quella che esce dai rubinetti domestici.
P.S.2: E domani si va a sentire la Serracchiani.
La sera in cui Adolfo Perez Esquivel ha parlato al Centro Balducci
“Dobbiamo disarmare la coscienza armata.”
Ascoltare un premio Nobel per la Pace che ha cercato di vivere per la Pace tutta la sua vita, nei fatti, beh, non capita tutti i giorni. Tanto più quando la persona in questione è Adolfo Pérez Esquivel, il giorno prima del suo incontro con papa Francesco, e il contesto è il Centro Balducci di Zugliano (UD).
Era da tanti, troppi anni, che non sentivo rimettere in circolo parole come pacifismo e lotta nonviolenta. Ed è stato toccante sentirle spiegare da un uomo che ha lottato contro la dittatura argentina fino a vedere la morte in faccia quando venne caricato su un aereo per uno dei famigerati “voli della morte”. Non venne gettato in mare probabilmente solo perché troppe erano le pressioni internazionali a suo sostegno.
E’ un uomo di grande fede e spiritualità ed è attraverso questo che ha declinato il suo impegno, in tutto il Sud America, contro le dittature e lo sfruttamento, dalla parte delle comunità indigene oppresse. Impegno che ha portato avanti con l’idea che fosse il suo compito in questa terra dopo essere sopravvissuto a 14 mesi di prigionia e torture sotto la dittatura argentina.
“Per me la pace è una dinamica continua nella relazione tra le persone e la Madre Terra”
Ed è rifacendosi al messaggio delle comunità indigene che ci ha invitato all’impegno ad essere comunità alla ricerca della libertà di decidere sulla costruzione delle nostre vite e non soltanto la salsa con cui essere cucinati (e ha raccontato una storiella usata da Eduardo Galeano che trovate qui).
Rifacendosi a un espressione usata dagli indigeni del Cauca ha ricordato che occorre “far camminare la parola” perchè “la parola senza l’azione è il vuoto, la parola e l’azione senza la comunità sono la morte“. Ed è questo un invito forte alla ricostruzione dell’agire collettivo, dell’agire nella piena responsabilità delle comunità di cui si fa parte.
Non ha mancato di fare un riferimento anche alle perplessità che in questi giorni si sono diffuse rispetto ai rapporti tra il nuovo Papa e la dittatura argentina e ha dichiarato che l’attuale Vescovo di Roma non è stato colluso con la dittatura, per quanto ne abbiano parlato i giornali.
In conclusione al suo intervento ha ricordato che ognuno di noi è libero di scegliere tra il cammino della paura e quello della speranza.
“Io ho deciso di scegliere il cammino della speranza” ha detto.
Qualcuno mi ha ricordato che Monicelli non sarebbe stato molto d’accordo. Ma non credo che questo sia un campo nel quale esista giusto/sbagliato.
Pensare con la propria testa. Agire di conseguenza. Sempre.
Un bel po’ di anni fa, forse anche più di dieci, ricordo di essere finita, ancora del tutto all’oscuro di quali meccanismi occorresse conoscere, al Congresso Regionale di Rifondazione Comunista. Ero li come effetto collaterale di un voto dato a un documento congressuale diverso da quello della maggioranza, mi ero iscritta al partito (dal quale poi sono uscita un paio d’anni fa) da poco e conoscevo ben poche persone: quelle sostenitrici del documento che avevo votato, ovviamente, e poi il segretario provinciale di Pordenone dell’epoca, Giovanni Moroldo, che con estrema pazienza mi veniva a prendere in macchina accompagnandomi alle varie riunioni, senza spiegarmi mai troppo di quel che mi aspettava all’arrivo.
Col tempo avrei imparato il significato e il peso di ogni cosa, ma quel giorno lì, quando i sostenitori del documento vennero a propormi di votare una cosa che non condividevo un granché (provando a ricostruire credo fosse un documento conclusivo in opposizione a quello della maggioranza), rimasi un po’ perplessa a leggere e a rileggere le due paginette che mi lasciarono in mano fino al momento del voto. E al momento del voto la mia manina si alzò, solitaria, ad indicare un’astensione.
Si girarono tutti a guardarmi: avevo fatto qualcosa di sbagliato?
