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Quando le semplificazioni sono ignoranti
Ma insomma, come si fa?
A quanto pare il famoso decreto per le semplificazioni, visto che presentava solamente quisquiglie di scarsa fattibilità e interesse reale per i cittadini, ha dovuto intervenire su qualcosa che infastidisce ogni anno le imprese pubbliche e private: il fantomatico DPS, ovvero il Documento programmatico sulla Sicurezza dei dati personali.
Beh, anch’io non sapevo cosa fosse fino a quando qualche anno fa non mi è stato dato il compito di redigerlo per il mio vecchio posto di lavoro e devo dire che solo facendolo se ne capisce il valore.
Ma per le imprese è quanto mai un fardello: per scriverlo occorre, almeno la prima volta, farsi dare un minimo di consulenza. Poi occorre fare una cosa quanto mai gravosa: provare a rispettarlo.
Il DPS infatti non è altro che un manuale guida che ogni azienda si da per garantire il rispetto della Legge sulla Privacy e sul trattamento dei dati personali e che permette a chi, cliente o dipendente, che mette nelle mani di quell’azienda o ente i propri dati di sapere dove vanno a finire.
Facciamo un esempiuzzo banale banale: mi iscrivo al sindacato e il sindacato comunica all’ufficio paghe la cosa per trattenersi la quota sindacale dalla busta paga. Ebbene, l’iscrizione al sindacato è un dato sensibile che io decido di far arrivare all’ufficio paghe, ma che poi l’ufficio paghe deve garantirmi (in quanto dato sensibile), di non far andare in giro a chi non ha bisogno di saperlo per lavoro. E come mi garantisce questa cosa?
Questo sta scritto nel DPS. La legge infatti non stabilisce dove stanno i server dei programmi delle paghe, né gli armadi dove vengono conservati i documenti, né altri dettagli. Questi li specifica il DPS perché ogni azienda è fisicamente diversa dall’altra. E se un’azienda non è in grado di scriversi quelle 30 pagine una volta l’anno (che poi gli anni successivi le cose di solito restano sempre simili, basta ritoccare) è perchè forse non sa garantirmi di avere armadi effettivamente chiusi a chiave, server che prevedono backup sicuri e reti protette nelle quali non può mettere il naso chiunque.
Nella pratica questo documento le aziende lo dovrebbero preparare ogni anno entro il 31 marzo. Nella pratica però qualche azienda lo avrà compilato una volta, l’avrà messo chissà dove e non l’avrà più riguardato: tanto, quanti controlli vengono fatti a riguardo?
ZERO. Certo, i consulenti dicono che di controlli se ne fanno eccome, ma poi nella pratica se fosse vero ogni tanto si sentirebbe di qualche storia finita male. Invece così non accade mai: ci indignamo per le intercettazioni telefoniche e poi magari il nostro stato di salute lo viene a conoscere pure il figlio del dottore che ci cura che magari lo ha scoperto sfogliando le cartellette in bella vista nell’ufficio di papà.
Certo, qualcuno potrà quindi dire: “E’ un pezzo di carta inutile se nessuno lo rispetta!”
Beh, ma la soluzione non è di certo toglierlo di mezzo, ma farlo rispettare, diffondere l’informazione, creare personale consapevole e cittadini consapevoli.
Anche perché la legge va rispettata lo stesso: ma un conto è la consapevolezza e la responsabilità della modalità con cui rispondi alla stessa, un conto è il libero arbitrio, il pressapochismo e la non responsabilizzazione di colleghi e utenti.
Ah, che sciocca, dobbiamo semplificare!! Non vedo l’ora che arrivino i certificati anagrafici elettronici (o come li chiama il decreto delle semplificazioni: non hanno idea che Internet non è per tutti e neppure per tutte le pubbliche amministrazioni…) e che questi di Anonymous finalmente facciano qualcosa di carino: visto che defacciare siti è una bambinata dimostrino quant’è facile piuttosto fregazzare un po’ di dati dalle reti malaccorte dei nostre sicurissime reti, va!
(Io, da tecnica, sull’ottimismo di alcuni legali ho qualche perplessità)
33.888
…il numero di visite che ha ricevuto fino a questo momento sto blog. vorrà dire qualcosa sto numero o no? (n.b: 8×3+3×2=30=>3… sarà o no un segno? un numero di tale peso… ok vado a lavare i piatti)
Contro la violenza sulle donne
Insomma, all’iniziativa di ieri sera con il centro antiviolenza si era in pochi. Per noi è stata un po’ delusione, per me anche un po’ rabbia, perchè se avessimo presentato il libro di pinco pallo sulla storia della nave blu ci sarebbe stata mooolta più gente. Ma le relatrici, del centro Antiviolenza di Pordenone, mi han spiegato che va così: parlare di violenza sulle donne è un tema scomodo. Eppure sono saltate fuori un sacco di domande, dubbi, perplessità, anche dai ragazzi, il che significa che a son di pensare che sia un problema che riguarda altri si è finiti col perderlo del tutto di vista. Alla faccia di chi nomina queste cose solo l’8 marzo e solo un giorno all’anno fa la parte dell’indignato!! Insomma sta cosa fa un po’ pensare, tanto più che la sala Liberamente di Maniago era splendida, piena di quadri: almeno per quello meritava una visitina.
