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Voterò alle prossime primarie. E sosterrò Vendola. Ebbene si.
Visto che il 2013 sta per arrivare assieme ad un sacco di elezioni e visto che di politica ho scritto fin troppo poco da queste parti ultimamente, ecco a voi un post sulle primarie.
Ebbene si, ho deciso che tra centro sinistra e sinistra questo giro voterò centro sinistra. Il perché è presto detto: se sapessi di contribuire a portare una rappresentanza in Parlamento capace di fare opposizione seria ad alcuni punti del dibattito politico del Paese, beh, non avrei dubbi. Ma il fatto è che oggi come oggi quella sinistra non c’è e l’esperienza mi ha dimostrato che non la si costruisce in pochi mesi per mere finalità elettorali (e non si può dire che non mi sia sforzata in passato di crederci e lavorarci…). Anzi, provarci lo stesso e presentarsi agli elettori in questo modo è quanto meno infelice.
Così alle prossime elezioni penso proprio che voterò per il centro sinistra e che quindi farò la mia parte votando anche alle primarie. E adesso che le accuse nei suoi confronti sono cadute, posso dire che voterò per Vendola.
Non voterò per lui perché è il presidente della Regione Puglia, né perché è gay, né perché è cattolico o per il suo codice fiscale.
Non voterò per Nichi Vendola perché “mi piace”, non voterò per lui perché i suoi discorsi mi commuovono (no, non mi commuovono affatto).
Non voterò per Vendola in conseguenza della sua campagna elettorale, mi piace persino poco quell’ #oppurevendola perché agli slogan sono un po’ allergica.
Ma voterò per lui perché a sostenerlo c’è una squadra fatta anche di tanti giovani che pensano che un po’ di sinistra nel prossimo governo del Paese occorra.
Perché a sostenerlo c’è gente che sa mettere in piedi un programma fatto bene che dice cose che si dicono anche nella sinistra più estrema e che è riuscita nei limiti del possibile a limare la carta d’intenti della coalizione.
Perché credo che anche un gesto banale come un sostegno alle primarie possa contribuire a far capire che possiamo rilanciare l’Italia senza rincorrere i dictat dell’austerity montiana.
Perché credo che una goccia di colore si veda sul bianco anche quando è una goccia molto piccola.
E poi mi piace leggere nomi nuovi che muovono adesso i loro primi passi nel mondo della politica aderendo ai comitati per Vendola, la consapevolezza che esprimono dello stato di cose in cui siamo, lo sforzo di mediazione di tanti tra le proprie idee e il senso del fattibile. Giovani -ben più giovani di me- di cui ho seguito i primi passi quand’erano bambini, i dubbi e le perplessità davanti alla prima scheda elettorale, giovani di cui ho ascoltato le critiche e le proposte in anni passati a fare politica, mentre loro osservavano perplessi, e che adesso ci provano a rielaborare un’idea, a farla nuova.
Perché non credo che l’impegno nel costruire la Democrazia in Italia si limiti ad un voto, neppure a due. Occorre fare altro, cose capaci di dettare l’agenda al futuro Governo, cose che non siano soltanto riempire le piazze, ma trovare formule continue di proposte, azioni concrete di costruzione di comunità tra di noi, tessitura e cucitura dei territori, della società. Fare opposizione dal basso, anche, se occorre. E conta, eccome conta, il contesto dentro cui agisci: conta eccome se qualcuno ti ascolta.
Nel passaggio tra la Giunta Illy a quella Tondo in Friuli Venezia Giulia abbiamo imparato che non è vero che i governi sono tutti uguali, che non è vero che la presenza in una giunta non faccia o meno la differenza rispetto alla libertà di agire dentro un territorio. Le cose cambiano eccome, tanto da veder distrutto in poche ore il lavoro di anni.
Così, beh, mi piacerebbe avere al Governo dell’Italia, dopo troppo tempo, un poca di sinistra che prima di parlare di meritocrazia ha tante altre cose da dire, su formazione, cultura, cooperazione.
Passassero anche solo alcune cose, beh, sarebbe meglio di niente.