Ma Moroldo mi tranquillizzò spiegandomi che non avevo sbagliato niente, avevo solo pensato con la mia testa e agito di conseguenza e che andava bene così, che era giusto così. Che forse adesso non sarei stata più contata automaticamente tra i sostenitori di tizio e di caio, niente di che.
Negli anni ho capito che in politica, e non solo, è assai facile nascondersi dietro le decisioni degli altri e molto più difficile difendere le proprie. Ma la politica e i ruoli che vi si ricoprono passano, mentre la propria coscienza resta, sempre, anche quando le maggioranze che si sono imparate a riconoscere non esistono più. Sono quelli col coraggio di voler dire di no che hanno fatto la differenza, spesso, anche quando chinare la testa sembrava l’unica soluzione possibile.
Se il nostro Parlamento fosse stato previsto composto da pecore che inseguono pedissequamente gli ordini dei propri capigruppo ecco che al momento del voto basterebbe quello di 5-6 persone per tutte. E invece no. Non è questo che è stato previsto da chi ha scritto la nostra Costituzione.
In questi ultimi giorni sentendo abusare della parola tradimento mi pare che a tradire sia stato soltanto chi la va sbraitando.
Traditore della democrazia e della nostra Costituzione. Traditore dell’intelligenza dei singoli e della dignità delle persone. Diseducatore rispetto a quel ruolo di cittadinanza attiva di cui si va tanto amabilmente riempendo la bocca.
Come se non fosse quanto accaduto al Senato la conseguenza di una menzogna, l’effetto dell’aver dichiarato per anni la qualità della propria purezza rispetto agli altri, “tutti uguali”.
Mentre, alla prova dell’ovvietà, no, non sono tutti uguali. E le differenze le fanno storie che riescono a risvegliare le coscienze, per un istante, di alcuni.
Cara Elisa
[Premessa: Elisa è una ragazza di 19 anni che nel precedente post (il più letto e condiviso della storia di questo blog...) ha scritto un commento che mi ha fatto commuovere. Cercatelo tra i tanti - è l'unica Elisa - penso si ponga delle domande per le quali occorrono tante risposte, anche diverse... Per semplicità per chi non la trovasse ne ho creato un file .jpg qui. Leggendo nel precedente post c'è già qualcuno che ha cominciato a scriverle qualcosa. Io non voglio un paese dove una ragazza di 19 anni si senta costretta a scappare dalle proprie passioni. Voi?]
Cara Elisa,
ecco che con le tue parole il magone lo fai venire a me.
Qualche mese fa Michael Braun, un corrispondente tedesco che vive in Italia, ricordava un vecchio slogan letto sui muri di Berlino: “Se le elezioni potessero cambiare qualcosa sarebbero vietate”.
E forse a 19 anni, dopo aver preso parte ad uno dei movimenti studenteschi più importanti degli ultimi anni, forse lo hai capito da sola.
Voi, tantissimi ragazzi e ragazze, in questi ultimi anni avete portato i vostri sogni nelle strade come noi un po’ più grandi abbiamo smesso di fare in modo massiccio da 10 anni almeno. Avete provato ad urlare e vi hanno rotto il fiato in gola.
Capita spesso, è capitato tante volte che le manifestazioni finissero ferite così.
Ma non si spezzano le parole di chi ha 20 anni. Non si dovrebbe delegare la tutela della scuola agli studenti e poi lasciare che lo Stato (il Governo e le istituzioni che lo compongono) ne ferisca la fiducia in quel che accade dopo.
Invece poi capita che sia proprio lo Stato a farlo, nel silenzio dei suoi cittadini, complici, per poi sentirsi in colpa se i giovani non si iscrivono all’Università o non trovano lavoro, come se non fosse responsabile dell’aver castrato per anni la capacità innovativa più importante che ogni Paese possiede.
Vorrei dirti, come magari qualcuno oggi potrebbe fare, che è stata colpa di Berlusconi, che è stata colpa di Monti, che mettendo la tua crocetta in questo o in quest’altro punto non ci saranno più poliziotti a manganellare, ma ti racconterei una bugia. La storia politica di questo Paese è nata tronca della capacità di riconoscere il rispetto delle piazze. Delle piazze che si mobilitano per sollevare istanze sociali intendo io, delle piazze che per quanto pacifiche troppe volte hanno mandato qualcuno all’ospedale. Le piazze che vanno di moda in queste settimane sinceramente mi raccontano poco.
