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Che sapore ha condividere felicità
Beh, non avevo niente da votare in questa tornata elettorale. Ma non posso restare indifferente ai risultati. Ho passato il pomeriggio di ieri a vedere cosa succedeva a Maniago, a Casarsa della Delizia, ad Aviano, ad Azzano Decimo, a San Canzian d’Isonzo, comuni del Friuli dov’erano candidati amici e di cui conoscevo la storia politica.
E così non ho potuto fare a meno di sussultare di gioia in particolare per il trionfo ad Azzano Decimo del centro sinistra. Dopo almeno 15 anni di lavoro sotterraneo, di rabbia covata, di vergogna, di indignazione da parte di tanti cittadini finalmente la Lega è andata a casa.
Ecco, Azzano Decimo non è il mio paese natale, è dove ci ho passato l’adolescenza tra amici e palestra, è dove sono tornata lo scorso 25 aprile e quello di un paio di anni fa a parlare per l’ANPI, quando i compagni mi hanno sussurrato “sta volta speren de farghela”.
E’ il paese dove la Lega ha coltivato e sperimentato la sua ideologia nella maniera più triste, dove si è dato il la alle peggiori leggi regionali, dove il sindaco ha provocato fino ad arrivare ad accettare la sua sospensione da ruolo di primo cittadino pur di dimostrarsi in tutta la sua potenza.
Ebbene, in questi anni non è mai riuscito a conquistarsi il mio rispetto e da che scrivo questo blog credo di aver citato il suo nome più di qualsiasi altro. E’ stato lui a vietare il burqua, lui a dire che nel suo comune potevano avere residenza solo gli aventi un reddito minimo.
Così non posso che dire bravo a Marco Putto (che non conosco, ma si porta addosso ora troppa responsabilità per commettere errori) e a tutta la sua squadra per essere riusciti finalmente a rompere l’apnea. A far cambiare l’aria.
E si, mi dispiace proprio non essere stata li anche ieri a festeggiare con loro, un’altra volta, la Liberazione.
Anonymous: la grande truffa?
Un paio di settimane fa mi è capitato di leggere su La Lettura del Corriere della Sera una recensione di Guido Vitiello ad un libello scaricabile a qualche centesimo da Amazon. E tanto per continuare nello sfruttamento del mio Kindle ne ho approfittato. Il libello in questione s’intitola “Anonymous. La grande truffa” e, anche se apparentemente si presenta come di autore anonimo, a scriverlo è Raffaele Alberto Ventura, giovane filosofo.
Ora, so bene che l’argomento sicurezza-hacker può sembrare quanto di più astruso e difficile da capire, in realtà non è poi così tutto complicato.
In fondo di questi Anonymous, che utilizzano come simbolo la maschera bianca del film V per vendetta e, come specifica anche l’autore del libro, ne richiama frasi e citazioni, parlano spesso i giornali: per un attacco al sito dei Carabinieri, per un attacco al sito dell’Enel, per un attacco al sito di Trenitalia. Capirne qualcosa di più, o meglio, capire tutto, sarebbe cosa fondamentale per poter produrre informazione corretta. Altrimenti il lettore che non comprende può finire solo nel panico.
Qualche settimana fa anche il sito di Paola Binetti è stato attaccato, ma gli anonymous “veri” pare abbiano dichiarato di non essere stati loro. Ma se gli anonimi sono anonimi come si possono smentire?
Per ora la linea sembra essere: siamo tutti anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi di altri.
scrive Ventura. E da qui parte una riflessione molto interessante sui paradossi di un movimento che trova fondamenta nell’effetto di una produzione cinematografica più che in un’ideologia spinta:
Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perchè il film non fornisce maggiori informazioni.