Partigiani

Questa mattina si è svolta una cerimonia dell’ANPI per ricordare 9 partigiani, 9 ragazzi, uccisi nel 1945 durante la Resistenza. Il tutto si è svolto nel luogo dove sono stati fuciliati, dov’è stato fucilato anche Franco Martelli, medaglia d’oro al valore militare.
C’erano, sotto alcune note di stupore, anche i gonfaloni del Comune di Chions e Azzano Decimo: 5 dei fucilati provenivano infatti dal comune di Azzano.
Ed è intervenuto anche il vicesindaco di Azzano (viste le vicende del sindaco…), che vuole la sorte essere parente di Mario Bettoli (nella foto), una delle figure di spicco tanto della resistenza pordenonese quanto della storia politica successiva della nostra provincia.
Partecipare a queste iniziative è un dovere, specie per chi ha la mia età: non dimenticare è poter capire, conoscere il valore delle cose, mantenerle vive.
Gioia di piazza
Ieri per una volta c’era una piazza contenta. Almeno un po’. Non c’erano grandi numeri, c’erano i soliti numeri, i soliti matti, i soliti strambi. C’era un signore che ha detto che dovrebbe tornare Pinochet e farci fuori tutti: meglio ucciderne pochi per salvarne tanti. C’erano due intortati con il Signoraggio Bancario che hanno provato a convincer i ragazzi più giovani che il conflitto di classe è un falso, il vero problema son le banche: ma io non so perchè sospetto che dietro ai loro discorsi loro ci guadagnino a loro volta.
E tutto per una volta sembrava un po’ più leggero, perchè c’erano gli incontri di sempre, ma accompagnati dall’idea che un minimo questa nostra Democrazia è ancora ben bilanciata. Anche se troppi ragazzi rifiutavano i volantini e tutti i cinemamutofili ci schivavano (si si erano italiani). Chissà che altre e altre ancora di manifestazioni così si riescano a fare!
Scuola e Sinistra e libertà
Ieri sera all’auditorium della Regione a Pordenone si è tenuto un dibattito sulla scuola che sarà dopo gli interventi della Gelmini in tal senso, organizzata da Sinistra e Libertà.
Così son andata a fare un saltino, anche perchè interveniva Sonia in rappresentanza del Comitato dei genitori per la scuola pubblica di Pordenone. Ci sono poi stati gli interventi di una studentessa di un liceo locale, di un insegnante, della responsabile provinciale della scuola della CGIL e poi un paio di rappresentanti di Sinistra e Libertà (il consigliere regionale Pustetto e poi un’ex sottosegretaria del governo Prodi). Beh, che dire, che in campo scolastico stan accadendo dei disastri già lo sapevo. Ciò che però secondo me merita attenzione è l’atmosfera che si respirava. sia l’insegnante (autodichiaratosi socialista), sia Pustetto e perfino la studentessa di 17 anni tutti mi hanno trasmesso l’idea che la mercificazione dei saperi non solo sia ormai data per assodata, ma pare qualcosa di beatamente nominabile e utilizzabile anche a sinistra. Per essere più chiari, l’idea dominante è che serve una scuola di qualità perchè “bisogna competere con gli ingegneri indiani” e perchè “chi non ha materie prime deve usare le risorse delle menti”. Io sono rimasta un po’ esterefatta perchè la scuola pubblica, l’istruzione, va resa sempre migliore in quanto deve saper creare persone utili al mantenimento in piedi di una società capace di mantenersi libera e democratica. Invece di questo si è parlato proprio poco. Avrei voluto dire, ma poi gli interventi del pubblico sono stati pochi, che non ha nulla di cui preoccuparsi la giovane studentessa, perchè non saranno gli ingegneri cinesi o indiani coloro che risolveranno i problemi del nostro paese, i divari tra nord e sud, tutt’al più penseranno a casa loro.
Avrei coluto dire a quest’insegnante che tanto si preoccupava che la figlia all’università usa programmi di 5 anni fa che non è per quello che verrà segata all’esame di fondamenti di informatica 1 e che non sarà per quello che non verrà assunta in qualche bella multinazionale in questo paese. Avrei voluto dirgli che l’università non serve ad usare le cose, ma ad inventarle, ad ottenere i saperi che servono ad alimentare le idee e le intuizioni. E avrei voluto dirgli che piuttosto dovrebbe pensare alla libertà di sua figlia di potersi laureare in ingengneria e poi scegliere liberamente come impegnare le sue conoscenze e i suoi saperi.