“Io non ci credo più” scrivi. E io ti chiedo: non credi più in qualcosa o in qualcuno?
La bellezza della Democrazia dovrebbe essere quella di permetterti di esserne cittadino senza bisogno di adorazione. La grandezza della Democrazia dovrebbe essere quella di poterti permettere di avere delle idee per il Paese in cui vivi e per la comunità in cui stai e di darti gli strumenti per diffonderle, per proporle, per renderle giorno dopo giorno parole che magari diventano condivise, discusse e poi via via maggioritarie e agite. E in questo vale la pena credere ancora!
Anche se questo non lo risolverà la crocetta che metterai la prossima settimana.
Questo non ha bisogno di un politico che ti dica “vorrei cambiare insieme a te”.
Perché la cosa più grave accaduta in questi anni è che siamo stati noi cittadini a non essere tanto bravi da far pesare le nostre sofferenze, da convocare gli eletti, da rigenerare il senso di potere e delega. E allora forse c’è bisogno di una base che solleciti i propri eletti e la rappresentanza tutta: che elabori, scriva, urli se occorre, ma che non se ne stia chiusa in casa come ha fatto per troppo tempo.
Perché c’è un Paese da rifare a 360° (e lo dico perché lo penso), da troppo tempo accartocciato sulle carta d’identità di chi lo Governa: ma non basterebbero neppure 2000 eletti oggi a rilanciare il cinema, la letteratura, le arti, a riempire le librerie e le biblioteche, ad inventare un concetto di impresa che possa non farci più rimpiangere Olivetti.
E proprio per questo non credo ci occorrano eroi. Al massimo servirebbe qualcuno che le storie delle aziende in crisi nel suo collegio le conosce tutte o ha voglia di conoscerle. Qualcuno che ai cortei degli studenti ci viene non per farsi vedere, ma per farsi compagno di strada e orecchio capace di imparare. Ti sembra che nessuno dei candidati possa essere educato a tanto? Io credo che molti in questa tornata siano volenti o nolenti destinati ad essere educati a tanto.
E quindi non chiamare illusioni i tuoi sogni, non metterla via quella voglia di partecipazione che lacrimogeni e scandali televisivi provano da quando è nata la nostra Costituzione a portarci via.
Perché come deciderai di spendere quella tensione emotiva che ti fa “avere un magone dentro” conta molto di più di come deciderai di votare tra una settimana, perché ti servirà a prepararti la strada che tra un anno, due anni, 5 anni, ti farà decidere di votare senza tentennamenti (o di non votare affatto).
E non voglio dire che votare non sia importante, anzi, però non sarà certo tua la responsabilità del risultato: il voto è quel qualcosa in più, ma non è quel che basta a cambiare le cose.
Potremmo adesso chiuderci in un caffè, sorseggiare un the, sfogliando le liste del tuo collegio e potrei dirti che “probabilmente caio e sampronio, eccoli, sono per la scuola pubblica, per la libertà di manifestare le proprie idee, guardali, li puoi votare liberamente, fidati!”
Ma non ti servirebbe a niente.
Ecco, forse voterai per la prima volta in occasione della peggiore campagna elettorale degli ultimi 15 anni almeno. Ma proprio perché è la prima volta, beh, è soltanto l’inizio.
Cara Elisa, quel ”cambiare insieme” che cerchi in un candidato cerca di trovarlo in un “noi”. Spero che passato il voto in molti ne sentiremo la responsabilità e il bisogno…
Perché dobbiamo fare in modo che non ci siano altre Elise che si sentono costrette a scappare pur non volendo.
Un abbraccio e un buon voto. Spero un po’ meno solo.
Sara
P.S.: Max Weber scriveva che “A questo mondo il possibile non si sarebbe mai raggiunto se non si fosse sempre ritentato l’impossibile”. E non era un illuso
.
Sulla fragilità dell’onestà (dedicato ai troppi amici che voteranno M5S)
“Sono bravi ragazzi”
“Gente con la faccia pulita”
Beh, sapete una cosa? Io non ce la faccio più.
