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L’Italia che si fa catena
Ieri sono andata al Pantheon, a Roma, per quell’abbraccio che la Capitale ha voluto fare, come in tanti ovunque d’Italia, alla Brindisi squarciata da una bomba, all’Italia ferita e che ferisce: la scuola, i ragazzi. La sua parte sempre e comunque più sana.
Ho letto la notizia via web mentre ero a lavorare. E avrei voluto andare non so dove, altrove, temendo l’onda d’urto del male, temendo le conseguenze del rimanere li, a continuare con le solite cose, come se niente fosse.
Ecco, non credo abbia di per sé valore di chi sia la colpa: come se un Paese martoriato da 40 anni di bombe e attentati potesse permettersi di discolpare qualcuno. “No, non è la Mafia, non è il terrorismo rosso, né quello nero. E poi basta con le dietrologie, queste Stragi di Stato” quasi a dire che è sbagliato dare una colpa quando ancora le indagini…
Come se fossero innocenti a cui abbiamo puntato il dito troppo presto: come se non fossero da sempre colpevoli a cui troppo facilmente ci siamo arresi, a cui troppo facilmente abbiamo continuato a lasciar fare.
Ognuno collega poi gli eventi con quello che è il proprio vissuto. Ho sentito in piazza elencare le stragi impunite. E i morti di mafia senza colpevole. A me a sentir parlare di bomba e bambini è venuto in mente Unabomber e tutta la sequela di attentati che attraversarono per 10 anni il Friuli Venezia Giulia.
Gli piaceva ferire la gente normale, colpire nella banalità: supermercati, chiese, cimiteri, momenti di convivialità di massa. Gli piaceva tentare i bambini, le anziane. Ha rovinato, non ha ucciso. Ha spaventato, terrorizzato, ma in maniera così subdola che ci è voluta la tragedia di Brindisi per farmela ricordare e far riemergere i sentire e le gestualità quotidiane deviate dalle sue azioni.
Un tubetto di maionese. Un barattolo di Nutella. Un ovetto Kinder. Una scatola di uova. La trovavi in vendita al supermercato la paura. E poi il sospetto, di attentato in attentato e tutti a dire “eh, tizio è talmente cattivo che sarebbe capace”, “caio ste cose le sa fare!” E quella stessa indignazione di fronte a cose fatte per sfigurare i bambini che si è sentita ieri, che fa tremare oggi.
Ecco, non ha mai avuto un nome e un cognome, Unabomber. Nessun colpevole. E non c’è mai stato un nome per descriverli quei 10 anni (l’ultimo caso è del 2006): né terrorismo, né mafia, né politica. Eppure è stato e chissà non torni, quando più ce lo saremo dimenticato. In fondo non sarebbe una novità visto il suo modo di operare. Dalle cose che non sai incasellare non sai mai cosa puoi aspettarti…
Così siano stati giusti o sbagliati i giudizi affrettati, ecco, ieri in tanti e tante, ovunque, non potevamo fare a meno, per una storia o per l’altra sentirci parte di un’emozione. Sentirsi popolo in un qualche modo. E per fortuna in tanti e tante abbiamo ancora l’istinto di riprenderci le piazze, i simboli della parola, della rappresentazione dei numeri, l’unità di misura delle opinioni. Perché così davanti a un crimine tanto efferato non siamo rimasti impalati, storditi, intorpiditi. Non abbiamo lasciato attendere l’entrata in scena della paura.
Più di qualcuno mi ha chiesto a cosa serve protestare in questi casi. Ma a volte occorre manifestare anche il dolore, anche il bisogno di raccimolare le forze capaci di sostenersi contro la rassegnazione.
E se non serve a cambiare le cose, serve a far sentire meglio noi. Noi come Italia che si fa catena, pezzo a pezzo e che si stringe attorno alle proprie ferite.
Per ritrovarle ancora le capacità che occorrono a curarle e poi ad evitarle, certe ferite.
Correva l’anno
In questi giorni è uscito Year in hashtag, una sorta di mega album di quanto accaduto in questo 2011 nel mondo, di come questo 2011 sia stato rappresentato dalla rete, amplificato, condiviso. E’ uscita anche la classifica stilata da The Indipendent sulle voci non famose più influenti su Twitter per il 2011. L’unica italiana è Marina Petrillo (@alaskaRP), conduttrice di Radio Popolare, che dopo aver seguito per un anno quanto accadeva nei paesi arabi è scesa in piazza Tahrir per raccontarci coi suoi occhi cosa succedeva in Egitto alla vigilia della prima tornata elettorale.
