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Se le bugie hanno le gambe corte perché questa sopravvive da più di 60 anni?

“Crisi? Ma sì, tutti dicono che c’è la crisi. lo invece dico che non c’è. lo lavoro a pieno regime, cerco operai e non li trovo. Tutti oggi sono professori, avvocati, dottori. Questa è la disoccupazione.” Viaggio in Italia qualche anno prima del 1954

Quando l’Italia era ancora un paese di analfabeti e con un tasso di emigrazione fortissimo ecco cosa andava ripetendo un industriale che, all’epoca in cui Guido Piovene lo incontrò, vantava 5000 operai e un marchio di grande successo. L’industriale in questione era il conte Oreste Rivetti e guarda caso Wikipedia ricorda la fine del suo lanificio di Biella così:

Nel 1954 i tre fratelli Rivetti vendettero le azioni dell’azienda, per investire in Gruppo Finanziario Tessile, determinando però la fine della produzione industriale e la storia dei Lanifici.

Insomma, ben poco lungimiranti furono le parole che disse a Piovene poco prima che si compisse “l’affare”. Googolando ancora un po’ scopriamo che il figlio di Oreste, Stefano Rivetti, alla fine degli anni ’50 tentò, a suo modo, una nuova esperienza nel campo delle lane. Anche qui Wikipedia è illuminante sulle sorti che toccarono a tanto appassionato industriale:

Stefano Rivetti decise di trasferire i propri interessi nel Golfo di Policastro, anche per usufruire dei notevoli incentivi dati dalla Cassa del Mezzogiorno.

Fondò la Lini e Lane, con attività principale a Maratea, l’unico comune sulla costa tirrenica della Basilicata, regione che era il collegio elettorale del ministro Emilio Colombo, esponente molto influente della Democrazia Cristiana. Gli altri stabilimenti furono collocati a Tortora e Praia a Mare, in provincia di Cosenza.

L’esperienza industriale si rivelò fallimentare: La Lini e Lane viene annoverata come un tipico esempio di cattedrale nel deserto, cioè di realtà che aveva usufruito in modo massiccio di contributi a fondo perduto dal governo italiano senza riuscire a realizzare concretamente il progetto, a cui non corrispose uno sviluppo vero e proprio di attività industriale.

Ora, qualcuno potrà obiettare che del conte Rivetti non abbiamo più motivo di preoccuparci un granché. Ché la storia non è ciclica, non si ripete. Ma ecco che forse, pur accettando la linearità della storia, vorrei dire che il pensiero da allora non è cambiato molto.

Anzi.

Travestito da verità generalizzata si è infilato persino nella testa degli ultimi. “Studiare non serve a niente, i laureati non trovano lavoro e non vogliono fare gli operai altrimenti lo troverebbero eccome!” è il ritornello più frequente che si sente ripetere tanto tra i ragazzi delle scuole superiori (del tutto ignari di appartenere a quella fascia di età che oggi vanta il 38% di disoccupazione, del tutto ignari del fatto che prima di laurearsi uno si diploma) quanto tra gli anziani. E poco importa se basta leggere le tabelle sui tassi di disoccupazione (ma questo richiederebbe di conoscere un po’ di matematica o il non rientrare in quella percentuale fortissima di analfabeti di ritorno) per scoprire si va ripetendo un pensiero senza fondamenta.

Inutile poi provare ad accennare il fatto che i racconti sul presente sono fatti da chi quei racconti li sa portare alla luce: inutile spiegare a questi ragazzi convinti che “è inutile l’elettronica se si studia meccanica” che per ogni laureato in lettere che non trova lavoro, beh, c’è qualcuno in più senza diploma alcuno che non se la passa tanto bene, ma senza le parole per raccontarlo.

Potremmo poi dilungarci per ore evidenziando come persino i luoghi comuni sui laureati in scienze della Comunicazione sono del tutto errati e potremmo filosofeggiare sul fatto che si dovrebbe studiare non soltanto per ambire a determinate professioni, ma anche per passione. Ma quel che mi preme di sottolineare è che l’inno all’ignoranza è un inganno perché dura da almeno 60 anni.