So che non vi ho dato motivi sognanti per andare al voto, partecipare alla burocrazia delle primarie, sostenere Vendola. Però sto dalla parte dei pragmatici in questo momento e mi pare altro non si può fare per cercare di non veder distrutti e cancellati quei quattro paletti base che hanno fino ad ora resistito. E alimentare il non voto non mi piace affatto: tanto poi qualcuno governerà lo stesso e ho visto in questi ultimi 5 anni che dirmi “ho la coscienza apposto perché quel Parlamento non è quello che avrei voluto” non mi fa vivere molto meglio.
Oggi come oggi questo sono nelle condizioni di fare e questo farò: voterò per Vendola e cercherò di aiutare le cose buone che ci sono nei luoghi dove mi troverò a stare. Non è scegliere il meno peggio. E’ fare il meglio che io, viste le condizioni, possa oggi fare nel mio piccolo per il bene del Paese.
E non ditemi che tanto sono tutti uguali. Perché SO che non è così.
(E sapete perché non voterò per gli altri candidati del centro sinistra? Perché neppure mi sfiora il dubbio? Perché la mia storia non li ha mai incrociati, pur non essendo stata a casa a fregarmene di come andavano le cose attorno a me. E tanto mi basta per capire che non sto litigando con la mia coerenza scegliendo come sto scegliendo.)
P.S.: Anche in provincia di Pordenone si è creato un comitato. Per chi ha Facebook lo trova qui.
Io ho nostalgia di Fausto Bertinotti
Si, lo so, sarò impopolare. Ma io ho nostalgia di Fausto Bertinotti. E non m’importa (oggi) se quand’era presidente della Camera tutto (o quasi) il gruppo parlamentare di Rifondazione si trovò a sostenere il rifinanziamento della guerra in Afghanistan.
E non tiratemi fuori la menata del maglioncino di cashmere o qualche altra storiella.
A me mancano quegli anni li. Mi manca la sinistra di 10 anni fa, quella che, se avevi passato i vent’anni e non ti bastavano più i miti come bandiere della tua collocazione politica, aveva strumenti da offrirti per affrontare almeno un’idea di mondo.
C’era da imparare il pacifismo, la nonviolenza, i femminismi, c’erano discussioni non stereotipate sul precariato. Sex workers, movimento GLBTQ, ambientalismi, li ho incontrati non come slogan in quegli anni li. C’era l’idea di un laboratorio che si andava costruendo.
E quando ascoltavo Bertinotti parlare prendevo appunti, imparavo parole nuove, segnavo autori da andare a leggere e mi sembrava che la politica non fosse il ripetersi del già detto, ma la ricerca continua di strumenti per leggere la società e accompagnarla.
Certo, lo so, avevo dieci anni di meno, cercavo di imparare cose nuove e forse adesso è solo la noia del già sentito mille volte a gettarmi nello sconforto.
Certo, erano anni di elaborazioni collettive più ampie, non era certo tutto frutto della testa di un segretario di partito, ma oggi anche quella capacità di fare in qualche modo sintesi di visioni, ecco, mi manca.
Oggi quando mi capita di partecipare ad assemblee dove si invitano solo uomini a parlare, dove la violenza come pratica politica verbale o di azione non trova freno, dove ormai parlare di massoneria come ragione del male del paese è non contestato, ecco. Ho qualche problema.
Non sento qualcosa per cui tirare fuori carta e penna da un po’, ma non solo.
Non lo vedo quel riferimento che si fa riassunto, almeno di un linguaggio, di un percorso di elaborazione. Non mi viene in mente chi sia oggi qualcuno a sinistra con cui andrei fuori volentieri a cena per sentirgli raccontare cosa farebbe di buono per il Paese.
Quando Bertinotti lasciò la politica di partito perché non era uomo per tutte le stagioni qualcuno disse che finalmente ci si era liberati di un leader, che le figure accentratrici non occorrevano più, che erano un limite, etc… Ma banalmente te ne accorgi quando i discorsi vengono introdotti senza fornire strumenti e paletti utili a una discussione che un buon coordinatore (se non vogliamo chiamarlo leader) fa la differenza.
A me manca anche quel modo di porre le domande e cercare le risposte.
E certo, mi manca da tempo, ma da almeno un anno, da quando ho lasciato Rifondazione, mi manca ancora di più: perché quei percorsi che hanno rappresentato la mia formazione politica oggi dove sono?