La scuola, l’istruzione, la ricerca fracassate si adeguano ad ogni riforma e ad ogni cambiamento. e questo succede, a parer mio, perchè riforme e cambiamenti stanno dentro contraddizioni e sviluppi della società che ci sta intorno. La scuola riguarda tutti, perchè tutti noi riguardiamo la scuola e coi nostri atteggiamenti, con la nostra incapacità di svoltare l’attuale strada in discesa che stiamo attraversando non la renderemo tanto migliore nenanche se ottenessimo soldi e denari in più.
Ma purtroppo si pensa a compartimenti stagni: e non è un caso che il moderatore (noto socialista anch’esso) abbia concluso ringraziando le donne oratrici (avevo dato una punta di merito agli organizzatori per aver messo su un tavolo così ben assortito, ma…) e sottolinenado come siano state brave, tanto che non si capisce come la Gelmini possa essere donna, visto che si è dimostrato come le donne possano essere brave.
Chissà se l’insegnante si ritroverà tra 10 anni con il moderatore suo compagno a lamentarsi di dover ancora mantenere la figlia? O avrà nel frattempo pensato che precarietà, pari opportunità, qualità del lavoro, istruzione sono tutti temi sospesi incastrati l’uno sull’altro?
Morì Lady Diana: e la mia vita (un po’) cambiò
Mi ricordo la mattina in cui cominciò a girare la notizia che Lady Diana era morta. Stavo su un traghetto che andava al Lido. Era una delle mie prime giornate alla Mostra del Cinema di Venezia. La mia prima e ultima mostra. L’anno in cui vinse Hana Bi. L’unico film che non sono riuscita a vedere neppure tenendo gli occhi chiusi.
Ero sul traghetto che andava al Lido, assieme a Giulia. Due signore veneziane stavano andando in spiaggia. “Per radio ho sentito che è morta Lady Diana” dice una signora all’altra. Io in quel momento non avevo in mente neppure chi fosse.
Io in quel momento pensavo solo che avevo 18 anni, appena compiuti, e forse ero la più piccola presente a quella mostra con il pass da addetto stampa e mi sentivo sopra al mondo, come se quella cosa lì fosse la più importante di tutte, io che andavo al Lido, più importante di quell’ultimo anno di liceo che mi stava aspettando. Avevo appena finito la stagione a Bibione.
E mi piaceva vedere tutti questi giornalisti da tutto il mondo, che mi sembravano capire ogni cosa, mi ricordo di averli visti tutti lì, dal vivo, ghezzi con la sua telecamera a farmi pensare che la televisione non era così distante come potesse sembrarmi e che forse anch’io potevo diventare come loro. La verità che si racconta, la cronaca, le parole.
Ma poi leggevo i giornali con i resoconti degli stessi film che avevo visto io e mi pareva tutta un’altra storia. Poi ho iniziato ad osservare che quando un film cominciava dopo 10 minuti la sala si svuotava, che avevano già capito tutto. Poi li ho ascoltati giudicare le cose dalla quantità di parole che avevano capito, dalla quantità di persone presenti in sala, dai nomi degli attori. E ho visto che qualcuno stava lì perchè forse era più amante che giornalista. Così ho imparato che non tutto è come sembra e dopo un anno mi son iscritta a ingegneria.
Ogni volta che si ricorda che è morta Lady Diana mi viene in mente l’autografo di Win Wenders che mi sono portata a casa, e quello di Edoardo Gabriellini che se ne stava tutto timido in conferenza stampa a presentare Ovosodo. E Michelangelo Antonioni che passeggia nel parco e Malcolm McDowell, l’Alex in Arancia Meccanica che racconta di quando Kubrick girò quel film e di tutte quelle che passò e le brioche mangiate a scrocco al bar costoso costoso del palazzo del cinema. Come compensazione all’idea di aver perso una strada.
E quella volta, nonostante tutto, sentivo che avevo mille altre possibili strade davanti, nonostante la lezione che qualche volta nello scegliere bisogna sapere quanto si è disposti a pagarle. Così mi dispiace che quest’anno della morte di Lady Diana non si ricorda più quasi nessuno.
Festa in piassa
Alla sagra di Villanova di quest’anno c’è una mostra di trenini elettrici molto suggestiva. Il modellino su cui corrono è grande quanto l’intera palestra di Villanova.
Erano anni che non entravo in questa palestra: è stata la sede dei momenti più emozionanti della mia giovinezza, quando ancora atletica e pimpante andavo a farci le gare di judo…
Ricordi e nostalgie…
…i treni in fondo son anche questo.