Così ho pensato che fare il punto su quello che è stato un anno appena trascorso fa sempre bene. Allora ho riguardato le mie foto del 2011, tra reflex e iPhone e ho pensato che rileggersi dentro gli avvenimenti reali, dentro le osservazioni virtuali, forse aiuta a fare ordine. E allora ecco cos’è stato per me il 2011 quest’anno… (Osservando che i fatti valgono per i luoghi in modo a volte indipendente dai tempi)
Gennaio
Il 15 gennaio, come ogni anno, si ricordano a Pordenone i 9 partigiani uccisi nel ’45 all’ex caserma Martelli. Il muro è ancora quello che precede la ristrutturazione e in questa foto compaiono Mario Bettoli e Cesare Marzona, partigiani.
Quest’anno, sarà perché dal 1945 ad oggi sono passati 66 anni, seguire l’Anpi mi è sembrato più importante che mai. Quando tutto crolla i fondamentali occorre tenerseli stretti…
Febbraio
Il 12/13 febbraio le donne di Se non ora, quando? occupano le piazze italiane. Tantissime scendono in piazza anche a Pordenone e l’attenzione dei media è alta.
L’effetto è anche legato alla campagna sostenuta da Repubblica.it che mira a far cadere il Governo Berlusconi (cosa che poi accadrà, ma sulle ragioni chissà se avremo mai un’idea comune…)
Marzo
Il 12 marzo, a un mese dalla manifestazione delle donne, le piazze ritornano a riempirisi in difesa della scuola pubblica, attaccata dalla ministra Gelmini, e della Costituzione, di cui si vede attaccata la libertà d’espressione dalla così detta “legge bavaglio”.
In preparazione ai referendum sull’acqua si infilano banchetti in tutte le iniziative: e i Subsonica il 31 marzo, dando il via al loro tour proprio dal palco del Palasport di Pordenone, inviteranno tutti al voto (e ci faranno entrare al concerto gratis).
Ma questo mese segna anche l’inizio della guerra in Libia: il 19 marzo ha inizio l’intervento militare da parte di vari paesi europei, tra i quali l’Italia. Ritorna a farsi sentire il popolo della pace, ma complice la situazione politica interna, complice la connivenza del centro sinistra con l’intervento militare, la voce si fa sentire roca…
Aprile
Il 26 marzo lo Zapata organizza una manifestazione in piazza XX Settembre a Pordenone alla quale aderiscono altre realtà del Pordenonese.
Il 2 aprile, con il precipitare degli avvenimenti libici, Emergency convoca una manifestazione a Roma. Non ci saranno le folle: no, il 2011 non sarà ricordato come anno per la pace, come tempo di laboratorio politico per fermare guerra e follia. Purtroppo.
Il 30 aprile si inaugura a Pordenone come luogo sacro alla memoria e alla Resistenza il monumento ai 10 martiri. Siamo in piena campagna elettorale e la partecipazione è altissima.
Per l’occasione sono presenti anche le scuole del territorio e sembra di ritornare a quei 25 aprile di tanti anni fa quando noi scolari imparavamo Bella Ciao da cantare al monumento dei caduti…
Maggio
la festa del lavoro del 1° maggio di quest’anno, con la crisi che si fa sempre più pesante, me lo ricorderò come momento massimo della celebrazione dell’Inno nazionale, risuonato più che mai nelle piazze anche di conflitto quest’anno. E’ stato anche l’anniversario del centenario della Casa del Popolo di Torre, che per l’occasione ha organizzato un pranzo e rispolverato le vecchie bandiere.
Il 6 maggio la CGIL proclama uno sciopero generale: un grande corteo attraversa Pordenone e per la prima volta vedo sfilare tantissimi lavoratori del settore del legno: il gruppo Florida ha preannunciato lo stato di crisi, a rischio 400 posti di lavoro.
A metà maggio il Comune di Pordenone va alle urne per il rinnovo del consiglio comunale: la campagna elettorale peggiore d’ogni tempo si chiude con la vittoria del centro sinistra. In una sfida tra uomini vince un uomo. (Ma le ragioni di festa sono ancora da analizzare per bene). A Milano vince Pisapia. Ma è un’altra storia.