In questi giorni, chiacchierando in rete e tra la gente vedo che sempre più persone della mia età, amici, alle prossime elezioni voteranno per il Movimento 5 Stelle. O meglio: per Grillo e la rappresentazione della realtà che si è creato attorno, perché chi siano davvero i candidati pare interessare a pochi. Lo so perché me lo dicono, mi domandano come la penso e magari danno per scontato che anch’io voterò così. Come se così facessero tutti, perché nostro dovere è “dare un segnale”, “essere di rottura”.
A me questa cosa non va giù. Nemmeno un po’.
Perché la maggioranza di costoro va a votare così per vedere eletta “gente onesta”, che onestamente scombussolerà le cose, secondo un principio di onestà e trasparenza che si basa soltanto sulla mera ignoranza costruita grazie all’essere stati per anni e anni alla finestra.
Non mi va giù perché un pseudo principio di onestà va facendo credere che gli altri siano tutti uno schifo, con una violenza verbale e un’illogicità che mi ha stufato.
Perché, vi svelo un segreto, siamo in Democrazia: e la partecipazione non è che sia stata eliminata in questi anni. L’avete non agita. E’ un’altra cosa.
E allora vorrei svelare a chi lo ignora che, ebbene si, le brave persone, la gente onesta, pensa un po’, la si trova dappertutto, basta avere la curiosità di scoprirla: i ragazzi del PD non vanno in giro a rubare al prossimo e, pensate un po’, non ne conosco nessuno che abbia preso tangenti tra i giovani che stan facendo la campagna per Ingroia e che magari il sabato mattina si svegliano presto per fare il GAP.
E dei tanti giovani che SEL ha candidato in giro per l’Italia, beh, non mi pare siano persone che mirano a derubare le casse dello Stato.
Davvero è più importante che tutto sia “nuovo”? Davvero non importa se questo “nuovo” significa ritornare indietro, azzerare l’orologio dell’elaborazione delle idee, dimenticare l’antifascismo, il pacifismo, i femminismi, la critica al potere? Davvero la politica italiana va infilata tutta nel calderone dell’impurità? Davvero è intellettualmente onesto predicare la distruzione di ogni cosa?
In 10 anni di vita di partito di persone ne ho conosciute tante, di ragazzi che si sbattevano inseguendo le proprie idee, fin da giovanissimi, tantissime in giro per l’Italia. Alcuni di coloro che quest’anno si candideranno in Parlamento o in Regione li ho conosciuti nei movimenti studenteschi al liceo e all’Università. E anche se da quell’organizzazione sono uscita questo non toglie che sia piena di persone ottime, magari politicamente potremmo avere visioni diverse, ma non per questo vado in giro dicendo che son dei corrotti!
Scommetto che persino un elettore del centro destra riuscirebbe a garantire per la maggior parte dei candidati che stanno da quella parte.
E certo, poi c’è la critica politica. Ma a me non sembra che di questa si interessi qualcuno sul serio (ehi tu, ci siamo scambiati per un anno le monetine degli euro nel 2002 e adesso davvero vuoi un referendum per uscirne?).
Anzi. Mentre dovrebbe essere la cosa più importante, quella in base alla quale si decide sul serio. Che Italia vuoi? Cosa credi ci sia da fare adesso per far ripartire il Paese?
Diciamolo, l’onestà è relativa. Ed è facile dirsi puliti se non ci si è mai sporcati le mani.
Il potere è quella cosa che senza un minimo di formazione e consapevolezza ti fa diventare un Fioritto in miniatura nel giro di pochissimo. E più vai dicendo in giro che come lui non diventerai mai, più mi stai garantendo che sarai il prossimo a propormi qualche cosa in cambio di un voto.
Non sono le appartenenze a fare l’uomo più o meno ladro. Sono le condizioni, le relazioni, le idee.
Le fedine penali a me parlano politicamente proprio poco.
Perché si può avere la fedina penale pulita anche avendo costruito un’impresa utilizzando collaboratori volontari mai pagati, si può avere la fedina penale pulita anche avendo dimenticato di stampare qualche scontrino ogni tanto, si può avere la fedina penale pulita e pensare che sia cosa buona e giusta che i migranti muoiano cercando di arrivare in Italia, via mare o via terra che sia.