Così il risultato è che se guardiamo alle azioni degli Anonymous italiani troviamo cose tipo, appunto, il rendere non raggiungibile il sito dei carabinieri, del Vaticano, della Polizia di Stato. Con quali conseguenze? Con quali risultati? NESSUNO
Mi stavano tanto simpatici all’inizio questi di Anonymous perché la politica che cerca nuove forme di lotta è quella che comprende come e dove colpire oggi veramente i sistemi di potere. E oggi che non basta più lo sciopero dei bigliettai per essere strumento efficace di sciopero dei trasporti, oggi che il concetto di popolo è costruito anche attraverso le relazioni che costruisce la retel a quale determina anche quasi tutti i momenti quotidiani di tanti lavori (sottopagati), oggi che basterebbe il click di qualche sistemista (sottopagato) in giro per l’Italia per paralizzare le amministrazioni pubbliche, per dire, ecco che sapere di avere anche in Italia il contributo di teste capaci di agire dentro questi contesti era per me il naturale proseguimento, crescita, ripresa del dire “Beh, contiamo anche noi!”
Invece non solo attaccare siti istituzionali non serve a niente, perché tanto non si va a creare danno alcuno all’istituzione in questione (anzi tutt’al più si costringe qualcuno a fare ore straordinarie non pagate), ma tanto per stare tranquilli lo si fa sfruttando sempre le solite tecniche (tecniche tra l’altro che vengono applicate sempre uguali e che non servono a sviluppare tanti piccoli geni della sicurezza informatica) che non richiedono neppure un briciolino di meningi spese nell’impresa.
Ecco non condivido Ventura quando suggerisce che Anonymous sia una possibile risposta alla chiamata di Negri e Hardt, fatta attraverso le pagine di “Impero”, al “proletariato cognitivo”: non solo perché Impero è un libro illegibile, e quindi molto meno influente di quanto si pensi, ma anche perché il potere del proletariato cognitivo potrebbe permettersi ben altri orizzonti se solo acquisisse una sorta di consapevolezza maggiore.
Ma in fondo perché sforzarsi di più quando l’obiettivo è far si che un comunicato venga pubblicato nei giornali? Perché sforzarsi di più quando tanto la gente “poco ne capisce” come direbbe qualcuno? Perché fare fatica se l’importante è sedersi sulla vecchia corrente comunicativa del “bene o male, l’importante è che se ne parli”?
Ecco, ogni tanto sento dire che gli attivisti italiani di questi movimenti altro non sono che gente che fa parte della sinistra italiana e la cosa mi fa un po’ ridere. Perché questo è uno dei classici esempi in cui è chiaro che contano eccome i mezzi, che contano eccome i fini per non far di tutta l’erba un fascio.
E così come ho imparato a diffidare del boicottaggio verso un paese o un prodotto quando non condiviso con le lotte di chi quel prodotto produce o di chi in quel Paese abita, beh, così non mi pare di poter condividere l’assalto al sito di Trenitalia, anche se di domenica, con tutti i pendolari che comunque la domenica fanno il biglietto per muoversi per l’Italia, con tutta quella gente che comunque lavora anche la domenica e deve star dietro a fastidi non desiderati quando magari vorrebbe solo andare a pranzo a casa.
Avere un’appartenenza significa mettersi in gioco: metterci nome e cognome, una faccia. Scegliere da che parte stare significa poi sostenere la parte dalla quale si sta. Altrimenti, in un sistema “abitato” tanto da ragazzi quanto da carabinieri e compagnia briscola che abitano le chat di Anonymous come gli Anonymous stessi dichiarano attraverso il loro blog “ufficiale“, beh, diventa un po’ incerto ed oscuro il chi fa cosa e perché, con quale scopo (tanto più quando in altre parti del mondo il movimento ha altre sfaccettature…)
In un’Italia appena uscita dagli anni bui del terrorismo qualche dubbio, scusate, è necessario.
E visto che siamo prossimi al 25 aprile vorrei aggiungere che sì, anche i partigiani si chiamavano con pseudonimi. Ma avevano alle spalle una popolazione che li sosteneva. E assieme ad essa si fece la Liberazione.
P.S.: Almeno facessero qualcosa del tipo verificare la sicurezza dei portali dei comuni italiani per poi dimostrare che i nostri dati non sono poi così protetti, che più e meglio si potrebbe investire e che tagliare nel numero di dipendenti pubblici o esternalizzare a chissà chi non è sempre e comunque un risparmio per i cittadini. Almeno facessero qualche impresa carina per convincere le aziende che è cosa buona e giusta pagare di più un programmatore che magari riesce a garantire codice sanitizzato correttamente.
Ma certo queste sono cose che hanno magari poi effetto sul serio, non per finta.
