Posts filed under ‘Riflessioni’

Se le bugie hanno le gambe corte perché questa sopravvive da più di 60 anni?

“Crisi? Ma sì, tutti dicono che c’è la crisi. lo invece dico che non c’è. lo lavoro a pieno regime, cerco operai e non li trovo. Tutti oggi sono professori, avvocati, dottori. Questa è la disoccupazione.” Viaggio in Italia qualche anno prima del 1954

Quando l’Italia era ancora un paese di analfabeti e con un tasso di emigrazione fortissimo ecco cosa andava ripetendo un industriale che, all’epoca in cui Guido Piovene lo incontrò, vantava 5000 operai e un marchio di grande successo. L’industriale in questione era il conte Oreste Rivetti e guarda caso Wikipedia ricorda la fine del suo lanificio di Biella così:

Nel 1954 i tre fratelli Rivetti vendettero le azioni dell’azienda, per investire in Gruppo Finanziario Tessile, determinando però la fine della produzione industriale e la storia dei Lanifici.

Insomma, ben poco lungimiranti furono le parole che disse a Piovene poco prima che si compisse “l’affare”. Googolando ancora un po’ scopriamo che il figlio di Oreste, Stefano Rivetti, alla fine degli anni ’50 tentò, a suo modo, una nuova esperienza nel campo delle lane. Anche qui Wikipedia è illuminante sulle sorti che toccarono a tanto appassionato industriale:

Stefano Rivetti decise di trasferire i propri interessi nel Golfo di Policastro, anche per usufruire dei notevoli incentivi dati dalla Cassa del Mezzogiorno.

Fondò la Lini e Lane, con attività principale a Maratea, l’unico comune sulla costa tirrenica della Basilicata, regione che era il collegio elettorale del ministro Emilio Colombo, esponente molto influente della Democrazia Cristiana. Gli altri stabilimenti furono collocati a Tortora e Praia a Mare, in provincia di Cosenza.

L’esperienza industriale si rivelò fallimentare: La Lini e Lane viene annoverata come un tipico esempio di cattedrale nel deserto, cioè di realtà che aveva usufruito in modo massiccio di contributi a fondo perduto dal governo italiano senza riuscire a realizzare concretamente il progetto, a cui non corrispose uno sviluppo vero e proprio di attività industriale.

Ora, qualcuno potrà obiettare che del conte Rivetti non abbiamo più motivo di preoccuparci un granché. Ché la storia non è ciclica, non si ripete. Ma ecco che forse, pur accettando la linearità della storia, vorrei dire che il pensiero da allora non è cambiato molto.

Anzi.

Travestito da verità generalizzata si è infilato persino nella testa degli ultimi. “Studiare non serve a niente, i laureati non trovano lavoro e non vogliono fare gli operai altrimenti lo troverebbero eccome!” è il ritornello più frequente che si sente ripetere tanto tra i ragazzi delle scuole superiori (del tutto ignari di appartenere a quella fascia di età che oggi vanta il 38% di disoccupazione, del tutto ignari del fatto che prima di laurearsi uno si diploma) quanto tra gli anziani. E poco importa se basta leggere le tabelle sui tassi di disoccupazione (ma questo richiederebbe di conoscere un po’ di matematica o il non rientrare in quella percentuale fortissima di analfabeti di ritorno) per scoprire si va ripetendo un pensiero senza fondamenta.

Inutile poi provare ad accennare il fatto che i racconti sul presente sono fatti da chi quei racconti li sa portare alla luce: inutile spiegare a questi ragazzi convinti che “è inutile l’elettronica se si studia meccanica” che per ogni laureato in lettere che non trova lavoro, beh, c’è qualcuno in più senza diploma alcuno che non se la passa tanto bene, ma senza le parole per raccontarlo.

Potremmo poi dilungarci per ore evidenziando come persino i luoghi comuni sui laureati in scienze della Comunicazione sono del tutto errati e potremmo filosofeggiare sul fatto che si dovrebbe studiare non soltanto per ambire a determinate professioni, ma anche per passione. Ma quel che mi preme di sottolineare è che l’inno all’ignoranza è un inganno perché dura da almeno 60 anni.