Giugno
Il 12 e 13 giugno i SI trionfano per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento (ci penserà la crisi a rirubarci l’acqua…). Votare per un referendum ricomincia ad avere un senso.
Le bandiere si moltiplicano su tanti balconi. Chi ha vinto sarà ragione di dibattito per mesi e si arriverà al paradosso di dubitare che sia stata una vittoria sensata…
Tra il 17 e il 19 giugno i genitori e gli insegnanti della scuola pubblica di Pordenone mettono in piedi un presidio di protesta
contro i tagli davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale. I tagli da parte della Ministra Gelmini rispetto all’organico non permettono di mantenere gli attuali tempi scuola. Un bel po’ di mamme e bambini si danno il turno. Nonostante il fine settimana piovoso…
I primi di giugno mi impegno anche ad andare al Festival dell’economia di Trento, quest’anno
particolarmente caratterizzato dal tema della crisi economica globale. Ne torno a casa con un sacco di riflessioni interessanti e i tormentoni dell’anno infilato un po’ ovunque: sprechi, casta, Stato e costi della politica sono ancora adesso per l’Italia i grandi nodi popolari della crisi. (Non a caso nel corso dell’autunno il numero leggendario di auto blu in circolazione supererà il numero di abitanti del Paese, almeno nelle chiacchiere da bar.)
Luglio
A luglio sarà successo sicuramente qualcosa, ma a me sembra non sia successo un granché di nuovo per il mondo. Certo, compare Spidertruman a raccontare che in Parlamento si mangia un sacco a buon prezzo, ma niente di che. Sembra quasi un periodo di calma. In cui riapre la Stazione di Topolò ai confini con la Slovenia e per una sera sembra d’essere in un mondo parallelo.
In cui mi capita di finire a Melfi e riscoprire le cantine dei Vini Carbone di Sara e degustare deliziosissimo Aglianico del Vulture. E qui sarebbe un po’ il personale che si intreccia con gli eventi pubblici, ma se tutti quest’anno piangono, certo non possono fare lo stesso le cantine vinicole che nel 2011 hanno continuato a tenere bene.
Agosto
Beh, anche agosto, mentre Londra brucia per mano di giovani arrabbiati, non si caratterizza per un grande furor di popolo.
Sancisco gruppo dell’anno i Perturbazione e esalto il loro tour dopo un concerto a Cison di Valmarino.
La rete scopre i blecs e spignatta per conquistare ambiti premi: anche questo è parte del potere di Twitter, strumento web dell’anno, molto più culinario, in Italia, che ribelle.
Settembre
Il 6 settembre la CGIL riconvoca lo sciopero generale e per la seconda volta in un anno un grandissimo corteo attraversa Pordenone.
La presenza della FIOM è numerosa, la crisi ha ormai stretto i lacci attorno alla metalmeccanica provinciale e anche l’Electrolux da tempo è crisi coi lavoratori a casa in cassa integrazione.
Baumann fa visita a Pordenonelegge. Nell’anno in cui tanto si parla della crisi dell’editoria le code non mancano neppure quest’anno (anche se forse cala la ressa uniformemente diffusa). Scopro che è inutile girare Venezia leggendo “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa e sperando di tirovare gli stessi posti. Scoprire che esistono i luoghi fisici e quelli letterari
eh!
Ottobre
Dal 30 settembre al 2 ottobre si tiene Internazionale a Ferrara, quest’anno focalizzato sulle rivolte che hanno colpito i paesi arabi. Ascolto i blogger egiziani e mi incanto nei discorsi di Hossam el Hamalawy a cui viene consegnato il premio Anna Politkovskaja. La lotta egiziana arriva in Italia e ridà legittimità alle parole lotta di classe e anticapitalismo… Fosse stato per la stampa italiana non avrei mai capito.
E alla fine di ottobre gli studenti delle scuole superiori di Trieste piantano le tende a
Piazza Unità: dopo #occupywallstreet ha inizio #occupytrieste. La mobilitazione, ancora in corso con l’occupazione di uno stabile in centro città, avrà il sostegno del sindaco e delle amministrazioni locali e riuscirà ad ottenere il blocco delle bollette di luce ed acqua per le famiglie che non hanno i soldi per pagarle durante l’inverno.