E allora i miei coetanei che fino ad oggi hanno lasciato che il paese andasse dove andava aspettando che un uomo urlasse loro cosa fare, beh, mi fanno rabbia. Perché hanno delegato ad altri per anni il fare qualcosa, senza mai un minimo di sostegno, e poi adesso si preparano a sostenere qualcuno soltanto per sostenere una rottura con un passato ed un presente che non si sono mai sporcati le mani per cambiare (no, la retorica del “ho fatto una famiglia” o “mi sono laureato a pieni voti” a me non bastano come elementi di interesse verso un cambiamento collettivo).
Oh, per carità, poi ci sono anche tanti personaggi che voteranno così per altre ragioni: ci sono quelli che “abbiamo a che fare con un movimento elettoralmente di massa e quindi politicamente interessante” (varie anime dell’estrema sinistra), quelli che lo vedono un alternativa alla sinistra da sempre perdente e sperano di poter così trovare finalmente rappresentanza nelle istituzioni (ma che questo movimento contenga in sé anche solo frammenti della tradizione culturale della sinistra italiana non mi sembra), quelli che è la moda del momento, perché così tanto se ne parla nei media e nei giornali da essere diventato un tormentone, etc.
Il M5S occuperà il 15% (?) delle sedie del Parlamento e sembra contare poco, pochissimo quello che intende fare. Occuperò il 15% delle sedie del Parlamento dopo aver condotto una campagna elettorale basata sul disprezzo, aggressività, personalismi, dietrologie, questioni che con la bella politica non hanno niente a che vedere.
Quand’ero ragazzina mi domandavo come fosse stato possibile all’Italia che il movimento fascista conquistasse il potere. Ora mi pare di capirlo. Basta che qualcuno urli, forte abbastanza, nei canali giusti, che tutto quello che puoi aver studiato in anni di università perda di valore.
Basta che qualcuno capace di urlare alla massa trovi audience, sappia costruire una pubblicità che funzioni, che il senso benefico del sentirsi parte di una massa appaghi più di quanto non appaghino altri valori.
Ed ecco, non mi arrabbierei se non fosse che quelli che oggi votano Grillo ieri erano quelli che non avevano mai tempo per venire a una commemorazione per il 25 aprile, quelli che all’Università neppure andavano a votare per i rappresentanti, quelli che non avevano mai tempo per venire a sentire un dibattito sindacale, quelli che avevano sempre altro da fare se gli proponevi un dibattito politico, fosse pure venire a conoscere i candidati (ehi tu, contro il finanziamento pubblico ai giornali, quanti giornali compri in un mese?). Quelli che fino a 5 anni fa neppure votavano se c’era di meglio da fare.
Però a me pare proprio che sia quella gente li, la mia generazione, risvegliata in cassa integrazione o con la paura di finirci, che oggi stia decidendo il nuovo Parlamento in questo modo.
E a me fa rabbia, perché se non ti sei mai posto domande per una vita improvvisamente non è che cerchi risposte, continui a cercare quel paio di scarpe da ginnastica che ti aiuta a mimetizzarti in mezzo alla massa, che ti costringe a non prendere posizione, che non ti chiede di esprimerti su certe cose.
“Ma tutto il resto ha fatto…” Si, ha fatto così perché proprio quando servivi tu, tu 30 enne, tu 40 enne, quando servivi tu a dire no, a scendere in piazza, a riempire di lettere i giornali, a inventare qualcosa per dire basta, ecco, tu non c’eri. Tu non c’eri quando la democrazia si svuotava dei più giovani e restavano altri a decidere per te.
E scommetto che continuerai a non esserci se continuerai a scegliere che pesa di più la tua rabbia individuale che il senso di responsabilità collettiva (perché il problema non è guardare alle pensioni dei ricchi, ma guardare a quelle dei poveri, non è pensare allo stipendio della gente in parlamento, ma risolvere il nodo dei salari e del lavoro indipendentemente dalla tua di busta paga borghese).
E poi continuerai a farti fregare credendo che la rappresentazione e la logica di chi grida forte sia quella reale, quella più vera soltanto perché gridata, che lascerai decidere ad altri cos’è giusto e cos’è sbagliato e ti convincerai che abbiano ragione, dimenticandoti di com’è che si costruisce, la ragione.