E’ un inganno spregevole: non so in quale altro Paese d’Europa, mentre l’Europa investe e spinge sul concetto di formazione permanente, ci siano imprenditori, dirigenti, manager che vanno dicendo “questi laureati che non servono a niente… queste università che sono solo una perdita di tempo… andassero a lavorare prima li assumeremmo con più esperienza” (salvo non sciogliere il nodo su chi si dovrebbe assumere quell’onere della formazione specifica che molti di loro non vogliono assumersi da un po’). Un autentico inganno di senso.

Non è un caso se la formazione post diploma e post laurea, nonostante abbia goduto di anni di ottimi finanziamenti, non mi sia mai sembrata brillare più di tanto per qualità dell’offerta e per interessamento nei confronti della stessa da parte delle imprese.

E fintanto che sentirò ragazzi ripetere come pappagalli cose che di certo non gli vengono insegnate a scuola, ma da tutto il resto di società che sta fuori, beh, altro che ripresa dalla crisi.

“Lo screditato motto «ciascuno re di casa propria» è stato preso troppo sul serio in Italia. Dovunque in Italia mi sbarrano il passo il rifiuto di ammettere che una grande impresa industriale è un interesse pubblico a cui nessun cittadino è davvero estraneo; la concezione dell’industria come un affare non soltanto privato, ma privato a tal punto che occorre tenerne lontani lo sguardo e l’apprezzamento degli altri. È una concezione che non chiamerei privatistica, ma dialettale degli affari.”

Così osservava Guido Piovene nella prima metà degli anni ’50 ascoltando il conte Oreste Rivetti e molti altri.

La storia è ciclica, non si ripete. Forse è vero. Sono le teste che non cambiano, i pensieri che non si trasformano, i comuni destini dei capannoni (almeno quelli di Rivetti si trovano nelle guide turistiche del biellese, non credo destino comune spetterà a quelli dei vicini distretti).

Chi può studiare lo faccia! Chi non riesce a farlo per ragioni economiche venga aiutato! Chi non ha voglia venga spronato almeno a imparare a leggersi la busta paga!” Slogan così ci servirebbero oggi.

Il resto è una bugia che qualcuno racconta e di cui tutti paghiamo il conto.

Specie chi, facendo eco all’inganno, viene ingannato.

maggio 2 , 2013 at 8:14 pm 2 commenti

E se invece di Twitter avessero consultato Wikipedia?

Ho sperato fino all’ultimo che capitasse pressapoco così: che tutti i nuovi eletti finiti in Parlamento, palesemente poco interessati al senso dello Stato, anziché consultare Twitter, Facebook e compagnia, consultassero Wikipedia.

Sarebbe bastato? Non so, ma sulla vicenda infelice (infelice non tanto per l’esito quanto per le dinamiche sproporzionate che ha innescato) dell’elezione del Presidente della Repubblica mi piace pensare che le cose sarebbero andate meglio se fosse accaduto qualcosa così:

“Tipo Giovanni Maria Flick”

“E chi è?”

“Mah, fu ministro con Napolitano durante un Governo Prodi: lo dice Wikipedia, non che me lo ricordi”

“Forse è abbastanza dimenticato. Ottimo. E su Wikipedia mica ne parlano male, no?”

“E Luigi Berlinguer?”

“Berlinguer non era morto?”

“Ma non quello dai, è un altro, un parente.”

“Massì che suona bene, vediamo se gli va.”

(Che poi a Berlinguer io ho pensato subito, uno che ho contestato da studentessa, mi pareva perfetto. O forse non si possono eleggere troppi presidenti di origine sarda?)

Io, da elettrice del centro sinistra, Rodotà presidente non lo volevo. “Tu!! Tu sei una minoranza, tu non capisci la grandiosità di quest’uomo, tu…” Per me Rodotà è quello delle circolari sulla Privacy. Quello che ha scritto un sacco di belle cose, ma che non c’entrano con quanto si andava votando. Quello che accetta di fare il “candidato” di un Movimento che anziché delegare ai suoi eletti la scelta del suo nome, legittima criticabili strumenti di “raccolta delle candidature” dal basso. Uno che si presta ai giochi, ché gli uomini santi non sono. (Poi postatemi pure 50 video di YouTube per farmi capire la sua eccellenza. Non li guardo, non mi racconteranno probabilmente mai perché ha accettato di prestarsi a questa schifezza.)

Non so se è per questo che la maggioranza del PD non lo voleva. Certo lo conosce meglio di me.