Il 15 ottobre a Roma ritorna la paura dopo duri scontri con la Polizia. Anche a Pordenone viene organizzata una piccola manifestazione che trova nella stessa piazza PD, partiti della sinistra e circoli anarchici. Si farà finta sia tutta colpa del caso, in realtà c’è tanta gente stanca di stare a guardare (anche se non sembra poi che all’improvviso spicchi tutto sto desiderio di fare…).
Novembre
Il 12 novembre Silvio Berlusconi si dimette dal Governo. La stampa italiana festeggia. A un mese e mezzo di distanza verrebbe da dire che non è cambiato niente, ma ancora oggi guai a dirlo, è ancora tabù. Al suo posto viene beatificato Mario Monti. Le parole d’ordine di questo mese sono debito e spread, di cui si parla ancora anche al bar come se niente fosse.
A Pordenone in via Montereale si celebra per la prima volta il partigiano Franco Martelli davanti al nuovo monumento. Per l’occasione (ma è difficile pensare che sia solo per l’occasione…) all’iniziativa partecipano anche partigiani e partigiane friulane.
I giovani, in molti convinti di aver contato qualcosa nella caduta del governo Berlusconi e convinti di contare qualcosa per quello Monti, in molti convinti di esser stati Resistenza attiva durante non si capisce bene cosa, non si vedono come sempre. Però gli anziani, chi è sopravvissuto ai campi di prigionia, i parenti dei caduti, beh, loro ci sono. A ricordare.
Dicembre
Il 9 dicembre i Ragazzi della panchina di Pordenone organizzano uno spettacolo, come ogni anno. Quest’anno ha il sapore amaro di una sede sotto sfratto per opera di chi ci vuole guadagnare il più possibile. Ora in attesa di una fissa dimora aspettano. Quella sera hanno parlato, eccome.
Il 12 dicembre sono invece tornate in piazza le donne di Se non ora, quando? affinché le manovre del nuovo governo tengano finalmente presente la situazione delle donne in Italia.
A Venezia qualche centinaio di donne ha occupato una delle piazze, molti interventi, belle canzoni. Poche ragazze. Ma chissà. Quando stancate di esser raccontate, prima o poi, ci racconteremo…
Il 18 ottobre del 2011 moriva Andrea Zanzotto. Una ragazza l’ha portato in piazza con un cartello che recitava un suo epigramma: In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio
E che il 2012 sia l’anno in cui la maggior parte di tutto ciò non valga la pena d’essere ricordato.
Occupytrieste
Ieri ho fatto un salto a Trieste: ci sono gli studenti che occupano Piazza Unità, mi hanno detto, leggo che sono a rischio sgombro (hanno fatto una pagina su Facebook, #occupytrieste), prendo un treno.
Ma quando arrivo il tentativo di sgombro è già passato, li vedo ancora lì. Sono un centinaio, un poco infreddoliti, c’è la musica e c’è tanta gente che aspetta il dibattito che deve cominciare.
Ho visto Trieste in movimento tante volte dal G8 Ambiente del 2001, alle occupazioni universitarie, alle mobilitazioni dei comitati per l’ambiente, ne conosco gli sguardi, i modi, ma nessuno si era mai messo così, in piazza, approfittando del ponte lungo della città (la festa del 1 novembre, la festa del Patrono del 3). C’era solo una storia che ho sentito ripetere spesso, vecchia di forse 30 anni, di quando ci furono gli sfratti e Piazza Unità fu invasa dai camper e dalle tende.
E questa è un altra, anche se i temi sono quelli che si rincorrono da sempre: spazi sociali, scuole a norma, abitazioni accessibili per tutti. I più vecchi che guardano alle tende, che ci girano intorno si muovono come un abbraccio. E questo è. Perché forse c’è qualche genitore che in effetti controlla, ma c’è piuttosto qualcuno che ricorda, che rimpiange, che vorrebbe: ma è il momento dei ragazzi e lo stanno conducendo bene.
Guardando quei maglioni larghi, le scarpe slacciate, i sorrisi morbidi, ho pensato a quanto la tenerezza sia più contagiosa della rabbia. A come l’assenza di slogan racconti più delle frasi fatte. A come sia simbolicamente forte il riprendersi la piazza da spiegare banalmente che cosa sarebbe bene fare, in ogni piazza: incrociarsi, fermarsi, parlare. Stare.