[Poi ecco, V per Vendetta non mi aveva convinto neppure quando l'ho visto qualche tempo fa.]
Su Monti, il Kindle e Don Lorenzo Milani
Fammi il piacere, mettiti te nei panni di un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. (Don Lorenzo Milani, Meno che uomini.Lettera a un magistrato, 1956)
Ebbene si il mio compleanno c’è stato anche quest’anno.
E come per magia mi è arrivato anche un bellissimo regalo: un Kindle, che per i meno esperti altro non è che uno di quegli aggeggi per leggere gli ebook, i libri elettronici. Una manna dal cielo per chi, seguendo involontariamente i consigli di nonno Monti e zia Fornero, ancora trasloca di tanto in tanto di città in città per un contrattino con cui non allungare le liste dei disoccupati italiani.
Così, tanto per cominciare a testarlo, ho fatto un primo acquisto: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” ed. Chiarelettere, una raccolta di scritti di Don Lorenzo Milani sui alcuni dei temi da lui toccati in una vita a servizio del Paese.
Inutile spiegare il gusto che c’è nel poter sottolineare spassionatamente un testo senza rovinarlo.
E un testo come questo è linfa per i nostri tempi sgarruffati (Certo, non ci troverete la citazione del titolo. L’ho cercata tanto, inutilmente! Ma a quanto pare non fu Don Lorenzo Milani a dire queste parole, ma Don Mazzolari, alla faccia di Saviano.)
In un epoca in cui si scrive tanto e non si legge niente, in un tempo i cui riferimenti culturali su cui si deve basare una democrazia sono spariti o si sta cercando di farli sparire, beh, occorre ripartire dai fondamentali: occorre ricostruire un pensiero capace di non mangiarsi le parole degli altri solo perché pubblicate sui giornali o contornate di titoli accademici, tanto per cominciare.
E nel ritrovare certi meccanismi di oggi già raccontati dentro a testi che ormai stanno compiendo 50 anni ci si sente un po’ gamberi.
Oggi ho letto le parole di Monti relative al fastidio che percepisce attorno a sé sulla riforma del lavoro che il suo Governo vuole varare per rilanciare, a suo dire, l’economia italiana. Nei giornali ho letto esattamente queste parole qui: “Se il Paese non è pronto io non tiro a campare” . Qualcuno per favore dia a Monti da ripassare i concetti di consenso e dissenso.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersi far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Questa è forse una delle più celebri frasi legate alla costruzione dei ragionamenti che portarono l’Italia ad approvare una legge sull’obiezione di coscienza alla leva militare. Ed è certo uno dei ragionamenti più lucidi su cui fondare un paese capace di costruire la democrazia e il dissenso attraverso lo sciopero e il voto, come strumenti nonviolenti di partecipazione.
Ricordo che in terza media, storie di 20 anni fa, molte ore di una materia da sempre considerata inutile, Educazione Tecnica, furono dedicate da una vecchia professoressa, meticolosa e responsabile del suo ruolo di insegnante di campagna, alla lettura di estratti dello Statuto dei Lavoratori, a farci mandare a memoria i diritti degli apprendisti e delle donne lavoratrici e tante altre corbellerie che vennero a morire di li a pochi anni dopo essere sopravvissute per decenni. Lo faceva perché sapeva bene che ben pochi di noi avrebbero terminato le scuole superiori. E poi era pure nel programma ministeriale.
E’ stato poi quello il mio primo e ultimo momento di formazione al lavoro e all’idea di diritti da parte di un ente pubblico. Credo che oggi siano cose che nessuna scuola racconti più. Che nessuna scuola sappia neppure raccontare.
Don Milani non insegnava ai suoi alunni a Barbiana chissà che cose. Gli insegnava a conquistarsi gli strumenti utili a uscire da una condizione di miseria che si sarebbe altrimenti continuata a rafforzare nella convivenza con l’ignoranza. Gli insegnava a leggere criticamente, a ragionare.
Invece oggi abbiamo una laurea e poi non sappiamo come si legge una busta paga, non sappiamo a chi chiedere in maniera puntuale e precisa se le cose fatte in un certo modo sono buone e giuste e magari abbiamo pure paura a pretendere che la Costituzione Italiana venga rispettata. E no, non sappiamo neppure come si fa ad aderire a uno sciopero.