E’ un inganno spregevole: non so in quale altro Paese d’Europa, mentre l’Europa investe e spinge sul concetto di formazione permanente, ci siano imprenditori, dirigenti, manager che vanno dicendo “questi laureati che non servono a niente… queste università che sono solo una perdita di tempo… andassero a lavorare prima li assumeremmo con più esperienza” (salvo non sciogliere il nodo su chi si dovrebbe assumere quell’onere della formazione specifica che molti di loro non vogliono assumersi da un po’). Un autentico inganno di senso.

Non è un caso se la formazione post diploma e post laurea, nonostante abbia goduto di anni di ottimi finanziamenti, non mi sia mai sembrata brillare più di tanto per qualità dell’offerta e per interessamento nei confronti della stessa da parte delle imprese.

E fintanto che sentirò ragazzi ripetere come pappagalli cose che di certo non gli vengono insegnate a scuola, ma da tutto il resto di società che sta fuori, beh, altro che ripresa dalla crisi.

“Lo screditato motto «ciascuno re di casa propria» è stato preso troppo sul serio in Italia. Dovunque in Italia mi sbarrano il passo il rifiuto di ammettere che una grande impresa industriale è un interesse pubblico a cui nessun cittadino è davvero estraneo; la concezione dell’industria come un affare non soltanto privato, ma privato a tal punto che occorre tenerne lontani lo sguardo e l’apprezzamento degli altri. È una concezione che non chiamerei privatistica, ma dialettale degli affari.”

Così osservava Guido Piovene nella prima metà degli anni ’50 ascoltando il conte Oreste Rivetti e molti altri.

La storia è ciclica, non si ripete. Forse è vero. Sono le teste che non cambiano, i pensieri che non si trasformano, i comuni destini dei capannoni (almeno quelli di Rivetti si trovano nelle guide turistiche del biellese, non credo destino comune spetterà a quelli dei vicini distretti).

Chi può studiare lo faccia! Chi non riesce a farlo per ragioni economiche venga aiutato! Chi non ha voglia venga spronato almeno a imparare a leggersi la busta paga!” Slogan così ci servirebbero oggi.

Il resto è una bugia che qualcuno racconta e di cui tutti paghiamo il conto.

Specie chi, facendo eco all’inganno, viene ingannato.

maggio 2 , 2013 at 8:14 pm 2 commenti

Hello, Udacity! Ovvero: imparare a tempo perso a programmare web application

Ispirata dal numero di Internazionale della settimana scorsa ho deciso di iscrivermi ad un altro corso on line.

L’anno scorso mi ero infatti lasciata attrarre dal corso base sui database, nato da una sperimentazione lanciata dalla Standford. Una bella esperienza che, con un po’ di buona volontà, ho portato a termine ricevendo persino l’attestato di partecipazione.

Ora i corsi che prima erano disponibili sul sito della Standford fanno parte del progetto Udacity e fanno riferimento ad una piattaforma diversa. Non ho potuto resistere e mi sono iscritta al corso di Web Development, un po’ per ripassare alcuni concetti base un po’ per provare la Google App Engine per lo sviluppo di applicazioni web.

E insomma, visto che certamente qualcun altro tenterà questo corso e vivrà le mie medesime difficoltà vorrei fornire un micro supporto a chi intende seguirlo usando il Mac. Infatti al termine della Unit 1 fa capolino il primo esercizio e avendoci battuto un po’ la testa per colpa di un video poco chiaro meglio fornire qualche suggerimento.