[Sul sito di GlobalProject puntuali racconti di quello che sta accadendo, da seguire anche per le prossime mobilitazioni in programma, in particolare l'8 novembre, quando ci sarà l'occupazione del vecchio teatro romano della città
]
Per Sonia e le elezioni di Pordenone
Ciao Sonia,
mi ero ripromessa di scriverti questa piccola lettera pubblica già da un po’. E so che forse ti arrabbierai. Ma mancano pochi giorni al voto pordenonese e siccome questo giro mi sono riposata abbastanza, mentre tu rincorrevi iniziative, manifesti, persone, beh, volevo portarti quanto meno il mio piccolo sostegno. Non avrei mai pensato di ritrovarmi in una condizione del tutto priva di una lista senza il simbolo del partito che ho sempre votato, o meglio, viste le condizioni di partenza, senza nessuna rappresentanza degli uomini e delle donne che lo hanno in questi anni tenuto in piedi o lo hanno comunque supportato. Ma le cose sono andate come sono andate e ognuno si porta a casa la propria verità.
Così ho letto i programmi più vari, seguito i dibattiti più che ho potuto, scroccato rinfreschi e caffè, ascoltato. Ho cercato (perchè da me nessuno è venuto a chiedere voti!) le liste coi nomi dei candidati, un po’ per curiosità, un po’ per sicurezza, li ho confrontati con la mia storia, le mie idee, le mie piazze. L’ho fatto perché non avevo dubbi alle prossime elezioni di voler votare proprio te. E allora volevo essere sicura che non fosse solo una questione d’amicizia, come qualcuno ha cercato di sminuire.
No. Perchè due anni fa non ci siamo conosciute al bar. Ma davanti al Municipio di Pordenone, dove col comitato genitori chiedevi al megafono il tempo prolungato negato dalla riforma Gelmini. E poi ci siamo ritrovate di nuovo l’anno dopo sotto la Prefettura, dove mi hai fatto conoscere S. e permesso così di raccontarne la storia.
E non è certo in segno d’amicizia, ma di condivisione di un’idea che quest’inverno ci siamo messe assieme a scrivere la lettera sulla città. Non ci è riuscito un granchè bene di aprire un dibattito in città sui temi prima che sulle persone. Ma in fondo ai visionari spetta il compito di azzardare, poi non importa se non vengono subito capiti
. E non badare a chi, dopo il tuo guidare la manifestazione per la scuola pubblica e la Costituzione il 12 marzo scorso in Piazza xx settembre a Pordenone, ti ha detto che perseverare nelle tue idee ti avrebbe fatto perdere consensi e non conquistarne.
No, non ascoltarli. Perchè è proprio questo che oggi ci serve: ci serve dimostrare che l’impegno e la determinazione nell’arrabbiarsi con chi finge di non ascoltare non è inutile, nè malvagio. Ci occorre oggi dimostrare che il conflitto, quello di piazze che accolgono chi vuole dire di no a leggi ingiuste non è un atto di violenza, ma un gesto di impegno anche per tenere in piedi la nostra democrazia.
E io nella mia raccolta fatto di immagini di decine di manifestazioni, convegni, riunioni, cortei, ho più di qualche foto tua…
Bene, ti confesso ora che nonostante quanto ho scritto mi dovrò lo stesso turare il naso nel votare PD. Ma per questa volta, per tutto questo percorso, lo farò. In fondo poi Bersani non è Pedrotti. Del Ben non è Vendola. Zanolin non è Pordenone. Queste elezioni, nella loro molteplice offerta, non fanno altro che costringere elettori preparati ad analizzare un sacco di variabili per scendere ad un compromesso dignitoso tra sè e la propria rappresentanza.
Quindi attenta, perché passato il voto ricomincia la politica: quella vera. E non ti dirò brava se salteranno fuori condoni edilizi, ordinanze anti assemblamenti, attacchi ai migranti. E non ti dirò brava se non ti aggrapperai con tutte le tue forze a mantenere pubblica l’acqua della nostra città e delle nostre fontane. Starò sotto la stessa loggia dove ci siamo incontrate la prima volta ogni volta che sarà necessario. Anche se so che probabilmente sarai lì a farci compagnia (qualsiasi sia quel “ci” che sarà necessario).
Un abbraccio
Sara
[E voi lettori di passaggio Sonia D'Aniello la conoscete? Ah, se non siete di Pordenone tutto questo non vi serve. Per carità: è molto più semplice scegliere a Cordenons, Monfalcone, Trieste
. Per i più pettegoli: non ho in mente di fare la tessera del PD!]