Che ricca gioventù. Che invece di ribellarsi alle ingiustizie che subisce le alimenta. Che invece di guardare con disgusto a chi mira alla distruzione di partiti e sindacati incensa senza basi di sostanza chi quelle strutture attacca al solo fine di raggiungere i propri interessi. Che, invece di comprendere che ogni volta che si tocca una legge si danneggia un principio, cerca di prendere le parti dei più titolati e potenti per sentirsi di maggioranza. Una vita nella paura spesa ad inseguire cattivi esempi di specie di saggi che
Se non avessero inventato il trucco del mutuo incensamento col quale si sorreggono a vicenda sarebbero già crollati da tempo.
(Lo vedeva Don Milani nel 1966 e funziona oggi, benissimo, in maniera triste.)
Che bella informazione: che mai racconta delle battaglie sindacali nate magari nella paura di perdere un posto di lavoro e sfociate nella conquista di più diritti per tutti. Che mai spiega che se c’è chi mangia cento col tuo lavoro quando tu mangi niente nulla hai da perdere a pretendere il giusto. Perché se affermi il giusto oggi lo puoi difendere domani, per te e per gli altri. Ad accettare oggi lo schifo affermi lo schifo come principio condiviso oggi e solo peggiorabile domani.
E io non so se le condizioni in cui ci troviamo oggi siano le più interessanti e le più capaci a produrre qualcosa di buono: troppe mani sono rimaste e continuano a rimanere pulite e in tasca limitandosi al massimo a incensare o a schifare. Come se bastasse pensare per fare.
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
Ieri a pranzo mia madre mi ha detto che una volta non era così: una volta si tendevano le orecchie verso le cose che succedevano nel mondo e ci si indignava, si scendeva in piazza, si portava solidarietà. Una volta penso intendesse trentanni fa. Non un’epoca.
Dal 19 Novembre piazza Tahir, a Il Cairo, in Egitto, brucia. Ormai 20 i morti e 1500 i feriti, ma i numeri crescono di ora in ora. E sono tutti ragazzi, studenti, giovani lavoratori. Certo, oggi non muoviamo il sedere neppure sapendo del massacro in Siria che va avanti da mesi.
Ma mica per par condicio adesso non si deve fare proprio niente? Sarà anche che a Ferrara li ho ascoltati dal vivo un pochi dei ragazzi della Rivoluzione egiziana. Sarà che ne ho sentite le corde, e percepita la domanda di solidarietà e sostegno. Lo avevano annunciato che la resistenza non era finita. Che i militari al potere non erano una conquista. Che ci sarebbero voluti anni, tempo. E che il paese continuava con gli scioperi. Lo dicevano che non era tutto sistemato.
E hanno continuato a dirlo. Ma noi troppo occupati a guardare alla nostra politica interna, preoccupati dallo spread e dai nostri portafogli, dai nostri denari, dai dibattiti sulla caduta di Berlusconi, beh, abbiamo creato audience attorno ad altro.
Oggi però, davanti ai morti, davanti alla prova che le rivoluzioni non sono solo fiori come ci volevano raccontare i nostri media, come si fa a non dire, a non fare, a non parlare?
Come fa il PD a preoccuparsi delle poltrone nei sottosegretariati? Come fanno i partiti della sinistra, da Rifondazione a Sel a preoccuparsi delle prossime elezioni, dei loro attuali congressi, delle mozioni?
Come possiamo preoccuparci delle tasse se ci dimentichiamo della vita?
E mentre sto qui seduta su questa scrivania, vorrei leggere da qualche parte di CGIL-CISL-UIL che chiamano allo sciopero generale, almeno per un’ora. Che la gente massacrata in nome della democrazia e della libertà non vale di meno in virtù della nazionalità che ha addosso.
Perché l’Egitto sta qui. Vicinissimo. A due passi dalla Libia che abbiamo contribuito a bombardare. E mi domando cosa costa dire ai militari egiziani di smetterla. Cosa costa togliere l’appoggio a quella roba lì. Cosa costa lanciare un appello di solidarietà, almeno.