“Ah, stai diventando vecchia! Adesso capisci eh cos’ha significato per la nostra generazione entrare negli anni ’80 dopo aver vissuto il ’68! Eppure siamo ancora qui!”
Eh, no mi dispiace, non vale.
Non so se tutti questi pensieri mi vengono perché oggi è il 21 luglio, 11 anni dopo il massacro di Genova.
Non so se la colpa sia la crisi che non so più da che parte voltare.
Non so se sia perché a 33 anni mi pareva impossibile che ci sarei arrivata senza una tessera di partito. E forse questo mi cruccia, per come vedo io la delega, e mi fa arrabbiare.
Perché il prossimo anno ci sono tante elezioni in ballo. E temo che comunque andranno, saranno una rovina.
Ciò non toglie che lo cerco quest’antidoto alla nostalgia.
Se qualcuno ha qualche ricetta da propormi ben venga.
P.S.: “Ah, con tutte quelle cose che ci sono da fare! Il volontariato, l’associazionismo, bla bla bla”. No, non è questo ciò di cui vado domandando…
Se Internet non è uno spazio democratico
In questi giorni in cui mi sono crogiolata, nel poco tempo libero a mia disposizione causa turno di notte, alla stesura dei post per il Blog Contest de Linkiesta mi è venuta in mente una vecchia riflessione che mi trascino dietro da tempo.
E oggi che finalmente mi son decisa ad andare a cercare la notizia relativa all’ennesimo attacco alla legge 194 le mie perplessità sono cresciute ancor di più.
Vero, mia colpa se in questa settimana non ho potuto seguire nel dettaglio (e di continuo: perché il flusso delle informazioni in rete cambia se lo cogli alle 7 del mattino o alle 18 e un discorso diventa vecchio in fretta) le notizie degli accadimenti della politica italiana. Però ci ho messo qualche minuto a tirar fuori lun articolo di 3 giorni fa (non di un anno fa) che riassumesse i fatti che mi servivano. In mezzo solo rumore, indignazione, proposte… ma la sostanza dei fatti dove stava? Ho dovuto capire che c’era in mezzo la Corte Costituzionale, e di li affinare la ricerca di Google.
Peggio che cercare una cosa di cinquant’anni fa.
Molto spesso si confonde la democrazia con la libertà di potersi esprimere, mentre democrazia è piuttosto l’obbligo di studiare e istruirsi prima di doversi esprimere e veder accolta la propria opinione.
E la rete non è per forza il modo più facile di apprendere, nè lo strumento più interessante per veder accolta la propria opinione. Almeno così per come oggi funziona.
Certo, fare una call in cui si parla in 10 senza per forza spostarsi da una città all’altra può essere una cosa interessante. Ma definisce di per sé un arena chiusa di partenza.
Penso a tutte quelle persone che non hanno gli strumenti cognitivi per accedere a un pc o navigare in rete. Ce ne sono tante e non perché non c’è la banda larga (qualcuno, sul serio, crede che l’assenza di connettività in alcune aree del nostro Paese non abbia nulla a che fare con un problema di domanda che non spinge l’offerta?). C’è tanto analfabetismo più o meno di ritorno: non lo vedete? Costringetevi a cambiare aria, ambiente, frequentazioni.
Il web richiede l’uso della parola scritta per poter interagire. E non è poco.
Quindi chi accede a determinati strumenti rappresenta oggi soltanto una parte del paese e neppure pienamente rappresentativa.
E di questa parte molti interagiscono esclusivamente per cose ormai essenziali: l’INPS, la banca online e poco altro. Ecco, magari Facebook.
Però quando si dialoga nella rete pare che tutti siano connessi. Perché tutti diventa quell’insieme lì, che comunque sembra grande. Grande abbastanza da diventare un’area influente, interessante, di mercato.
A questo ci mettiamo poi che riflessioni molto interessanti su determinati temi si scovano per caso perché magari non stanno nella prima pagina di Google, non vengono indicizzate correttamente.
Un po’ come pensare al figlio del povero che tace, perché non ha i vestiti belli del ricco.