P.S.1: Dedicato agli amici che so che voteranno Grillo e che mi hanno sfottuto una vita perché andavo a tante conferenze quando loro andavano alle feste, col risultato che non gli è mai capitato di conoscere e sostenere assessore incinta che venivano ritenute poco impegnate nel loro lavoro politico o assessori che si impegnavano ottimamente pur dovendo mantenere il proprio posto di lavoro e che pure periodicamente qualcuno pensava fosse bene fare fuori per dar posto ad altri delfini.
P.S.2 : “Perchè non te la prendi con gli elettori di Berlusconi che ha rovinato il Paese?” Eh, se mi dici così non hai capito niente di quel che ho scritto. Amen.
I #50anni del Friuli Venezia Giulia
Ricorrono quest’anno i 50 anni di autonomia della Regione Friuli Venezia Giulia e leggendo alcuni articoli sul Messaggero Veneto di oggi non ho potuto fare a meno di trattenere un sorriso.
“Per arrivare al battesimo della regione a statuto speciale il percorso fu lungo e accidentato. Bisognava convincere dell’utilità dell’iniziativa prima di tutti gli sciovinisti friulani e poi i politici e i burocrati romani. Sembra facile, oggi che per conquistare voti e poltrone nella capitale si parla di macro-regione come di una gallina dalle uova d’oro! Ma allora i cosí detti padri fondatori avevano un bel da fare per portare gli avversari sul proprio terreno, poiché neppure all’interno dei singoli partiti c’era identità di vedute su questo problema.
Si arrivò tuttavia al dunque, ma niente champagne e neppure grappino per festeggiare! C’era piú delusione che esultanza nelle contrade friulane e il motivo di allora riecheggia ancor oggi, per bocca del mio amico D’Aronco, nonostante i confini spazzati e il mondo rimpicciolito.
Trieste, l’amaro calice per Udine e furlanía! Cosa c’entravano quei piagnoni triestini, scansafatiche per natura, gaudenti per vocazione, cosa c’entravano con la regione del Friuli?”
Ebbene, sono passati 50 anni, ma il pensiero del friulano medio e del triestino medio si è incagliato li.
Non a caso l’articolo, a firma di Sergio Gervasutti continua:
“Ho sempre creduto che se Trieste per assurdo non fosse esistita, di una Regione Friuli non si sarebbe neppure parlato e mi meraviglia molto che ancor oggi tra il Friuli e la Venezia Giulia (a proposito, che c’entra quella Venezia? ci mettiamo un trattino?) esistano diatribe alimentate da ragioni – diciamo cosí – di piccolo cabotaggio: un contributo a Tizio anziché a Caio, un posto letto negli ospedali e via elencando diatribe per università, porti, territori, cabinovie, eccetera.”
Campanilismi reali o immaginati? Il “si è favorita Trieste a Pordenone o Udine” nel progetto di una cosa piuttosto che di un’altra è pratica comune nel dibattito politico locale: ma davvero è tanto infantile la gestione della politica regionale? O si tratta piuttosto di un gioco che si trascina negli anni atto a giustificare l’incapacità di portare avanti una progettazione condivisa a livello regionale?
Qualche giorno fa sempre sulle pagine del Messaggero Veneto il Sindaco Honsell lamentava:
«Sono rassegnato, ogni volta che ci sono finanziamenti in ballo la città di Udine viene esclusa senza che si alzi la voce dei parlamentari e degli assessori regionali».
I finanziamenti riguardavano fondi predisposti dal Ministero delle Infrastrutture per il recupero di aree dismesse e nell’articolo non si manca di sottolineare che a Trieste sono stati concessi invece 4 milioni di euro.
Il fatto che l’articolo sottolinei poi che
“Oltre ai progetti di Udine, a Roma sono arrivate altre 456 domande di finanziamento e il Governo ne ha accolte solo 24.”
pare non essere sufficiente a dimostrare che forse, forse, l’antico giochetto delle discriminazioni sta diventando noiosetto e non può essere utilizzato per giustificare ogni cosa.