[Considero sia stato già installato GoogleAppEngineLauncher ]

1) Sul Mac è già presente una versione di Python, ma al fine del corso occorre installare sul Mac il pacchetto Python2.7 (mi raccomando, non rimuovere quella che già c’è…)

2) Una volta installato verificare che sia installato sul percorso /usr/local/bin/python2.7

3) Cercare GoogleAppEngineLauncher->Preferences e modificare il Python path con la stringa sopra riportata

4) A questo punto verificare che l’app di demo funzioni caricandola da Help->Demo->Guestbooks (tale demo si trova dal menù di GoogleAppEngineLauncher)

Bene a questo punto se quest’app funziona funzioneranno anche i nostri programmini! Ma affinchè ciò accada è necessario andare a leggersi questo apposito link e questo PRIMA di provare a caso e preoccuparsi per warning che male non fanno! Lo ammetto: io, distratta da un video di esempio che aveva qualche imprecisione, sono arrivata all’apposito link solo dopo lunghe peripezie.

Infatti a creare nuovi progetti e cliccare a caso si ottengono log carichi di warning ed errori che si ritrovano poi in tutti i forum del corso: si rischia di finire invischiati in una miriade di teorie balzane provenienti da ogni angolo del pianeta! Quindi pian e ben.

E bene, detto questo ecco a voi la mia prima creazione

settembre 14 , 2012 at 6:10 pm Lascia un commento

L’Italia che si fa catena

La Piazza

Ieri sono andata al Pantheon, a Roma, per quell’abbraccio che la Capitale ha voluto fare, come in tanti ovunque d’Italia, alla Brindisi squarciata da una bomba, all’Italia ferita e che ferisce: la scuola, i ragazzi. La sua parte sempre e comunque più sana.

Ho letto la notizia via web mentre ero a lavorare. E avrei voluto andare non so dove, altrove, temendo l’onda d’urto del male, temendo le conseguenze del rimanere li, a continuare con le solite cose, come se niente fosse.

Ecco, non credo abbia di per sé valore di chi sia la colpa: come se un Paese martoriato da 40 anni di bombe e attentati potesse permettersi di discolpare qualcuno. “No, non è la Mafia, non è il terrorismo rosso, né quello nero. E poi basta con le dietrologie, queste Stragi di Stato” quasi a dire che è sbagliato dare una colpa quando ancora le indagini…

Come se fossero innocenti a cui abbiamo puntato il dito troppo presto: come se non fossero da sempre colpevoli a cui troppo facilmente ci siamo arresi, a cui troppo facilmente abbiamo continuato a lasciar fare.

Ognuno collega poi gli eventi con quello che è il proprio vissuto. Ho sentito in piazza elencare le stragi impunite. E i morti di mafia senza colpevole. A me a sentir parlare di bomba e bambini è venuto in mente Unabomber e tutta la sequela di attentati che attraversarono per 10 anni il Friuli Venezia Giulia.

Gli piaceva ferire la gente normale, colpire nella banalità: supermercati, chiese, cimiteri, momenti di convivialità di massa. Gli piaceva tentare i bambini, le anziane. Ha rovinato, non ha ucciso. Ha spaventato, terrorizzato, ma in maniera così subdola che ci è voluta la tragedia di Brindisi per farmela ricordare e far riemergere i sentire e le gestualità quotidiane deviate dalle sue azioni.

Un tubetto di maionese. Un barattolo di Nutella. Un ovetto Kinder. Una scatola di uova. La trovavi in vendita al supermercato la paura. E poi il sospetto, di attentato in attentato e tutti a dire “eh, tizio è talmente cattivo che sarebbe capace”, “caio ste cose le sa fare!” E quella stessa indignazione di fronte a cose fatte per sfigurare i bambini che si è sentita ieri, che fa tremare oggi.

Ecco, non ha mai avuto un nome e un cognome, Unabomber. Nessun colpevole. E non c’è mai stato un nome per descriverli quei 10 anni (l’ultimo caso è del 2006): né terrorismo, né mafia, né politica. Eppure è stato e chissà non torni, quando più ce lo saremo dimenticato. In fondo non sarebbe una novità visto il suo modo di operare. Dalle cose che non sai incasellare non sai mai cosa puoi aspettarti…

Così siano stati giusti o sbagliati i giudizi affrettati, ecco, ieri in tanti e tante, ovunque, non potevamo fare a meno, per una storia o per l’altra sentirci parte di un’emozione. Sentirsi popolo in un qualche modo. E per fortuna in tanti e tante abbiamo ancora l’istinto di riprenderci le piazze, i simboli della parola, della rappresentazione dei numeri, l’unità di misura delle opinioni. Perché così davanti a un crimine tanto efferato non siamo rimasti impalati, storditi, intorpiditi. Non abbiamo lasciato attendere l’entrata in scena della paura.

Più di qualcuno mi ha chiesto a cosa serve protestare in questi casi. Ma a volte occorre manifestare anche il dolore, anche il bisogno di raccimolare le forze capaci di sostenersi contro la rassegnazione.

E se non serve a cambiare le cose, serve a far sentire meglio noi. Noi come Italia che si fa catena, pezzo a pezzo e che si stringe attorno alle proprie ferite.

Per ritrovarle ancora le capacità che occorrono a curarle e poi ad evitarle, certe ferite.

maggio 20 , 2012 at 8:40 pm Lascia un commento

Correva l’anno

In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.

Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)

Gennaio

Mario Bettoli e Cesare Marzona Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.

Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…

Febbraio

gruppo Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.

L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)

Marzo

discorso di pericle Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.

In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).

Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…

Aprile

Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.

Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.

Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.

Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…

Maggio

la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.

Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.

A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.

Giugno

acquaIl 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.

Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…

Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…

I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno rossi_floris_tabacciparticolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)

Luglio

Posta di TopolòA luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.

In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.

Agosto

palcoBeh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.

Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.

La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.

Settembre

quasi quarto statoIl 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.

La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.

ferrucci e Tiziano scarpaBaumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari :) eh!

Ottobre

Hossam el HamalawyDal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.

E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a tendePiazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.

Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).

Novembre

Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.


A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.

fazzoletti a casa

I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.

Dicembre

interventi 2Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.

Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.

ricordando zanzottoA Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…

Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio

E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.

 

dicembre 23 , 2011 at 3:59 pm Lascia un commento

Occupytrieste

pubblico varioIeri ho fatto un salto a Trieste: ci sono gli studenti che occupano Piazza Unità, mi hanno detto, leggo che sono a rischio sgombro (hanno fatto una pagina su Facebook, #occupytrieste), prendo un treno.

Ma quando arrivo il tentativo di sgombro è già passato, li vedo ancora lì. Sono un centinaio, un poco infreddoliti, c’è la musica e c’è tanta gente che aspetta il dibattito che deve cominciare.

Ho visto Trieste in movimento tante volte dal G8 Ambiente del 2001, alle occupazioni universitarie, alle mobilitazioni dei comitati per l’ambiente, ne conosco gli sguardi, i modi, ma nessuno si era mai messo così, in piazza, approfittando del ponte lungo della città (la festa del 1 novembre, la festa del Patrono del 3). C’era solo una storia che ho sentito ripetere spesso, vecchia di forse 30 anni, di quando ci furono gli sfratti e Piazza Unità fu invasa dai camper e dalle tende.

messaggio3E questa è un altra, anche se i temi sono quelli che si rincorrono da sempre: spazi sociali, scuole a norma, abitazioni accessibili per tutti. I più vecchi che guardano alle tende, che ci girano intorno si muovono come un abbraccio. E questo è. Perché forse c’è qualche genitore che in effetti controlla, ma c’è piuttosto qualcuno che ricorda, che rimpiange, che vorrebbe: ma è il momento dei ragazzi e lo stanno conducendo bene.

Guardando quei maglioni larghi, le scarpe slacciate, i sorrisi morbidi, ho pensato a quanto la tenerezza sia più contagiosa della rabbia. A come l’assenza di slogan racconti più delle frasi fatte. A come sia simbolicamente forte il riprendersi la piazza da spiegare banalmente che cosa sarebbe bene fare, in ogni piazza: incrociarsi, fermarsi, parlare. Stare.