Internet massifica concetti che non per forza derivano da maggioranze pensanti. E lo si vede nella necessità che ha chi opera nei social di sentirsi parte della massa citando temi che producono consenso attorno a sé.
Cosa c’è di interessante in questo tipo di democrazia che coinvolge pochi e stabilisce da principio chi sono gli eletti?
Senza contare poi che un sacco di cose in rete non si trovano. O se ci sono quanto sono affidabili?
Quante verginità politiche ha ricostruito il dialogo on line del Movimento a 5 stelle ad esempio? E quante ne ricostruirà?
Insomma la democrazia non la fa la rete. Ma lo studio e il sapere, la conoscenza, l’indagine. Cose che Internet oggi può risolvere solo per un pezzettino.
Chissà perché son cose che penso sappiano tutti. Ma ogni tanto ho come l’impressione che ci sia qualcuno che ci caschi, ingenuamente, e ci creda a questa storia che bastino 4 strade a collegare il mondo. Mah.
Chissà se ci pensano quelli del PDL alle prese con l’organizzare, in rete, le primarie.
Che sapore ha condividere felicità
Beh, non avevo niente da votare in questa tornata elettorale. Ma non posso restare indifferente ai risultati. Ho passato il pomeriggio di ieri a vedere cosa succedeva a Maniago, a Casarsa della Delizia, ad Aviano, ad Azzano Decimo, a San Canzian d’Isonzo, comuni del Friuli dov’erano candidati amici e di cui conoscevo la storia politica.
E così non ho potuto fare a meno di sussultare di gioia in particolare per il trionfo ad Azzano Decimo del centro sinistra. Dopo almeno 15 anni di lavoro sotterraneo, di rabbia covata, di vergogna, di indignazione da parte di tanti cittadini finalmente la Lega è andata a casa.
Ecco, Azzano Decimo non è il mio paese natale, è dove ci ho passato l’adolescenza tra amici e palestra, è dove sono tornata lo scorso 25 aprile e quello di un paio di anni fa a parlare per l’ANPI, quando i compagni mi hanno sussurrato “sta volta speren de farghela”.
E’ il paese dove la Lega ha coltivato e sperimentato la sua ideologia nella maniera più triste, dove si è dato il la alle peggiori leggi regionali, dove il sindaco ha provocato fino ad arrivare ad accettare la sua sospensione da ruolo di primo cittadino pur di dimostrarsi in tutta la sua potenza.
Ebbene, in questi anni non è mai riuscito a conquistarsi il mio rispetto e da che scrivo questo blog credo di aver citato il suo nome più di qualsiasi altro. E’ stato lui a vietare il burqua, lui a dire che nel suo comune potevano avere residenza solo gli aventi un reddito minimo.
Così non posso che dire bravo a Marco Putto (che non conosco, ma si porta addosso ora troppa responsabilità per commettere errori) e a tutta la sua squadra per essere riusciti finalmente a rompere l’apnea. A far cambiare l’aria.
E si, mi dispiace proprio non essere stata li anche ieri a festeggiare con loro, un’altra volta, la Liberazione.
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani
Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)
Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.
E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.
Così, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.
Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.
E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)
In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.
E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.
Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.
Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.
E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.
Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.
Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.
Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)
Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.
E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
Ieri a pranzo mia madre mi ha detto che una volta non era così: una volta si tendevano le orecchie verso le cose che succedevano nel mondo e ci si indignava, si scendeva in piazza, si portava solidarietà. Una volta penso intendesse trentanni fa. Non un’epoca.
Dal 19 Novembre piazza Tahir, a Il Cairo, in Egitto, brucia. Ormai 20 i morti e 1500 i feriti, ma i numeri crescono di ora in ora. E sono tutti ragazzi, studenti, giovani lavoratori. Certo, oggi non muoviamo il sedere neppure sapendo del massacro in Siria che va avanti da mesi.
Ma mica per par condicio adesso non si deve fare proprio niente? Sarà anche che a Ferrara li ho ascoltati dal vivo un pochi dei ragazzi della Rivoluzione egiziana. Sarà che ne ho sentite le corde, e percepita la domanda di solidarietà e sostegno. Lo avevano annunciato che la resistenza non era finita. Che i militari al potere non erano una conquista. Che ci sarebbero voluti anni, tempo. E che il paese continuava con gli scioperi. Lo dicevano che non era tutto sistemato.