Mi spiace, ma a me non sembrano bravi, saggi, meritevoli quei “giovani” eletti del PD che hanno dichiarato la propria scheda bianca o indirizzata a non-so-chi. Non erano chiamati a conquistare punti al cospetto degli elettori, invitati a strizzare l’occhio ai grillini. Erano chiamati a votare il Presidente della Repubblica. Non erano chiamati a processare Bersani o l’alleanza del centro sinistra: erano chiamati a scegliere almeno il Capo dello Stato visto che sul Governo non trovano la quadra.

Il Parlamento più giovane degli ultimi anni è tanto concentrato nell’idea di fare qualcosa di nuovo (meglio se spettacolare e forte) che sta confondendo la disgregazione delle istituzioni che è chiamato a gestire con l’idea di Paese che vorrebbe portare avanti. E a me dispiace, ma il coraggio del cambiamento non stava nel far eleggere Rodotà (o nel far dimettere Bersani), ma nel dimostrare di avere la capacità di gestire la situazione, proporre alternative, guardare alle conseguenze (collettive!) sul domani.

Questa settimana si celebra il 25 aprile. Chissà che a qualcuno, non venga in mente che forse occorre ripartire da lì.

Non dai nomi e cognomi.

P.S.: Qualcuno mi ha chiesto oggi che ne penso della rielezione di Napolitano: mi pare non sia chiara la situazione di rischio in cui viviamo. E se lui ha detto si non è certo per mancanza di “coerenza”. Il solo leggere commenti del genere è termometro di come ragionano taluni. Non è nemmeno un golpe. E chi continua ad alzare i toni ha ben altri obiettivi che governare questo Paese con questa Costituzione.

P.S.2: Il ricatto del M5S non è stato fatto per darci il miglior Presidente della Repubblica possibile. A me pare incredibile non basti questo per capire che la partita che intendono giocare è insana.

P.S.3.: Forse ho una percezione del pericolo tarata male. Lo spero.

 

aprile 21 , 2013 at 10:11 pm 2 commenti

Candidati senza sogni? Siete più utili a casa

Ieri sera sono stata alla presentazione della lista del M5S per le Elezioni Regionali in Friuli Venezia Giulia. Voteremo tra meno di 15 giorni e, non essendoci il ballottaggio, chi vincerà otterrà la maggioranza e il Governo della Regione. Visto l’esito delle elezioni politiche, vista la giunta uscente, di certo non brillante, ma nemmeno tanto “debole”, il rischio (rischio, sì) che il M5S vinca le elezioni non è poi così remoto.

Così sono andata a vedere chi c’era, cos’avevano da proporre in più di quel poco di programma che ho trovato nel loro portale online (avranno anche scritto 200 pagine da qualche parte, ma non trovo dove…), tanto più che tra i candidati c’è qualcuno che conosco.

Dov’erano gli elettori (più di 600) che alle elezioni politiche, qui in paese, hanno votato M5S per “partecipare”? Di certo non erano lì a portare la loro voce.

E poi dov’era l’idea per il futuro della nostra Regione? Dov’era il sogno per liberarla dalla crisi in cui sta affossando? Dov’erano le idee per rilanciare il sistema produttivo? Non c’era niente, il NULLA.

Anzi. Un candidato ha persino auspicato l’introduzione della lingua inglese all’asilo, ché tanto ormai va dicendo a suo figlio di 8 anni che dovrà andare a lavorare all’estero visto che qui non c’è più niente.

E allora, mi chiedo, perché si è candidato? Per invecchiare col figlio all’estero, ma con la raccolta differenziata porta a porta (che tra l’altro a Chions funziona da anni)? Perché si è candidato se non ha un sogno da mettere a disposizione neppure per suo figlio che va ancora alle elementari? Cosa dovrebbero pensare allora i tanti figli ormai grandi che si affacceranno nei prossimi mesi nel mercato del lavoro e non avranno neppure corsi di formazione disponibili visto che “dobbiamo fare i corsi in base a quello che chiedono le aziende”(quali?)?