[Sul sito di GlobalProject puntuali racconti di quello che sta accadendo, da seguire anche per le prossime mobilitazioni in programma, in particolare l'8 novembre, quando ci sarà l'occupazione del vecchio teatro romano della città :) ]

novembre 2 , 2011 at 10:13 am 1 commento

Per Sonia e le elezioni di Pordenone

Ciao Sonia,

mi ero ripromessa di scriverti questa piccola lettera pubblica già da un po’. E so che forse ti arrabbierai. Ma mancano pochi giorni al voto pordenonese e siccome questo giro mi sono riposata abbastanza, mentre tu rincorrevi iniziative, manifesti, persone, beh, volevo portarti quanto meno il mio piccolo sostegno. Non avrei mai pensato di ritrovarmi in una condizione del tutto priva di una lista senza il simbolo del partito che ho sempre votato, o meglio, viste le condizioni di partenza, senza nessuna rappresentanza degli uomini e delle donne che lo hanno in questi anni tenuto in piedi o lo hanno comunque supportato. Ma le cose sono andate come sono andate e ognuno si porta a casa la propria verità.

Così ho letto i programmi più vari, seguito i dibattiti più che ho potuto, scroccato rinfreschi e caffè, ascoltato. Ho cercato (perchè da me nessuno è venuto a chiedere voti!) le liste coi nomi dei candidati, un po’ per curiosità, un po’ per sicurezza, li ho confrontati con la mia storia, le mie idee, le mie piazze. L’ho fatto perché non avevo dubbi alle prossime elezioni di voler votare proprio te. E allora volevo essere sicura che non fosse solo una questione d’amicizia, come qualcuno ha cercato di sminuire.

sonia d'anielloNo. Perchè due anni fa non ci siamo conosciute al bar. Ma davanti al Municipio di Pordenone, dove col comitato genitori chiedevi al megafono il tempo prolungato negato dalla riforma Gelmini. E poi ci siamo ritrovate di nuovo l’anno dopo sotto la Prefettura, dove mi hai fatto conoscere S. e permesso così di raccontarne la storia.

E non è certo in segno d’amicizia, ma di condivisione di un’idea che quest’inverno ci siamo messe assieme a scrivere la lettera sulla città. Non ci è riuscito un granchè bene di aprire un dibattito in città sui temi prima che sulle persone. Ma in fondo ai visionari spetta il compito di azzardare, poi non importa se non vengono subito capiti ;) . E non badare a chi, dopo il tuo guidare la manifestazione per la scuola pubblica e la Costituzione il 12 marzo scorso in Piazza xx settembre a Pordenone, ti ha detto che perseverare nelle tue idee ti avrebbe fatto perdere consensi e non conquistarne.

No, non ascoltarli. Perchè è proprio questo che oggi ci serve: ci serve dimostrare che l’impegno e la determinazione nell’arrabbiarsi con chi finge di non ascoltare non è inutile, nè malvagio. Ci occorre oggi dimostrare che il conflitto, quello di piazze che accolgono chi vuole dire di no a leggi ingiuste non è un atto di violenza, ma un gesto di impegno anche per tenere in piedi la nostra democrazia.

E io nella mia raccolta fatto di immagini di decine di manifestazioni, convegni, riunioni, cortei, ho più di qualche foto tua…

Bene, ti confesso ora che nonostante quanto ho scritto mi dovrò lo stesso turare il naso nel votare PD. Ma per questa volta, per tutto questo percorso, lo farò. In fondo poi Bersani non è Pedrotti. Del Ben non è Vendola. Zanolin non è  Pordenone. Queste elezioni, nella loro molteplice offerta, non fanno altro che costringere elettori preparati ad analizzare un sacco di variabili per scendere ad un compromesso dignitoso tra sè e la propria rappresentanza.