E hanno continuato a dirlo. Ma noi troppo occupati a guardare alla nostra politica interna, preoccupati dallo spread e dai nostri portafogli, dai nostri denari, dai dibattiti sulla caduta di Berlusconi, beh, abbiamo creato audience attorno ad altro.
Oggi però, davanti ai morti, davanti alla prova che le rivoluzioni non sono solo fiori come ci volevano raccontare i nostri media, come si fa a non dire, a non fare, a non parlare?
Come fa il PD a preoccuparsi delle poltrone nei sottosegretariati? Come fanno i partiti della sinistra, da Rifondazione a Sel a preoccuparsi delle prossime elezioni, dei loro attuali congressi, delle mozioni?
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
E mentre sto qui seduta su questa scrivania, vorrei leggere da qualche parte di CGIL-CISL-UIL che chiamano allo sciopero generale, almeno per un’ora. Che la gente massacrata in nome della democrazia e della libertà non vale di meno in virtù della nazionalità che ha addosso.
Perché l’Egitto sta qui. Vicinissimo. A due passi dalla Libia che abbiamo contribuito a bombardare. E mi domando cosa costa dire ai militari egiziani di smetterla. Cosa costa togliere l’appoggio a quella roba lì. Cosa costa lanciare un appello di solidarietà, almeno.
Anche perché fintanto che non impareremo a guardare fuori, a sentire fuori, a leggere altrove, non impareremo mai a guardarci sul serio. Se non sentiamo la sete di libertà, democrazia e diritti negli altri, come potremo mai rispettare la nostra?
Ecco, io non ho fantasia. E nemmeno conto tanto. Ma tutti coloro che hanno osannato il governo Monti, quelli che hanno cercato di farci capire che meglio di così non si può, che ha persino un Ministero alla Cooperazione, beh, potrebbero indurlo a dire qualcosa? E chi ha fan, gloria, capacità di mobilitazione, eco, perché non parla?
Non dovevamo far ripartire l’Italia?
Vogliamo cominciare?
P.S.: Se volete un po’ di info in diretta seguite AlaskaRP su Twitter che sta raccogliendo le info direttamente da chi sta in piazza.
E se fosse stato capitalismo e niente più?
Adesso tenterò il mettere assieme 4 riflessioni. Banali, eh! Non valutatemi in base a queste.
Ieri su Twitter è partito un giochino, il riassunto della propria vita dal 1994 al 2011, riassunto in 140 caratteri, ovvio. Ne trovate traccia cercando l’hashtag #1994to2011 .
In questi giorni, sgarruffando in rete, ho trovato varie citazioni relative agli ultimi 17 anni che, secondo alcuni, avremmo passato sotto la dittatura berlusconiana. Allora, come mi è solito, ho provato a dire che no, c’é un errore, non è andata proprio come si dice. Il risultato è stato l’attirare le simpatie dei fanatici di Silvio Berlusconi e sentirmi ringhiare contro gli antiberlusconiani convinti.
Il fatto è che dal 1994 ad oggi c’è stato si qualche governo Berlusconi, ma anche il Governo Dini, quello Prodi, quello Amato, quello D’Alema, è tornato Prodi… c’è stata più di qualche campagna elettorale e io, sinceramente, ho festeggiato quando Fausto Bertinotti è diventato presidente della Camera (non se lo ricorda nessuno, ma dedicò la sua elezione agli operai e alle operaie…) e Rifondazione ha avuto un Ministro. Certo, possiamo criticare l’operato. Ma provate a pensare alla rappresentazione. All’idea, all’immagine. E poi pure al fatto che il debito in certe fasi lo abbiamo saputo tenere sott’occhio.
Se adesso ci si mette a dire che l’Italia è stata in mano a Berlusconi dal 1994 ad oggi, beh, ci si disegna come un popolo di caproni.
Ma forse a qualcuno va bene così. Pensare che questa cosa qui che è accaduta, la discesa di Berlusconi, l’ascesa di Monti, sia quanto di meglio possiamo desiderare. Oppure pensare che abbiamo queste ceneri da cui ripartire: quelle di un uomo, che con grandi poteri magici ha rovinato l’Italia.