Ma si. Basta nominare il cambiamento, nel nome di Beppe Grillo, basta vincere le elezioni convincendosi di poter essere migliori dei precedenti (tanto meglio se si ignorano i precedenti) e il più è fatto. E non importa se la parola welfare non compare neppure mezza volta in tutto il programma. E non importa se quel che è spacciato per cambiamento non è altro alla fin fine se un insieme di pratiche che comunque vengono spinte a livello Europeo e non rappresentano un’innovazione politica quanto una normale pratica amministrativa (dalla riduzione dei rifiuti all’attenzione verso le risorse energetiche…).

Che tristezza. Si era li, in teoria a parlare di Friuli Venezia Giulia, e mi pareva alla prova dei fatti che si parlasse invece di una qualsiasi altra regione del nostro Paese. Che non contasse la vicinanza alla Slovenia in crisi, nessun accenno a forme alcune di specialità locali, non una parola sulla trasformazione economica che occorrerà affrontare con la crisi (e fine?) dei distretti e quindi alla grossa mole di inoccupati da ricollocare. “Non sappiamo quel che troveremo” hanno detto rispetto agli interventi possibili rivolti ai disoccupati. “Se potremo faremo”.

Ma questa non è politica. E’ del tutto un’altra storia.

In fondo grazie al marketing compriamo un sacco di acqua minerale, spesso peggiore, per pagar poco, di quella che esce dai rubinetti domestici.

P.S.2: E domani si va a sentire la Serracchiani.

aprile 9 , 2013 at 2:24 pm 4 commenti

Google, Facebook e il valore nullo dei dati senza Storia

Mentre ieri scrivevo le due righe che ho scritto sulla gita fatta a Pasqua a Prato Sesia, ho googolato un po’ cercando notizie sulla Casa del Popolo che ho fotografato nella piazza del paese: che storia ha? Chi la fondò? E quel posto che si chiama “Osteria degli Operai”? Da dove è nato?

Non ho trovato niente. 

Ma non è certo la prima volta. Succede un sacco di volte. Succede un sacco di volte perché Internet ignora tantissima Storia, e Wikipiedia, a differenza di quel che molti pensano, non contiene tutto e sopratutto non trasmette informazione neutra. Anzi.

E dal momento in cui ci stiamo disabituando a trovare risposte attraverso altri canali (tanto da spingere all’uso di libri digitali nelle scuole e quindi di tablet, etc…), questo conta eccome.

Quando mi fermo un attimo a pensarci vorrei trovarmi improvvisamente in mezzo a una di quelle discussioni miste tra dietrologie e paure dove c’è chi va ripetendo come un mantra che Google sa assolutamente tutto di noi. Che Facebook ci ha in pugno. Che l’immensa mole di dati (?) che ogni giorno riversiamo in rete ci rende controllati, controllabili, indirizzabili, manipolabili.

Vorrei infilarmi in una di queste discussioni e dire che non è vero niente. Internet non sa niente. Sopratutto di noi. Perché certo è una Bibbia per ogni programmatore che si rispetti. Ma non sta nel codice il tutto.

E non è una questione di privacy. Quel che consideriamo “dati”, senza un filo che li connette l’uno all’altro, non sono niente. Sono cose, oggetti, numeri. Ma non sono dati.

Non so come stanno oggi le piccole biblioteche di paese, ma ho come l’impressione che non stiano tanto bene. Eppure oggi certi vecchi libri si trovano soltanto lì. Autori che nessuno ristampa, opuscoli e libricini di storia locale a cui sempre meno pensiamo.

Tutte cose di cui Internet non ha nessuna conoscenza. Cose su cui non ci può cadere l’occhio navigando.

Tutte cose che non avendo casa in un server connesso ad altri server non verranno collegate ad ognuno di noi fintanto che non verranno trascritte, scannerizzate, indicizzate, catalogate. (E siamo davvero sicuri accadrà?)

Tutte storie, parole, che a stare davanti un computer non si verrebbero mai a scoprire, semplicemente perché dietro a nessun computer esistono.

La storia di chi siamo comincia da prima di noi. E nessun algoritmo generico può riprodurre oggi l’algoritmo interiore, che come individui, come comunità, trasforma gli stimoli esterni in pensieri e reazioni, singole e collettive. Tanto più quando quegli stimoli esterni non sono decifrabili. Tanto più quando la storia da cui veniamo resta fuori, lontana, altra, neppure presa in considerazione.