Teorie su treni e stazioni
Da due mesi e mezzo faccio la pendolare sui treni. E dato che da questa sera alle 21.00 a domani sera alle 21.00 i dipendenti delle ferrovie sono in sciopero (qui l’elenco di quelli garantiti in FVG), mi pare giusto fare oggi una raccolta di cose che ho osservato.
Sui treni dei pendolari la maggior parte dei viaggiatori sono… pendolari. Gente che va a a lavorare, studenti universitari e un universo variegato di ragazzi delle scuole superiori.
Ebbene: ho osservato attentamente il comportamento di questi gruppi e ho scoperto che se scendere dal treno e raggiungere la strada talvolta richiede un tempo molto lungo e fastidioso legato ad intasamenti vari, beh, la colpa è un po’ di una somma sbagliata tra capre e cavoli.
Infatti affinchè tutto funzioni al meglio è necessario che tutti remino nella stessa direzione, no? Ebbene questo non accade nei treni dei pendolari.
Nei treni dei pendolari viaggiano assieme gruppi con interessi fortemente contrapposti: mentre chi va a lavorare o all’Università maledice i ritardi perchè sono minuti, ore, di lavoro in più da fare magari nel pomeriggio, per gli studenti i ritardi sono una vera pacchia. Quando un treno è in ritardo, si ferma in mezzo alla campagna, loro gioiscono nel profondo, pianificano se vale la pena entrare con un’ora di ritardo, rintracciano col cellulare l’amico al primo vagone, si accordano per una colazione lunga al bar tal dei tali. Per gli studenti il ritardo del treno è una fatalità per rincorrersi l’un l’altro e raccontarsi storie ed è tutto un chiacchiericcio e uno scherzo che fa molto più rumore del mugugno di chi va a lavorare. Che secondo me significa che questo gruppo è più forte di ogni altro gruppo presente sul treno, o no?
E anche se il treno arriva in orario gli interessi contrapposti emergono fortemente: i ragazzi scendono le scale come lumache, difendendo il loro interesse al ritardo, si aspettano l’un con l’altro proseguendo nel loro modo, nel loro mondo. Chi invece deve andare a lavorare cerca di disvincolarsi, tra scarpe lente e zainetti penzolanti. E quasi sempre maledice quei 4 minuti d’intasamento.
Allora forse occorrerebbero treni per studenti e treni per i pendolari, treni che ogni tanto possono a sorpresa fermarsi per far passare un merci (ma non troppo spesso, ogni tanto) e treni che invece arrivano sempre puntuali. Allora ecco ognuno avrebbe i propri interessi soddisfatti e le ferrovie meglio saprebbero far contenti gli uni e gli altri.
Ecco, non so se la mia analisi è corretta. Ma mi sembrava utile dire che a volte ci impuntiamo sui non funzionamenti e ci pare impossibile che le cose vadano a rotoli e a qualcuno vada bene così. Ma il senso dell’andare a rotoli è relativo.
Potrebbe essere un esperimento interessante per verificare la mia analisi ristrutturare gli istituti scolastici rendendoli belli ed accoglienti, magari pensando a qualche evento stimolante come laboratori e incontri con persone meritevoli, oppure pensando a un modo nuovo di interrogare gli studenti per fare in modo che la paura non li tormenti di continuo.
Secondo me gli interessi contrapposti convergerebbero e col tempo, se la legge della domanda e dell’offerta funzionano ancora, i treni comincerebbero ad arrivare in orario…
In alternativa potrebbe essere una cosa da sperimentare quella di dotare le Università di aule più grandi e capienti, dislocate secondo una logistica migliore che eviti agli universitari di imprecare quando c’è un ritardo perchè temono di non trovare posto in aula.
Per i lavoratori non saprei che fare. Anche perchè la gente di una certa età non si accontenta mai.
Che in fondo in fondo qualche volta mi viene da dire che è meglio recuperare 5 minuti la sera ed aver ascoltato certe storie sulle trote, le vicende di un allevamento di mucche, i dolori di amori che nascono e muiono tra un “Siamo in arrivo alla stazione di…” e un altro che sorbirsi tutto il viaggio l’incredibile e triste storia delle 4 babe e dei loro geranei.