Mi è capitato spesso di affrontare il tema dell’autonomia della regione Friuli Venezia Giulia con un sacco di gente proveniente da ogni parte dell’Italia. Sempre con molta fatica ho cercato di spiegare le ragioni di un’autonomia che, in epoca di attacchi alla casta, di storture prodotte dal pensiero della Lega, difficilmente viene accettata e compresa nel resto del Paese, vista più come un privilegio costoso che altro. Come giustificare il flusso di denaro che viene speso per la tutela della lingua friulana quando le scuole vivono carenze strutturali basilari?
Leggendo le parole di Gianfranco D’Aronco, uno dei padri dell’autonomismo friulano, non mi stupisco che sia tanto difficile dare un senso alla peculiarità che viviamo:
“Il matrimonio forzato tra il Friuli e Trieste è stato un connubio d’interesse, ma chi ci ha guadagnato è stata solo la Giulia. Al Furlan le briciole. Ogni giorno si leggono proteste per i favori alla Favorita; si tagliano i fondi alla lingua friulana, perché la Regione deve mantenere il teatro Verdi. E il governo deve intervenire per il recupero delle aree dismesse delle caserme solo nella città redenta. Merito dei triestini e demerito dei friulani.”
Con tutto il rispetto per una persona che ha fatto la storia della nostra Regione ecco, forse se l’attuale classe politica non è degna di portare sulle spalle il compito di prendersi cura dei territori che è chiamata a rappresentare non è colpa dei nomi che diamo ai territori.
Perché i “conflitti territoriali” credo siano pane comune di ogni regione d’Italia, mentre forse meno comune è la capacità di essere così tanto “invisibili” al Paese, così piccoli da non accorgersi che la (falsa) tutela del proprio praticello, fosse anche grande quanto un capoluogo di provincia, in epoca in cui l’unità di misura non è Udine o Trieste, ma l’Europa è un danno che non solo nel tempo paga il praticello, ma il tutto.
Così piccoli intendo rispetto alla nomea di cui ci si vuole rivestire: gran lavoratori, persone serie, etc etc… Come se ormai, a industrializzazione avviata ovunque, con l’immigrazione da tante regioni d’Italia che da decenni caratterizza la nostra regione non avessimo la prova che coloro a cui viene data la possibilità di fare un lavoro onesto diventano un poco alla volta grandi lavoratori.
I confini sono limiti geografici che diventano così facilmente mentali da non farci accorgere che pesare di più gli uni rispetto agli altri è un’ambizione che va bene fintanto che resta un gioco. Se il Tagliamento e l’Isonzo continuano ad essere considerate le barriere che portano ricchezza da una parte anziché dall’altra, beh, non so bene quali saranno le conseguenze.
In questi giorni in cui si chiacchiera di elezioni politiche i mal di pancia di chi fa i conti su il numero di candidati nelle liste che verranno eletti provenendo da una provincia anziché da un’altra mi fanno sorridere. Davvero fino ad oggi hanno pesato così tanto? Davvero hanno determinato il bene o il male del nostro territorio? A me non sembra, almeno a guardare agli ultimi 20 anni.
Allora ecco che non credo sia l’ago della bilancia rispetto al futuro del carcere di Pordenone avere un eletto di qui piuttosto che uno di Udine. Mi basterebbe che si prendessero a cuore la condizione carceraria del nostro Paese e portassero le condizioni della nostra regione per risolvere tutte le problematiche sul tema. E non credo che un eletto di Trieste debba essere meno interessato di uno di Gorizia a quanto avviene al CIE di Gradisca, né che si debba lavare le mani rispetto alla crisi del distretto del mobile, per quanto lontana 140 chilometri dalla sua residenza. E credo che a tutti gli eletti debba stare a cuore la cura di un territorio regionale che abbiamo reso fragile, trovando il modo di conoscerlo tutto e trovando i soldi per curarlo tutto, nel rispetto delle tante peculiarità storiche, linguistiche, culturali.
C’è una crisi in corso che non si risolve litigando, ma cooperando, girando, conoscendo, ascoltando: rompendo quei confini che ci fanno molto più poveri in tanti e rendono molto più ricchi soltanto coloro che dagli screzi locali traggono vantaggio personale. Deve continuare ad essere questa l’Autonomia?
Non so quanti saranno ancora altrimenti disposti a ritenere che l’autonomia di questa regione abbia un senso. Non so ancora quanti ancora tra qualche anno se la ricorderanno più, a dir il vero. E mentre qui staremo a litigare sulla Capitale che finanzia Trieste e si scorda Udine, il resto del Paese, che non viene più da queste parti neppure per il servizio militare, inizierà a dimenticarsi del tutto questa regione per strada.