Eppure conta, eccome, da dove veniamo. Conta eccome la storia della terra che abbiamo abitato. Pesa sul nostro modo di interpretare i fatti, le immagini, gli accadimenti. Pesa sul nostro modo di decidere.

La beatificazione di Internet come sostituto di ogni fonte d’informazione è la cancellazione della storia. E’ l’appiattimento del tempo. Un racconto che tende all’uniformità. Un’invenzione parzialissima di condivisione d’informazione (spesso neppure tanto originale).

Altro che Bibbia dei saperi. Anche che pozzo in cui buttiamo il controllo delle nostre vite. E se questo spero rilassi i maniaci della privacy, mi rende però un po’ preoccupata nei riguardi dei troppi che considerano i motori di ricerca le migliori enciclopedie disponibili. Perché non è così: hanno comode risposte alle domande che tutti si fanno. (Chi oggi è interessato a spendere per diffondere risposte che interessano apparentemente a pochi?)

Ma per il resto occorre ancora andare, guardare, domandare. Occorre ancora farsi topi di biblioteche e difensori della conservazione della carta. Occorre ancora farsi raccolta di storie orali, trascrittori, scrittori.

Occorre restare curiosi. E arrendersi. Google non ha tutte le risposte. Anzi.

E con questo non intendo dire che Internet sia un male e bla bla bla. Soltanto mi preoccupa un po’ l’idea diffusa, che molti hanno, che da qualche click scaturisca il Tutto, basta saper cercare e scegliere.

Perché se nel Tutto si esclude la Storia, anche quella non troppo lontana, a me sembra che ci sia qualcosa che non va.

A me non sembra sia sano. Soprattutto quando ho come l’impressione che a qualcuno faccia comodo così.

Quasi non ci fosse nulla di più pericoloso dell’educazione alla memoria…

 

aprile 3 , 2013 at 10:13 am 3 commenti

Chiese, bar, comunità

IMG_4282Supponiamo vi capiti di avere un appuntamento per le ore 15.00 a casa di Gino. Supponiamo che Gino non sia un vostro amico, ma un cliente al quale dovete offrire una consulenza.

Supponiamo che per arrivare al paese di Gino vi tocchi usare i mezzi pubblici perché non siete riusciti a farvi prestare un’automobile e immaginiamo che per non arrivare in ritardo vi tocchi arrivare al paese di Gino con circa 40 minuti d’anticipo.

Inutile proporre al cliente di anticipare l’orario del vostro incontro. Probabilmente starà ancora mangiando (in fondo sono le ore 14). Tanto vale attendere l’ora giusta bevendo un caffè. Lo pensate ovviamente prima, programmando il viaggio, ricordandovi dei tre bar storici che popolano la piazza del piccolo paesino che vi accingete a raggiungere.

E invece nell’Italia che ha scavalcato gli anni 2000 potreste vedere i vostri piani concludersi sul nascere:

“Chiuso per cessata attività”

“Apriamo dopo le 15″

“Siamo aperti solo dal venerdì alla domenica”

Mai l’avreste detto, ma dovete scartare l’ipotesi caffè.

Intanto fuori fa freddo e chiunque abbia avuto a che fare con un paesino di meno di 3.000 anime, privo di qualsiasi attrattiva turistica o panchina, sa bene che starsene lì impalati altro non porta che a vincere un raffreddore.

Una storia del genere è capitata ieri a me. Non sapendo cosa fare ho provato a spingere i portoni della Chiesa. Era aperta. E ho aspettato lì dentro, osservando il prete che sistemava le candele per i riti della Settimana Santa.

Mentre tutto si scaldava ho pensato che forse è sempre stato così. O forse no: forse ricordo male, ma sul serio un tempo i bar di paese non chiudevano di norma al pomeriggio (non avrebbero avuto altrimenti bisogno negli ultimi anni d’improvvisare cartelli scritti a pennarello con improbabili “Riapriamo alle 3″), tanto che ci si poteva andare a comprare il gelato, le caramelle, i biglietti del bus ad ogni ora.

Mentre approfittavo dell’unico luogo pubblico, riscaldato, in cui avevo potuto sostare, ho guardato le tre anzianissime signore solitarie che si preparavano all’inizio della celebrazione. Un ultimo baluardo, mi sono sembrate, l’estrema resistenza, oggi che il prete non può più intimare i bambini a partecipare a tutti i momenti della Settimana Santa per poter fare la Prima Comunione, visto che sono a scuola.

“La morte dei piccoli centri” è stata per anni giudicata effetto dell’apertura dei centri commerciali. Ma ieri, nella mia ricerca vana di una tazzina di caffè, ho avuto l’impressione che fosse tutta colpa della comunità diventata stanca.

Stanca per il troppo lavoro, per la troppa scuola, stanca per l’età, stancata dalle priorità. E non so se la stanchezza sia liquida o gassosa.

Lasciando le signore alle loro celebrazioni, salutando quell’unico luogo che a suo modo mi aveva accolta viandante, calpestando i marciapiedi rotti, osservando le case abbandonate e decadenti (e appena dietro palazzi di fresca costruzione), mi sono accorta che forse l’avrei dovuto sospettare che qui il caffé non l’avrei mai trovato, il mercoledì pomeriggio alle 2.

Avevo un vecchio ricordo del paese X: di quando era il più efficiente ed energico nei paraggi, col supermarket aperto un pomeriggio a settimana in più degli altri e la sagra di paese più grande di tutti.

Ma questa è certo un’altra storia. Di quando forse istintivo si muoveva un senso altro del “dovere”… Forse ultima risorsa perché qualcosa si aggiusti?

marzo 28 , 2013 at 12:22 pm 5 commenti

Pensare con la propria testa. Agire di conseguenza. Sempre.

Un bel po’ di anni fa, forse anche più di dieci, ricordo di essere finita, ancora del tutto all’oscuro di quali meccanismi occorresse conoscere, al Congresso Regionale di Rifondazione Comunista. Ero li come effetto collaterale di un voto dato a un documento congressuale diverso da quello della maggioranza, mi ero iscritta al partito (dal quale poi sono uscita un paio d’anni fa) da poco e conoscevo ben poche persone: quelle sostenitrici del documento che avevo votato, ovviamente, e poi il segretario provinciale di Pordenone dell’epoca, Giovanni Moroldo, che con estrema pazienza mi veniva a prendere in macchina accompagnandomi alle varie riunioni, senza spiegarmi mai troppo di quel che mi aspettava all’arrivo.

Col tempo avrei imparato il significato e il peso di ogni cosa, ma quel giorno lì, quando i sostenitori del documento vennero a propormi di votare una cosa che non condividevo un granché (provando a ricostruire credo fosse un documento conclusivo in opposizione a quello della maggioranza), rimasi un po’ perplessa a leggere e a rileggere le due paginette che mi lasciarono in mano fino al momento del voto. E al momento del voto la mia manina si alzò, solitaria, ad indicare un’astensione.

Si girarono tutti a guardarmi: avevo fatto qualcosa di sbagliato?

Ma Moroldo mi tranquillizzò spiegandomi che non avevo sbagliato niente, avevo solo pensato con la mia testa e agito di conseguenza e che andava bene così, che era giusto così. Che forse adesso non sarei stata più contata automaticamente tra i sostenitori di tizio e di caio, niente di che.

Negli anni ho capito che in politica, e non solo, è assai facile nascondersi dietro le decisioni degli altri e molto più difficile difendere le proprie. Ma la politica e i ruoli che vi si ricoprono passano, mentre la propria coscienza resta, sempre, anche quando le maggioranze che si sono imparate a riconoscere non esistono più. Sono quelli col coraggio di voler dire di no che hanno fatto la differenza, spesso, anche quando chinare la testa sembrava l’unica soluzione possibile.

Se il nostro Parlamento fosse stato previsto composto da pecore che inseguono pedissequamente gli ordini dei propri capigruppo ecco che al momento del voto basterebbe quello di 5-6 persone per tutte. E invece no. Non è questo che è stato previsto da chi ha scritto la nostra Costituzione.

In questi ultimi giorni sentendo abusare della parola tradimento mi pare che a tradire sia stato soltanto chi la va sbraitando.

Traditore della democrazia e della nostra Costituzione. Traditore dell’intelligenza dei singoli e della dignità delle persone. Diseducatore rispetto a quel ruolo di cittadinanza attiva di cui si va tanto amabilmente riempendo la bocca.

Come se non fosse quanto accaduto al Senato la conseguenza di una menzogna, l’effetto dell’aver dichiarato per anni la qualità della propria purezza rispetto agli altri, “tutti uguali”.

Mentre, alla prova dell’ovvietà, no, non sono tutti uguali. E le differenze le fanno storie che riescono a risvegliare le coscienze, per un istante, di alcuni.

marzo 18 , 2013 at 7:46 pm 6 commenti

Facendo i conti col tempo che passa

Oggi compio 34 anni. Tra un anno non sarò più giovane abbastanza per essere assunta con gli incentivi da under 35 e probabilmente uscirò anche dalle categorie più generose nel considerare le persone “giovani”. Sarà per questo che il tanto narrato conflitto generazionale non lo sento per niente.

Avevo voglia di scrivere  in questi giorni una serie di riflessioni a freddo su com’è stato vedere uno dei miei post superare i 100.000 click e le 37.000 condivisioni su Facebook, ma poi mi sono resa conto che l’unica cosa che mi interessava mettere in rilievo, far emergere, l’unica conseguenza che per me è stata una notizia, aveva poco a che fare coi contenuti e con la rete, ma qualcosa di più strettamente connesso al tempo.

E allora la metto qui, sapendo bene che la capiranno in pochi, pochissimi, tanto pochi che a raccontarla a voce non mi è riuscito di suscitare la minima empatia nei miei interlocutori.

Quando avevo 19 anni, aspettando la maturità, ho frequentato un corso di scrittura creativa a Pordenone tenuto da Covacich e Villalta. Non avevo il mio romanzo nel cassetto, a differenza della maggior parte dei partecipanti non avevo scritto mai niente da sottoporre alle osservazioni dei docenti, anzi, è stato proprio grazie a quel corso che non ho mai cominciato ad inventarmi una storia. Ogni tanto c’era ospite qualche scrittore e un giorno è arrivato Giulio Mozzi. Non so se sia perché a seguito di quell’incontro mi sono poi messa a leggere i suoi libri con maggior attenzione rispetto ad altri, certo è che sono tra i pochi che a distanza di tanto tempo non si sono dissolti del tutto, libri di cui mi porto ricordi precisissimi, sensazioni limpide. Come quel viaggio in treno da Trieste a Portogruaro, leggendo Fantasmi e Fughe come se lì soltanto potesse capitare.

E allora ecco che quando mi sono accorta di essere stata citata nel suo blog per quell’articolo dai tanti click, lui che leggeva me non io che leggevo lui, l’ho percepito come uno sorta di regalo del tempo:

l’impressione, fosse anche soltanto la presunzione, di essere capace ogni tanto, oggi, di produrre pensieri nuovi, di avere qualcosa -finalmente- da dire.

marzo 15 , 2013 at 10:01 am 10 commenti

Sentirsi parte

Dal sito La voce di ImpastatoLa notizia non è nuova, anzi. E’ ormai passato qualche giorno da quando Ivan ha comunicato a tutti i sostenitori del progetto “La voce d’Impastatoha venduto per tempo, attraverso la piattaforma di crowdfounding di Produzioni dal Basso, tutte le quote necessarie a terminare i lavori del film.

Ne avevo scritto qualche tempo fa e adesso spero di vedere presto il lavoro finito: anche se il programma di Le Voci dell’Inchiesta 2013 non è ancora online, pare che il documentario verrà presentato a Pordenone proprio in quell’occasione.

E’ stato interessante in questi mesi allenarsi a tenere l’occhio su come si andava evolvendo la cosa, seguire le cronache dei vari giri della troupe per presentare il progetto e per raccogliere le interviste necessarie alla realizzazione del video.

Così, con 10 euro, si finisce col sentirsi un pochino parte, tanto più vedendo che è una cosa che nasce da questo territorio, e altro non si può fare che sperare in una buona prosecuzione dei lavori, del montaggio, della realizzazione finale del DVD.

E anche se certo non è stato un investimento economicamente rischioso mi rendo conto che in ballo sento pur sempre il “rischio” di non vedere il risultato finale, di perdere la fiducia nell’idea che questo tipo di “fare collettivo” abbia effettivamente spazio e possa vincere i pregiudizi dei più sospettosi.

Speriamo bene. Anche perché nel frattempo ho trovato un altro progetto che voglio sostenere nell’attesa di avere la mia ideuzza da proporvi!

 

marzo 11 , 2013 at 5:23 pm Lascia un commento

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