Anche perché fintanto che non impareremo a guardare fuori, a sentire fuori, a leggere altrove, non impareremo mai a guardarci sul serio. Se non sentiamo la sete di libertà, democrazia e diritti negli altri, come potremo mai rispettare la nostra?
Ecco, io non ho fantasia. E nemmeno conto tanto. Ma tutti coloro che hanno osannato il governo Monti, quelli che hanno cercato di farci capire che meglio di così non si può, che ha persino un Ministero alla Cooperazione, beh, potrebbero indurlo a dire qualcosa? E chi ha fan, gloria, capacità di mobilitazione, eco, perché non parla?
Non dovevamo far ripartire l’Italia?
Vogliamo cominciare?
P.S.: Se volete un po’ di info in diretta seguite AlaskaRP su Twitter che sta raccogliendo le info direttamente da chi sta in piazza.
E se fosse stato capitalismo e niente più?
Adesso tenterò il mettere assieme 4 riflessioni. Banali, eh! Non valutatemi in base a queste.
Ieri su Twitter è partito un giochino, il riassunto della propria vita dal 1994 al 2011, riassunto in 140 caratteri, ovvio. Ne trovate traccia cercando l’hashtag #1994to2011 .
In questi giorni, sgarruffando in rete, ho trovato varie citazioni relative agli ultimi 17 anni che, secondo alcuni, avremmo passato sotto la dittatura berlusconiana. Allora, come mi è solito, ho provato a dire che no, c’é un errore, non è andata proprio come si dice. Il risultato è stato l’attirare le simpatie dei fanatici di Silvio Berlusconi e sentirmi ringhiare contro gli antiberlusconiani convinti.
Il fatto è che dal 1994 ad oggi c’è stato si qualche governo Berlusconi, ma anche il Governo Dini, quello Prodi, quello Amato, quello D’Alema, è tornato Prodi… c’è stata più di qualche campagna elettorale e io, sinceramente, ho festeggiato quando Fausto Bertinotti è diventato presidente della Camera (non se lo ricorda nessuno, ma dedicò la sua elezione agli operai e alle operaie…) e Rifondazione ha avuto un Ministro. Certo, possiamo criticare l’operato. Ma provate a pensare alla rappresentazione. All’idea, all’immagine. E poi pure al fatto che il debito in certe fasi lo abbiamo saputo tenere sott’occhio.
Se adesso ci si mette a dire che l’Italia è stata in mano a Berlusconi dal 1994 ad oggi, beh, ci si disegna come un popolo di caproni.
Ma forse a qualcuno va bene così. Pensare che questa cosa qui che è accaduta, la discesa di Berlusconi, l’ascesa di Monti, sia quanto di meglio possiamo desiderare. Oppure pensare che abbiamo queste ceneri da cui ripartire: quelle di un uomo, che con grandi poteri magici ha rovinato l’Italia.
La bibbia e il fucile
Questo è uno di quei libri che non mi sarebbe mai capitato di leggere, forse, se nel 2010 non fossi stata curiosa abbastanza da prendere un treno e andare a Internazionale a Ferrara. Lì ho seguito un bell’incontro sul Tea Party, di cui molto si dibatteva in quel periodo, e a parlarne c’era, tra i vari, lui, Joe Bageant, giornalista americano di fiero stampo socialista, che ho poi potuto conoscere di persona, ascoltandolo per ore, quasi alle prese con un’illuminazione.
“La Bibbia e il fucile” non è semplicemente una descrizione di quel pezzo d’America popolare che Bageant definisce “profonda”. Non è solo una lettura di cuore dei luoghi che hanno dato i natali a un giornalista fuori dal comune. Questa è una scatola degli attrezzi: c’è il cacciavite che occorre a smontare l’impalcatura mentale del nostro pensiero quotidiano, c’è lo scalpello necessario a ripulirci l’argilla dagli occhi che mostra il mondo con aberrazioni che distraggono dal vero, ci sono le parole ad alta voce da gridare alla politica che punta il dito interrogandosi da vent’anni su certi comportamenti elettorali senza indagarne seriamente i perché. Ed è un esempio di indagine e inchiesta sul territorio di quelli che in Italia, per convenienza e pigrizia non ne fa nessuno.