Quindi attenta, perché passato il voto ricomincia la politica: quella vera. E non ti dirò brava se salteranno fuori condoni edilizi, ordinanze anti assemblamenti, attacchi ai migranti. E non ti dirò brava se non ti aggrapperai con tutte le tue forze a mantenere pubblica l’acqua della nostra città e delle nostre fontane. Starò sotto la stessa loggia dove ci siamo incontrate la prima volta ogni volta che sarà necessario. Anche se so che probabilmente sarai lì a farci compagnia (qualsiasi sia quel “ci” che sarà necessario).

Un abbraccio

Sara

[E voi lettori di passaggio Sonia D'Aniello la conoscete? Ah, se non siete di Pordenone tutto questo non vi serve. Per carità: è molto più semplice scegliere a Cordenons, Monfalcone, Trieste ;) . Per i più pettegoli: non ho in mente di fare la tessera del PD!]

maggio 11 , 2011 at 11:47 am Lascia un commento

Teorie su treni e stazioni

coloreDa due mesi e mezzo faccio la pendolare sui treni. E dato che da questa sera alle 21.00 a domani sera alle 21.00 i dipendenti delle ferrovie sono in sciopero (qui l’elenco di quelli garantiti in FVG), mi pare giusto fare oggi una raccolta di cose che ho osservato.

Sui treni dei pendolari la maggior parte dei viaggiatori sono… pendolari. Gente che va a a lavorare, studenti universitari e un universo variegato di ragazzi delle scuole superiori.

Ebbene: ho osservato attentamente il comportamento di questi gruppi e ho scoperto che se scendere dal treno e raggiungere la strada talvolta richiede un tempo molto lungo e fastidioso legato ad intasamenti vari, beh, la colpa è un po’ di una somma sbagliata tra capre e cavoli.

Infatti affinchè tutto funzioni al meglio è necessario che tutti remino nella stessa direzione, no? Ebbene questo non accade nei treni dei pendolari.

Nei treni dei pendolari viaggiano assieme gruppi con interessi fortemente contrapposti: mentre chi va a lavorare o all’Università maledice i ritardi perchè sono minuti, ore, di lavoro in più da fare magari nel pomeriggio, per gli studenti i ritardi sono una vera pacchia. Quando un treno è in ritardo, si ferma in mezzo alla campagna, loro gioiscono nel profondo, pianificano se vale la pena entrare con un’ora di ritardo, rintracciano col cellulare l’amico al primo vagone, si accordano per una colazione lunga al bar tal dei tali. Per gli studenti il ritardo del treno è una fatalità per rincorrersi l’un l’altro e raccontarsi storie ed è tutto un chiacchiericcio e uno scherzo che fa molto più rumore del mugugno di chi va a lavorare. Che secondo me significa che questo gruppo è più forte di ogni altro gruppo presente sul treno, o no?

E anche se il treno arriva in orario gli interessi contrapposti emergono fortemente: i ragazzi scendono le scale come lumache, difendendo il loro interesse al ritardo, si aspettano l’un con l’altro proseguendo nel loro modo, nel loro mondo. Chi invece deve andare a lavorare cerca di disvincolarsi, tra scarpe lente e zainetti penzolanti. E quasi sempre maledice quei 4 minuti d’intasamento.

Allora forse occorrerebbero treni per studenti e treni per i pendolari, treni che ogni tanto possono a sorpresa fermarsi per far passare un merci (ma non troppo spesso, ogni tanto) e treni che invece arrivano sempre puntuali. Allora ecco ognuno avrebbe i propri interessi soddisfatti e le ferrovie meglio saprebbero far contenti gli uni e gli altri.

Ecco, non so se la mia analisi è corretta. Ma mi sembrava utile dire che a volte ci impuntiamo sui non funzionamenti e ci pare impossibile che le cose vadano a rotoli e a qualcuno vada bene così. Ma il senso dell’andare a rotoli è relativo.

Potrebbe essere un esperimento interessante per verificare la mia analisi ristrutturare gli istituti scolastici rendendoli belli ed accoglienti, magari pensando a qualche evento stimolante come laboratori e incontri con persone meritevoli, oppure pensando a un modo nuovo di interrogare gli studenti per fare in modo che la paura non li tormenti di continuo.