Chi si ricorderà dei vini bianchi del Collio e dell’aglio di Resia? Chi del frico, delle lavatrici Electrolux, delle sedie di Manzano, dei coltelli di Maniago, del Sincrotone a Trieste? Chi dello sloveno parlato nel Carso, del resiano in Val Resia, del tedesco a Tarvisio? E quale Premier sarà pronto a riconoscerle che ha coltivato politici tanto bravi da meritare di nominarne uno Ministro?
E se invece questi 50 anni non diventassero l’occasione di un racconto, se non condiviso, almeno collettivo, dove ognuno fosse chiamato a raccontare un pezzo di Regione che non sia quello in cui vive? Se ripartissimo dalla cultura che unisce anziché battibeccare sul denaro che altro non fa che dividere?
Forse le renderemmo omaggio più utile e gradito di tanti battibecchi sterili con cui sarebbe assai triste arrivare ai prossimi 50 anni…
Riciclo, cemento e note a margine
Del CDR, ossia del Combustibile Derivato dai Rifiuti, avevo sentito parlare con l’inizio della lotta di Fanna contro il cementificio trasformato in inceneritore che da un anno brucia CDR-Q. Per cui nel leggere nell’ultimo numero del giornalino di Ambiente e Servizi, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti nel mio comune, che il secco non riciclabile che si produce qui viene spedito nei cementifici in Slovacchia mi ha fatto un po’ accapponare la pelle.
Sia chiaro: qui la raccolta differenziata si fa da anni, 15 almeno. E non è un caso se i comuni di queste zone rientrano tra i comuni più ricicloni d’Italia. Eppure quel secco non riciclabile c’è sempre, si fa chilometri per essere smaltito in Slovacchia.
Tanto di quello che succede in Slovacchia non sappiamo niente. Ce lo dimentichiamo persino come Stato.
Però quando le cose cominciano a riguardare il nostro territorio ecco che ci toccano eccome.
Il Ministro Clini ha emanato a fine dicembre un decreto per l’incenerimento di rifiuti nei cementifici per risolvere l’ennesima “emergenza” italiana: quanto di meglio per compensare al crollo del settore edile, quanto di meglio per far gironzolare un po’ di quattrini tra i magnati delle cemento che non sempre hanno la coscienza così limpida.
Nel frattempo però non mi sembra che per la riduzione dei rifiuti si sia fatto un granché: gli imballaggi negli anni non sono stati tutti ottimizzati al fine della raccolta differenziata e le amministrazioni pubbliche non sempre hanno agevolato il lavoro dei cittadini. Non si sarebbe potuta evitare questa “emergenza” se a Roma riciclare alle attuali condizioni non fosse praticamente impossibile?
Però questo non mette apposto la mia coscienza: anche dove si ricicla c’è del secco mandato a bruciare. Lontano, dove costa presumibilmente meno che qui (dove forse gli impianti idonei neppure ci sono…). E sempre più sarà necessario, perché le discariche, non di certo meno invasive della combustione, stanno finendo.
E allora ecco che forse una riforma strutturale in questo campo, che passasse attraverso teste economicamente disinteressate, sarebbe oggi molto, molto più urgente della riduzione del numero dei parlamentari o del ridimensionamento degli stipendi degli stessi.
Perché non sono i numeri a ricostruire la moralità politica. Oggi occorrono altre cose. Occorre dimostrare di riuscire a fare, dentro un processo che non ambisce a fare business sulla testa delle persone, come troppo abbiamo visto fino ad oggi. E questo passa attraverso una nuova etica industriale in primis.
Si può fare?
E’ indispensabile: perché non mi va di continuare a sapere che ciò che non riesco a riciclare finisce in Slovacchia, ma anche non mi va che finisca incenerito per mere questioni di interessi economici drogati dal finanziamento pubblico che diventano golosità per la malavita nostrana che col cemento è abitata a sguazzare.
(Che poi in linea teorica immagino siano tutti d’accordo, chissà perché però poi alla prova dei fatti viviamo in un eterno regime transitorio…)