Si parla della Virgina, si parla degli USA, ma per il potere universale delle analisi fatte bene si potrebbe sostituire Virginia a Padania, fondamentalismo cristiano a leghismo, o ribaltare l’Italia e trovarne corrispondenze non tanto meno importanti. E quei democratici che non comprendono come il creazionismo possa essere creduto vero dal 48% degli americani, appaiono un po’ come quella fetta di centro sinistra italiano che poco comprende le tante altre paure italiote.
E poi si parla di gente, persone, povere senza ritenersi tali (un terzo degli americani guadagna meno di 9 dollari l’ora), avvinghiate attorno a mutui per case che valgono la metà dei soldi che stanno pagando, costruite in cartone e destinate a crollare prima ancora finisca la vita degli abitanti che le hanno comprate. La classe più bassa, convinta per anni, invece, di stare bene, per il fatto di potersi permettere una bella macchina e il frigo pieno è quella che abita l’America di Joe, nella convinzione che il sindacato (a cui è iscritto solo il 12% della popolazione), altro non serva che a tenere alti i prezzi tenendo alte le paghe dei lavoratori sindacalizzati.
Ed è in alcuni passaggi una lettura che funziona come una scossa: Bageant si stupisce che alcune aziende della Virginia richiedano i certificati di malattia ai propri dipendenti e io mi accorgo che questa mastodontica macchina burocratica in Italia è l’incontestata normalità (sarà pure perchè la malattia è pagata in modo diverso, ma…), la follia esasperata di mutui e prestiti era la normalità in via d’affermazione in Italia alla vigilia della crisi.
Insomma, chi si è guardato allo specchio, chi si è indignato, rispetto alle inchieste di Michael Moore, dia una letta a quel che scrive Bageant. Perché il che cosa accade ad un paese dove si smantella il sistema pensionistico, il sistema scolastico, i piani di aiuto ai poveri e il come tutto questo diventa possibile, beh, lui ha fatto in tempo a vederlo in prima persona…
(Grazie Joe, perché a coloro che ci ridanno le parole occorre dire almeno così, anche se magari è un poco troppo tardi…)
[Un'intervista a Joe Bageant è disponibile anche qui]
A Ferrara l’Egitto di lotta e non di governo
Ecco, avrei dovuto leggere, cercare, indagare prima. Forse non scriverei con l’impressione di aver avuto un’illuminazione, una visione. Ma così è. A gennaio avevo scritto 3 righe sulla Rivoluzione in Egitto. E poi chissà, il silenzio nella mia lingua, l’ignoranza che ho dell’inglese, la natura fallace dell’essere umano, mi ha fatto perdere di vista le cose.
Ma poi è arrivato Internazionale a Ferrara e c’è stata la consegna del Premio giornalistico per la libertà di stampa Anna Politkovskaja a Hossam el Hamalawy: giornalista e blogger, recita la descrizione. La verità è che occorre sentirlo parlare per capire che è qualche cosa di più. Non bastano le etichette di blogger e giornalisti neppure agli altri ragazzi che hanno partecipato al festival per gli incontri su quanto sta accadendo in Egitto. Li ho ascoltati durante l’incontro “Rivoluzione, atto primo. Speranze e pericoli del dopo Mubarak”. (Non so quanto si senta/veda, ma c’è il video dell’incontro qui) Ebbene, diciamocelo, questi sono attivisti sul serio e Hossam è uno che in Italia chiameremmo compagno (non a caso è andato a Marzabotto dopo aver parlato a Ferrara…).
Quando ha ricevuto il premio ha rivolto un unico appello: non all’Italia in quanto Stato, ma all’Italia in quanto terra di sindacati e associazioni. Ha chiesto la solidarietà dal basso alle lotte e agli scioperi che da settimane sono riprese in tutto il paese e alle quali in Italia non si da ovviamente notizia. Ha spiegato che non è stato affatto pacifico il percorso portato avanti fino ad oggi in Egitto: le prime azioni del movimento sono state quelle di occupare i commissariati per “rompere l’esercito”, le reazioni della polizia sono state i kalashnikov.