La propria strada e i luoghi comuni
Mi è caduto l’occhio su un articolo del Corriere della Sera questa mattina, mentre cercavo di schivare le notizie sul Premier, sulla guerra, sull’allarme atomico (tanto tra allarmismo, silenzio e nazionalfatalismo non si sa bene cosa prender per vero e cosa no su questi tre temi…). Un articolo che racconta, molto in breve, una storia, quella di Marco, un laureato di 27 anni in biotecnologie che ha deciso di aprire un’attività da calzolaio.
Ora, a me non pare che sia una storia che fa notizia. Ma pur sempre una storia è e le storie degli altri ci occorrono a tratteggiare al meglio il nostro mondo, no?
Beh, la cosa interessante è stata comunque leggere i commenti: c’è chi dice bravo, che va promosso chi prova oggi a far impresa, chi dice che questa è la prova che tutti sti laureati non servono a niente, chi dice che l’Università oggi non serve a niente, chi persevera nell’idea che per fare i soldi occorra fare il pasticcere o, appunto, il calzolaio, chi dice che non c’è meritocrazia, chi si lamenta che i giornali non raccontano mai storie positive.
Al di là del fatto che secondo me è sempre positiva la storia di qualcuno che fa qualcosa di cui è contento, beh, a quell’articolo ci sono decine e decine di persone che ritengono importante dire la propria riportando al mondo un qualche perfetto luogo comune. Eppure questa breve storia non ci dice che cosa desiderasse fare Marco nella vita, prima di aprire la sua attività. (Non ci da neanche dati per dire che in effetti lui le scarpe le ripara molto bene.) Magari per lui era più importante restare vicino a casa che spostarsi in qualche altra città e per questo le sue indagini nella ricerca di un lavoro non sono andate a buon fine. Magari, avendo fatto tanti lavoretti nella vita, avrà avuto prima di tutto bisogno di mangiare e guadagnarsi da vivere in maniera stabile che inseguire lavoretti da ricercatore o campare con dottorati magari senza borsa di studio o tirocini gratuiti. Oppure avendo fatto tanti lavoretti sa bene che alla fin fine tante volte conta molto di più l’ambiente in cui ti trovi che il lavoro che fai: e schifo per schifo tanto meglio lavorare da soli.
Avrà magari pensato che in fondo ste biotecnologie non gli interessavano neanche un granchè. Che magari essere arrivato alla laurea era già un bene.
Chissà.
Non basta un voto o un titolo di studio a fare una persona. Non basta rispondere a un modello di luoghi comuni per definire la propria felicità.
Comunque questo articolo mi ha fatto molto riflettere: c’è ancora così tanta gente che dice che in Italia si studia troppo da farmi pensare che in Italia si studia veramente troppo troppo poco.
(E, senza guardare i tg, bastano le frasi sconcertanti di certe adolescenti e signori su Lampedusa… ma… alla prossima puntata!!)
I Papu e il discorso di Pericle
Sabato 12 marzo anche a Pordenone come in tante piazze d’Italia si è scesi in piazza a difendere la scuola pubblica e la Costituzione. Per la prima volta in piazza c’era pure tutta la mia famiglia e i miei genitori han detto che mai si sarebbero aspettati di sentire l’inno d’Italia in una manifestazione. Oh si, i tempi cambiano.I Papu hanno letto il discorso di Pericle agli ateniesi, che sembra non andare mai fuori moda, ma poi a conti fatti va sempre. Prova del fatto che i tempi cambiano.
L’ho ritrovato qui e lo ricopio per promemoria.
Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
L’unità di misura della nostra vita
Accade, quasi magicamente, che mentre ci interroghiamo su qualcosa capitano intorno cose che sembrano dirci “Ecco, fai bene a pensarci su!” Tipo segnali, pietruzze, che viene da pensare stiano lì apposta, lasciate da qualcuno, per te.
Che poi si tratta solo di sensibilità che si accendono, oh, lo so bene, ma intanto è una sensazione che va così.
Così mi è caduto l’occhio su questa sorta di lettera aperta mandata a La Repubblica da un’insegnate milanese. Dice: “Alla luce della mia esperienza personale posso dire che il latino, la letteratura e la filosofia non servono a nulla.” Perché, aggiunge, i suoi studi le hanno dato un lavoro precario e 1.250 euro al mese.
Sarebbe curioso sapere quanto le è servita nel suo ruolo di insegnante di lettere la matematica che ha sicuramente studiato a scuola. E quante volte ha tratto guadagno da quell’ora a settimana di educazione fisica?
Allora ho pensato di scriverle così:



