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Io ho nostalgia di Fausto Bertinotti
Si, lo so, sarò impopolare. Ma io ho nostalgia di Fausto Bertinotti. E non m’importa (oggi) se quand’era presidente della Camera tutto (o quasi) il gruppo parlamentare di Rifondazione si trovò a sostenere il rifinanziamento della guerra in Afghanistan.
E non tiratemi fuori la menata del maglioncino di cashmere o qualche altra storiella.
A me mancano quegli anni li. Mi manca la sinistra di 10 anni fa, quella che, se avevi passato i vent’anni e non ti bastavano più i miti come bandiere della tua collocazione politica, aveva strumenti da offrirti per affrontare almeno un’idea di mondo.
C’era da imparare il pacifismo, la nonviolenza, i femminismi, c’erano discussioni non stereotipate sul precariato. Sex workers, movimento GLBTQ, ambientalismi, li ho incontrati non come slogan in quegli anni li. C’era l’idea di un laboratorio che si andava costruendo.
E quando ascoltavo Bertinotti parlare prendevo appunti, imparavo parole nuove, segnavo autori da andare a leggere e mi sembrava che la politica non fosse il ripetersi del già detto, ma la ricerca continua di strumenti per leggere la società e accompagnarla.
Certo, lo so, avevo dieci anni di meno, cercavo di imparare cose nuove e forse adesso è solo la noia del già sentito mille volte a gettarmi nello sconforto.
Certo, erano anni di elaborazioni collettive più ampie, non era certo tutto frutto della testa di un segretario di partito, ma oggi anche quella capacità di fare in qualche modo sintesi di visioni, ecco, mi manca.
Oggi quando mi capita di partecipare ad assemblee dove si invitano solo uomini a parlare, dove la violenza come pratica politica verbale o di azione non trova freno, dove ormai parlare di massoneria come ragione del male del paese è non contestato, ecco. Ho qualche problema.
Non sento qualcosa per cui tirare fuori carta e penna da un po’, ma non solo.
Non lo vedo quel riferimento che si fa riassunto, almeno di un linguaggio, di un percorso di elaborazione. Non mi viene in mente chi sia oggi qualcuno a sinistra con cui andrei fuori volentieri a cena per sentirgli raccontare cosa farebbe di buono per il Paese.
Quando Bertinotti lasciò la politica di partito perché non era uomo per tutte le stagioni qualcuno disse che finalmente ci si era liberati di un leader, che le figure accentratrici non occorrevano più, che erano un limite, etc… Ma banalmente te ne accorgi quando i discorsi vengono introdotti senza fornire strumenti e paletti utili a una discussione che un buon coordinatore (se non vogliamo chiamarlo leader) fa la differenza.
A me manca anche quel modo di porre le domande e cercare le risposte.
E certo, mi manca da tempo, ma da almeno un anno, da quando ho lasciato Rifondazione, mi manca ancora di più: perché quei percorsi che hanno rappresentato la mia formazione politica oggi dove sono?
“Ah, stai diventando vecchia! Adesso capisci eh cos’ha significato per la nostra generazione entrare negli anni ’80 dopo aver vissuto il ’68! Eppure siamo ancora qui!”
Eh, no mi dispiace, non vale.
Non so se tutti questi pensieri mi vengono perché oggi è il 21 luglio, 11 anni dopo il massacro di Genova.
Non so se la colpa sia la crisi che non so più da che parte voltare.
Non so se sia perché a 33 anni mi pareva impossibile che ci sarei arrivata senza una tessera di partito. E forse questo mi cruccia, per come vedo io la delega, e mi fa arrabbiare.
Perché il prossimo anno ci sono tante elezioni in ballo. E temo che comunque andranno, saranno una rovina.
Ciò non toglie che lo cerco quest’antidoto alla nostalgia.
Se qualcuno ha qualche ricetta da propormi ben venga.
P.S.: “Ah, con tutte quelle cose che ci sono da fare! Il volontariato, l’associazionismo, bla bla bla”. No, non è questo ciò di cui vado domandando…
E se fosse stato capitalismo e niente più?
Adesso tenterò il mettere assieme 4 riflessioni. Banali, eh! Non valutatemi in base a queste.
Ieri su Twitter è partito un giochino, il riassunto della propria vita dal 1994 al 2011, riassunto in 140 caratteri, ovvio. Ne trovate traccia cercando l’hashtag #1994to2011 .
In questi giorni, sgarruffando in rete, ho trovato varie citazioni relative agli ultimi 17 anni che, secondo alcuni, avremmo passato sotto la dittatura berlusconiana. Allora, come mi è solito, ho provato a dire che no, c’é un errore, non è andata proprio come si dice. Il risultato è stato l’attirare le simpatie dei fanatici di Silvio Berlusconi e sentirmi ringhiare contro gli antiberlusconiani convinti.
Il fatto è che dal 1994 ad oggi c’è stato si qualche governo Berlusconi, ma anche il Governo Dini, quello Prodi, quello Amato, quello D’Alema, è tornato Prodi… c’è stata più di qualche campagna elettorale e io, sinceramente, ho festeggiato quando Fausto Bertinotti è diventato presidente della Camera (non se lo ricorda nessuno, ma dedicò la sua elezione agli operai e alle operaie…) e Rifondazione ha avuto un Ministro. Certo, possiamo criticare l’operato. Ma provate a pensare alla rappresentazione. All’idea, all’immagine. E poi pure al fatto che il debito in certe fasi lo abbiamo saputo tenere sott’occhio.
Se adesso ci si mette a dire che l’Italia è stata in mano a Berlusconi dal 1994 ad oggi, beh, ci si disegna come un popolo di caproni.
Ma forse a qualcuno va bene così. Pensare che questa cosa qui che è accaduta, la discesa di Berlusconi, l’ascesa di Monti, sia quanto di meglio possiamo desiderare. Oppure pensare che abbiamo queste ceneri da cui ripartire: quelle di un uomo, che con grandi poteri magici ha rovinato l’Italia.
Io conto un voto e qualcosa
Questo week end molte cose hanno caratterizzato la vita pordenonese. Ero altrove, ma una manifestazione con più di mille migranti ha attraversato le vie del centro città. E quasi contemporaneamente il PD e le liste civiche di Bolzonello hanno mostrato al mondo il volto del loro candidato sindaco, Claudio Pedrotti.
Beh, se non sapete chi è trovate qui la notizia e anche la foto. [Aggiornamento: qui il suo sito.] Non sapevo chi fosse neanch’io. Però a vederlo mi sa che una volta l’ho seguito ad un convegno, ad uno dei tanti convegni in cui mi sono infilata per non morire di noia. In fondo lavora nel mio settore e poco importa se non ha mai neppure preso in considerazione il mio curriculum: non sarò mai stata idonea ai sistemi informativi di Electrolux, ciò non toglie che bene o male è la gente come me che lo capisce quando dice “Il mio sogno sarebbe quello di fare in modo che una filiale di Google si insediasse a Pordenone.”
Uno che dosa queste parole in conferenza stampa, azzarda. Perchè o non conosce il suo pubblico o ne cerca una fetta specifica. In ogni caso provoca con qualcosa di diverso. E sposta l’asticella più in là.
Nel frattempo infatti Giovanni Del Ben (su cui già mi sono sprecata qui), tramite SeL, non ha mancato di rispondere alla presentazione di questo Pedrotti dicendo “E chi è? Non sa niente dell’ospedale! Andrà a lezione da Bolzonello?” E cose così. Vorrei sapere cosa ne sa Del Ben di Google, di imprese della conoscenza, di quanto guadagna uno sviluppatore in Italia, delle prospettive delle aziende di SW nel nostro Paese rispetto al panorama internazionale.
Sarà mica una discussione politica fare un confronto tra le voci presenti in qualche Bignami di enciclopedie?
Si sarebbe potuto fare un confronto serio sui programmi che rendono il centro sinistra vincente, o almeno che tengono fuori la destra dal municipio, invece l’unico che dice qualcosa è Zanolin, ma poi guai a dire che segue una buona pratica di discussione, sia mai! Che i suoi sostenitori vanno in crisi esistenziale se vedono che riceve consenso da qualcuno di sinistra (uh Facebook di quante parole sprecate si fa portavoce!).
Bah. Sarà che mi manca una pagina per finire di leggere Crowdsourcing di Jeff Howe (quello della lettura collettiva di American Gods
). Ma siamo nel 2011. E sono stufa.
Di vedere che funzionano sempre le stesse storie. Di uomini che tra uomini si scambiano piani e accordi tra uomini. Di forze che si confrontano tra forze come se non esistessero alternative. Che si voglia parlare di sinistra, di centro sinistra, di visione diagonale extrapartititco ideologica… Ah, e non venitemi a dire che dovrei fare questo e dovrei fare quello. Che io e Sonia ci abbiamo provato. Io e Sonia. A buttare lì un’idea. Ed era gratis.
Ma adesso faccio anch’io come fa la pseudo intelligenza e la grande ignoranza, come fanno la mediocrità e la supponenza, come fanno gli ambiziosi e i miseri, come fanno i finti indifferenti.
Bene: io conto un voto e qualcosa. Fate un’offerta e misuriamo il qualcosa.
La democrazia, arrivati a questo punto, suppongo.
Ecco
Fuori la nebbia tutto avvolge e un altro compagno se ne è andato: Kanish, vicepresidente dell’associazione immigrati e già segretario del circolo del PRC di Pordenone.
Era l’unico che poteva chiamarmi dottoressa senza mettermi in imbarazzo.
Se ne è andato così, improvvisamente.
La nebbia che tutto avvolge saluta. Non c’è niente da guardare.
Forse mi devo arrendere?
Stavo per andare a dormire. Poi mi è venuto in mente un discorso di oggi su Nichi Vendola a proposito del suo discorso al Congresso di SeL a Firenze. Allora mi sono detta, ok ,me lo vedo. Ma dura un’ora e 20. E non ce la posso fare. Io quando un intervento supera la mezz’ora prendo sonno.
E poi Vendola quante volte l’ho ascoltato dai tempi del Congresso di Venezia fino a poi l’ultimo congresso di Rifondazione e poco dopo?
Però mi son detta ok, ascoltiamo. Mentre scrivo son qua che lo ascolto e penso che non dice niente di nuovo. Solo che adesso ha un pubblico più esteso. Qualcosa è cambiato, ma non lui. Lui parla sempre uguale.
Allora forse mi devo arrendere. Accettare che questo consenso è il meglio in cui possiamo sperare. Accettare che l’Italia che si riconosce attorno a questo è il meglio della Sinistra in cui si può sperare.
Mi chiedo fin ad ora che faceva sta gente che ora dice che meglio di Vendola non c’è. Che faceva questa gente due anni fa? Questo mi produce tanta, tanta rabbia. Ma meglio un tardo risveglio che un risveglio mai.
Se è questo, sul serio, che salverà l’Italia dall’antipolitica, se sarà questo che farà ripartire il paese, ecco, inghiottirò l’ennesimo boccone. Ma intanto è li, fermo in gola. Perchè l’Italia alla ricerca di un nuovo Dio non mi interessa.
Continuo a non aver bisogno di eroi. Ma di parole che propongono fatti, strade, progetti, disegni, roccia.
…l’arcobaleno
Ieri a Pordenone il tempo era un po’ incerto e verso le 18.00 il cielo era un po’ così, di un grigio giallo per via del calar del sole, ma solo in centro. Già, solo lungo i viali e lungo Piazza XX Settembre son cadute grosse gocce di pioggia, che c’era il sole cento metri prima e cento metri dopo. Nuvoloni di Fantozzi, o saluti dell’estate fatto sta che c’è stato un arcobaleno. Fatto così, come lo potete vedere in foto, giusto un pezzo d’arco, che poi non c’erano più nuvole.
Così che mi son ricordata che questo blog l’avevo chiamato così, dopolapioggia, pensando all’Arcobaleno, quello delle politiche in cui il centro sinistra perse, tanto per tenermi a memoria quei giorni lì, quella campagna elettorale lì. Perché si può anche mettere la propria fiducia a disposizione. Ma una volta. Poi basta.
E poi per pensare che in fondo, tanto più piove forte tanto è più facile vederlo poi, l’arcobaleno, anche nelle giornate, nelle settimane, che paiono tenaglie d’insopportabilità…
Ieri che era il 16 ottobre
Ieri un sacco di gente ha sfilato per le vie di Roma in occasione della Manifestazione Nazionale indetta dalla Fiom. Penso sia la prima grossa manifestazione che mi perdo negli ultimi anni, ma proprio non ce la facevo questa volta. Però lo so, senz’averla vista, che ci saranno state almeno 500 mila persone. Lo so, perché quando i giornali non hanno il coraggio di dire cifre, beh, vuol dire. Lo so perché da tutt’Italia si è mosso qualcuno.
Io avevo alcune cose molto importanti da fare a Pordenone (esistono anche i cavolacci miei ogni tanto) e in più un po’ di influenzina, così mi hanno spedito a portare i saluti al Congresso Provinciale di Sinistra e Libertà. Saluti che ho dovuto fare di fretta frettissima perché poi avevo un appuntamento a cui non potevo arrivare tardi (no mamma, non era un uomo!).
Ecco in sala c’erano una settantina di persone e io sinceramente le conoscevo quasi tutte. C’erano ex Rifondaroli, ex Pdci, ex qualcosa da qualche parte, simpatizzanti… A parte forse 4 o 5 persone misteriose gli altri eran… sempre quelli. Così mi è venuta un po’ di tristezza e per qualche istante un po’ di rassegnazione.
Michele Ciol, che ha fatto il coordinatore di SeL in questi mesi, ha lanciato l’idea delle primarie a Pordenone per le Comunali. In sala c’era Giovanni Zanolin, assessore alle politiche sociali del comune (e uno che brama da tempo di prendere il posto di Bolzonello) il quale ha risposto picche. Non solo, ha risposto peggio che picche! Ha risposto che in pratica per il bene della città è meglio farsi da parte (non lui, eh! Noi, sinistra tutta).
Di pancia mi ha fatto venire un nervoso… però però se fosse per me, questa è una sfida interessante.
Ecco, i partiti moderni non fanno più dell’idea ciò che fa la differenza. Tra un partito e l’altro la differenza la fanno le persone e i portatori d’interessi che esse mirano a rappresentare. (Lo so che non è bello dire così, ma vogliamo partire dalla materialità delle cose?). La cultura politica che si sviluppa all’interno di queste organizzazioni, le parole, i riferimenti, portano ad una lettura sulla realtà delle cose (ognuno ha parole per descrivere solo ciò che sa vedere…). E questa funziona o no solo se è capace di costruire qualcosa. Di essere progetto utile.
Una città ha bisogno di sfondi che portano verso una direzione: oggi puoi decidere sulle basi di cosa rilanci lo sviluppo economico di un territorio in crisi, su quali stratagemmi tieni in piedi quello che hai, come valuti le risorse a tua disposizione. 4 o 5 paletti. Mica banali. Però per me politica oggi è incrociare i dati della terra, i numeri reali, le fotografie stampate su carta opaca del territorio, i titoli di studio, le conoscenze, i beni materiali, saper scovare gli interessi in gioco e poi dire ecco, dentro a questo ci metto la mia idea di non lasciare indietro nessuno e poi voglio poter dire “sulla base di questo si può fare così?”
Che non è una leggerezza, che non bastano 4 anzianotti, 4 tessere di partito per ragionarci sopra, che non basta un pacchetto di voti per avere la testa per farla, che non servono promesse per arrivarci. E non fanno bene alla nostra comunità neppure le maggioranze di minoranze. E non basta neppure l’autorizzazione a procedere dei mercanti di schiavi o di lavoro. E poi vorrei andare da Zanolin, portandogli tutte le carte, portandoci tutte le dita sporche di inchiostro, portandoci le foto e i numeri e poi dirgli ecco: questo io ti propongo per la città in cui vorrei abitare, da cui vorrei guardare gli anziani passeggiare al mercato, dove vorrei incrociare gli occhi dei bambini che vanno a scuola e sentire le signore lamentarsi, come sempre.
Ma non sarà così che andranno le cose.
Quando si tocca il fondo e gli slogan la fanno da padrona, quando i si e i no abitano le frasi senza terze vie, quando rischi d’aver paura della tua ombra per le contrapposizioni in gioco allora è come trovare un professore di fisica alle superiori che si trova costretto a dare un sei a un alunno che ha fatto tutti i conti giusti senza indicare le unità di misura. Il fondo.
Io se fosse per me noleggerei un grande capannone con cucina. Pasta alle verdure, o che ne so. Vino buono e delizioso. Una torta particolarmente dolce. E poi il pane. Le facce una di fronte all’altra, in ordine sparso. Magari qualcosa succede, tra una storia e l’altra delle proprie vite.
Un poco invidio…
…quelli che hanno coraggio. E non si fanno intimorire dal dopo che li aspetta. E non si preoccupano degli amici pronti a rivelarsi non più tali, pronti a puntargli contro il dito, pronti ad alimentar zizzanie.
…quelli che hanno coerenza. E pensano e agiscono secondo una coerenza che sanno raccontare. E che non temono di stravolgersi la vita, in un qualche modo, dovendo inventarsi altro con cui riempirla.
…quelli che sanno farsi da esempi. E si caricano sulle spalle il peso delle loro scelte e delle loro azioni e del fatto che dopo qualche ora ci sarà qualcuno a scriverne da qualche parte, soltanto almeno per ripensarci un po’ dentro a un disordine da riordinare.
Ecco, sì, vorrei saper essere un poco così. Talvolta mi sento così stanca…