Secondo me gli interessi contrapposti convergerebbero e col tempo, se la legge della domanda e dell’offerta funzionano ancora, i treni comincerebbero ad arrivare in orario…

In alternativa potrebbe essere una cosa da sperimentare quella di dotare le Università di aule più grandi e capienti, dislocate secondo una logistica migliore che eviti agli universitari di imprecare quando c’è un ritardo perchè temono di non trovare posto in aula.

Per i lavoratori non saprei che fare. Anche perchè la gente di una certa età non si accontenta mai.

Che in fondo in fondo qualche volta mi viene da dire che è meglio recuperare 5 minuti la sera ed aver ascoltato certe storie sulle trote, le vicende di un allevamento di mucche, i dolori di amori che nascono e muiono tra un “Siamo in arrivo alla stazione di…” e un altro che sorbirsi tutto il viaggio l’incredibile e triste storia delle 4 babe e dei loro geranei.

marzo 31 , 2011 at 3:10 pm 1 commento

La propria strada e i luoghi comuni

Mi è caduto l’occhio su un articolo del Corriere della Sera questa mattina, mentre cercavo di schivare le notizie sul Premier, sulla guerra, sull’allarme atomico (tanto tra allarmismo, silenzio e nazionalfatalismo non si sa bene cosa prender per vero e cosa no su questi tre temi…). Un articolo che racconta, molto in breve, una storia, quella di Marco, un laureato di 27 anni in biotecnologie che ha deciso di aprire un’attività da calzolaio.

Ora, a me non pare che sia una storia che fa notizia. Ma pur sempre una storia è e le storie degli altri ci occorrono a tratteggiare al meglio il nostro mondo, no?

Beh, la cosa interessante è stata comunque leggere i commenti: c’è chi dice bravo, che va promosso chi prova oggi a far impresa, chi dice che questa è la prova che tutti sti laureati non servono a niente, chi dice che l’Università oggi non serve a niente, chi persevera nell’idea che per fare i soldi occorra fare il pasticcere o, appunto, il calzolaio, chi dice che non c’è meritocrazia, chi si lamenta che i giornali non raccontano mai storie positive.

Al di là del fatto che secondo me è sempre positiva la storia di qualcuno che fa qualcosa di cui è contento, beh, a quell’articolo ci sono decine e decine di persone che ritengono importante dire la propria riportando al mondo un qualche perfetto luogo comune.  Eppure questa breve storia non ci dice che cosa desiderasse fare Marco nella vita, prima di aprire la sua attività. (Non ci da neanche dati per dire che in effetti lui le scarpe le ripara molto bene.) Magari per lui era più importante restare vicino a casa che spostarsi in qualche altra città e per questo le sue indagini nella ricerca di un lavoro non sono andate a buon fine. Magari, avendo fatto tanti lavoretti nella vita, avrà avuto prima di tutto bisogno di mangiare e guadagnarsi da vivere in maniera stabile che inseguire lavoretti da ricercatore o campare con dottorati magari senza borsa di studio o tirocini gratuiti. Oppure avendo fatto tanti lavoretti sa bene che alla fin fine tante volte conta molto di più l’ambiente in cui ti trovi che il lavoro che fai: e schifo per schifo tanto meglio lavorare da soli.

Avrà magari pensato che in fondo ste biotecnologie non gli interessavano neanche un granchè. Che magari essere arrivato alla laurea era già un bene.

Chissà.

Non basta un voto o un titolo di studio a fare una persona. Non basta rispondere a un modello di luoghi comuni per definire la propria felicità.

Comunque questo articolo mi ha fatto molto riflettere: c’è ancora così tanta gente che dice che in Italia si studia troppo da farmi pensare che in Italia si studia veramente troppo troppo poco.

(E, senza guardare i tg, bastano le frasi sconcertanti di certe adolescenti e signori su Lampedusa… ma… alla prossima puntata!!)

marzo 30 , 2011 at 9:57 am 2 commenti

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