Hossam el Hamalawy, Ahmed Nagi e Sarah el Sirgany hanno spiegato molto bene come sia distorta la visione di chi racconta la primavera araba come il trionfo di Internet. (Sinceramente a me pare ovvio anche solo pensarla in Italia una cosa del genere, figurarci in un territorio dove le connessioni sono scarse e la gente è al 40% analfabeta-non che in italia, informaticamente parlando stiamo meglio). Come avrebbero fatto a far arrivare in piazza Tahrir centinaia di migliaia di persone in giornate in cui anche i telefoni erano isolati? Gli organizzatori sono andati a piedi nelle sedi delle televisioni, hanno fatto si che tv come Al Jazeera comunicassero la notizia. E le tv hanno dato la notizia non per forza in quanto stavano dalla parte del movimento: ma semplicemente perché era una notizia, qualcosa di grosso, da riportare. La gente è scesa in piazza perché sentiva di doverlo fare, perché era ormai stanca!
Dice Hossam che il suo blog prima che cominciassero gli scontri otteneva circa 700 visite giornaliere (come quelle di foodblogger non troppo famosi che scrivono in italiano per intenderci), ma poi ha cominciato a raggiungere le 11.000, è diventato fonte per i media internazionali, ed è così che si è impegnato a raccontare tutto quello che stava accadendo in Egitto. Ha sottolineato di continuo che la vera lotta è quella dei lavoratori ed è dentro a questa coerenza che oggi ha cercato di diffondere su Twitter l’idea che è sbagliata la campagna di chi vuole assegnare ai blogger&C. arabi il premio Nobel per la Pace (sulla stessa linea si sono espressi anche gli attivisti tunisini!)
“Come si può accettare un premio assegnato a terroristi come Menachem Begin e Rabin?” ha scritto Hossam el Hamalawy, che sostiene comunque vada ai movimenti dei lavoratori ogni riconoscimento e che sia sbagliato rafforzare “il racconto fabbricato che questa sia stata la Rivoluzione di Internet”
A Ferrara è successa poi una di quelle cose che può succedere solo in quel contesto lì, davanti a tante persone. Interrogato sulla questione “rischio islamizzazione del paese” Ahmed Nagi, giovane scrittore egiziano che da 3 mesi vive in Germania, ha raccontato di come sia rimasto sconvolto dal vedere nei nostri Stati i manifesti contro le moschee e per l’espulsione degli stranieri e ha detto qualcosa del tipo “è meglio avere a che fare con gli islamici che con i fascisti e nazisti, certe cose in Egitto non sono tollerate”. Già. Fascismo e Nazismo sono ormai sdoganati al punto che occorre l’indignazione del resto del mondo a ricordarci la storia, occorre l’indignazione che viene da fuori per non sentire di dover mediare con le posizioni di un giornalista di una testata di prestigio come il Sole24ore.
Ma questi ragazzi l’hanno fatto egregiamente, ricordando come è sulle questioni sociali che loro stanno cercando di portare il terreno del confronto: ed è per questo che nessuno di loro pareva molto interessato alle prossime elezioni che si svolgeranno quest’autunno in Egitto. Che valore hanno se a controllarle sarà lo stesso esercito che ha garantito il voto fino alla caduta di Mubarak?
Certo, piazza Tahrir si sta svuotando dopo la fine del regime: ma la lotta non è conclusa “vogliamo portare piazza Tahrir dentro le fabbriche, nelle Università” Perché ci sono ancora tanti mini Mubarak in giro.
Beh, al di là di come l’ho riassunta, c’era uno spirito dentro a quella discussione che faceva molto riflettere sul paragone impossibile tra le primavere arabe e il movimento degli Indignados italiano (che, a dir il vero, mi pare sia la classica definizione di cose prima che le cose esistano…). Ma non voglio farla lunga e mi fermo qui.
P.S: Non l’ho letto, ma pare interessante andare a caccia di questo libro per continuare la discussione “I diari della Rivoluzione”, ed. Fandango
.
P.S.2: Luca De Biase, giornalista che a me piace molto, qualche giorno fa ha iniziato una discussione sul perché in Italia non si muove nulla rispetto alla crisi in corso, perché i giovani non si indignano, etc etc… Ecco, ho seguito il festival di Ferrara pensando al suo pezzo e cercando di riformulare il perché. E dopo aver ascoltato i ragazzi egiziani, (e il non solo che seguirà nei prossimi post), ho come l’impressione che ci siano un qualcosa dato per ovvio e che ovvio non è. Ma ci devo pensare ancora un po’…
Sciopero generale
Domani, martedì 6 settembre, si fa sciopero generale! Che che ne dica La Repubblica, quotidiano sempre più indecente (dov’è finita nel giro di poche ore, la notizia sulla nuova manovra e sui contratti aziendali? mah), il 6 settembre è lunedì e non martedì, come riportato per tutta la giornata di sabato da un loro articolo on-line… (e poi ci si chiede com’è che i sindacati non si muovono compatti… quando l’informazione abdica al suo compito e si fa schiava di nonsochi…)
Beh, almeno io me ne starò a casa, o meglio, salvo imprevisti, andrò a Pordenone per il corteo organizzato dalla CGIL Regionale.
Purtroppo sono molto preoccupata e, forse, vado a questo corteo anche per questo. Verificare se posso levarmi di dosso la preoccupazione. Ma ho come l’impressione che no. A qualcuno spetta il compito di essere rabbioso, a qualcuno spetta il compito di guidare la rabbia, a qualcuno spetta il compito di preoccuparsi. Della rabbia e di chi la guida.
E’ una cosa che ho cominciato a sentirmi dentro da quando sono cominciati i discorsi sulle escort.
Poi è proseguita con le questioni della Casta.
Poi si è cementificata ascoltando i vecchi signori delle panchine in piazza XX settembre. Quelli che tengono il cappello in testa, che di solito parlano del tempo… beh, li ho sentiti dire che insomma, sarebbe il caso di tagliare sui fondi bellici. Altro che le pensioni. E uno l’ho visto persino sollevare il bastone, così, della serie “Basta!”
Allora mi sono resa conto che se alzano i bastoni gli anziani li possono alzare tutti. E ho avuto paura.
Quando diventa maggioritario, largamente maggioritario, un pensiero che sostiene il taglio della rappresentanza senza un ragionamento legato al profilo di forma di governo che vogliamo ottenere (cosa vorrà mai dire “risparmio”? Dove avete mai letto una riflessione decente sulle ragioni dei costi della politica? Chi si è mai incuriosito in questi mesi di come funzionano i partiti?), quando si sente gente ragionevole dire “dobbiamo fare come in Libia” senza contarne i morti (largamente poco citati dai nostri media), senza valutare le ragioni di quei conflitti, quando si vede un Paese incapace di discutere in maniera socialmente accettabile di riforma del lavoro, beh, io ho paura.
Quale pensiero coerente è capace di tenere insieme queste cose e dar loro un orizzonte di senso? E quale orizzonte di senso?
Per me tutto questo non trova mezza forma di possibilità dentro l’Italia democratica uscita dalla Guerra.
E allora io ho paura. Guardo quella che qualcuno definisce “società civile” e mi pare di capire com’è che si è potuto produrre il fascismo.
Ascolto il silenzio nauseante delle forze politiche che dovrebbero prendere in mano la situazione e mi pare di capire com’è che il terrorismo abbia potuto avere fiato.
E ricordo Genova, che partiva da discorsi e ragionamenti molto più avanzati di quelli che ho letto in questi mesi, ed è finita com’è finita.
Quando provo a dire queste cose mi si tratta per una che non comprende la classe operaia, che se la tira e bla bla bla. Mi conquisto addosso etichette degli anni ’70 che mi disgustano e c’è perfino qualcuno che mi dice che non tengo conto dei poveri, dei migranti, delle famiglie in cassa integrazione, di chi ha il mutuo da pagare, di chi ha gli anziani, di chi ha perso il lavoro, degli studenti, dei bambini, delle imprese, dei commercianti, degli agricoltori, degli impiegati pubblici, dei precari, dei ricercatori e bla bla bla.
Invece il fatto è che io mi preoccupo eccome. Perché vedo tante cose buone, incontro tante persone capaci di mettere pezzi e non pezze, ma poi non so.
La guerra tra gli altri mi pare sia in un certo senso già cominciata.
Sbaglio?


